Giorgio Napolitano inciampa nei resti di Gheddafi

Pur col rispetto che meritano la sua età e lo status di presidente emerito della Repubblica, e senza rincorrere il segretario leghista Matteo Salvini sulla strada degli insulti, di Giorgio Napolitano non si può proprio dire che sia uscito bene dalla polemica che imprudentemente ha voluto alimentare sostenendo che non fu lui ma il governo allora in carica, guidato da Silvio Berlusconi, a volere nel 2011 la partecipazione dell’Italia alla guerra dichiarata a Gheddafi dai francesi e dagli inglesi con l’appoggio del presidente americano Obama. Che si sono tutti pentiti poi di avere eliminato con Gheddafi anche la stabilità della Libia, con tutti gli effetti che ne stiamo subendo innanzitutto noi italiani per via di una immigrazione simile ad una invasione.

         Napolitano per allontanare da sè la responsabilità della partecipazione italiana non ha potuto chiamare in causa il presidente del Consiglio dell’epoca ma solo un suo consigliere diplomatico, il ministro della Difesa Ignazio La Russa e un vertice improvvisato e curioso nel Teatro dell’Opera di Roma, tra le note di un concerto per la festa dei 150 anni dell’unità del Paese.

         Di Berlusconi -ripeto- presidente del Consiglio l’allora capo dello Stato ha dovuto ammettere un dissenso tale da farlo arrivare ad un palmo delle dimissioni, che gli ha riconosciuto il merito di avere alla fine evitato dimostrando senso di responsabilità.

         Ma, esclusa dallo stesso Napolitano la convinzione di Berlusconi che quella di partecipare alla guerra a Gheddafi fosse la decisione giusta, chi altro se non lui -lo stesso Napolitano- può avere portato il Paese a quel passo in veste di capo del Consiglio Supremo di Difesa e di capo delle Forze Armate? Stupisce solo lo stupore del presidente emerito della Repubblica di fronte a chi ne lamenta il ruolo svolto per la partecipazione italiana alla guerra a Gheddafi, sia pure con tutti bolli e i documenti delle Nazioni Unite, intervenute per dare un minimo di copertura alle iniziative di francesi, inglesi e americani.

         Quello fu un errore di cui Napolitano farebbe bene ad assumersi una buona volta la responsabilità, specie dopo la testimonianza resa contro di lui con una intervista dall’allora ministro degli Esteri Franco Frattini.  E a scusarsene invocando solo l’attenuante della buona fede, non potendo immaginare la irresponsabilità degli alleati che avevano voluto quella guerra disinteressandosi poi dei suoi effetti a dir poco catastrofici. Una buona fede accompagnata dal consenso se non del capo del governo, sicuramente della maggioranza del Parlamento. Di cui i leghisti allora facevano parte, anche se ora Matteo Salvini finge di essersene dimenticato per non risponderne a Beppe Grillo, suo possibile alleato di domani, o dopodomani.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net del 5 agosto 2017 col titolo: La libia, Napolitano, Berlusconi e lo smemorato Salvini

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