Un Khomeini dei poveri di nome Piercamillo detronizza Grillo

 

Per il modo in cui è stato accolto e per le cose, al solito, taglienti dette all’assemblea convocata nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera -la stessa dove il povero Aldo Moro pronunciò il suo ultimo discorso alla fine di febbraio del 1978, prima di essere sequestrato e infine ucciso dai brigatisti rossi- Piercamillo Davigo è diventato, volente o nolente, il Khomeini del movimento di Beppe Grillo. Ne è diventato cioè la guida spirituale, l’ispiratore, senza avere bisogno di candidarsi né a parlamentare né a presidente del Consiglio, con grande sollievo- credo- dei vari Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, e di chissà quanti altri vi aspirano.

Durante i dieci anni della “guida suprema” dell’Iran, dal 1979 al 1989, Komeini avvicendò alla guida del governo ben cinque presidenti, in una lista aperta da Mehdi Bazargan e chiusa da Miz Hosein Musavi.

Massimo D’Alema definirebbe forse, nel suo stile, una versione “tascabile” del komeinismo quello grillino dell’ex presidente dell’associazione nazionale dei maigistrati. Un komeinismo che però farà forse rimpiangere, dentro e fuori il movimento delle 5 stelle, i metodi tutto sommato divertenti e imprevedibili di un comico di vocazione e di professione come Beppe Grillo. Che riesce a fare ridere anche quando dice cose scioccanti per i gusti medi degli italiani, che non sanno mai se prenderlo sul serio o no.

Anche il rifiuto della politica opposto da Piercamillo Davigo ai suoi estimatori e alla stessa intervistatrice Liana Milella, giustamente pizzicata da Piero Sansonetti in sostanziale adorazione, non certo paragonabile alla Oriana Fallaci che intervistò Khomeini mandandolo su tutte le furie, ha un valore molto relativo. Innanzitutto perché Davigo fa politica senza neppure accorgersene dicendo dei politici quello che dice: per esempio, quando afferma che hanno perso anche la vergogna di rubare e che quelli assolti nei processi sono soltanto riusciti a farla franca. Se poi ho capito male questo approccio di Davigo alla gestione della giustizia, gli chiedo scusa in anticipo, confessando la mia incapacità evidentemente di interpretarlo, senza bisogno che lui scomodi qualche tribunale e collega per farmi il pelo e il contropelo. E inserirmi nelle liste custodite in quel suo fascicolo intitolato “per una serena vecchiaia”. Che era una voce circolata negli anni del suo lavoro alla Procura di Milano, negli anni cioè dell’inchiesta Mani pulite, e curiosamente confermata da lui l’anno scorso, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a La 7, al buon Paolo Mieli, che si aspettava forse una smentita. Ma forse Davigo scherzava, al pari dell’ex direttore del Corriere della Sera.

         Anche Antonio Di Pietro quando si dimise improvvisamente dalla magistratura assicurò, nell’articolo di esordio come collaboratore della Stampa, che non avrebbe mai usato, cioè abusato, del credito popolare conquistato come magistrato impegnato in prima linea contro la corruzione per mettersi in politica. Poi ce lo ritrovammo ministro, senatore e capo di un partito. Del resto, in poliica vale la regola di non dire mai, in nessuna occasione.

Pure il capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli reagiva infastidito a chi gli chiedeva se avesse messo nel conto un passaggio alla politica, ma lasciandosi alla fine scappare che solo in caso di emergenza, se fosse risultato utile al Paese, avrebbe potuto farci un pensierino. Al quale, se mai ne avesse avuto un’intima e nascosta intenzione, rinunciò quando si rese conto -confessandolo apertamente in pubblico- che non avrebbe messo sottosopra la politica, se solo avesse potuto immaginare gli effetti della caduta della cosiddetta prima Repubblica e il passaggio alla seconda, durante la quale la corruzione sarebbe addirittura aumentata perfezionandosi.

Di quel riconoscimento fu tanto grato Claudio Martelli da usarlo come conclusione di un libro autobiografico. Ma l’esponente socialista aveva già avuto la soddisfazione di essere riconosciuto , sempre da Borrelli, come il migliore ministro della Giustiizia che avesse avuto l’Italia, per quanto costretto alle dimissioni perché coinvolto pure lui nel 1993 nelle indagini su Tangentopoli.

Davigo invece, come ha detto al pubblico grillino entusiasta di vederlo e di sentirlo, si è detto convinto, specie dopo avere visto all’opera il ministro Andrea Orlando dalla propria postazione di presidente dell’associazione delle toghe, che un ministro della Giustizia in Italia non serva a niente. Bastano e avanzano evidentemente i magistrati. Che d’altronde affollano da sempre il dicastero di via Arenula.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio a pagina 15 dei commenti

 

 

 

   

D’Alema è uno scorpione fuori stagione

         Pur nato nel segno zodiacale dell’ariete, mancando per un solo giorno quello del toro, Massimo D’Alema può essere considerato uno scorpione fuori stagione perché non riesce mai a sottrarsi alla tentazione dell’attacco e anche dell’insulto. E’ nella sua natura, come lo scorpione della favola che punge la generosa rana sulla quale attraversa il fiume, anche a costo di annegare con lei.

         Nel salotto televisivo di Carlo Formigli, a la 7, l’ex presidente del Consiglio ha dato del “bugiardo” e altro ancora a Marco Damilano: il vice direttore dell’Espresso che, pur non essendo un estimatore di Matteo Renzi, aveva osato condividerne la convinzione che l’ospite politico di Piazza pulita fosse, anzi sia il meno indicato a evocare la stagione dell’Ulivo e a chiederne il ripristino, avendole procurato danni irreparabili nel 1998. Allora egli preferì succedere a Romano Prodi a Palazzo Chigi piuttosto che andare alle elezioni anticipate per ripristinare il centrosinistra con maggiore forza, depotenziando la Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti. Che aveva affondato con la sfiducia il primo governo del professore emiliano.

         Ma lo stesso D’Alema ha poi riconosciuto curiosamente come un errore quello commesso andando a Palazzo Chigi nell’autunno di quell’anno, cambiando maggioranza con la sostituzione del partito di Bertinotti con quello appositamente costruito a destra dal presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Un errore -ha raccontato- commesso accettando le sollecitazioni del “gruppo dirigente” dell’Ulivo, come se lui, segretario dell’ex Pci, non ne facesse parte, e fosse stato costretto a scaricare Prodi, che aveva invece chiesto col suo vice presidente del Consiglio dimissionario Walter Veltroni, il ricorso alle elezioni anticipate, piuttosto che cambiare maggioranza con l’aiuto dei transfughi del centrodestra dimissionario raccoltisi attorno al già citato Cossiga, orgoglioso di avere improvvisato una imitazione delle “truppe di Valmy”, protagoniste nel 1792 di una imprevista vittoria della malmessa Francia contro i prussiani.

         A testimonianza della sua rappresentazione della crisi del 1998 D’Alema ha citato i diari dell’allora ministro uscente del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, incaricato -sia pure solo a voce, non formalmente, dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro di fare il nuovo governo ma destinato -secondo D’Alema- a “fallire” nella missione.

         Anche a costo di prendermi del bugiardo pure io, i miei ricordi di quel passaggio politico sono molto diversi da quelli di D’Alema. E mi spiace che Damilano non abbia tenuto il punto.

         Ciampi non era affatto convinto di non potercela fare. Ritiratosi nella sua casa di Santa Severa, ma in contatto strettissimo col Quirinale, egli aveva già predisposto la lista dei ministri e preparato per sommi capi il discorso di presentazione alle Camere quando venne informato da amici e agenzie di stampa che il suo incarico era stato surclassato prima da uno al presidente del Consiglio dimissionario e poi dalla improvvisa disponibilità e volontà di D’Alema di sostituirsi a tutti per la soluzione della crisi, col consenso di Scalfaro.

         Ciampi ci rimase tanto male da comunicare al presidente della Repubblica la sua indisponibilità alla conferma a ministro del Tesoro nel nuovo governo, offertagli da D’Alema. Al Quirinale dovettero sudare le proverbiali sette camicie per convincerlo a restare al Tesoro.

         Il fatto, vantato da D’Alema, che nei suoi diari Ciampi non avesse denunciato sue scorrettezze come causa del suo mancato ritorno a Palazzo Chigi, dove da governatore della Banca d’Italia egli era approdato già nella primavera del 1993, ha una sua ragione molto comprensibile, se non condivisibile.

         Il torto subìto da Ciampi nella gestione della crisi provocata dalla caduta del primo governo Prodi fu largamente compensato non più tardi dell’anno dopo con la sua elezione a capo dello Stato, promossa personalmente, e a sorpresa, da Walter Veltroni, subentrato a D’Alema alla guida del partito.

         Il Quirinale, come la Parigi di Enrico di Navarra, valeva ben una messa per Ciampi alle prese con i suoi diari.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi svelo le ultime amnesie di Massimo D’Alema

I timori di un nostalgico del proporzionalismo per il suo ritorno

Da vecchio estimatore del sistema elettorale proporzionale, diciamo pure da nostalgico, dovrei essere contento del suo ritorno e prenderlo come una rivincita sulla buonanima di Marco Pannella, di cui contestavo una trentina d’anni fa la predicazione del maggioritario, o sul mio carissimo amico Mariotto Segni. Col quale proprio pochi giorni fa parlavo della riforma elettorale in arrivo condividendone i timori, con sua grande sorpresa e soddisfazione, memore delle tante volte in cui ce ne siamo dette e scritte di tutti i colori per i suoi referendum pro-maggioritario.

Non dico di avere riconosciuto a Segni il merito di avere dato al proporzionale tante spallate, ma poco ci è mancato.

Questo proporzionale, diciamo così, di ritorno non mi convince, e un po’ mi allarma, per il contesto politico in cui si sta andando indietro, non essendoci più i vecchi partiti forti e organizzati ai quali ero abituato. Essi sono stati sostituiti da movimenti -a destra, a sinistra e al centro- di cui non si può francamente dire che corrispondano a quelli di cui parla ancora l’articolo 49 della Costituzione, rimasto peraltro appeso per aria, senza una legge ordinaria che ne disciplinasse la vita. E che venne sollecitata per primo una cinquantina d’anni fa da Giulio Andreotti. Che non a caso nella sua lunga carriera politica inseguì tutte le cariche possibili e immaginabili fuorché quella di segretario della sua pur forte Democrazia Cristiana.

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, dice la Costituzione. Ma che cosa significhi esattamente il “metodo democratico” Dio solo lo sa, specie in questa cosiddetta seconda Repubblica. Dove non si può dire che, per esempio, Beppe Grillo, Silvio Berlusconi, Angelino Alfano, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e via leaderizzando gestiscano i loro movimenti democraticamente. E nell’unico partito, lo riconosco, in cui si vedono ancora riunioni di direzione e discussioni, cioè il Pd, il concetto di democrazia è diventato così singolare che una minoranza, peraltro sovra-rappresentata nei gruppi parlamentari, piuttosto che confrontarsi con la maggioranza e rischiare di perdere un congresso, ha preferito prima contrastarne le convocazione e poi andare via per mettere su un’altra “ditta”, come uno degli scissionisti, l’ex segretario Pier Luigi Bersani, usava e usa dire.

Con i vecchi partiti la formazione delle liste dei candidati al Parlamento era una cosa complessa, cui erano dedicate riunioni di direzione di durata lunghissima, e cariche di tensione. Adesso, con i nuovi partiti le liste sono preparate da persone che si contano, nella migliore delle ipotesi, con le dita di una sola mano. Di voti di preferenza, che erano l’ossatura del vecchio sistema proporzionale, non si può neppure parlare senza essere scambiati per responsabili di chissà quale mercato illecito. E si adotta con disinvoltura la pratica dei capilista bloccati, massima deroga alle liste interamente bloccate.

Col proporzionale di ritorno sento dire con obbrobrio che si torna, appunto, alla pratica del voto alla cieca, che lascia ai partiti la più ampia libertà di movimento dopo le elezioni. Le alleanze si deciderebbero non prima ma dopo le elezioni, all’insaputa degli elettori, o contro di loro. Che questo possa ora accadere è vero, anche se Massimo D’Alema è arcisicuro che Renzi e Berlusconi abbiano addirittura cambiato nomi all’anagrafe unificandone le due metà -Renzusconi- come pegno del governo che hanno già programmato per dopo le elezioni. Ma non ditemi, per favore, che ai tempi del “mio proporzionale”, quello della cosiddetta e tanto bistrattata prima Repubblica, gli elettori andavano a votare alla cieca, non sapendo con chi i loro partiti si sarebbero alleati per fare il governo o per restare all’opposizione. Questo potrà risultare vero per il proporzionale di ritorno, ripeto, ma non lo fu per niente col proporzionale di prima e autentica maniera: quello di cui ho e mi rimane la nostalgia perché garantito da partiti seri, che alle elezioni non andavano per niente alla cieca.

Nella stagione del centrismo, pur in mancanza di coalizioni predefinite alle quali ci ha poi abituato l’esperienza del sistema maggioritario, predefinite ma spesso destinate a dissolversi nel giro di qualche anno o mese, gli elettori della Dc sapevano benissimo che sarebbero seguiti governi con i liberali, i socialdemocratici e i repubblicani. E viceversa.

Quando lo scudo crociato decise di scaricare i liberali per sostituirli con i socialisti, passando quindi dal centrismo al centro-sinistra, con tanto di trattino, lo fece in un congresso, a Napoli, convocato e svolto l’anno prima delle elezioni del 1963.

L’unica volta che alle elezioni seguì un governo o una formula non prevista fu nel 1976, quando uscirono dalle urne, come disse Aldo Moro, due vincitori senza alleati predefiniti perché il Psi di Francesco De Martino aveva annunciato l’interruzione dell’alleanza con la Dc e la sinistra non aveva i numeri per fare da sola. Ma, anche se li avesse avuti, il Pci di Enrico Berlinguer non avrebbe neppure tentato l’avventura, tanto grave era la situazione del Paese. D’altronde, i comunisti allora miravano al “ compromesso storico”, non all’alternativa. E nacque la formula della cosiddetta solidarietà nazionale, decapitata dal terrorismo col sequestro e l’assassinio di Moro.

Esaurita quella stagione, si tornò, sempre dopo congressi e mai all’insaputa degli elettori, al centrosinistra allargato però ai liberali con la formula del “pentapartito”.

Non confondiamo quindi il sacro col profano. Il proporzionale che sta tornando, senza partiti solidi, o con partiti senza identità, rischia di farci rimpiangere anche quello straccio di maggioritario della cosiddetta seconda Repubblica. Che Dio, quindi, ce la mandi buona, fra un Renzi costretto forse ad usare all’indomani del voto le stampelle di Berlusconi, se basteranno, viste le difficoltà crescenti della ricostituzione del centrosinistra più o meno ulivista, dove D’Alema preferisce il tre per cento dei sondaggi ad una convivenza col Pd di marca renziana, e un Grillo che, se dovesse entrare davvero in partita, ci regalerebbe forse con l’aiuto di Salvini una Repubblica ancora più giudiziaria di quella sperimentata in questi anni. Magari con Piercamillo Davigo a Palazzo Chigi.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio, a pagina 14 dei commenti, col titolo in prima: Proporzionale. Perchè oggi non funziona più

Il viaggio antielettorale contromano di Alfano. Fa pure rima

  Ma Angelino Alfano, appena insorto contro le elezioni anticipate e i danni per miliardi di euro che provocherebbero per il senso di instabilità e la solita speculazione contro i titoli del debito pubblico, non è lo stesso  che dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale, il 4 dicembre scorso, auspicò lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni già entro febbraio? Si, è proprio lui, che era allora ministro dell’Interno e fu quindi preso tanto sul serio, per le sue competenze istituzionali, da mandare su tutte le furie il pur paziente presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che inorridì all’idea che si potesse andare alle urne per rinnovare il Senato col cosiddetto “Porcellum” modificato dalla Corte Costituzionale e la Camera con il cosiddetto “Italicum” voluto fortemente dal suo governo ma impugnato dalla magistratura ordinaria e sotto esame dei giudici del Palazzo della Consulta. Che avrebbero potuto mutilarlo, come in effetti avvenne, per cui avremmo rischiato di andare alle urne con regole illegittime, com’era avvenuto già nel 2013 eleggendo il Parlamento col “Porcellum” ancora in vigore nella versione originaria, prima della parziale bocciatura della Corte.

L’irritaxione del capo dello Stato fu tale che molti ritennero, a torto o a ragione, che fosse stata decisiva per togliere ad Alfano il Viminale nel governo di Paolo Gentiloni col solito sistema della promozione utile alla rimozione, spostando l’interessato alla guida del Ministero degli Esteri: un trasferimento rivelatosi fortunato per il Ministero dell’Interno con la scossa datagli dal nuovo titolare: ill piddino Marco Minniti. Il quale ha dato per attivismo e competenza l’impressione che prima di lui non ci fosse stato nessuno, specie sul delicatissimo fronte della gestione dell’immigrazione.

La ragione del capovolgimento di posizione di Alfano in materia di elezioni anticipate, viaggiando contromano rispetto a Renzi, è di un opportunismo desolante per la sua evidenza: la presenza nella nuova legge elettorale in cantiere di uno sbarramento del 5 per cento, tedesco come il modello della riforma.

Con questa soglia il partito del ministro degli Esteri neppure nel nuovo nome che si è appena dato di Alternativa Popolare, sostitutivo dell’originario Nuovo Centro Destra, è destinato a non tornare in Parlamento. Il colpo di grazia glielo ha dato Silvio Berlusconi smentendo di volere strappare a Renzi la soglia del 3 per cento, più accessibile agli alfaniani. “Dipendesse da me, la porterei all’8 per cento”, ha detto l’ex Cavaliere vendicandosi della rottura intervenuta con Alfano nell’autunno del 2013, quando l’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno del governo di Enrico Letta rifiutò di passare all’opposizione per ritorsione contro la decadenza di Berlusconi da senatore per effetto della cosiddetta legge Severino, dopo la condanna definitiva per frode fiscale.

Renzi sotto certi aspetti è stato ancora più feroce del presidente di Forza Italia rinfacciando ad Alfano la sproporzione fra le postazioni ministeriali occupate in tre governi -quelli di Enrico Letta, suo e di Paolo Gentiloni- e il modestissimo consenso attribuitogli dai sondaggi: uno schiaffo in piena regola.

Un po’, diciamo la verità, Alfano se l’è cercata, avrebbe commentato Giulio Andreotti. Gli conveniva cercare meno poltrone e più consenso, cominciando da se stesso, cioè occupandosi a tempo pieno del partito fondato tre anni e mezzo fa. Qualcuno nell’allora e ancora Udc aveva anche provato a dirglielo con garbo, ma molto inutilmente.

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Il tiki-taka di Angelino Alfano sulle elezioni anticipate

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