Il ritorno dell’Unità e di Sergio Staino alla direzione

         Due buone notizie insieme, una volta tanto, da e sull’Unità, il giornale storico della sinistra comunista prima e post-comunista poi, fondato nel lontano 1924 da Antonio Gramsci, due anni prima che lui, per quanto deputato, fosse fatto arrestare da Mussolini. Che gli restituì la libertà nel 1937, ma solo quando non gli serviva più, mentre l’intellettuale moriva in una clinica romana per una malattia aggravata dalla lunga detenzione e dalle sofferenze procurategli anche dai compagni, ma soprattutto dai dirigenti del partito ormai in clandestinità. I quali ne scoprirono tutti i pregi, anche loro, troppo tardi, dopo il decesso, la fine della dittatura fascista e la diffusione, peraltro mutilata originariamente, dei famosi quaderni scritti in carcere. Di cui è in corso proprio in questi giorni a Montecitorio una mostra toccante, apprezzabile pure da chi non ha condiviso il comunismo o lo ha combattuto, anche a costo di essere scambiato per un reazionario.

         Il giornale, oggi di riferimento del Pd guidato da Matteo Renzi, non certo di cultura e formazione gramsciana, è tornato in edicola dopo sette giorni di sciopero della redazione contro la pretesa della società editrice di trattarla peggio dei padroni delle ferriere di una volta. E vi è tornata sotto la guida di Sergio Staino, che se n’era allontanato dissentendo a sua volta dai metodi di lotta scelti dalla redazione, prima ancora che la vertenza si aggravasse, e forse contribuendo ad aggravarla, come l’allora direttore aveva previsto o temuto, e inutilmente tentato di scongiurare.

         Sergio Staino, toscanaccio di 77 anni da compiere il mese prossimo, non è tanto un giornalista quanto un artista. Ogni sua vignetta vale più di un articolo di fondo, e a volte più dell’intero numero del giornale dove compare in prima pagina. La sua forte passione politica, ovviamente di sinistra, si coniuga straordinariamente col realismo, per cui alla sua età Staino è stato ed è capace di aggiornarla ai tempi e alle condizioni che cambiano.

         Ben tornato, Sergio. E in bocca al lupo. Crepi, naturalmente, il lupo.

        

Travaglio “processa” il padre di Mattarella

Un uccellino, diciamo così, abituato a volare attorno al Quirinale mi ha informato di un attacco d’ira inusuale di Sergio Mattarella per due titoli del Fatto Quotidiano quanto meno infelici per la memoria di suo fratello Piersanti, ucciso dalla mafia mentre era governatore della Sicilia, e soprattutto del padre Bernardo, più volte ministro dai tempi di Alcide De Gasperi in poi, sino ad Aldo Moro. Che si scusò con lui con una lettera molto affettuosa per non averlo potuto confermare in una delle crisi dei suoi governi a causa dei giochi interni del loro partito, la Dc.

I “dorotei” di Mariano Rumor, allora segretario dello scudo crociato, di Flaminio Piccoli e di Antonio Bisaglia reclamavano più posti per i loro fedeli a discapito proprio degli amici di Moro. Che, accusato di avere rapporti troppo arrendevoli con i socialisti, era sospettato già allora di volersene andare dalla comune corrente e di volerne costituire una per conto suo: cosa che avvenne in effetti nell’autunno del 1968, dopo che i “dorotei” lo avevano sfrattato da Palazzo Chigi per insediarvi Rumor. Che, a sorpresa, divenne con i socialisti molto più paziente e generoso di Moro, realizzando un governo di centro sinistra “più incisivo e coraggioso”.

Bernardo Mattarella fu tra i primi ad aderire alla nuova corrente morotea, che lo designò con successo alla presidenza della Commissione Difesa della Camera. Egli morì nel 1971 dopo un malore occorsogli proprio a Montecitorio. E morotei furono anche i figli giovanissmi: il già ricordato Piersanti, ucciso dalla mafia, e il fratello Sergio, subentratogli nella carriera politica lasciando quella universitaria. Moro nel frattempo era morto, barbaramente sequestrato e poi ucciso dalle brigate rosse nel 1978, ma non era morto il moroteismo, inteso come pensiero e come stile, cioè come modo di fare politica, privilegiando il “confronto”, che fu il titolo dell’agenzia nata con la corrente di Moro, allo scontro, il dialogo alla rottura.

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Il rammarico di Moro per avere dovuto rinunciare nel febbraio del 1966 all’amico Mattarella come ministro era stato doppio: sia per i rapporti di amicizia e di stima che li legavano sia per le polemiche che proprio in quegli anni avevano colpito lo stesso Mattarella sul terreno già allora scivoloso dei rapporti con la mafia: polemiche alimentate da un libro del sociologo Danilo Dolci ricavato, a sua volta, da voci, insinuazioni e interpretazioni di carte della commissione parlamentare antimafia. Un libro che secondo gli avversari politici di Mattarella aveva contribuito alla sua estromissione dal governo, ma che procurò all’autore già nel 1967 una condanna in tribunale. Sull’onda della quale nei mesi scorsi è stato condannato a Palermo l’autore di un altro libro assai critico sul defunto esponente democristiano al termine di una causa civile, in primo grado, promossa da Sergio Mattarella, prima della sua elezione al Quirinale, e dai figli del fratello Piersanti, anche lui coinvolto nella rappresentazione di una famiglia compromessa con la mafia.

Questi precedenti possono aiutare a capire non solo la sorpresa ma la rabbia del presidente della Repubblica di fronte a due titoli comparsi sul Fatto Quotidiano. “E Falcone rivelò: Piersanti Mattarella disse: mai più voti mafiosi a casa di papà” è il richiamo in prima pagina di un articolo di Giuseppe Lobianco in decima pagina, dove il titolo si ripete dicendo: “Quando Piersanti Mattarella rifiutava i voti di suo padre”.

La sorpresa e la rabbia, comprensibili, del capo dello Stato derivano anche dalle circostanze e modalità, diciamo così, nelle quali il quotidiano diretto da Marco Travaglio ha voluto rilanciare un’immagine non certamente gratificante del padre: usando il figlio Piersanti e insieme anche Giovanni Falcone, di un cui racconto -se si può chiamare così- ricavato dal volume appena pubblicato dal Consiglio Superiore della Magistratura, nel venticinquesimo anniversario della tragica morte del magistrato siciliano, si è avvalso l’autore dell’articolo del Fatto.

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Il racconto di Falcone non è neppure diretto. Esso riferisce di un altro racconto, ricevuto dall’amico avvocato Sorgi, padre del mio collega Marcello, editorialista e già direttore della Stampa.

         Dopo l’omicidio dell’allora governatore della Sicilia, avvenuto nel giorno della Befana del 1980, sotto casa, l’avvocato Sorgi parlò della vittima a Falcone riferendogli di un colloquio avuto col governatore non so quanto tempo prima. Eccone il resoconto nelle parole di Falcone riportate testualmente da Lobianco sul giornale di Travaglio: “Era felice – Piersanti, naturalmente- perché se prima aveva ereditato il collegio elettorale del padre, e veniva votato esclusivamente a Castellammare –Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani, di circa 15 mila abitanti- dove non si può dire che siano tutti delle brave persone (in realtà è un luogo ad alta densità mafiosa), alle ultime elezioni veniva votato un po’ ovunque per la sua azione moralizzatrice”.

Non voglio dare lezioni di giornalismo, così come non desidero francamente riceverne dopo più di cinquant’anni di professione, ma lascio giudicare a voi che mi leggete se quei due titoli che vi ho già riferito -e che vi ripeto: “E Falcone rivelò: Piersanti Mattarella disse: mai più voti mafiosi a casa di papà” e “Quando Piersanti Mattarella rifiutava i voti di suo padre”-corrispondano davvero alla lettera e allo spirito del racconto dell’avvocato Sorgi a Falcone e da Falcone lasciato nelle carte pubblicate dal Consiglio Superiore della Magistratura per celebrarne la memoria, come atto riparatore dei torti riservatigli in vita. O delle “sofferenze”, come ha detto la sorella del magistrato spiegando che il fratello “cominciò a morire”, ben prima di essere ucciso dalla mafia con la moglie e metà della sua scorta, proprio quando l’organo di cosiddetto autogoverno della magistratura gli negò la nomina a consigliere istruttore, e addirittura lo processò, diciamo così, andando appresso ai suoi detrattori siciliani, colleghi o politici che fossero.

Il guaio, diciamo così, suppletivo è che il povero Piersanti Mattarella non ereditò dal padre nessun collegio elettorale, essendosi sempre candidato a Palermo, per cui l’avvocato Sorgi o scambiò fischi per fiaschi o s’inventò tutto con Falcone tradendone la fiducia.

Quando questa circostanza non certo secondaria è stata fatta presente al giornale di Travaglio per conto degli eredi Mattarella con tanto di lettera dell’avvocato Antonio Coppola, finita naturalmente in uno spazio minimale, sapete quale è stata la risposta del quotidiano che vanta di essere il più informato e serio d’Italia, dando agli altri dei cialtroni, o quasi, incapaci di fare le dovute verifiche e cose simili ? La risposta è stata, in pratica, di prendersela con la buonanima di Falcone, una volta tanto incauto a fidarsi del suo amico avvocato e a riferirne in un’audizione al Consiglio Superiore della Magistratura il 15 ottobre 1991. Nessuna parola di scuse per quei titoli a dir poco forzati sparati contro la famiglia Mattarella anche solo nella versione Sorgi dei fatti. Incredibile ma vero.

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Martelli riscrive la storia finale di Falcone

La voce di Claudio Martelli non poteva mancare nel venticinquesimo anniversario della strage di Capaci, dove la mafia ammazzò, con la moglie e con mezza scorta, l’allora direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia Giovanni Falcone, insediatosi sei mesi prima a quel posto. Ne era ministro, oltre che vice presidente del Consiglio, il socialista Claudio Martelli, costretto a dimettersi nel 1993 per il coinvolgimento -pure lui- nella vicenda di Tangentopoli a causa della titolarità di un conto svizzero attribuitagli dall’architetto Silvano Larini, un amico di Bettino Craxi colpito da mandato di cattura e arrestato al suo rientro dall’estero in Italia, concordato con Antonio Di Pietro.

L’amicizia con Martelli non mi impedisce di rimproverargli di avere partecipato con una spiacevole stecca alle celebrazioni della morte terribile di Falcone, attribuendosene per intero la nomina a direttore degli affari penali dell’allora suo Ministero e contestando il ruolo svolto nella vicenda dall’allora presidente della

Repubblica Francesco Cossiga. Che invece ci fu. E il cui ricordo, oltre che riconoscimento, serve sul piano storico, politico e umano a capire quali nefandezze avesse dovuto subire il povero Falcone prima ancora di morire per mano mafiosa.

 

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Fra le tante cose capitate a Falcone quando era ancora in servizio a Palermo, dove gli erano stati notoriamente negati dal Consiglio (cosiddetto) Superiore della Magistratura promozioni e incarichi cui aveva sacrosantamente diritto per la competenza dimostrata nella sua ostinata e sapiente lotta alla mafia sul versante giudiziario, ci fu quella di interrogare un pentito, diciamo così, speciale. Che dal carcere di Alessandria, dove era finito dopo altri soggiorni fra le sbarre, riteneva di sapere chi avesse ordinato a livello politico l’assassinio del generale Carlo Alberto della Chiesa, mandato a Palermo dal governo come prefetto, e Piersanti Mattarella, il governatore della Sicilia fratello dell’attuale presidente della Repubblica:

Il pentito, che si era rivelato attendibile in altre circostanze, tanto da provocare decine di arresti di mafiosi, era Giuseppe Pellegriti. Egli fece il nome, in particolare, del luogotenente di Giulio Andreotti in Sicilia, Salvo Lima, come mandante di quei due delitti eccellenti già ricordati, e forse anche di altri.

Falcone non era tipo da cadere in trappole e da prestarsi a depistaggi, di qualsiasi natura. Si accorse subito che qualcosa non funzionava nelle presunte rivelazioni del pentito, per cui lo incalzò a dovere con le domande e con le verifiche maturando sempre di più la convinzione che dicesse il falso. Lo stesso Pellegriti poi, denunciato per calunnia dallo stesso Falcone, avrebbe ammesso di essere stato sostanzialmente manipolato dal co-detenuto Angelo Izzo: quello terribilmente somigliante al killer di Piersanti Mattarella.

Fra le verifiche condotte da Falcone ci fu la consultazione del registro delle visite ricevute in carcere dal pentito. Gli risultarono tanto frequenti quanto sospette alcune rimaste senza precise identificazioni perché effettuate -come lui poi accertò- da agenti dei servizi segreti. Ciò contribuì a convincerlo a denunciare il pentito per calunnia, come ho già ricordato, sapendo bene a quali rischi ulteriori sarebbe andato con quell’iniziativa, destinata a smantellare- se ci fosse stata davvero- una trama eversiva sul piano istituzionale, essendo Andreotti, il referente politico di Lima, presidente del Consiglio in carica.

 

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Amico personale del ministro democristiano Calogero Mannino, per via delle mogli che avevano frequentato la stessa o le stesse scuole, Falcone gli confidò la situazione ancora più a rischio in cui si sentiva. E di cui poi informò forse anche il presidente del Consiglio, col quale di sicuro ebbe comunque un colloquio di prima mattina nell’ufficio personale dello stesso Andreotti.

Mannino di sua iniziativa ritenne opportuno confidarsi a sua volta con Cossiga, che al Quirinale condivise le preoccupazioni di Falcone e dell’amico e cominciò a pensare come aiutare il magistrato. Che egli aveva già avuto modo di apprezzare, nonostante le bocciature riservategli da un Consiglio Superiore della Magistratura da lui stesso presieduto per dettato costituzionale: un Consiglio col quale Cossiga notoriamente non aveva un buon rapporto.

Un’idea venne al capo dello Stato parlandone con l’allora ministro della Giustizia Giuliano Vassalli. Ma era un’ipotesi -la nomina a direttore degli affari penali del dicastero di via Arenula- in quel momento impraticabile perché un direttore a quel posto era stato nominato da poco. Vassalli s’impegnò a lavorarvi sopra.

Non appena si liberò la casella della direzione della giustizia civile, Vassalli predispose gli atti per trasferirvi il direttore degli affari penali informandone, per legge, Palazzo Chigi. Dove Andreotti non era certamente un uomo distratto, per cui si affrettò a informarsi più minutamente di quanto stesse accadendo e consentendo all’idea di destinare a Falcone la direzione della giustizia penale che si stava liberando.

Nelle more, diciamo così, di questo cambiamento Vassalli fu però nominato giudice costituzionale, nel 1991. E gli subentrò alla Giustizia il vice presidente del Consiglio Martelli, che completò l’operazione: altro che su consiglio, come ha detto in una intervista al Fatto Quotidiano, del “professore Federico”.

Dirò di più. Il povero Falcone, già consapevole delle polemiche che sarebbero scoppiate nella sua categoria per il passaggio al Ministero della Giustizia, per quanto affollato di magistrati, con uffici destinati per legge proprio a loro, ebbe qualche esitazione ad accettare la nomina quando a formalizzarla dovette essere Martelli. E questo non perché non lo stimasse, ma solo per essersene dovuto occupare come magistrato una volta, quando scoppiarono sospetti, rivelatisi poi infondati, di un soccorso elettorale della mafia alla lista elettorale siciliana del Psi guidata proprio da Martelli.

Ancora una volta a sciogliere il nodo fu Cossiga, che chiamò Falcone al Quirinale dicendogli affettuosamente che da quella stanza in cui si trovavano non lo avrebbe fatto uscire sino a quando non gli avesse assicurato l’accettazione della nomina. E così avvenne.

Purtroppo neppure il trasferimento a Roma riuscì a salvare Falcone dalla vendetta della mafia, che nei suoi riti delinquenziali volle ucciderlo in terra siciliana, scartando l’ipotesi, affacciatasi in un primo momento, di un attentato contro di lui nella Capitale.

 

 

 

 

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La memoria claudicante della figlia di Scalfaro

Alle celebrazioni del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci ha voluto in qualche modo partecipare, con una intervista al quirinalista del Corriere della Sera, anche Marianna Scalfaro. Che si può ben considerare testimone importante di quella stagione politica, e non solo politica, terremotata dal tragico attentato al magistrato Giovanni Falcone, che più di tutti aveva saputo combattere la mafia, sino ad essere ammazzato per vendetta con la moglie e mezza scorta.

L’onda d’urto di quell’esplosione catapultò in soli due giorni dalla presidenza della Camera al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro, di cui Marianna non era solo la figlia. Ne era anche la confidente e la consigliera, più di tutti gli altri “in decreto”, come si dice di quelli nominati ufficialmente, al Quirinale e altrove, nei vari settori di competenza.

Per Scalfaro la figlia era letteralmente tutto. Quando ne parlava il padre, da me molto frequentato sino a quando non salì tanto in alto da diventare inavvicinabile e non prese iniziative dalle quali dissentii profondamente, ricavandone una dura protesta telefonica che segnò la fine dei nostri rapporti personali, s’inorgogliva e si commuoveva sino alle lacrime.

L’angoscia del presidente, raccontata dalla figlia, per la tragedia di Capaci e le altre che seguirono, compreso naturalmente l’assassinio di Paolo Borsellino, era indubbiamente autentica. E altrettanto autentico il timore che non fosse “solo mafia” quello che si muoveva contro lo Stato. Così come il presidente cominciò a dubitare anche pubblicamente, a furia di celebrarne gli anniversari, che ci fosse stato solo terrorismo dietro quel l’altra tragedia della Repubblica costituita dal sequestro e dall’assassinio di Aldo Moro.

Eppure, c’è una cosa dei ricordi di Marianna Scalfaro che non mi convince, e ancor meno mi convincerebbe se fosse anc’hessa riconducibile alle convinzioni maturate dal padre in quei giorni e anni terribili di Capaci, via D’Amelio, a Palermo, e altro.

Non mi convince, in particolare, “che la Seconda Repubblica -come la figlia di Scalfaro ha detto a Marzio Breda- abbia cominciato a nascere con Tangentopoli e Capaci insieme”.

A Capaci, e tappe successive, si consumò un fenomeno criminale, frutto di disperati messi in ginocchio dallo Stato della pur tanto odiata e disprezzata Prima Repubblica, per ripetere le maiuscole di Breda e di Marianna Scalfaro. Una Repubblica nella quale si era riusciti a fare e a concludere nei tre gradi di giudizio un maxi-processo che nessuno dei referenti politici, reali o presunti, della mafia aveva potuto e forse neppure voluto bloccare o vanificare.

Tangentopoli non può invece essere liquidata, come usava dire il predecessore di Scalfaro al Quirinale, e non solo Bettino Craxi nell’aula di Montecitorio, come lo specchio o il prodotto di una politica tanto profondamente e diffusamente disonesta da essere liquidabile come criminale.

Alla cosiddetta seconda Repubblica, per la quale potrebbe francamente bastare la minuscola, si arrivò, fra il 1993 e il 1994, col referendum contro il sistema proporzionale, l’approvazione di una nuova legge elettorale, avvenuta sotto il governo di Carlo Azeglio Ciampi, e la sua applicazione alle elezioni vinte a sorpresa dall’esordiente Silvio Berlusconi.

Se invece intendiamo per seconda Repubblica, come si potrebbe anche fare, o addirittura si dovrebbe, un profondo cambiamento, diciamo pure ribaltamento degli equilibri istituzionali, oltre che politici, dobbiamo riferirci a Tangentopoli come a un pretesto, o al massimo un’occasione, non come a una causa.

Il rovesciamento degli equilibri istituzionali, prima ancora di quelli politici subentrati nel 1994, avvenne precisamente il 6 marzo 1993, quando Scalfaro annunciò, qualche ora dopo una forte protesta televisiva del capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli, il rifiuto a dir poco clamoroso, comunque inedito nella storia repubblicana, di firmare un decreto legge approvato il giorno prima dal governo guidato da Giuliano Amato.

Quel decreto legge, passato in modo infausto alla storia col nome dell’allora Guardasigilli Giovanni Conso, e ricalcante per sommi capi un disegno di legge appena approvato in commissione al Senato, doveva costituire la cosiddetta “uscita politica” da Tangentopoli depenalizzando, fra l’altro, il finanziamento irregolare ai partiti.

Dal Consiglio dei Ministri esso tuttavia era stato licenziato in modo diverso da come vi era arrivato, al termine di una lunghissima riunione, interrotta una ventina di volte per consentire, come raccontò poi in ripetute interviste, fra gli altri, il ministro democristiano Sandro Fontana, consultazioni fra gli uffici, quanto meno, di Palazzo Chigi e del Quirinale, se non direttamente fra Amato, Conso e Scalfaro, man mano che si procedeva con l’esame degli articoli.

Commenti tutto sommato favorevoli a quel provvedimento erano già usciti su giornali non certamente sospettabili d’indulgenza verso Tangentopoli: la Repubblica fondata e diretta da Eugenio Scalfari e l’Unità, il quotidiano storico del Pci e sigle successive diretto allora da Walter Veltroni. Ma prevalse su tutti e su tutto il parere, o il potere, come preferite, di Borrelli. Che dichiarò di essere solo insorto contro le voci di una preventiva e positiva consultazione avvenuta fra esponenti del governo e della Procura da lui diretta. Alcuni dei quali, compreso Antonio Di Pietro, avevano però partecipato, in modo evidentemente incauto, a convegni sul modo di uscire da Tangentopoli, vista la sua riconosciuta e vasta diffusione, su un piano non esclusivamente giudiziario.

Fu -ripeto- in quella maledetta o benedetta giornata del 6 marzo 1993, secondo i gusti, che nacque la seconda edizione della Repubblica, caratterizzata dalla perdita del primato, non più riconquistato nella sostanza, della politica.

 

Pubblicato su Il Dubbio del 24 maggio 2017, a pagina 14 dei commenti

A 25 anni, forse inutili, dalla strage di Capaci

La strage di Capaci – come viene comunemente chiamata quella compiuta esattamente 25 anni fa non là ma sull’autostrada che porta dall’aeroporto Punta Raisi alla città di Palermo, vicino allo svincolo per raggiungere il Comune di Capaci, appunto- non si limitò a togliere la vita al magistrato Giovanni Falcone, distaccato allora al Ministero della Giustizia per dirigerne gli affari penali, alla moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrata, e a tre agenti della scorta risparmiandone solo per caso altri quattro. Essa fece anche perdere letteralmente la faccia al Consiglio Superiore della Magistratura, che aveva procurato al povero Falcone bocciature a dir poco immeritate e si accingeva a procurargliene un’altra ancora, negandogli la guida della Procura nazionale antimafia di cui lui aveva fortemente voluto l’istituzione.

Per il trattamento riservato a Falcone, già da tempo a rischio di attentati da cui in qualche modo lo aveva per un pò protetto l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga patrocinandone la nomina a dirigente del Ministero della Giustizia, l’organo di autogoverno delle toghe demeritò l’aggettivo “superiore” conferitogli dalla Costituzione.

Piuttosto che superiore, appunto, si dimostrò inferiore il Consiglio della Magistratura. Che lo ha praticamente ammesso riparando all’errore con una eccezionale commemorazione di Falcone nel venticinquesimo anniversario della morte. Una commemorazione presieduta dal capo dello Stato in persona, che ne ha sottolineato le straordinarie doti di investigatore, e alla quale non si è lodevolmente avuta paura di invitare la sorella del celebrato, Maria. La quale ha rinfacciato al Csm le “sofferenze” procurate al fratello proprio nell’aula in cui parlava, aggiungendo che lui proprio per l’ingiusto trattamento ricevuto dai suoi colleghi e insieme giudici aveva “cominciato a morire” prima ancora di essere materialmente ucciso dalla mafia: quella stessa che Falcone col suo maxiprocesso era riuscito a mettere in ginocchio facendo erogare una sfilza di ergastoli col suo collega Paolo Borsellino, non a caso assassinato pure lui meno di due mesi dopo con un’altra strage.

 

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Oltre a celebrarne la memoria con i discorsi, il Consiglio della Magistratura ha dedicato a Falcone, quasi come gesto riparatorio, una pubblicazione ricavata con i documenti desecretati della sua “sofferenza”: ricavata cioè dai fascicoli, personali e non, nei quali si trovano tutte le prove delle decisioni prese ingiustamente contro di lui, sia pure nel rispetto formale di norme che dovevano pur essere irragionevoli e sbagliate se hanno potuto essere applicate in maniera così clamorosamente distorta.

Al povero Falcone il Csm non solo negò le nomine, anzi promozioni, a consigliere istruttore, a procuratore del tribunale di Palermo e ad alto commissario antimafia. Ma riservò anche un processo su denuncia o per effetto di accuse, fra gli altri, dell’attuale sindaco di Palermo Leoluca Orlando, convinto che Falcone avesse trattenuto nei suoi cassetti prove contro il ruolo che avrebbero svolto esponenti andreottiani della Dc nell’uccisione dell’allora governatore della Sicilia, anche lui democristiano, Piersanti Mattarella, fratello dell’ora presidente della Repubblica. Fu proprio in quell’occasione che Falcone, difendendosi con orgoglio pari alla sua onestà e competenza, contestò il diritto rivendicato già allora da alcuni suoi colleghi, e ancora oggi praticato con una certa frequenza, di usare come “una coltellata” l’avviso di garanzia. Che sempre di più si sarebbe infatti trasformato in un atto ostile all’indagato, anziché in un atto appunto di garanzia: tanto ostile da poter diventare strumento per i processi mediatici svoltisi col solito rito sommario, spesso smentiti poi nelle conclusioni dai processi veri, nei tribunali, con verdetti ignorati però dai giornali, o declassati a notizie minori, da pagine interne o ultime, contro le prime pagine dedicate invece alla gogna iniziale.

Di tutte queste cose elementari il povero Falcone dovette essere in qualche modo insegnante davanti ad un consesso composto di persone che avrebbero dovuto saperne quanto lui, e quindi risparmiargli o l’onere della lezione, nella migliore delle ipotesi, o l’umiliazione di doversi giustificare. Una umiliazione aggravata dal fatto -teniamolo bene a mente- che nessuno degli accusatori e dei denigratori di Falcone è mai stato davvero punito. Tutti hanno invece continuato a fare la loro carriera, giudiziaria o politica, o addirittura entrambe insieme.

D’altronde il retroterra, diciamo così, del Consiglio della Magistratura era, come purtroppo è ancora sotto molti versi, quello di una categoria che non aveva ritenuto Falcone degno di essere eletto all’organo di autogoverno quando vi si era candidato. E che continua a soffrire degli stessi mali, o vizi, lamentati a suo tempo da uno che se ne intende come Luciano Violante per spiegare l’ostilità di tanti colleghi per Falcone: la gelosia, l’invidia, il protagonismo, cioè la vanità, il carrierismo, il correntismo. Che è parente stretto di un altro male diffuso fra i magistrati: l’incapacità di dimenticare nell’esercizio delle loro funzioni le proprie simpatie o antipatie politiche, e persino la militanza partitica.

 

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Pur protagonista, sul versante dell’accusa, di un processo addirittura maxi contro i capi della mafia che si buscarono un bel po’ di ergastoli, da alcuni latitanti evitati solo per qualche anno perché prima o poi finirono anch’essi in galera, come Totò Riina e Bernardo Provenzano, l’uno per rimanervi ancora in regime durissimo e l’altro per morirvi davvero, Falcone non aveva la smania dei processi. Non decideva mai di arrivarvi ad ogni costo, anche a quello consapevole di perderli, come accadeva e accade ancora a molti suoi colleghi. O era sicuro del suo cosiddetto impianto accusatorio, cioè delle prove raccolte e sostenibili nel dibattimento pubblico, o vi rinunciava.

Di un’altra cosa ancora Falcone era convinto, anche se parecchi magistrati finsero di non capire quando lui era in vita e contestano ora che lui non c’è più e non può contraddirne le interpretazioni del suo pensiero basate su cavilli e distorsioni: la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Alla quale credo che si stia convertendo, se non si è già convertito, l’ex presidente della Camera e magistrato Luciano Violante. Il quale tuttavia è persuaso, forse giustamente, anche di fronte a ciò che sta accadendo fra Napoli e Roma nella gestione dell’inchiesta sugli appalti della Consip, che prima ancora di separare le carriere dei pubblici ministeri dai giudici occorra separare quelle degli stessi pubblici ministeri dai cronisti giudiziari.

 

 

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Berlusconi si difende da Salvini trattando con Renzi

Se Silvio Berlusconi aveva ancora qualche dubbio su quella che lo stesso Giornale di famiglia ha definito “svolta” nei rapporti col Pd o, più in particolare con Matteo Renzi, archiviando rabbia e diffidenza provocategli dalla gestione tutta renziana, due anni fa, dell’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica, credo che glielo abbia fatto passare lo spirito antiberlusconiano neppure tanto nascosto che ha contrassegnato il congresso della Lega a Parma. Dove Matteo Salvini, forte dell’82 per cento raccolto nelle primarie la domenica precedente, ha veramente chiuso in soffitta, proteggendolo persino dai fischi, il fondatore del movimento Umberto Bossi e fatto spallucce al governatore lombardo Roberto Maroni. Che ora dovrà stare ben attento se punta davvero ad un altro mandato per la guida della regione più ricca d’Italia continuando a sostenere la irrinunciabilità all’intesa con Berlusconi.

Se non siamo ormai alla guerra pur metaforica, siamo almeno alla guerriglia di Salvini. Che ha toccato il punto più alto, almeno per come hanno vissuto la vicenda ad Arcore, col gioco di sponda compiuto dai leghisti alla Camera col Pd bevendo il Rosatellum ancora prima che la legge elettorale chiamata così approdasse in aula il 5 giugno prossimo. Un vino -la cui paternità peraltro si deve un po’, e non a caso, anche al senatore Denis Verdini, quello che Berlusconi, operato l’anno scorso al cuore, non volle nemmeno ricevere in ospedale, obbligandolo solo a qualche tentativo di approccio telefonico- che con quel 50 per cento di distribuzione proporzionale dei seggi parlamentari e l’altro 50 per cento di collegi uninominali a geometria politica variabile, da posto a posto, l’ex Cavaliere ha avvertito solo come una trappola contro di lui.

Non è forse sbagliato pensare che Renzi, tornato alla guida del Pd con la sua vecchia furbizia toscana, abbia giocato o permesso a Salvini di giocare di sponda con lui per qualche ora o giorno proprio allo scopo di far saltare il sismografo ad Arcore e spingere Berlusconi a voltare pagina. Cosa che significa per Renzi, ad occhio e croce, in cambio di un sostanziale ritorno al sistema proporzionale e di una soglia di accesso al Parlamento del 5 per cento dei voti, l’adesione del presidente di Forza Italia alle elezioni anticipate in autunno e la rinuncia alla voglia più volte mostrata nei mesi scorsi di porre un veto contro Renzi, dopo le elezioni, come presidente del Consiglio oltre che segretario del Pd.

 

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Se gli ambasciatori dei due capi già protagonisti di un patto, quello del Nazareno, interrotto più di due anni fa, sono tornati a sentirsi e persino a vedersi, come si sussurra nei palazzi della politica, possono contare in questi giorni sulla distrazione dei giornali, tutti presi dalla celebrazione dei 25 anni trascorsi non solo dall’esplosione di Tangentopoli, avvenuta il 17 febbraio 1992 con l’arresto a Milano del socialista Mario Chiesa in flagranza di mazzette, ma anche dalla strage di Capaci, dove il 23 maggio, mentre si susseguivano stancamente a Montecitorio le votazioni per l’elezione del successore di Francesco Cossiga al Quirinale, la mafia uccise il magistrato Giovanni Falcone, la moglie e 3 agenti della scorta facendo saltare le loro auto su una quantità e qualità di esplosivo da guerra.

Non fu peraltro la prima o unica strage della mafia in quel delicatissimo anno politico. Mesi prima era stato ammazzato per strada il luogotenente di Giulio Andreotti in Sicilia, Salvo Lima, punito per non avere soddisfatto le attese di Cosa Nostra che la Cassazione azzerasse l’esito del cosiddetto maxiprocesso. E meno di due mesi dopo Falcone, che di quel processo era stato un po’ la mente, la mafia uccise anche il suo collega più caro e più valido: il povero Felice Borsellino, colpevole anche di avere avvertito e di volere ostacolare tentativi di trattative, o qualcosa del genere, fra pezzi dello Stato, o dei suoi servizi segreti, e il vertice mafioso per evitare altre stragi ancora. Tentativi tradotti poi dalla Procura di Palermo, ad opera soprattutto dell’ora ex magistrato Antonio Ingroia, in una trama con tanto di imputati sotto processo nella capitale siciliana da quattro anni.

Non so francamente se trattative di quel tipo ci fossero state davvero, ma so di sicuro due cose. Alcuni degli imputati di Palermo sono stati già assolti o in un giudizio abbreviato o in altri processi dove si sono trovati a rispondere di accuse analoghe, o ad esse collegate. E i capi della mafia che vollero e ordinarono quella svolta stragista dopo la conferma delle condanne nel maxiprocesso o sono finiti e si trovano ancora in carcere o vi sono morti. Mi riferisco, rispettivamente, a Totò Riina e a Bernardo Provenzano.

 

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Alla celebrazione dei 25 anni dalla strage di Capaci ha appena partecipato, con una intervista al Corriere della Sera raccolta dal quirinalista Marzio Breda, la figlia dell’involontario, per carità. ma maggiore beneficiario politico di quella mattanza: Oscar Luigi Scalfaro, eletto presidente della Repubblica in tutta fretta, sotto l’effetto traumatico di Capaci, alla prima votazione successiva alla strage: la sedicesima, del 25 maggio.

Solo un’altra volta la figlia di Scalfaro, Marianna, ha fatto sentire la sua voce dopo la fine del mandato presidenziale del padre, per smentire sdegnata voci ed anche circostanze, emerse più o meno chiaramente anche dal processo in corso a Palermo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia, secondo cui il Quirinale non fu estraneo a cambiamenti di vertici e di trattamenti nei penitenziari italiani conformi alle attese o alle pretese degli stragisti.

Questa volta la figlia di Scalfaro ha voluto far sentire la sua voce per testimoniare l’angoscia, sicurissima, del padre di fronte alla tragedia di Capaci, il sospetto che non fosse solo mafia quella specie di rigurgito di terrorismo che si visse in quella stagione terribile, la sua paura che la combinazione fra stragi di mafia e sgomento dell’opinione pubblica per la corruzione politica rivelata dalle inchieste giudiziarie sfociasse in una “guerra civile” e la convinzione infine maturata, sempre dal padre, che fosse nata proprio in quei frangenti la cosiddetta seconda Repubblica.

Beh, per quello che può contare, per carità, la mia impressione sulla nascita della cosiddetta seconda Repubblica è molto diversa. La seconda Repubblica, diversa dalla prima non solo e non tanto per il cambiamento del sistema elettorale quanto per il rovesciamento dei rapporti di forza fra magistratura e politica, a tutto vantaggio della prima, non nacque né a Capaci né nei suoi dintorni, fisici e politici, ma nel palazzo dove lavorava il padre di Marianna Scalfaro, e dove lei stessa gli stava molto accanto. Fu lui, fra l’altro, ad innovare la prassi delle consultazioni per la formazione di un nuovo governo ammettendovi il capo di una Procura della Repubblica. Fu sempre lui l’anno dopo a negare la firma ad un decreto legge per la cosiddetta uscita politica di Tangentopoli varato dal primo governo di Giuliano Amato in stretto collegamento col Quirinale, dopo che ne era stato pubblicamente contestato il contenuto proprio dal capo di quella Procura. E non dico altro anche perché non ne ho lo spazio.

 

 

 

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I soccorsi paradossali di D’Alema a Renzi e Berlusconi

Accecato ormai dal suo rancore politico per Matteo Renzi, da cui si sente ingiustamente rottamato, specie dopo avere mancato l’obbiettivo di entrare nella commissione europea di Bruxelles nel 2014 come quasi ministro degli Esteri dell’Unione, Massimo D’Alema è diventato più un paradosso che un leader politico, quale sicuramente è stato per un certo tempo.

Il paradosso sta nel fatto che, pur volendo contrastare Renzi sino a rottamarlo a sua volta, e dopo esserci quasi riuscito contribuendo a fargli perdere il 4 dicembre scorso il decisivo referendum costituzionale, D’Alema proprio da quel giorno ha fatto tutto, ma proprio tutto ciò che serviva allo stesso Renzi per sfuggire alla rottamazione.

La scissione del Pd, per esempio, nella quale D’Alema è riuscito a trascinarsi appresso anche Pier Luigi Bersani, un personaggio che Maurizio Crozza era riuscito a rendere simpatico a tutti imitandolo bonariamente, ha consentito a Renzi non di vincere ma stravincere il congresso, pur avendo due concorrenti che hanno goduto prima e durante le primarie di ottima visibilità: il ministro addirittura della Giustizia Andrea Orlando, aiutato a stare sulle prime pagine dei giornali anche dai problemi che gli creavano di notte e di giorno i magistrati della vicenda Consip, e il governatore pugliese Michele Emiliano, riuscito a tradurre in un affare mediatico anche il grottesco incidente occorsogli ballando in piazza.

Dalla postazione di regìa del movimento creato con la scissione del Pd, e col rovesciamento della sigla, D’Alema riuscirà forse a togliere Renzi dalle sue difficoltà anche nella difficilissima partita della riforma elettorale, imposta non tanto da un capriccio o da un’impuntatura del presidente della Repubblica Sergio Mattarella quanto dal pasticcio, che fa pure rima con capriccio, combinato dalla Corte Costituzionale lavorando di ago e filo sulle due leggi in vigore, per il Senato e la Camera. Che sono immediatamente applicabili, come ha certificato la stessa Corte, ma per produrre due rami del Parlamento incompatibili fra di loro.

 

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Non appena Renzi, giustamente premuto da tutte le parti perché scoprisse finalmente le sue carte, ha fatto portare sul tavolo della competente commissione della Camera il cosiddetto Rosatellum, dal nome latinizzato del capogruppo del Pd a Montecitorio Ettore Rosato, un po’ deboluccio e pasticciato di suo, bisogna ammetterlo, D’Alema ha mandato avanti Bersani, il suo assaggiatore politico, per annunciarne la tossicità. Una tossicità avvertita e denunciata anche dai grillini, che se ne sono sentiti un po’ le vittime designate perché i più temuti da Renzi, e non solo da lui, nelle prossime elezioni, ordinarie o anticipate che finiscano per essere.

La stessa tossicità, infine, è stata avvertita da Silvio Berlusconi, che gioca da un po’ di tempo con gli animali che gli porta in casa la fantasiosa Michela Vittoria Brambilla, ma non se ne lascia distrarre più di tanto. Egli preferirebbe notoriamente il ritorno al sistema proporzionale anche per tenersi libere le mani e non farsele tagliare dall’ingombrante Matteo Salvini nella partita post-elettorale. Pertanto ha visto nel maggioritario proposto dal Rosatellu per la metà dei seggi parlamentari in palio una specie di prigione con le chiavi in mano, per la sua parte politica, ai leghisti.

Ma alla denuncia di tossicità D’Alema ha aggiunto qualcosa che d’incanto ha finito per aprire uno spiraglio a Renzi: due cose, in particolare.

Innanzitutto il signor Paradosso ha aggiunto un po’ di benzina al vecchio fuoco della Banca Etruria unendosi alle richieste delle dimissioni della renziana sottosegretaria ed ex ministra Maria Elena Boschi a causa di quell’incontro di due anni fa, rivelato dall’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, con l’amministratore di Unicredit per suggerirgli, sia pure inutilmente, di risolvere i problemi anche del padre vice presidente, e non solo dei numerosi risparmiatori, acquistando la banca toscana in pericolo. Come se D’Alema, peraltro, ai suoi tempi di governo e di maggiore potere, non si fosse mai occupato di banche e di “capitani coraggiosi” impegnati in vertiginose scalate industriali e finanziarie. Certo, lui non aveva il padre interessato in prima persona, ma i problemi erano pur sempre di banche e affini.

Il secondo supplemento del signor Paradosso è stato quello di rinverdire le occasioni e gli anni d’incontri e d’intese di Renzi con Berlusconi per sostenere che i due, in fondo, sono fatti per intendersi, al di là di qualche malinteso. Come se, anche questa volta, D’Alema accordi con Berlusconi non ne avesse mai cercati e fatti, o lasciati proporre: all’epoca, per esempio, dell’ultima commissione bicamerale per le riforme istituzionali da lui presieduta grazie all’appoggio dell’allora Cavaliere, o all’epoca di ben due edizioni della corsa al Quirinale in cui Berlusconi fu tentato dal suo consigliere e amico Giuliano Ferrara di appoggiare proprio D’Alema, fidandosene più di Carlo Azeglio Ciampi e poi di Giorgio Napolitano.

 

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A Berlusconi non è parso vero potere accogliere i due assist involontari del signor Paradosso, anche lui in due mosse.

Con la prima mossa il presidente di Forza Italia è tornato a prendere le difese della Boschi nell’affare della Banca Etruria e, visto che si trovava, di Renzi, familiari e amici nel pasticciaccio giudiziario della Consip.

Con la seconda mossa il presidente di Forza Italia ha proposto a Renzi, visto che è già sospettato dal suo nemico di volersi accordare con lui, di farlo davvero sulla riforma elettorale con una legge che ripristini, con o senza le correzioni tedesche o di altro tipo, il sistema proporzionale, in modo da rinviare a dopo le elezioni la partita delle maggioranze o coalizioni di governo. In cambio Berlusconi, fino all’altro ieri preso o addirittura paralizzato dall’attesa che la Corte di Strasburgo gli riaprisse la strada della candidabilità chiusagli dalla cosiddetta e controversa legge Severino, la stessa che gli è già costata la decadenza da senatore, ha offerto a Renzi la disponibilità a sostenere il ricorso alle elezioni anticipate in autunno. Che è musica per le orecchie del segretario del Pd, ma forse anche del presidente del Consiglio Gentiloni, perché solo due eroi o matti -come preferite- potrebbero volere mandare allegramente alle elezioni ordinarie, nella primavera dell’anno prossimo, i cittadini alle prese con gli effetti della pesante legge finanziaria del 2018 che reclamano o si aspettano a Bruxelles e a Berlino.

Al Foglio cercano un altro royal baby

        Il Foglio è notoriamente un giornale, che supplisce alle poche copie vendute con la fantasia del fondatore Giuliano Ferrara, fra le altre cose ex ministro per i rapporti col Parlamento, nella ormai lontana stagione dell’esordio politico dell’amico Silvio Berlusconi. Una fantasia, quella di Ferrara, brillante, prolifera e mai inosservata perché il suo giornale, oltre ad arrivare nelle edicole, con le incognite e gli inconvenienti di un mercato un po’ avaro con tutti i quotidiani, è diffuso con le rassegne stampa negli ambienti che contano, fra quelli che l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, di cui tornerò a scrivere, chiama “i poteri forti, o quasi”. Poteri, per esempio, come quelli di Carlo De Benedetti e di Eugenio Scalfari, rispettivamente editore e fondatore di Repubblica.

Si sa quanto sia difficile di gusti Scalfari, intervenuto pochi giorni fa a bacchettare e un po’ a dileggiare Claudio Cerasa, subentrato da qualche tempo a Giulianone nella direzione del giornale e azzardatosi a strappare a Matteo Renzi la prima intervista come risegretario del Pd, precedendo Repubblica. Ma per una questione personale, di cui vi dirò più avanti, il buon Scalfari ne ha appena tessuto gli elogi confrontandolo col “teppista” Vittorio Feltri, di Libero.

Da qualche tempo tuttavia Il Foglio non è più soltanto un giornale. Sembra diventato una specie di sala parto di quel grande ospedale dove è ricoverata la politica italiana. In questa sala parto si cerca affannosamente, ogni volta che la politica offre un emergente, quello che Ferrara anni fa chiamò “royal baby”, inteso come erede del suo già ricordato amico Berlusconi. Dei cui anni che passano lo stesso Berlusconi non si accorge, ma Ferrara sì.

Il primo royal baby del Foglio è stato notoriamente Matteo Renzi, con tanto di libro scritto dallo stesso Ferrara e più fortunato del suo quotidiano nelle vendite. Ma Renzi, per quanto risorto come segretario del suo partito dopo la mazzata invernale del referendum costituzionale, non ha più la brillantezza di una volta.

Pertanto al Foglio hanno cominciato a cercare qualche altro baby da promuovere a royal. E Cerasa ha dato la sensazione di averlo trovato o intravisto in un sessantenne vigoroso e promettente, paragonandolo proprio a Berlusconi, di cui fu peraltro collaboratore da giovanissimo e potrebbe ripetere il percorso politico, se solo lo volesse. E’ Urbano Cairo, proprietario di una squadra di calcio, che il vecchio Berlusconi ora non ha più; di un giornale -addirittura il Corriere della Sera, altro che quello diretto da Alessandro Sallusti; e di una televisione. Che è la 7 e, pur non avendo gli ascolti delle tre reti del Biscione, fa più politica di tutte quelle messe insieme. E la fa in un modo che all’ex royal baby Renzi deve piacere sempre meno.

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Ferruccio de Bortoli -vi ricordate? Vi avevo promesso che sarei tornato ad occuparmene ed eccomi qua- pubblica un libro che, volente o nolente, crea un bel po’ di problemi a Renzi, fra banche, massoneria e altro? E qual è la televisione che lo invita per prima a parlarne, avendo peraltro come spalla un Massimo Cacciari in grandissima forma? La 7 naturalmente, nello studio di Lilli Gruber, dove l’ex direttore del Corriere raccoglie e rilancia la minaccia della renziana sottosegretaria ed ex ministra Maria Elena Boschi, sfidandola a querelarlo davvero per averne rivelato un incontro politicamente galeotto con Federico Ghizzoni, quando questi era amministratore delegato di Unicredit e la Banca Etruria vice presieduta del papà della stessa Boschi ambiva ad essere acquistata, e salvata, proprio da Unicredit.

Romano Prodi si fa intervistare da Repubblica mostrandosi assai scettico, se non contrario all’ipotesi che Renzi riconquisti la guida del governo, oltre alla segreteria del partito, e quale televisione lo chiama subito ad approfondire il tema cogliendo l’occasione anche per lanciarne un libro fresco di stampa? La 7, sempre nello studio di Lilli Gruber, che affonda continuamente il coltello nella piaga di Renzi possibile premier, contando sempre sul sorriso complice dell’ospite.

La sera dopo quella birichina sempre o simil giovane Lilli, coetanea comunque del suo editore, chiama nel suo salotto un altro ex illustre: Walter Veltroni. Di cui la conduttrice deve presentare non un libro ma un film, dedicato ad un tema allettante come quello della felicità. Ma il tema principale della conversazione finisce -guarda caso- per diventare quello di Renzi e della sua ambizione, vera o presunta, a tornare anche a Palazzo Chigi, dopo essere rimasto al Nazareno.

Il povero Walter, che peraltro ammette di avere votato alle primarie per Renzi, pur essendo quel giorno in viaggio -se non ho capito male- in Sudamerica, cerca più volte di sottrarsi all’assedio ma la Lilli non molla, anche a rischio di dimenticarsi del film. Che alla fine però arriva al pettine lo stesso, anche con la visione di qualche scena.

Sbaglierò, ma l’impressione che ho ricavato è che la Gruber valuti personalmente l’ipotesi di Renzi di nuovo a Palazzo Chigi come Prodi, cioè male.

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Vi avevo promesso che sarei tornato a scrivervi di Scalfari, che ha dato del “teppista” a Vittorio Feltri. Egli ha così reagito al rimprovero fattogli su Libero, in occasione del 45.mo anniversario -ahimè- dell’assassinio del commissario di polizia Luigi Calabresi, vicino ora alla Beatificazione di Santa Romana Chiesa, di avere firmato l’anno prima del delitto un manifesto destinato ad eccitare ancora di più i malintenzionati di Lotta Continua. Dove accusavano il povero Calabresi, contro le stesse risultanze giudiziarie, di avere quanto meno contribuito nel 1969 alla mortale caduta da una finestra della Questura di Milano dell’anarchico Giuseppe Pinelli, fermato per la strage di Piazza Fontana.

A parte l’insulto a Feltri, che un po’ -bisogna riconoscerlo- se la va a cercare con quel modo troppo urticante di scrivere e di titolare, Scalfari ha finalmente colto l’occasione per sciogliere un dubbio manifestato anche da me qui, su formiche,net, quando egli non gradì quanto meno le modalità della nomina del figlio di Calabresi, Mario, a direttore della “sua” Repubblica. Dove peraltro Mario, prima di assumere la guida della Stampa, aveva lavorato con ruoli di rilievo, compreso quello di redattore capo.

Scalfari ci ha ora rivelato di essersi pentito subito, sia pure solo in privato, della firma a quel manifesto, vista la strumentalizzazione cui si era prestato. Di avere inutilmente cercato di chiarirsi con lo stesso commissario, con cui tuttavia non riuscì a parlare, riuscendo invece con la moglie Gemma. Che incontrò personalmente nel 2007 nella via di Villa Torlonia appena dedicata alla memoria di suo marito, presente l’allora sindaco di Roma Walter Veltroni, rinnovando le sue scuse e abbracciandola, entrambi commossi. Un abbraccio col quale Scalfari ha forse un po’ troppo enfaticamente scritto di avere ritenuto di “fare pace con la storia”.

Ma se tutto questo lo avesse raccontato in occasione della nomina di Mario Calabresi a direttore della “sua”- ripeto- Repubblica, Scalfari non avrebbe fatto male. Nè avrebbe sbagliato ritirando quella maledetta firma pubblicamente, visto che il manifesto contro Calabresi fu a lungo riproposto dall’Espresso, e non solo, in ogni avversario della morte di Pinelli.

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de Bortoli si è graziato per fortuna da solo

Anche se non ho mai avuto l’occasione né professionale né umana di conoscerlo, ma solo la possibilità di leggerne gli articoli, ho pregato fuori stagione tutti i santi che mi sono venuti in mente, celebrati di solito all’inizio di novembre, perché salvassero Ferruccio de Bortoli dalla tentazione del diavolo, impersonato in questa circostanza da quel buon uomo che mi sembrava una volta Pier Luigi Bersani. Il quale lo aveva invitato nei giorni scorsi, insieme con gli altri fuoriusciti dal Pd, compreso quindi Massimo D’Alema, ad intervenire sabato ad un convegno della sinistra targata DP, a Milano.

Certo, un intervento dell’ex direttore del Corriere della Sera, dopo tutte le polemiche scatenate dal suo libro fresco di stampa sui “poteri forti, o quasi”, molto quasi a forse più forti di quelli che appaiono pubblicamente come tali, avrebbe fatto un grande comodo alla sinistra dell’ex sinistra del Pd. Che ha avvertito come una sinfonia lo scontro consumatosi, in particolare, tra l’ex direttore del Corriere della Sera, il risegretario del Pd Matteo Renzi, familiari e amici.

Qualche santo deve avermi ascoltato ed esaudito perché mi è giunta notizia, spero non smentita dai fatti nelle prossime ore, della decisione di de Bortoli di sottrarsi all’invito, o alla tentazione, come preferite. La tentazione, non foss’altro, di far vendere qualche copia in più del suo libro, magari con un paio di banchetti sistemati davanti alla sede del convegno politico della sinistra Dp, e forse anche pisapiana, da Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, e viaggiatore infaticabile tra nostalgici dell’Ulivo e alberi affini.

L’ex direttore del Corriere della Sera si è insomma risparmiato -spero- di ripercorrere una delle strade o dei veicoli imboccati dal mio compianto ed ex maestro Indro Montanelli. Che dopo una vita di insulti rimediati dai comunisti per il suo orgoglioso comservatorismo, per quanto illuminato, fini la sua brillante carriera di giornalista, scrittore, storico come ospite applauditissimo delle feste dell’Unità. I cui frequentatori e attori non si erano per niente convertiti alle sue idee conservatrici. Era soltanto accaduto che lui si fosse convertito al loro antiberlusconismo, per quanto Silvio Berlusconi fosse stato da lui stesso scelto come suo editore o mecenate, chiamato a diventare ad un certo punto proprietario del Giornale fondato nel 1974, giusto per pagarne i debiti.

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