Più di 70 anni di cronache politiche e giudiziarie sovrapposte velenosamente

Da Libero

La cosa che mi fa più rabbia, a dir poco, della vicenda che porta i nomi di Gennaro Sangiuliano e di Maria Rosaria Boccia, ed è esplosa alla fine di un’estate tanto calda quanto pazza, è che ancora una volta la politica italiana debba finire appesa ad una specie di cappio giudiziario.

         Sì, lo so.  La memoria, anche diretta per i meno giovani, vi riporta a una trentina d’anni fa, cioè alle “Mani pulite” del 1992 e seguenti. Quando dopo una banale udienza di separazione fra l’allora presidente del Pio Istituto Trivulzio di Milano, Mario Chiesa, e la moglie che protestava per il denaro che il coniuge le lesinava nonostante tutti i ricchissimi conti bancari all’estero, scattò nella Procura della Repubblica di Milano, e si diffuse ad altre in Italia, la vicenda di Tangentopoli. Costata la vita alla cosiddetta prima Repubblica.

         Eppure vi sbagliate, e di grosso. Questa maledizione della cronaca politica che incrocia quella giudiziaria e ne viene inghiottita, sopra e ancor più dietro le quinte, risale ad ancor prima: a più di 70 anni fa, quanti ne sono appena trascorsi -celebrati da tutti, anche da quelli che ne furono i più accaniti avversari- dalla morte di Alcide De Gasperi.

Alcide De Gasperi

         Nel 1953, dopo il suo ultimo governo dimessosi il 28 luglio, lo statista democristiano già seguiva con tristezza e apprensione la lotta nella Dc alla sua vera, non formale o provvisoria successione, che andò meno di un mese dopo a Giuseppe Pella su iniziativa personale dell’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Al quale Attilio Piccioni, da molto tempo considerato l’esponente democristiano più affine a De Gasperi, aveva dovuto quasi misteriosamente rimettere l’incarico di presidente del Consiglio che aveva ricevuto.

         Tre mesi prima di quella rinuncia, esattamente il 9 aprile 1953, era stata trovata morta sulla spiaggia romana di Tor Vajanica, Wilma Montesi. Ed erano scattate indagini su feste, frequentazioni e altro avessero potuto avere a che fare con la sua tragica fine. Si diffusero voci di Polizia e dintorni sulla partecipazione di un figlio di Piccioni, il musicista Piero, a quel giro. Figlio che venne arrestato il 21 settembre 1954 e assolto nel 1957.

Attilio Piccioni

Attilio Piccioni ne sarebbe rimasto ugualmente segnato, per quanto fosse tornato ad avere incarichi di governo: vice presidente del Consiglio e per un po’ anche ministro degli Esteri fra il 1960 e il 1963 con Amintore Fanfani e Giovanni Leone presidenti. Mi onoro di essere stato, giovanissimo cronista parlamentare, fra i suoi ultimi, abituali frequentatori nei corridoi e sui divani di Montecitorio, dove lui andava quasi ogni giorno e, masticando qualcuna delle caramelle acquistata alla buvette, si lasciava di rado strappare qualche monosillabo alle domande sulle vicende del suo partito e del governo di turno.

         Erano, ripeto, non più di monosillabi. Dei quali tuttavia egli presto si pentiva e preoccupava al tempo stesso, sino a inseguire l’interlocutore appena allontanatosi per precisargli di non avergli detto “nulla”, ma proprio nulla. E l’interlocutore non aveva difficoltà a garantirgli la massima discrezione.

Giorgia Meloni e Carlo Nordio

         I tempi sono cambiati, gli uomini e le donne pure, persino le Repubbliche, essendovene una quarta almeno nel titolo di una trasmissione televisiva di un certo e meritato successo, nessuno dei cui ospiti ne ha mai contestato il nome. Ma questa maledizione, ripeto, della cronaca politica che incontra o produce la cronaca giudiziaria e ne viene travolta non è finita. E non so neppure, non riesco a immaginare se e quando finirà, per quanto meno di due anni fa sia nato un governo, per la prima volta a guida femminile, lodevolmente propostosi di restituire alla politica il primato assegnatole dalla Costituzione. E con un ministro della Giustizia come Carlo Nordio, che pur provenendo dalla magistratura, o forse proprio per questo, con l’esperienza fattasi con la pubblica accusa, è ben convinto del proposito e del programma datosi dal governo di cui fu parte.

Forza ministro, forza signora presidente del Consiglio, datevi da fare e non deludeteci, per quanti problemi o contrattempi possiate incontrare sul vostro percorso. E per quanti insulti possiate rimediare dai vostri avversari, largo o stretto, arido o limaccioso possa essere il loro campo.  E complimenti, signora premier, per avere sciolto alla fine il nodo Sangiuliano prima che si aggrovigliasse ancora di più.

Pubblicato su Libero

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Quando è la politica ad abdicare e a consegnarsi al potere giudiziario

Dal Dubbio

Fra gli aspetti più paradossali, e tristi, di questa benedetta -si fa per dire- vicenda dell’ormai ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano c’è la necessità in cu egli ha finito di trovarsi di imboccare la strada giudiziaria per difendersi dalla “ricattabilità” contestagli dalla sua ex di tante cose Maria Rosaria Boccia.

         L’ex ministro cioè è stato praticamente costretto a seguire lo stesso percorso imboccato contro di lui dal deputato dell’opposizione Angelo Bonelli. Che ha depositato nel posto di Polizia della Camera un esposto alla Procura della Repubblica di Roma con undici allegati per presunto peculato e violazione del segreto d’ufficio in cui Sangiuliano sarebbe incorso intrattenendo rapporti con la Boccia.  

         Così i magistrati -o “il Soviet delle toghe rosse” sarcasticamente evocato da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano– non hanno dovuto alzare neppure un sopracciglio. La politica è finita spontaneamente fra i loro piedi e le loro mani. E temo che vi rimarrà a lungo anche in o per questa vicenda esplosa come un gossip e sviluppatasi come un dramma che non si sa, francamente, se più umano che persino istituzionale, dato che prima o dopo essa dovrà finire -temo anche questo- sulla scrivania del presidente della Repubblica, che ha cercato sinora di tenersene fuori. O ne è stato tenuto fuori da chi forse avrebbe potuto e dovuto chiedergli quanto meno qualche consiglio, risalendo la nomina di San Giuliano a ministro a un decreto del Capo dello Stato adottato a suo tempo “su proposta del presidente del Consiglio”, come dice l’articolo 92 della Costituzione.

Giorgio Napolitano

         Insomma, per farla corta e breve, ancora una volta il “primato della politica” -vi dice nulla questa espressione?- è stato piegato da quello della giustizia, secondo il “forte squilibrio” fra i poteri creatosi a favore della seconda una trentina d’anni fa e denunciato con nettezza dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone pubblicamente alla vedova Craxi nel decimo anniversario della morte del marito Bettino. Che aveva ricevuto nelle sue vicende giudiziarie per il diffuso finanziamento illegale dei partiti, e più in generale della politica, un trattamento di una “severità senza uguali”. Trattato cioè come un capro espiatorio, e costretto ad andarsene a morire, con la malattia che aveva, in terra straniera per non rischiare di morire in un carcere italiano. O in una stanza d’ospedale piantonato da Carabinieri, come si era predisposto a disporre l’allora capo della Procura di Milano quando gli si profilò l’ipotesi di un rientro dell’ex presidente del Consiglio per farsi operare di tumore al rene in condizioni di migliore sicurezza sanitaria che a Tunisi.

         Il “primato della politica”, dicevo. Condiviso e sbandierato anche dalla destra ex o post-giustizialista dopo il suo arrivo al governo e ancor più alla guida di esso. Ne scrisse la premier in persona firmando il registro delle presenze dopo avere visitato a Testaccio una mostra in memoria di Enrico Berlinguer. Ma quale primato della politica “che è tutto”, come scrisse appunto la Meloni, e dove scorrendo le cronache della vicenda Sangiuliano nelle pieghe che hanno preso negli ultimi giorni?  

Beppe Grillo

         Verso un percorso giudiziario- non importa se solo civile e non penale, sempre giudiziario è- si avvia ormai anche la vicenda del MoVimento 5 Stelle per lo scontro in corso fra il fondatore e garante Beppe Grillo e il presidente Giuseppe Conte, deciso a discutere in una Costituente autunnale anche l’indiscutibile costituito secondo Grillo dal nome, dal simbolo e dal limite dei due mandati elettivi.

Dal blog di Beppe Grillo

Se finirà tutto in una causa, Conte da avvocato e professore di diritto è sicuro di vincerla. Altrettanto però Grillo e i suoi avvocati. Che nell’ultima sortita sul blog personale, sotto il titolo latino “Repetita iuvant”, per niente trattenuto dalle sue funzioni anche di consulente praticamente di Conte a contratto per la comunicazione, ha rivelato tutta la natura profondamente politica dello scontro. Egli ha scritto, in particolare, contro gli “abbracci mortali” del suo MoVimento col Pd e gli altri aspiranti al cosiddetto “campo largo” -o solo “giusto”, come Conte preferisce chiamarlo- dell’alternativa al governo Meloni. Del quale non vorrei che alla fine, per dispetto, Grillo dovesse comicamente prendere le difese proprio nel momento in cui esso appare più indebolito.

Pubblicato sul Dubbio

                          

Anche il caso Sangiuliano-Boccia finisce in Procura, con la resa della politica

Dal Fatto Quotidiano di ieri

         E pensare che non più tardi di ieri, autoinvitatosi al “cabaret” cui aveva ridotto la vicenda del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e della sua ex o mancata amante, assistente, consigliera e quant’altro, Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano si doleva a suo modo che i politici si stessero incaprettando da soli, senza l’intervento dei magistrati. “Pare- scriveva testualmente con sarcasmo- che, nell’ultima riunione della congiura anti-Meloni, il Soviet Supremo delle Toghe Rosse si sia subito sciolto con la seguente motivazione: “Non c’è bisogno di noi, faranno tutto loro”.

Dalla Stampa

         In verità, già mentre Travaglio scriveva così il ”verde” Angelo Bonelli aveva presentato da deputato dell’opposizione non un’interrogazione al governo ma  un esposto alla Procura di Roma perché indagasse sul “peculato” che il ministro della Cultura o altri avrebbero compiuto pagando o facendo pagare con soldi pubblici, nonostante le smentite, la mancata consigliera eccetera eccetera. Ma alla fine è stato lo stesso ministro, impietosamente finito in una vignetta della Gazzetta del Mezzogiorno su un vassoio di ristorante, ad annunciare un incontro con gli avvocati per predisporre una denuncia penale della sua ex. Che lo aveva appena descritto, in una intervista, sotto ricatto non suo ma di gente che avrebbe avuto da lui “privilegi” nell’esercizio delle proprie funzioni, anche di nomine.

Vignetta di ItaliaOggi

         E così la politica, fra un ministro che offre le sue dimissioni ad una premier, e amica, che prima le respinge e poi le congela, e vertici politici improvvisati a tarda sera a Palazzo Chigi con ordini del giorno controversi, a dir poco,  si consegna da sola alle competenze o grinfie, secondo valutazioni e gusti che si preferiscono, della solita magistratura. In attesa delle cui indagini ed eventuali processi, con liste di imputati chissà di quale lunghezza, la politica si arrostirà da sola sulla graticola mediatica della lotta fra persone, partiti, correnti e schieramenti. E la Meloni continuerà ad apparire, come nella vignetta di ItaliaOggi, minacciata dalla valanga di un cosiddetto rimpasto di governo.

Alessandro Sallusti sul Giornale

         Non credo che abbia esagerato il direttore del Giornale Alessandro Sallusti a consigliare oggi all’amico ministro e collega di dimettersi davvero con “un atto di coraggio” per cercare di sottrarsi ad “un linciaggio che non si fermerà”. “Siccome l’odore del sangue eccita le belve- ha scritto ancora l’amico e collega di Sangiuliano- si andrà in un crescendo di fango quotidiano che travolgerà argini privati e pubblici con conseguenze non prevedibili”.

Da Repubblica

Non prevedibili -comincio a temere- neppure per un governo cui la Meloni ha appena rivendicato il merito o il proposito di fare “la storia”, non la cronaca giallistica, rosa, cabarettistica e simili, con “Pompei contro Garbatella”, come ha impietosamente scritto su Repubblica Francesco Merlo immaginando, rispettivamente, la mancata assistente pompeiana eccetera del ministro e la stessa Meloni “tirarsi orrendamente i capelli”.

Ripreso da http://www.startmag.it  

Ora occhio anche al Colle, per favore, sul caso Sangiuliano-Boccia

Il Torrino del Quirinale

         In questa vicenda sconcertante, a dir poco, del ministro della Cultura e della sua ex o mancata assistente, consulente, consigliera e quant’altro Maria Rosaria Boccia, entrata in “conflitto d’interesse” affettivo con lui, il Quirinale si è trovato coinvolto per qualche minuto nei giorni scorsi, quando si  sono diffuse voci su una telefonata a Palazzo Chigi per chiedere informazioni. Voci smentite ufficialmente dal Colle.

La vignetta del Fatto Quotidiano

         Ma dopo quella smentita sono accadute altre cose strane che potrebbero avere fatto cambiare non dico opinione, ma almeno umore al Quirinale. Sono subentrate, fra l’altro, dimissioni del ministro della Cultura che la presidente del Consiglio ha immediatamente respinto, lasciando al suo posto Gennaro Sangiuliano. Poco importa a questo punto se volentieri o no, per convinzione o solo per paura di affrontare i problemi della sostituzione del ministro, delle ambizioni personali e partitiche alla successione e delle possibili complicazioni nel percorso dell’avvicendamento.

La vignetta del Secolo XIX

         L’articolo 92 della Costituzione stabilisce nel suo secondo comma, come si dice in gergo tecnico e giuridico,         che “il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Anche Sangiuliano, quindi, fu nominato meno di due anni fa ministro da Sergio Mattarella su proposta di Giorgia Meloni. Non credo allora che sia arbitrario chiedersi, almeno sul piano del buon senso e della buona educazione, se non su quello addirittura costituzionale, se sia stato corretto tenere estraneo il Capo dello Stato a questa vicenda, se vi è stato davvero estromesso. O anche se egli stesso abbia fatto bene a rimanerne estraneo, se davvero ciò fosse avvenuto anche dopo la smentita già accennata alle prime voci diffusesi su un suo interessamento.

Il ministro Sangiuliano intervistato dal Tg 1

         Queste considerazioni valgono ancor di più considerando anche i riflessi ormai anche internazionali d’immagine dell’Italia e del suo governo a ridosso di un G7 della Cultura, con relative manifestazioni, a presidenza italiana, appunto. E con ancora Gennaro Sangiuliano ministro della Cultura, costretto da sgradevoli circostanze anche a mescolare pubblico e privato, famiglia e ufficio in una lacrimosa intervista televisiva al Tg1, quello di Stato. Non scrivo altro più per imbarazzo che per convinzione.

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La fortuna della destra italiana rispetto a quella della Germania

Da Libero

Il quasi settantenne Marco Follini è un democristiano doc che ha saputo rimanere coerentemente e dignitosamente al centro, anche a costo di rompere prima con l’amico Pier Ferdinando Casini, quando gli sembrò troppo condizionato da Silvio Berlusconi, e poi col Pd. Dove ad un certo punto si era rifugiato, e dove invece è finito e rimasto come ospite lo stesso Casini dopo la rottura col centrodestra. Egli ha appena scritto sulla Stampa del “dilemma” della Dc tedesca alle prese con la forte avanzata della destra estrema, nibelungica. Ed ha augurato agli eredi di Konrad Adenauer e di Helmut Kohl di saperle resistere come fece la Dc di Alcide De Gasperi e di Aldo Moro con la destra italiana.

  De Gasperi si scontrò addirittura con Pio XII, che gli rifiutò un’udienza familiare non perdonandogli il rifiuto di un’alleanza elettorale con la destra romana per evitare il pericolo avvertito in Vaticano che il Campidoglio finisse nelle mani della sinistra egemonizzata dal Pci.

Marco Follini

         Anche la Dc tedesca -la Cdu- dovrebbe resistere ad ogni tentazione con la destra, “magari -ha osservato alla fine Follini- con un risultato più felice di quello che da ultimo si ebbe dalle nostre parti”. Dove altre volte, anche di recente, lo stesso Follini si è doluto di una destra risultata vincente nelle urne, con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, quasi tre volte più forte elettoralmente sia di Forza Italia sia della Lega, nate e cresciute a loro tempo pescando voti anche o soprattutto in quello che era stato il mare della Dc.   

         Ma ciò è potuto accadere dalle “nostre parti”, appunto, senza compromettere la democrazia, come rischia invece di accadere in Germania e come solo una sinistra esasperata, anzi ossessionata, grida in Italia sentendosi addirittura all”’anno II dell’era Meloni” – è stato scritto in questi giorni con l’evocazione del fascismo- grazie alla moderazione impersonata dalla premier. Che non è fascista, non foss’altro per ragioni anagrafiche, ma semplicemente e orgogliosamente conservatrice. Come lo era, elettoralmente e parlamentarmente, buona parte della Dc vissuta anche da Follini.

Giorgia Meloni e Gianfranco Rotondi

         Non a caso, scomparsa la Dc, nelle liste elettorali della Meloni e dei suoi fratelli d’Italia sono finiti democristiani ancora orgogliosi della loro provenienza come Gianfranco Rotondi. Che pure in una manifestazione commemorativa della buonanima di Fiorentino Sullo, presente anche Ciriaco De Mita, una quindicina d’anni aveva scambiato per un quasi post-democristiano addirittura Giuseppe Conte, passato da un’alleanza di governo con la Lega ad una col Pd. E’ passato evidentemente abbastanza tempo, e Conte ne ha fatte abbastanza, per consentire a Rotondi di chiarirsi le idee.

         Più che di un certo elettorato, è di una certa nomenclatura democristiana, particolarmente di sinistra, che è fatto il Pd della segretaria Elly Schlein dopo avere peraltro perduto per strada uomini come l’ex ministro Giuseppe Fioroni o allarmato -a dir poco- uomini come Pierluigi Castagnetti. Che per decidere se rimanere ancora nel Pd o andarsene pure lui aspetta forse di vedere se sulle tessere del 2025 la Schlein deciderà davvero di stampare gli occhi di Alcide De Gasperi o di Aldo Moro, dopo avervi stampato su quelle di quest’anno gli occhi di Enrico Berlinguer in previsione del quarantesimo anniversario della sua morte.

De Gasperi morì invece 70 anni fa, appena celebrati col consenso anche dei reduci del Pci che nel 1948 ne aveva auspicato la cacciata dal governo “a calci in culo”, gridati testualmente nelle piazze dal segretario comunista Palmiro Togliatti.

Moro invece morì 46 anni fa ucciso dai terroristi rossi dopo una prigionia di 55 giorni  cominciata col sequestro in via Fani, a Roma, e costata la vita a tutta la scorta del presidente della Dc come in una “macelleria”, secondo un’immagine usata poi da una esponente delle stesse brigate rosse.

Moro, a dire la verità, è già in un monumento nella sua Maglie, commissionato dalla Dc, con una copia non del Popolo, il giornale democristiano, ma dell’Unità in tasca. Non è detto tuttavia che ciò potrà bastare alla Schlein per riprodurne gli occhi sulle tessere piddine dell’anno prossimo.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 settembre

La pentola Sangiuliano creata dal diavolo senza coperchio e manici

Dal Dubbio

Si sa che il diavolo fa le pentole senza i coperchi, con tutti gli inconvenienti che ne derivano.  Questa volta, con la pentola di Giorgia Meloni alle prese con l’affare sempre meno culturale del pur ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e della sua ex o mancata consigliera Maria Rosaria Boccia, il diavolo ha dimenticato anche i manici. Per cui la premier ha difficoltà pure a sollevarla dal fuoco delle opposizioni sempre più tentate dal ricorso alla mozione parlamentare di sfiducia. Che potrebbe anche essere respinta per la disciplina che vorrà o potrà imporre la premier alla maggioranza, ma non credo senza altri danni all’immagine del governo.

         Con questa storia della pentola senza i manici, il diavolo ma un po’ anche il ministro Sangiuliano hanno rovinato la festa alla Meloni appena raggiunta felicemente da notizie provenienti addirittura da Berlino, dove si pensava che ci fossero le maggiori difficoltà, sull’avvicinamento di Raffaele Fitto, appena designato dall’Italia per l’organismo esecutivo dell’Unione Europea, alla carica anche di vice presidente della Commissione di Bruxelles. Una carica mancata all’Italia nella commissione uscente pur essendo il rappresentante italiano, Paolo Gentiloni, un ex presidente del Consiglio.

Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni

         Il passo avanti di Fitto verso la vice presidenza o una delle vice presidenze della Commissione è stato possibile grazie ai rapporti personali che la Meloni ha evidentemente conservato con la presidente Ursula von der Leyen, pur avendole fatto mancare i voti dei suoi europarlamentari per la conferma, e all’indebolimento politico dei poco o per niente convinti Emanuel Macron e Olaf Scholz. Il primo è ancora alle prese in Francia, due mesi dopo il secondo e conclusivo turno di elezioni anticipate da lui stesso volute, col problema della formazione di un nuovo governo, almeno nel momento in cui scrivo. Il secondo è stato umiliato sia dalle elezioni europee di giugno sia dalle elezioni regionali appena svoltesi in Turingia e Sassonia. Dove la destra estrema -non quella conservatrice della Meloni in Italia- ha lasciato in braghe di tela il cancelliere tedesco, forse non più in grado neppure di arrivare l’anno prossimo alla fine ordinaria della legislatura. Sarebbe sempre più pronto a sostituirlo il più popolare, o meno impopolare a sinistra Boris Pistorius, ministro attuale della Difesa.

         Fra gli inconvenienti della pentola senza manici del caso Sangiuliano-Boccia c’è il tentativo, quanto meno, delle opposizioni di estenderne i confini, diciamo così, attribuendo al ministro la responsabilità di avere messo al corrente della sua ex o mancata consigliera affari di sicurezza internazionale nella preparazione del G7 della Cultura, o di alcune delle sue manifestazioni. Un inconveniente, dicevo, che la Meloni, per quanto rassicurata dal suo ministro in un lungo incontro a Palazzo Chigi, dal quale Sangiuliano è uscito ancora e regolarmente in carica, spera comprensibilmente non destinato a creare difficoltà all’aspirazione dell’Italia alla o -ripeto- a una delle vice presidenze della Commissione di Bruxelles. Sarebbe un vero peccato: la ciliegina intossicata su una torta già con seri problemi di commestibilità.

Raffaele Fitto

         Per tornare nei confini di una questione nazionale, un altro inconveniente della pentola senza manici del caso Sangiuliano-Boccia è la difficoltà che la Meloni avrebbe di sostituire il ministro della Cultura evidentemente costretto alle dimissioni dagli sviluppi della sua ultima vicenda o gaffe. Oltre a Fitto ormai in trasferimento a Bruxelles e alla pericolante Daniela Santanchè al Turismo per le sue vicende giudiziarie.

Quello che una volta si chiamava “rimpasto”, cui i governi di turno ricorrevano per sostituire uno o più ministri, è notoriamente avvertito dalla premier, secondo cronache e retroscena unanimi, come un passaggio di forte rischio per la sua maggioranza. Dove non mancano tensioni che l’ultimo vertice, quello della ripresa dopo le vacanze d’agosto, non ha certamente dissipato, per quanti sforzi compia comprensibilmente la premier di negarli o minimizzarli.  La stabilità di un governo, nella cosiddetta e lontana prima Repubblica ma anche nelle edizioni successive, si giudica pure dalla sua capacità di tenuta in caso di cambiamenti imposti dalle circostanze.

Pubblicato sul Dubbio

La grana infinita di Giorgia Meloni chiamata Gennaro Sangiuliano

Da Repubblica

         Poteva e doveva essere una buona, anzi eccellente giornata di Giorgia Meloni per una notizia proveniente da Berlino sull’avvicinamento di Raffaele Fitto alla carica di vice presidente della nuova Commissione dell’Unione. Ma la premier è rimasta ieri “ostaggio”, come ha gridato forse non a torto Repubblica, del caso Boccia, inteso come Maria Rosaria Boccia, di Pompei, ex o mancata consigliera del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Che ha dovuto rinunciare ad un decreto di nomina già firmato per l’opposizione non si è ancora capito bene come motivata e incontrata negli uffici del suo stesso dicastero, fra le proteste ed altre imbarazzanti reazioni dell’interessata, stracolma di documentazioni fotografiche e di posta elettronica del lavoro svolto.

Dal Giornale

         Dopo 90 minuti trascorsi a Palazzo Chigi nell’ufficio della Meloni, non per ripararsi da un temporale caduto su Roma ma per documentare con gli scontrini della sua carta di credito l’assicurazione fornita il giorno prima di avere pagato personalmente le spese della Boccia, senza un soldo pubblico, Sangennaro ne è uscito in carica come prima. La notizia,  riportata dal Giornale nel titolo addirittura di apertura, è stata quella del ministro che “non si dimette”. E non è stato invece dimesso, come reclamavano e continuano a reclamare le opposizioni predisponendosi anche ad una mozione parlamentare di sfiducia personale.

Dall’Unità

         Solo l’Unità di Piero Sansonetti, giocando nella successione con i nomi dei protagonisti della vicenda, ha potuto titolare su fondo rigorosamente nero: “Meloni Boccia Sangiuliano”.

Dalla Stampa

         A bocciare Sangiuliano, ma in fondo anche la Meloni, è stata invece sulla Stampa una giornalista che conosce entrambi, Flavia Perina, essendo stata a suo tempo direttrice del giornale ufficiale della destra missina Il Secolo d’Italia. “L’egemonia culturale da rivoluzione a farsa”, è il titolo del commento di Perina.

Dal Secolo XIX

         Sul Secolo XIX il ministro non dimissionato della Cultura è impietosamente finito, in una vignetta di Stefano Rolli, fra i calchi delle vittime della Pompei distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo. E risorta con gli scavi come un Monumento dell’antichità fra i più visitati nel mondo.

Stefano Cappellini su Repubblica

         Oltre alla insospettabile e già citata ex direttrice del Secolo d’Italia sulla Stampa, ha usato parole assai critiche per la vicenda Boccia, prendendosela in particolare con la premier, Stefano Cappellini su Repubblica. “In Meloni -ha scritto- prevale sempre l’istinto difensivo della tribù, maturato in anni e anni di militanza catacombale nella destra missina: il mondo contro di noi, noi contro il mondo. Non è un’attitudine che porta bene e lontano, e infatti in origine non serviva a questo, serviva solo a giustificare la propria marginalità politica e a darle una verniciata di finto eroismo”.

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L’autunno rovente del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano

L’apertura del Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         Va bene che “è la stampa, bellezza, e tu non ci puoi fare niente”, come diceva nel 1952 Humprey Bogart recitando in un celebre film ambientato a Casablanca, ma fa lo stesso una certa impressione vedere i giornali, più d’uno, aprire più o meno vistosamente le loro prime pagine non con “l’autunno bollente di Olaf Scholz”, come ha titolato il manifesto a proposito dei rovesci elettorali a destra del cancelliere tedesco, ma con quello rovente del ministro italiano della Cultura Gennaro Sangiuliano.

Dal Tempo

Di quest’ultimo si è dovuta occupare in prima persona la premier Giorgia Meloni in una trasmissione televisiva per garantire, fra l’altro, che la controversa, a dir poco, consigliera di Sangiuliano, appunto, non ha consumato neppure un caffè a spese dello Stato.  E per cercare di chiudere con questo il caso, che invece non si è chiuso per niente perché la più volte accompagnatrice del ministro, con tanto di fotografie e riprese televisive, la pompeiana -nel senso di essere di Pompei, nata e residente non fra i celebri scavi- Maria Rosaria Boccia, rivendica le funzioni svolte di consigliera senza alcuna nomina, pur promessale dal ministro. Ma evidentemente bloccata da un giro meno stretto ma più forte, diciamo così, dell’esponente del governo.

Dal Foglio

         In questo fuoco d’estate calante ci sarà, per carità, anche quel “pruriginoso in politica” su cui ha cercato di scherzare Giuliano Ferrara sul Foglio, mentre un collega sulla stessa prima pagina del medesimo  giornale c’informava dei consigli di livello politico di cui potevano vantarsi o lamentavano, secondo i casi, personaggi come Goffredo Bettini e Massimo D’Alema nei rapporti, rispettivamente, con Giuseppe Conte e con la segretaria del Pd Elly Schlein. Ma anche per la prurigine, spintasi nelle cronache alla precisazione che il ministro nelle foto con la Boccia risulta sempre “senza fede” al dito della mano sinistra abituale di un coniugato, penso che possa e debba esserci un limite quando le stesse cronache non sono rosa ma politiche, appunto.

Fausto Coppi e Giulia Occhini

         Da ragazzo, o quasi, mi divertivo alle notizie sulla “dama bianca”, per il colore dell’abito nel quale veniva spesso ripresa, che seguiva nelle corse ciclistiche Fausto Coppi. Da vecchio non mi diverto per niente a leggere di questa dama nera, dall’abito che le risulta addosso in alcune foto, che segue anche lei -e non è detto per le stesse finalità- non un corridore famoso ma un ministro della Cultura che rischia di diventare o rimanere più famoso per questa vicenda che per altre gaffe compiute durante il suo mandato. Dalla Cultura, con la maiuscola, mi aspettavo e mi aspetto francamente di più, e di diverso.

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Ciò che la Meloni può guadagnare a Bruxelles dai guai di Scholz

Dal Dubbio

La Francia di Macron, certo, ancora senza governo due mesi dopo le elezioni anticipate di primo e secondo turno, ma anche la Spagna, la Polonia e soprattutto la Germania di Scholz hanno lavorato più o meno dietro le quinte in questa torrida estate per inchiodare l’Italia alla croce del no degli eurodeputati della destra meloniana alla conferma di Ursula von der Leyen e negarle una vice presidenza nella Commissione di Bruxelles. Specie quando, prima ancora di essere formalizzata con lettera e comunicato, la designazione del commissario italiano si è focalizzata nella persona di Raffaele Fitto. Il cui problema non è la conoscenza o pratica della lingua inglese, su cui si è scherzato o si è fatto retroscena, in vista di quella specie di esame che dovrà superare nel passaggio delle competenti commissioni del Parlamento europeo. E’ piuttosto la sua appartenenza in Italia, ma anche a Strasburgo negli anni passati, proprio al partito di destra della Meloni che ha negato il voto alla conferma della presidente della Commissione.

         Eppure con la Germania, e col suo cancelliere personalmente, la Meloni firmò nell’autunno dell’anno scorso un patto d’azione e di cooperazione addirittura strategica. Con quanta soddisfazione per la presidente tedesca della Commissione, che aveva già instaurato rapporti personali di simpatia e amicizia con la premier italiana, è facile immaginare.

         Al socialista Scholz tuttavia, nonostante gli incontri anche successivi e fotograficamente cordiali con la Meloni, in ogni sede e circostanza, compreso il fantasmagorico G7 in Puglia, la natura e qualifica di destra del partito della premier è sempre andata un po’ di traverso. Ancor più dopo le elezioni europee dello scorso mese di giugno, nelle quali la Meloni ha confermato e consolidato la sua leadership governativa e Scholz invece ha avuto problemi, diciamo così, di tenuta.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz

         La situazione del cancelliere tedesco è peggiorata, a dir poco, con le elezioni regionali della Turingia e della Sassonia e il successo dell’estrema destra, orgogliosamente nazista, rispetto alla quale la destra italiana della premier si può considerare addirittura a sinistra. “La donna della Provvidenza”, ha scritto di lei sul Foglio, pur non citandola, il fondatore Giuliano Ferrara commentando proprio i risultati delle elezioni locali tedesche e raffrontando il quado politico della Germania a quello italiano. Ma anche raccomandando “il classico cero alla Madonna” per avere risparmiato all’Italia “la foresta nera” avvertita in Germania, per esempio, nella titolazione di ieri dalla Stampa.

         A Repubblica vedono Scholz a “rischio di posto”, senza neppure passare per un turno elettorale anticipato, potendo bastare ed avanzare a sostituirlo, per ora, un più popolare collega di partito e di governo, per esempio il ministro attuale della Difesa Boris Pistorius, capace di allontanare meglio e di più il fantasma di Hitler curiosamente cresciuto nella parte ex comunista della Germania ma avvertito anche altrove.

         Di fronte ai problemi di Scholz la Meloni, oltre ad assaporare in segreto un comprensibile senso di rivincita per i trascorsi polemici più o meno recenti, potrebbe ragionevolmente sperare in un allentamento, quanto meno, dell’assedio contro la sua ambizione a completare le deleghe del commissario italiano a Bruxelles con una vice presidenza. Che peraltro le servirebbe in Italia anche per farsi sentire e capire meglio, all’interno della maggioranza e dello stesso governo, da Matteo Salvini sul versante della politica europeistica ed estera, più in generale, vista quella certa confusione che ha accompagnato, tra gialli più o meno cartacei, il vertice del centrodestra a Palazzo Chigi per la ripresa politica dopo le vacanze. Non parliamo poi di Roberto Vannacci, il condottiero della lotta al “mondo al contrario”, scritto e parlato, che lo stesso Salvini sta allevando in casa, cioè nella Lega, come suo concorrente.

Pubblicato sul Dubbio

La rivincita di Giorgia Meloni sul cancelliere tedesco Olaf Scholz

Da Repubblica

         A meno di tre mesi dalle preoccupazioni espresse dal cancelliere tedesco Olaf Scholz dopo le elezioni europee per il perdurante primato elettorale della destra in Italia, e dall’azione da lui svolta col presidente francese Emmanuel Macron per tenerla nell’angolo nella gestione dell’Unione, Giorgia Meloni si è presa la sua rivincita. Il cancelliere di Berlino ora “rischia il posto”, come ha titolato Repubblica, per “l’onda nazi” che ne ha travolta il partito nelle elezioni regionali della Turingia e della Sassonia.   

Dalla Stampa

         Scholz si sta smarrendo nella “foresta nera della Germania”, come l’ha chiamata La Stampa. Una foresta al cui confronto quella che a sinistra si vede e si indica in Italia per la presenza della Meloni a Palazzo Chigi, e per i voti che continua a raccogliere, è imbiancata.

Dal Foglio

         Rispetto alla destra tedesca che avanza e rende “nero il cuore” della Germania Giuliano Ferrara sul Foglio ha scritto che “noi italiani dovremmo accendere il classico cero alla Madonna” per averci mandato con la Meloni a Palazzo Chigi, pur non menzionata esplicitamente, non una ma “la Donna della Provvidenza”. E pazienza, anche se Giuliano non si è spinto a scriverlo, se ogni tanto la premier italiana è costretta a subire nella guida e nella gestione del suo centrodestra, o destra-centro, gli scavalcamenti dell alleato e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, spalleggiato peraltro dal generale in aspettativa ed eurodeputato Roberto Vannacci. Che potrebbe a sua volta superare lo stesso Salvini a tal punto da mettersi in proprio con un partito concorrente.

Massimo D’Alema a Pesaro

         Intervistato ieri dal Fatto Quotidiano ai margini della festa dell’Unità di Pesaro, la stessa che aveva accolto nei giorni scorsi con una certa cordialità il suo rottamatore Matteo Renzi, il sempre pungente, sarcastico e quant’altro Massimo D’Alema ha voluto marcare la differenza dei nostri tempi da quelli in cui le carte in qualche modo le distribuiva lui da Palazzo Chigi. E non solo a sinistra, essendo arrivato alla guida del governo col soccorso della buonanima di Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica ma provvisto di un manipolo di parlamentari moderati, a dir poco, provenienti dal centrodestra, che lui si divertiva a chiamare “straccioni”. Come quelli storici di Valmy che sconfissero nel 1792 le truppe austro-prussiane salvando la Rivoluzione francese.

Massimo D’Alema al Fatto Quotidiano

         “Ai mei tempi -ha detto D’Alema, succeduto peraltro a Romano Prodi nel 1998 senza passare per le elezioni anticipate che lo stesso Prodi reclamava in difesa della propria designazione nelle urne di due anni prima- per vincere c’era bisogno di conquistare venti milioni di voti. Oggi Meloni è a Palazzo Chigi con dodici milioni di voti”. E’ vero, per carità. I numeri sono questi. Ma ciò è avvenuto grazie all’astensionismo, cioè all’allontanamento dalla politica e dalle urne, prodotto da quelli che hanno preceduto la Meloni alla guida del governo, compreso D’Alema. Che consideravano le formazioni dei governi operazioni di palazzo.

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