Caselli reclama dai giudici “il coraggio” di condannare Salvini

Da Libero

In una intervista a caldo dopo la richiesta di sei anni di carcere a Matteo Salvini per il presunto sequestro di migranti, cinque anni fa, sulla nave Open Arms e la solidarietà espressa all’imputato dalla premier Gorgia Meloni, del cui governo il leader leghista è vice presidente del Consiglio e ministro questa volta delle Infrastrutture, anziché dell’Interno come nell’esecutivo di allora, Giancarlo Caselli si è richiamato, in una intervista al Fatto Quotidiano, al compianto e sicuramente autorevolissimo Alessandro Galante Garrone. Che disse: “In certe situazioni non basta per un giudice essere intellettualmente onesto e professionalmente preparato: per poter ricercare e affermare la verità bisogna anche essere combattivi e coraggiosi”.

L’intervista di Caselli al Fatto Quotidiano

         Morto poco meno di 21 anni fa, Alessandro Galante Garrone non poteva materialmente riferirsi a “circostanze” neppure lontanamente immaginabili e paragonabili a quelle in cui è maturato il processo in corso contro Matteo Salvini. Anche se ai suoi tempi si era già verificato quel forte squilibrio nei rapporti fra politica e giustizia lamentato nel 2010 dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendo pubblicamente delle “Mani pulite” del 1992 e anni successivi. Uno squilibrio aggravatosi con la sostanziale autorizzazione suicida della politica agli sconfinamenti del potere giudiziario mettendoli praticamente al servizio della lotta fra i partiti, a volte fra le loro stesse correnti, e fra le maggioranze e le opposizioni di turno.

Matteo Salvini

         Il processo a Salvini, autorizzato dal Senato con i voti determinanti dello stesso partito -quello delle 5 Stelle- che lo aveva difeso per un’analoga vicenda di nave bloccata con migranti, prima che il leader leghista decidesse di far cadere il primo governo di Giuseppe Conte per tentare le elezioni anticipate, è proprio uno degli atti suicidari della politica. Non è arbitraria, ma solo cronachistica, la “ritorsione” della quale il leader leghista parla quando si riferisce a Conte e al contributo dato in Parlamento ad un processo mancato invece per la vicenda, l’anno prima, della nave della Guardia Costiera Ubaldo Diciotti.

Caselli al Fatto Quotidiano

         Ma torniamo a Giancarlo Caselli e al suo richiamo ad Alessandro Galante Garrone, che lui ha voluto attualizzare al processo contro Salvini dicendo testualmente: “Se Meloni interviene a piedi giunti su un processo in corso bisogna essere qualcosa in più di un giudice intellettualmente onesto per fare il proprio lavoro, nell’unico Paese al mondo dove la politica non accetta di essere giudicata”.

         Già magistrato di alto livello e uomo dalle notoriamente forti e radicate opinioni, non credo che Caselli possa offendersi se gli riconosco un certo ascendente sulla categoria della quale ha fatto parte, a carriere non separate fra pubblici ministeri e giudici. Un ascendente al quale forse egli non ha pensato, nella foga del commento critico all’”intervento a piedi giunti” della presidente del Consiglio sulla richiesta di sei anni di carcere a Salvini, ma che può ben essere visto, intravisto, avvertito, come preferite, pensando ai giudici che a Palermo dovranno emettere la sentenza accettando o respingendo, o in difformità dalla pesante richiesta dell’accusa e dalle sue motivazioni. Ne avrebbero il pieno diritto, penso.

         E’ proprio a questi giudici che Caselli, volente o nolente, ha chiesto di dimostrare, ripeto, “qualcosa in più di intellettualmente onesto”. Ma che cosa? Per rimanere alla “combattività e coraggio” evocati da Alessandro Galante Garrone,  penso che giudici e pubblici ministeri ne abbiano dimostrato abbastanza morendo ammazzati nell’espletamento del loro lavoro da criminali di ogni risma e colore. Mi chiedo se lo debbano dimostrare in un processo come quello in corso a Salvini resistendo pregiudizialmente alla tentazione di un’assoluzione, magari pensando a quanto potrebbe rimanervi male chi si aspetta o reclama una condanna. E solo quella.

Se la Meloni è intervenuta a favore dell’imputato Salvini “a piedi giunti”, come è intervenuto Caselli con la sua intervista, peraltro avventuratasi poi su altri terreni, come la vicenda Toti che lascio fuori da questo commento? Per la risposta mi affido allo stesso Caselli, confidando nella stessa onestà intellettuale richiamata in via generale da Alessandro Galante Garrone.  

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Il giallo dei complotti contro il governo rilanciato dalla Meloni

Dal Dubbio

Su uno sfogo di pochissime parole raccolte direttamente dalla voce della premier Giorgia Meloni –“So quali sono i complotti eventuali e da dove vengono”- il Riformista ci ha costruito legittimamente, per carità, quasi una pagina. E titolo e foto di copertina. Legittimamente e anche giustamente sul piano professionale, cercando di risalire con ragionamenti e deduzioni da una serie di fatti e circostanze note a quella che potremmo definire una trama poco rassicurante per qualsiasi governo, e non solo per quello in carica. Una trama che incrocia più volte uomini e sigle dei servizi segreti.

Dal Riformista di ieri

         Non credo sia il caso di entrare nei dettagli del racconto ma credo, senza volere mancare di rispetto né personale, né politico né istituzionale per la presidente del Consiglio, che ha tutto il diritto di difendersi dai complotti, pur “eventuali”, che avverte attorno a lei e, più generalmente, attorno al governo e alla sua maggioranza; ma anche senza volere sostituirsi alle opposizioni, unite o disunite nel “campo largo” in cui sono volenterosamente immaginate da chi lo auspica; non credo, dicevo, che una libera stampa possa o debba sottrarsi alla curiosità di sapere qualcosa di più preciso, di meno “eventuale”, o allusivo, sullo scenario accreditato dalle parole della premier. E solo Giorgia Meloni può aiutare a soddisfare questa curiosità.

Meloni al Riformista

         Presumo che il Riformista per primo abbia cercato di saperne di più, raccogliendo quello sfogo, senza riuscirvi. E ha cercato di supplirvi non dico con la fantasia, che è notoriamente cosa molto diversa dal retroscena, ma con l’intelligenza, con l’intuizione, con la logica, mettendo insieme tasselli di un mosaico scomposto.      

         Se tra questi tasselli ci fossero davvero pezzi di servizi segreti, a qualsiasi sigla riferibili, non potrebbero che essere deviati, come noi cronisti o analisti meno giovani ci siamo abituati a considerarli e a chiamarli già nella cosiddetta prima Repubblica: in particolare, da quando nell’estate di 60 anni fa, cioè nel 1964, fu avvertito durante la crisi del primo governo di centro-sinistra di Aldo Moro il famoso “rumore di sciabole” attribuito ai diari del vice presidente del Consiglio socialista Pietro Nenni. Rumore che poi non fu trovato nel testo pubblicato. Ma la formula rimase ugualmente nel linguaggio e nell’immaginario politico collettivo, tanto da entrare -e neppure tanto di soppiatto- in una indagine che doveva essere parlamentare e che Moro trattenne, almeno sino a quando rimase a Palazzo Chigi, a livello amministrativo per il rispetto che sentiva di dover avere per l’aggettivo “segreti” applicato ai servizi di sicurezza dello Stato.

         Forse sono andato un po’ troppo lontano con gli anni e con gli uomini. Ma resta il problema, che ho sollevato all’inizio, di potere e doversi dire ad una libera stampa, ripeto, se non al Parlamento chiamato in causa dai loro stessi gruppi ed esponenti, qualcosa di più dello sfogo un po’ troppo ermetico concesso dalla Meloni al Riformista.  Non è solo una questione di governo, necessariamente di turno perché prodotto dalla democrazia con tutte le verifiche e i cambiamenti elettorali. E’ ancor più, e più stabilmente, una questione di Stato.

Pubblicato sul Dubbio

La caduta di Grillo e Conte dalle cinque stelle ai materassi

Dal Corriere della Sera

Sopraffatti da eventi obiettivamente più importanti delle loro liti, ma anche graziati da chi forse si è reso conto di aver dato loro troppo credito per troppo tempo, Giuseppe Conte e Beppe Grillo, in ordine rigorosamente alfabetico, sono sfuggiti alle prime pagine di molti giornali nelle stalle o sui materassi su cui sono finiti dalle cinque stelle del loro movimento politico. O di ciò che n’è rimasto negli ultimi appuntamenti elettorali. Li hanno graziati infilandoli al loro interno, fra gli altri, Il Messaggero, Il Secolo XIX, Il Mattino, Il Gazzettino, Avvenire, il manifesto, Domani, l’Unità, il Quotidiano del Sud, la Gazzetta del Mezzogiorno, la Ragione (di nome e di fatto, nomen omen).

Sempre dal Corriere della Sera

         Lo scambio di minacce e scomuniche in posta elettronica certificata fra il presidente del movimento pentastellato e il fondatore, garante, elevato, sopraelevato e quant’altro è stato rappresentato impietosamente nelle prime pagine che hanno trovato uno spazio da dedicargli. “Totale” è stato definito questo scontro dal Corriere della Sera, che gli ha offerto pure il solito caffè di Massimo Gramellini, amaro per entrambi ma alla fine liquidatorio con quello che ha chiamato nel titolo “Il Conte del Grillo”.

Il caffè di Massimo Gramellini

         “Non ci sono dubbi su chi vincerà: lui”, ha scritto Gramellini di Conte, appunto. Aggiungendo: “Ma, dopo essersi sbarazzato in serie di Casaleggio junior, Gigino Di Maio e Beppe Grillo adesso rischia di imitare la regina Daenerys: la madre dei draghi (con la minuscola), eliminati tutti i rivali per arrivare a sedersi sul Trono di Spade, in una delle ultime scene della serie si ritrova a passeggiare tra cumuli di macerie”.

         La scena non dispiacerà alla segretaria del Pd Elly Schlein, un’altra “regina” a suo modo, che vuole Conte nel suo famoso “campo largo” dell’alternativa ma nelle minori dimensioni elettorali possibili, poco sopra magari quelle di Matteo Renzi, cui ha aperto per ultimo le porte di un’alleanza contro la Meloni.  

         Le macerie di quello che era riuscito a diventare addirittura, in un passaggio elettorale, il più giovane e insieme il più votato dei partiti italiani, saranno un po’ meno gloriose, e suggestive, delle rovine che Grillo e Conte insieme hanno chissà quante volte ammirato dall’albergo romano sui fori preferito dal comico genovese nelle sue gite più o meno ispettive nella Capitale.

Dal Giornale

Ora Grillo rischia anche non dico la povertà ma di sicuro la perdita di quello che Il Giornale ha sarcasticamente definito il suo “reddito di cittadinanza”. Che è di 300 mila euro annui: quanti gliene ha concessi Conte a suo tempo come consulente della comunicazione. Uno strano consulente e un’ancora più strana comunicazione, visto che fra carte piò o meno bollate il percorso imboccato da Grillo porta ad una scissione. Il movimento che doveva aprire il Parlamento come una scatola di tonno vi è finito dentro.   

Il centrodestra ligure di Marco Bucci soffre adesso di totite

Dal Dubbio

Mai dire mai, ha detto l’ex governatore della Liguria Giovanni Toti a Bruno Vespa che, dopo l’annuncio del patteggiamento con la Procura di Genova sul residuo ed evanescente reato di corruzione impropria, gli chiedeva nei suoi cinque minuti televisivi del 13 settembre se sarebbe tornato in politica al termine dei due anni e un mese di interdizione dai pubblici uffici. Che fa parte del pacchetto di pene -con le 1500 ore di lavori di pubblica utilità e la confisca di 84 mila euro- concordato con l’accusa per chiudere la vicenda esplosa il 7 maggio con l’arresto dell’allora governatore, sia pure ai domiciliari, per corruzione ed altro, dopo quattro anni di indagini e intercettazioni. Una durata a dir poco sproporzionata rispetto alla quale era già un mezzo miracolo che la maggiore accusa a Toti fosse risultata quella di corruzione.

Giovanni Toti e Marco Bucci

         Mai dire mai, ripeto. In effetti l’ex governatore potrebbe candidarsi alle prossime elezioni politiche nel 2027, successive alla fine dell’interdizione procuratasi col patteggiamento. Ma con chi potrebbe candidarsi Toti nello scenario bipolare del centrodestra e del “campo” dell’alternativa in cui forse vorrebbero entrare in troppi -da Matteo Renzi a Nicola Fratoianni attraverso il Pd e ciò che eventualmente rimarrà delle 5 Stelle- per rivederlo tornare davvero ? In questo campo, appunto, è improbabile immaginare l’ex governatore. Ma è diventato difficile immaginarlo anche nel centrodestra, specie se il suo patteggiamento, cadutogli addosso come una tegola, dovesse contribuire alla sconfitta di Marco Bucci, convinto personalmente dalla premier Giorgia Meloni ad accettare la candidatura alla regione dopo i primi e ripetuti rifiuti. Motivati anche per ragioni di salute nel frattempo non superate, essendo il sindaco di Genova in immunoterapia dopo un intervento oncologico.

         Ho scritto di tegola, ma si potrebbe anche scrivere di più per la sorpresa, diciamo pure lo sgomento avvertito nel centrodestra ligure e nazionale all’annuncio del  patteggiamento di Toti, al di là dei suoi aspetti strettamente giudiziari, politicamente e mediaticamente sfruttabile dal campo avverso, affrettatosi infatti anche a deridere l’ex governatore per la volontà precedente espressa di resistere fino in fondo a tutte le accuse della magistratura inquirente, sentendosi colpevole solo di avere governato bene la regione affidatagli dagli elettori. Ed è proprio la “confessione” orgogliosa di avere governato il titolo al quale Toti ha pensato, prima di patteggiare, per un libro in uscita, finito di scrivere proprio in questi giorni fra un editoriale e l’altro del Giornale delle famiglie Angelucci e Berlusconi che lo ha arruolato.

Giovanni Toti al Corriere della Sera

         L’ex governatore non può non avere messo nel conto del patteggiamento che ha preferito al processo i possibili danni al centrodestra ora affetto da totite, diciamo. “Spero di no”, si è limitato lui a rispondere al Corriere della Sera che dopo l’annuncio gli ha chiesto se la sua scelta difensiva non “influenzerà la campagna elettorale” per il rinnovo anticipato del Consiglio regionale, sciolto dopo le sue dimissioni presentate per uscire dagli arresti domiciliari. “Spero che la politica capisca”, ha aggiunto Toti.

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

         Non mi è parsa conciliante col centrodestra, e le sue esigenze elettorali, la risposta dell’ex governatore all’ultima domanda di quell’intervista al Corriere della Sera così formulata: “Forse un Toti martire sarebbe stato più utile di un Toti che patteggia?”. “Non ho visto -ha risposto Toti- un lungo corteo accompagnarmi verso il Golgota. In tutta franchezza, girandomi con la croce sulle spalle. Tranne qualche eccezione, dietro c’era un imbarazzante vuoto”. Ed è proprio sullo “sfogo” sul Golgota da cui l’ex governatore ha voluto scendere che ha deciso di titolare, forse non a torto, il Corriere in prima pagina. Uno sfogo che ha fatto di Toti un mezzo pubblico ministero nei riguardi del centrodestra. Da cui in fondo è sceso come da una croce, pur rimandovi appeso in qualche vignetta come uno dei due ladroni del racconto evangelico del supplizio di Gesù. Ma, ripeto, il giornalista prestato alla politica dal suo compianto editore Silvio Berlusconi, poi sorprendendolo per certe iniziative troppo autonome, è convinto di non dover mai dire mai. E’ rimasto, tutto sommato, ottimista. Forse troppo. 

Pubblicato sul Dubbio

La rincorsa nei guai fra il governo e gli aspiranti all’alternativa

La “confessione” di Salvini

Non dico che si stia incartando, visti i sondaggi che lo premiano, ma sicuramente il governo ha problemi crescenti sul piano mediatico. Adesso c’è anche il conflitto esploso, anzi riesploso, con la magistratura per l’attacco di Giorgia Meloni al processo contro Matteo Salvini per il presunto sequestro di cinque anni dei migranti sulla nave Open Arms.  La premier si è fermata alla richiesta “incredibile” dell’accusa di  sei anni di carcere all’imputato, senza attendere la sentenza. E rendendola probabilmente più vicina alla condanna per la paura che potrebbero avvertire i giudici di essere condizionati dalla protesta della presidente del Consiglio. L’associazione nazionale dei magistrati ha subito intinto il cucchiaio in questa minestra.

Dal Foglio

         Tuttavia le opposizioni rincorrono il governo nei guai e finiscono per superarlo perché i loro guai, appunto, sono l’antidoto migliore ai malanni del governo. Non a caso si sono appena levate contro la crisi delle opposizioni due voci che nel Pd non potrebbero essere più lontane per temperamento e contenuti: quelle di Romano Prodi in un “colloquio” con Fabio Martini, della Stampa, e del governatore della Campania Vincenzo De Luca in una intervista al direttore del Foglio Claudio Cerasa, ammirato della melodia scatenata del suo interlocutore, facendone il titolo in inglese: unchained.   

Dalla Stampa

         Prodi ha ricordato a distanza  alla sua amica Elly Schlein -che esordì politicamente promuovendo l’occupazione delle sedi del Pd quando l’ex premier mancò l’obiettivo del Quirinale per i “franchi tiratori” del Nazareno nella votazione parlamentare- chiedendole: “Ma l’alternativa dov’è?”. “Nel governo -ha detto Prodi- sono emersi fenomeni di scollamento e di tensione ma poi, quando abbiamo letto gli opionion polls, abbiamo scoperto che la maggioranza tiene”, al contrario della Schlein che nei sondaggi è risultata penalizzata.

Vincenzo De Luca al Foglio

         Vincenzo De Luca, dal canto suo, anche lui critico col governo, sostenendone comunque il designato alla nuova Commissione europea, ha contestato già nel nome il progetto di alternativa coltivato dalla Schlein. “Il campo largo, che brutta espressione”, ha detto. E quando Cerasa gli ha ricordato i nomi anch’essi campestri di altre alleanze a sinistra, come l’Ulivo dei primi tempi di Prodi, lui lo ha interrotto dicendo: “Tutti ottimi simboli. Ma di sconfitte elettorali”, o di successi effimeri, con governi di breve durata e/o scioglimenti anticipati delle Camere.

Ancora De Luca al Foglio

         “Quando terminiamo  di ragionare -ha detto ancora De Luca riferendo dei rapporti con gli elettori- la domanda che ci fanno è sempre la stessa: l’alternativa a questo governo qual è?” “L’alternativa non c’è”, ha risposto da solo aggiungendo che “questo è il problema”. Appunto.

Dal Fatto Quotidiano

         Fra le opposizioni c’è comunque qualcuno messo peggio della Schlein: l’aspirante campista Matteo Renzi e, all’altro estremo,  Giuseppe Conte, vaffanculato dal garante del suo movimento Beppe Grillo, direbbe lo stesso Grillo con il suo linguaggio.

I sei anni “incredibili” di carcere -parola di Meloni- chiesti per Salvini

Da Repubblica

         Per quanto siano meno della metà dei 15 anni che lo stesso imputato si era ripetutamente vantato di rischiare solo per avere fatto il suo dovere governativo di “difendere i confini” nazionali minacciati dall’immigrazione clandestina, sembrano francamente un’enormità i sei anni di carcere – “incredibili”, ha commentato la premier Giorgia Meloni- chiesti dall’accusa contro Matteo Salvini nel processo noto come “Open Arms”. Che è il nome della nave del volontariato battente bandiera spagnola dalla quale nell’estate di cinque anni fa l’allora ministro dell’Interno ordinò di ritardare lo sbarco di 147 immigrati sequestrandoli -secondo l’accusa- in attesa che a livello europeo se ne concordasse la distribuzione.

La nave Open Arms

         Già indicato non a torto come il prodotto di una “ritorsione” politica dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte – il cui partito pentastellato aveva concorso alle scelte del ministro dell’Interno  prima che questi uscisse dalla maggioranza per tentare la strada delle elezioni anticipate sull’onda del successo conseguito nelle elezioni europee del 2019, arrivando addirittura al 34 per cento dei voti-  il processo autorizzato dalla maggioranza giallorossa contro Salvini per la vicenda dell’Open Arms è apparso in tutti i suoi limiti logici nella stessa requisitoria.  Che ha cercato di supplire con la fluviale lunghezza di sette ore alla scarsità di buon senso. Ancora una volta accantonato manzonianamente -come avrà forse pensato anche il capo dello Stato, cultore già in altre occasioni del grande scrittore e dei suoi Promessi sposi- per correre dietro al “senso comune”: quello di una certa impostazione del problema dell’immigrazione clandestina prevalente a sinistra. Dove è nato, prima ancora che negli uffici di una Procura, lo scambio di uno sbarco ritardato, e peraltro protetto da misure di sicurezza, per un sequestro di persone.

         Per sostenere questo scambio e smentire la rappresentazione di un processo alla politica perseguita legittimamente da un governo altrettanto legittimo, qual era quello di cui Matteo Salvini faceva parte come ministro dell’Interno, l’accusa ha distinto fra atto politico e atto amministrativo, negando il primo e attribuendo solo il secondo a Salvini.

         Non siamo ancora alla sentenza. E siamo ancora al primo grado di un processo che chissà di quanti anni avrà ancora bisogno per finire davvero, dopo i cinque trascorsi dai fatti. Che sono già  emblematici di un sistema giudiziario a dir poco anomalo. A dispetto del pessimismo gramsciano della ragione voglio esprimere l’ottimismo della volontà per un epilogo opposto a quello chiesto dall’accusa. 

         Anche un terrorista, certo, va salvato da un rischio di annegamento, ha ricordato a Salvini l’accusa. Come se qualche terrorista fosse annegato nel 2019 per soccorso negato dall’allora ministro dell’Interno. Ma di che cosa stiamo parlando in un’aula di Giustizia, con la maiuscola d’obbligo? Solo d’obbligo.

La Schlein al rovescio di sondaggio in sondaggio, di giorno in giorno…..

          Elly Schlein rischia di essere sempre più imprevista, come si definisce anche nel suo libro autobiografico appena pubblicato, ma al contrario, come il mondo descritto e temuto dal generale in aspettativa Roberto Vannacci, europarlamentare di assalto non si capisce bene se più nella o alla Lega, per quanto Matteo Salvini si fidi o mostri ancora di fidarsi di lui.  Ve lo ha portato, del resto, come indipendente fra il malumore e le preoccupazioni neppure nascoste di generali e colonnelli del Carroccio.

         Data da Renato Mannheimer in un sondaggio per Piazzapulita – che la Schlein ha seguito dallo studio di Carlo Formigli sorseggiando un bicchiere d’acqua- di circa un punto e mezzo sotto il 24,1 per cento delle elezioni europee di giugno, la segretaria del Pd si è vista oggi sul Corriere della Sera sotto di circa il doppio, scesa al 21,6 nel sondaggio di Ipsos condotto da Nando Pagnoncelli.

Nando Pagnoncelli

         Non è un bel scendere, bisogna ammetterlo, specie considerando le difficoltà quanto meno mediatiche in cui si è trovato il governo nelle ultime settimane.  Roba, per la segretaria del Nazareno, da farsi andare storta l’acqua in gola. Tanto più che con Pagnoncelli è andato ancor meglio che con Mannheimer quel diavolaccio di Giuseppe Conte, per quanto messo sulla graticola nel MoVimento 5 Stelle dal fondatore, garante, elevato, sopraelevato Beppe Grillo.

L’ex premier risulta salito nel sondaggio dell’Ipsos dal quasi 10 per cento di giugno al 13 per cento, e non al 12 di Mannheimer. Ciò potrebbe naturalmente portarlo a muoversi nel cosiddetto campo largo, come lo chiama la Schlein, o giusto, come preferisce lui, con minore rassegnazione alla leadership della segreteria del Pd eretta a monumento da Matteo Renzi nella sua rivoluzione d’estate. 

Ripreso da http://www.startmag.it il 15 settembre

L’imprevista segretaria del Pd perde voti ma non se ne accorge

Da Libero

Il buon Federico Geremicca, che conosce bene la sinistra per esservi nato e cresciuto familiarmente, trova Elly Schlein troppo “prudente”. E le ha chiesto sulla Stampa più coraggio, e chiarezza riformistica, anche a costo di sfasciare il campo dell’alternativa che cerca di costruire il più largo possibile, esteso da Matteo Renzi a Giuseppe Conte. Che ne sono i punti più distanti sotto ogni profilo.

Dalla Stampa di ieri

“Ci si può proporre per il governo del Paese -ha chiesto Federico- se non si è tutti d’accordo sul sostegno all’Ucraina? Si può stare assieme avendo idee così diverse in materia di giustizia e, talvolta, persino di Costituzione? Si può essere indifferenti di fronte alla crescente polarizzazione del mondo (Harris e Trump uguali non sono) e alla crisi montante del sistema Europa? “. Specie dopo la sveglia, mi permetterei di aggiungere- che ha cercato di dare Mario Draghi con il suo rapporto sulla competitività dell’Unione che ha incuriosito Giorgia Meloni, sino a chiedergli un appuntamento per parlarne a Palazzo Chigi, e lo ha reso ancora più ostico a Conte. Che non gli ha ancora perdonato di essergli succeduto proprio a Palazzo Chigi prima che vi arrivasse la premier in carica da quasi due anni.

Paolo Flores d’Arcais, un altro che conosce bene la sinistra ma di un tipo diverso da quello familiare a Geremicca, avendo preteso a suo tempo di ispirarla nella forma più estremistica e girotondina possibile, ha dato alla Schlein della “dadaista” in una recente intervista al Foglio. Dadaista, al di là del richiamo all’omonimo movimento di protesta sorto dopo la prima guerra mondiale, dal balbettio d’esordio -dada, appunto- emesso dai bambini come espressione vocale, senza significato.

Il sondaggio diffuso da Piazzapulita

E’ un po’ come ha fatto la segretaria del Pd nel salotto televisivo di Corrado Formigli rispondendo alle domande sul programma alternativo al centrodestra e ricorrendo ogni tanto nella insofferenza del conduttore, come una volta le capitò nel salotto adiacente di una Lilli Gruber che, pur con tutta la sua esperienza professionale, non riusciva a comprendere le sue risposte e le chiedeva come potesse immaginare di essere compresa dagli elettori. E infatti gli elettori dopo averla premiata nel voto europeo di giugno, spingendola al 24 per cento e facendole sorpassare di ben 14 punti il movimento grillino che la incalzava, mostrano segni di stanchezza e delusione, a dir poco.

Proprio nella Piazzapulita di Formigli, “l’imprevista”, come la segretaria del Pd si è compiaciuta di chiamarsi anche nel titolo del suo libro fresco di stampa, si è sentita e vista raccontare da Renato Mannheimer, con i dati di un sondaggio appena condotto di avere perso più di un punto e mezzo di “intenzioni di voto” rispetto ai risultati delle elezioni europee. Quasi quanto ha invece guadagnato il partito della Meloni pur con tutti gli accidenti, reali o presunti, del governo nelle ultime settimane, compresa naturalmente la vicenda intestata all’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e alla sua mancata consigliera, amica, amante e quant’altro Maria Rosaria Boccia. Che nella mancata -anch’essa- intervista a Bianca Berlinguer per la quarta rete berlusconiana ha voluto smentire o ridimensionare Sangiuliano pure nella relazione “sentimentale” da lui confessata in televisione, con tanto di scuse alla moglie. Se relazione vi è stata -ha avvertito la Boccia- non si è spinta sino al sesso. Povero Gennaro, mi è venuto spontaneo di dire con biasimevole spirito maschilista leggendo le parole riferite da Bianca e riportate fra virgolette sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Conte e Grillo

Mannheimer ha fatto alla Schlein la cortesia, cavalleresca e politica, di tradurre quel punto e mezzo perduto fra le elezioni di giugno e il suo sondaggio quasi autunnale in una “tenuta” del Pd. Una tenuta anch’essa dadaista, direi, perché si è trattato e si tratta, più realisticamente e semplicemente, di un arretramento. Paradossalmente opposto, peraltro, all’avanzamento di un Conte pur in difficoltà per le condizioni imbarazzanti, quasi comiche, in cui il MoVimento 5 Stelle si trova dopo l’offensiva aperta contro il suo presidente dal fondatore, garante, elevato, anzi “sopraelevato” Beppe Grillo, come lo stesso Conte lo ha ironicamente definito rifiutando di considerarsi sottostante.

Pubblicato su Libero

L’amaro Toti servito a sorpresa al banco elettorale della Liguria

Dal Corriere della Sera

L’amaro Toti non è servito al bar, né al ristorante alla fine del pasto per farlo digerire meglio. E’ solo il patteggiamento che l’omonimo governatore della Liguria ha servito a sorpresa prima delle elezioni regionali del mese prossimo per chiudere la vicenda che gli è costata 80 giorni di arresti domiciliari, oltre alla presidenza della regione. E per “scendere dal Golgota”, dove era stato “lasciato solo”, gli ha attribuito  il Corriere della Sera”.

Dal Fatto Quotidiano

         Di amarezza ha parlato lo stesso Toti per non poter “perseguire sino in fondo le ragioni d’innocenza”, dopo essere stato accusato di corruzione, concussione ed altro ancora. Un’amarezza mitigata dal “sollievo di vedere riconoscere” dagli inquirenti “una buona parte” di quelle ragioni col ripiegamento sul “reato evanescente di corruzione impropria”, da “atteggiamenti” più che da “atti”. Un reato tanto difficilmente dimostrabile dall’accusa quanto difficilmente contrastabile dalla difesa. Che ha ritenuto più vantaggioso patteggiare, appunto, due anni e un mese di carcere convertiti in due ore al giorno di lavori di pubblica utilità, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e la confisca di 84 mila euro ricevuti per finanziamento politico illegale da privati.

Dall’Unità

         Se l’amarezza debba prevalere sul sollievo o viceversa non è questione tuttavia di competenza del solo Toti e del suo legale. E’ questione che in qualche modo riguarda anche quanti, già elettori dello stesso Toti, o semplici cittadini e opinionisti schieratisi a sua difesa hanno condiviso una battaglia nella quale lui medesimo si era impegnato manifestando la volontà di resistere indefinitamente all’assalto giudiziario e mediatico cominciato il 7 maggio col suo improvviso arresto, sia pure ai domiciliari e non in una prigione vera e propria, dietro le sbarre di una cella. 

Da Repubblica

         Il patteggiamento, scontato nell’accettazione del giudice delle indagini preliminari, rischia di avere una ricaduta sulle elezioni regionali, presumibilmente più a favore del candidato della sinistra alla presidenza della Liguria, l’ex ministro Andrea Orlando, già esultante sui giornali, che di quello appena trovato dal centrodestra nella persona del sindaco di Genova Marco Bucci. Che è stato convinto personalmente dalla premier Giorgia Meloni ad una disponibilità che sembrava preclusa dalle sue condizioni di salute, oltre che dalla volontà originariamente espressa di portare a termine regolarmente il suo mandato di primo cittadino.

Marco Bucci e Giorgia Meloni

 L’immagine di debolezza che ogni patteggiamento, a torto o a ragione, si porta inevitabilmente appresso sul piano mediatico, potrebbe aumentare le difficoltà del centrodestra, per quanto allargato col generoso intervento di Bucci al consenso extrapartitico del cosiddetto localismo civico. “Non ne sapevo nulla”, ha detto lo stesso Bucci del patteggiamento di Toti.  

Ripreso da http://www.startmag.it

La molto curiosa “tenuta” elettorale attribuita al Pd di Elly Schlein

Renato Mannheimer

         Ospite di Carlo Formigli alla ripresa di Piazzapulita, rigorosamente in una sola parola,  la segretaria del Pd Elly Schlein si è preso dal sondaggista Renato Mannheimer un riconoscimento di “tenuta” sondaggistica che non merita, concessole contro i numeri che pure comparivano chiari nella tabella trasmessa dall’emittente di Urbano Cairo mentre il ricercatore li illustrava in collegamento dallo studio.

Schlein a Piazzapulita

         Rispetto ai risultati italiani delle elezioni europee di giugno Giorgia Meloni, nonostante i problemi quanto meno mediatici avuti tra la sorella, il quasi o ex cognato e l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, è salita col suo partito dal 28,7 per cento al 30:  di 1,3 punti quindi. La Schlein invece col suo Pd, nonostante i problemi- ripeto- della premier che avrebbero dovuto favorirla, è scesa di 1,6 punti dal 24.1, quindi sotto il 23 per cento delle intenzioni di voto.

Giuseppe Conte

         All’imprevista, come la Schlein ha voluto chiamarsi anche nel titolo del libro autobiografico che promuove tra piazze e salotti televisivi vantandosi di essere arrivata al vertice del Nazareno senza che nessuno se ne accorgesse, cogliendo cioè tutti alla sprovvista, è toccato non solo scendere nei sondaggi ma anche assistere al recupero di Giuseppe Conte, salito dal 9,9 a circa il 12 per cento. Eppure Beppe Grillo in persona sta cercando di mettere l’ex premier nelle classiche braghe di tela contestandone la leadership dalla “sopraelevata”, come lo sfotte lo stesso Conte, su cui viaggia nel MoVimento 5 Stelle in veste di garante, custode dei valori e simili. Un garante però che è anche a contratto come consulente della comunicazione a 300 mila euro l’anno, che secondo Luigi Di Maio dovrebbero essere altrettante “buone ragioni” per consigliargli di starsene buono e non rompere.

         Oltre che dal sondaggio di Mannheimer generosamente contraddetto dalla “tenuta” assegnatale a parole, la Schlein risulta in difficoltà anche per un certo malumore che va diffondendosi nel Pd per la sua riscoperta, diciamo così, di Matteo Renzi, non molto popolare nel partito da lui abbandonato nel 2019 dopo la sconfitta elettorale dell’anno precedente. Non parliamo poi dei dintorni del Nazareno.

Paolo Flores d’Arcais

         Senza volerla appendere al giudizio negativo appena espresso in una lunga intervista al Corriere della Sera da Ornella Vanoni, che potrebbe risultare sospetta per la nostalgia che ha manifestato dei compianti Bettino Craxi e Giulio Andreotti, conviene forse ricordare quanto ha detto qualche giorno fa della Schlein l’ormai ex direttore di Micromega Paolo Flores d’Arcais. Che di Craxi e Andreotti aveva scritto a suo tempo come di due filibustieri, non solo politici.

Dal Foglio

         “Qualche chiacchiera, ma nessuna azione politica. Non solo: spesso ascoltandola, si ha l’impressione di assistere a una performance dadaista. Di pessima qualità, sia chiaro. Aggira i problemi, i piedi in quattro scarpe”, ha detto testualmente Paolo Flores d’Arcais della Schlein parlandone al Foglio.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 14 settembre

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