La guerra di Conte alla Schlein dietro gli attacchi e i veti a Renzi

Da Libero

Alla luce di quanto è accaduto in Liguria, dove Giuseppe Conte è riuscito ad estromettere dalla campagna elettorale del cosiddetto campo largo dell’alternativa Matteo Renzi, per quanto questi avesse accettato di parteciparvi senza insegne ma solo con qualche candidato al nuovo Consiglio regionale, si può ragionevolmente sostenere che il presidente delle 5 Stelle, o di ciò che ne rimarrà dopo la rottura in corso col fondatore, garante, consulente Beppe Grillo,  più che da Renzi sia ossessionato dalla segretaria del Pd Elly Schlein. Alla cui elezione, come ha giustamente ricordato di recente la sondaggista Alessandra Ghisleri in una intervista, i pentastellati pur contribuirono in modo forse decisivo più di due anni fa partecipando alle primarie. E neppure da imbucati, perché esse erano aperte anche ai non iscritti per una norma dello statuto che aveva motivato a suo tempo il rifiuto del vecchio, saggio Emanuele Macaluso di aderire all’ultima “cosa” prodotta dalla trasformazione del suo Pci.

         Grazie a quelli che allora si potevano ancora considerare grillini e contiani nello stesso tempo, senza imbarazzi e contorsioni, la Schlein prevalse nella corsa al Nazareno su Stefano Bonaccini, già scelto dagli iscritti e costretto a ripiegare prima sulla presidenza del partito e poi sull’ancora più lontano Parlamento europeo.

         Viene da chiedersi adesso se Conte avesse personalmente voluto e condiviso davvero quel soccorso del suo “popolo” alla Schlein, pur apprezzata pubblicamente per il solo fatto di essere subentrata ad Enrico Letta. Col quale si era consumata attorno alle spoglie politiche del governo di Mario Draghi la rottura dei rapporti fra il Pd e il MoVimento 5 Stelle innaffiati per un paio d’anni da Goffredo Bettini: l’uomo abituato a sussurrare ai dirigenti della sinistra come ai cavalli e quasi convertitosi all’idea di Marco Travaglio che Conte fosse diventato nella storia d’Italia il migliore presidente del Consiglio dopo Camillo Benso conte di Cavour. Migliore di De Gasperi e persino di Massimo D’Alema, che è stato l’unico comunista, o post-comunista, approdato alla guida di un governo italiano con l’aiuto improvvisato, nel 1998, dell’imprevedibile, imprevedibilissimo Francesco Cossiga.

Matteo Renzi ed Elly Schlein…in partita

         Per sua fortuna, pari però alla sfortuna o alla delusione, o alla preoccupazione di Conte, la Schlein da segretaria del Pd è riuscita generalmente, salvo qualche battuta d’arresto o d’inversione, ad aumentare le distanze elettorali dalle 5 Stelle, cioè il vantaggio. E a prenotare la leadership di una pur improbabile alternativa al centrodestra a trazione meloniana, prima ancora che Matteo Renzi a sorpresa cominciasse a passarle la palla in una partita di calcio, ad abbracciarla davanti ai fotografi e a sostenerne, auspicarne e quant’altro la corsa a Palazzo Chigi.

Renzi e Conte insieme…in fotomontaggio

         Questa somma di circostanze elettorali e di palazzo -diciamo così per uscire dal campo da gioco di quella partita di beneficienza all’Aquila fra parlamentari e cantanti- hanno fatto perdere letteralmente la bussola a Conte. Che nell’offensiva ligure contro Renzi ha abbassato la guardia, si è disinibito e, di fatto prendendosela direttamente con la Schlein a Roma, ha avvertito, ammesso e quant’altro la paura di finire -ha detto- fra i “cespugli” del campo dell’alternativa. Che dev’essere per lui notoriamente più “giusto” che largo. E giusto significa che Conte debba trovarsi meglio di tutti gli altri e dire l’ultima, non la penultima parola.

         Messa la situazione in questi termini, che non mi sembrano francamente cervellotici, si supera anche la disputa ormai oziosa sugli aggettivi – largo,, larghissimo, stretto, strettissimo, minato, santo-  del campo dell’alternativa, sul quale Romano Prodi vorrebbe già vedere muoversi “il trattore” di un programma. L’immagine più appropriata mi sembra piuttosto quella di un palazzo con le solite liti condominiali. Ma soprattutto con crepe sempre più numerose e vistose, che ne evidenziano la instabilità. Un palazzo costruito su un terreno sismico senza rispettare le regole e le precauzioni del caso.

Più che resistere, questo edificio mi sembra destinato a crollare addosso a chi imprudentemente vi è già andato ad abitare. E non vi nasconde sotto, per carità, nessun arsenale come nei palazzi di Beirut e di Gaza. E’ un palazzo semplicemente a rischio di crollo naturale, non di abbattimento.

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Il clamoroso soccorso di Conte al centrodestra di Bucci in Liguria

Dal Dubbio

Marco Bucci, il sindaco di Genova che guida il centrodestra nelle elezioni regionali anticipate seguite alla caduta di Giovanni Toti dopo una lunga detenzione domiciliare, deve avere tirato un sospiro di sollievo per il no di Giuseppe Conte, subìto dal Pd, alla partecipazione dei renziani al campo largo del cosiddetto centrosinistra. Ora oggettivamente meno largo, anche se Matteo Renzi si è limitato a dichiararsi “fuori dalla campagna elettorale”, sapendo che non per questo potrà materialmente, politicamente giuridicamente tenere fuori dai seggi elettorali di fine mese gli elettori, pochi o molti che siano, della sua Italia Viva. Che nelle elezioni politiche di due anni fa prese, insieme con Azione di Carlo Calenda nel cosiddetto terzo polo, quasi il 7 e mezzo per cento dei voti.

Andrea Orlando

         Per quanto pochi, i voti renziani per ritorsione contro il trattamento ricevuto insieme da Conte e dal Pd, e dal candidato alla presidenza della regione ligure Andrea Orlando, potrebbero risultare decisivi a favore di Bucci. Che lo sa benissimo e si è subito attivato per attirarli, neppure dietro le quinte, sapendo che aveva già potuto contarvi nella seconda elezione a sindaco, nel 2022, quando già Renzi si era messo in proprio uscendo nel 2019 dal Pd.  

Marco Bucci e Giovanni Toti

         Il corteggiamento ora ancora più possibile dei voti dei renziani frustrati dal trattamento ricevuto dalla sinistra, dove già molti di loro forse si erano trovati a disagio nei pochi mesi trascorsi dalla decisione del loro leader di affacciarsi, diciamo così, al campo largo dell’alternativa, serve a Bucci anche per fronteggiare i danni in qualche modo procuratigli sul versante del centrodestra da Giovanni Toti patteggiando con la Procura di Genova per “corruzione impropria” due anni e un mese di lavori socialmente utili, altrettanti di interdizione dai pubblici uffici e la confisca di 84 mila euro e rotti di finanziamento elettorale ricevuto da privati. Cui se ne potrebbero aggiungere altri per accertamenti eseguiti dagli inquirenti dopo gli accordi con l’accusa da sottoporre all’esame del giudice.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

         Una mano a Bucci, dichiaratamente sorpreso -non credo con soddisfazione- dalla decisione di Toti di patteggiare, piuttosto che lasciarsi processare secondo le iniziali reazioni al suo arresto, ha appena cercato di dargliela il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che in un’intervista al Giornale, dedicata anche ad altri temi, si è chiesto proprio a proposito di Toti e della sua rinuncia al processo, “perché i magistrati abbiano accettato un patteggiamento su un reato minore, dopo anni di intercettazioni- complesse e temo assai costose- che ritengo siano state chieste e autorizzate per reati ben più gravi”. Una domanda, quella di Nordio, doppia di valore per il suo ruolo attuale di ministro della Giustizia e passato di magistrato d’accusa.

         Per quanto ora edulcorato, ripeto, da un intervento così autorevole come quello di Nordio, il patteggiamento di Toti è pesato e pesa sulla campagna elettorale di Bucci, non foss’altro per gli spunti polemici offerti all’antagonista del sindaco di Genova, Orlando, già ministro della Giustizia pure lui. Spunti polemici dai quali Bucci era stato in qualche modo protetto, al momento della candidatura, dal segretario di Forza Italia Antonio Tajani. Che aveva parlato in una intervista in redazione al Secolo XIX ligure di un’”era Toti” ormai alle spalle. Tanto alle spalle da fare ritenere forse improbabile, anche dopo l’esaurimento dell’interdizione dai pubblici uffici patteggiata con l’accusa, un ritorno alla politica dell’ex governatore. Che non a caso è già tornato alla sua professione giornalistica come assiduo editorialista, almeno per ora, del Giornale delle famiglie Angelucci e Berlusconi, in ordine sia alfabetico sia di partecipazione alla proprietà del quotidiano fondato 50 anni fa da Indro Montanelli.

Pubblicato sul Dubbio

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Fra il rosso e nero, vero o presunto, dell’Italia in cui ci tocca vivere

Da Repubblica

         Se anche l’Austria, come già altri paesi e regioni d’Europa, “si tinge di nero”, come ha titolato Repubblica commentando i risultati elettorali che ne hanno appena premiato l’estrema destra, per quanto questa non riuscirà probabilmente a governare neppure a Vienna per il cordone sanitario, diciamo così, perseguito o annunciato dagli altri partiti, tutti sorpassati, l’Italia delle piazze e delle bacheche social si tinge di rosso pur avendo al governo la destra di cui dispone, fortunatamente conservatrice piuttosto che estremista. Un rosso di tonalità vergogna, diciamo così.

Nelle strade di Milano

         Allo spettacolo di Milano, rimasto impunito, dei soliti manifestanti filo-palestinesi con cartelli contro la senatrice a  vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah e liquidata politicamente come “spia sionista”, è seguito quello più generale, fra giornali stampati e siti elettronici, contro le Poste -che spero non vengano assaltate da qualche parte- per avere emesso un francobollo celebrativo di Silvio Berlusconi nell’ottantottesimo compleanno,  mancato, a poco più di un anno dalla morte e dai funerali di Stato che gli spettavano. Ai quali partecipò per primo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

         Si tratta dello stesso Berlusconi -il padre, non i figli- che da una certa parte politica viene da qualche tempo quasi rimpianto, contrapposto in commenti, analisi e saggi alla donna -Giorgia Meloni- che ne ha preso il posto alla guida del centrodestra, strappandoglielo non con qualche congiura di palazzo ma in libere elezioni svoltesi quando egli era ancora vivo. E probabilmente non ne rimase neppure lui tanto contento, sorpreso anche a scriverne criticamente sul suo banco al Senato, ma accettò democraticamente e lealmente l’esito del voto.

Da Libero

         Ora di fronte al francobollo fresco di stampa in 350 mila copie si è levato l’invito, fra l’altro, a “sputarlo di dietro e davanti”: di dietro per attaccarlo su una busta e davanti per sfregiare la memoria di Berlusconi pregiudicato, erotomane, corruttore, piduista e via sgranando la corona delle invettive dei suoi avversari in vita e, vedo, anche in morte. Fra i quali ha voluto arruolarsi anche il sindaco di Milano Beppe Sala contestando in tribunale -e dove sennò? viene spontaneo chiedersi- la decisione presa in sede politica e amministrativa di intestargli l’aeroporto internazionale di Malpensa.

         Ma in che razza di Paese -viene di nuovo spontaneo chiedersi- ci tocca di vivere?  Muniti di una cittadinanza che forse meritiamo meno di quelli che, venuti da fuori e a volte persino nati qui, cresciuti nelle nostre scuole, pratici dei nostri dialetti, non possono neppure chiederla. O se la vedono comunque negata anche perché non contemplata nel programma del governo in carica. Che pure non è la Bibbia.  

Il “fuori” amletico di Matteo Renzi dalla campagna elettorale in Liguria

Dal Secolo XIX

         Rifiutato da Giuseppe Conte nella coalizione ligure contro il centrodestra guidato dal sindaco di Genova Marco Bucci, dopo la fine dell’”era Toti” secondo una definizione di Antonio Tajani non proprio esaltante per l’ex governatore della regione, Matteo Renzi si è limitato a dichiararsi “fuori dalla campagna elettorale”. E ad augurare amleticamente ai liguri la vittoria, indifferentemente, del “migliore o peggiore” dei due candidati alla presidenza.

Elly Schlein

Fuori dalla campagna elettorale – ha precisato Renzi- anche per ragioni di tempo, essendo scaduti i termini per la presentazione di una lista terzopolista, ammesso e non concesso ch’egli avesse voluto davvero allestirla finendo col rompere così, o quanto meno distanziarsi anche dal Pd di Elly Schlein. Che sembra essere invece rimasto nei suoi progetti di alleanza per l’alternativa al centrodestra a livello nazionale. Sembra- ripeto- perché con l’ex presidente del Consiglio non è mai detta l’ultima parola, ma solo la penultima.

Giuseppe Conte

Rimanere tuttavia fuori dalla campagna elettorale non può significare dire che gli elettori liguri di Renzi dovranno tenersi fuori dai seggi per non partecipare al voto. Andandovi essi potrebbero risultare decisivi per il risultato, anche con l’uno o il due per cento attribuito ai renziani da un avarissimo Conte.

Andrea Orlando

Nelle elezioni politiche di due anni fa Renzi si contò in Liguria con Carlo Calenda conseguendo il 7,4 per cento dei voti. Basterebbe un terzo di quei voti per concretizzare il condizionamento del risultato in una partita alquanto incerta. Nella quale non a caso Orlando ha esitato prima di impegnarsi nella sfida. E neppure lui ha avuto probabilmente il tempo di disimpegnarsi quando ha visto il suo cosiddetto campo largo restringersi per il veto posto da Conte ai candidati di Renzi troppo qualificati, per lui, al Consiglio regionale.

Vedremo fra meno di un mese chi sarà il migliore o peggiore premiato nella corsa al governatorato della Liguria. Certo è che Conte si è liberato di Renzi ma metaforicamente non del suo fantasma vivente come un ossimoro. Che lo perseguita almeno dal 2021, quando riuscì a fargli perdere, a vantaggio di Mario Draghi, Palazzo Chigi. Dove nel 2019 gli aveva invece permesso di restare cambiando maggioranza dopo la crisi del suo primo governo, realizzato con la Lega rappresentata da Matteo Salvini come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.   

Il capo di Herzobollah eliminato a Beirut

“Nulla di personale”, ha detto Conte contestando la partecipazione dei renziani e restringendo il campo dell’alternativa in Liguria. Ed è tornato a sostenere che il senatore di Scandicci fa più perdere che guadagnare voti agli alleati. Nulla di personale davvero? O quasi? Come nei riguardi di Beppe Grillo, col quale Conte sta giocando  sotto le cinque stelle la partita dell’ultima scissione. Nell’immaginario di Conte temo che a Renzi manchi solo la barba, e la fine, di Nasrallah a Beirut.    La barba invece ce l’ha Grillo, pur non ordinata come quella dell’estinto capo di Herzbollah.

Il campo largo, ormai, delle macerie in Liguria e oltre….

Da Repubblica

         All’”autunno del disincanto” di cui si è occupato su Repubblica Massimo Giannini scrivendo delle guerre e di come se ne stia occupando il governo italiano -naturalmente male, anzi malissimo secondo lui- appartiene anche, nel suo piccolo, la crisi del cosiddetto campo largo dell’alternativa su cui tanto avevano scommesso e sperato nel giornale che fu di Eugenio Scalfari.

Dal Fatto Quotidiano

         Dopo avere rifiutato di seguire Elly Schlein nell’”asilo Aventino”, come Marco Travaglio sul Fatto ha definito con sarcasmo il ritiro del Pd dalle Camere        che hanno concorso al rinnovo del Consiglio d’amministrazione della Rai, Giuseppe Conte ha praticato sfasciato il laboratorio ligure del campo largo rifiutando la partecipazione, per quanto defilata, di Matteo Renzi. E ne ha spiegato le ragioni in una intervista al Corriere della Sera in cui reclama “credibilità” per le alleanze che vengono proposte al suo pur malridotto movimento 5 Stelle, spinto verso la scissione dallo stesso fondatore e tuttora “garante” Beppe Grillo, per quanto a contratto come consulente addirittura  della comunicazione.

La vignetta del Secolo XIX

         Sullo storico giornale di Genova Il Secolo XIX il vignettista Stefano Rolli ha impietosamente tradotto la situazione del campo largo dell’alternativa in Liguria, dopo lo scontro sulla partecipazione dei renziani, a quella del laboratorio cinese famoso per avere forse generato il covid.

         Chi sia destinato ad uscire peggio dall’avventura ligure prodotta -non dimentichiamolo- dalla crisi praticamente imposta dalla magistratura arrestando per corruzione l’allora governatore della regione Giovanni Toti dopo circa quattro anni di intercettazioni- lo vedremo fra un mese. Con i risultati delle elezioni  nelle quali si sono proposti alla presidenza della regione l’ex ministro piddino Andrea Orlando e il sindaco di Genova Marco Bucci, chiamato dal centrodestra ad aprire una nuova “era”, come l’ha chiamata il segretario forzista Antonio Tajani chiudendo a doppia mandata quella dell’ex governatore, oltre che ex compagno di partito. Che al processo ha notoriamente preferito, a sorpresa, un patteggiamento per corruzione declassata a “impropria”, con due anni e un mese di lavori socialmente utili e di interdizione dai pubblici uffici, e la confisca di un’ottantina di milioni di euro di finanziamenti elettorali ottenuti da privati.

Dal Riformista

         I renziani potrebbero rivelarsi decisivi nelle urne come elettori nella veste dei rifiutati.  Ma intanto Renzi per avere tentato la partecipazione al campo largo ligure , e per continuare ad aspirare a quello nazionale pur ormai improbabile, si è guadagnato dall’amico Claudio Velardi, succedutogli alla direzione del Riformista, la qualifica del “pifferaio magico” del famoso cartone animato del 1933.

Conte e la Schlein separati duramente dalla Rai e dintorni

Dal Dubbio

Si sa, e da molto tempo si canta pure giocosamente, che “la Rai è sempre la Rai”. Specchio dell’Italia e della sua politica, direi senza volere necessariamente criticare l’una e l’altra. Lo specchio è uno specchio. Non serve sputargli addosso o romperlo se ciò che riflette non è condiviso. O semplicemente non piace, o non piace più.  E neppure sottrarsi politicamente all’obbligo di gestire un’azienda pubblica, qual è appunto la Rai, quando la legge che la disciplina ha smesso di piacere, se ne reclama un’altra, anche in sede europea, e nel frattempo si pratica la diserzione dal lavoro imposto dalle norme in vigore, per quanto sporco esso possa essere avvertito, peraltro dopo averlo svolto a lungo senza sofferenza, almeno visibile e soprattutto sincera.

Anche a costo di scandalizzarvi, debbo quindi non dico solidarizzare, ma quasi, con la sinistra radicale Avs e con Giuseppe Conte che hanno partecipato alle votazioni parlamentari per il rinnovo del Consiglio di amministrazione di viale Mazzini, piuttosto che col Pd di Elly Schlein e con la ex coppia politica Matteo Renzi-Carlo Calenda nella pratica, peraltro storicamente sfortunata, dell’Aventino. Cioè del ritiro. Che -detto e scritto neppure tanto tra parentesi- non significa ritiro totale dalla gestione politica della Rai perché nelle dimensioni e caratteristiche ch’essa ha assunte si può contribuire in modo non trasparente stando anche fuori dal Consiglio d’amministrazione.

Dal Riformista

Con la sagacia del collega, ma anche con l’esperienza accumulata quando era fra i collaboratori, e i più stretti, del politicissimo Massimo D’Alema a Palazzo Chigi e dintorni, Claudio Velardi ha tanto sarcasticamente quanto giustamente dato sul suo Riformista della “furbetta del quartierino (Mazzini)” alla segretaria aventiniana, in questa occasione, del Pd. Il riferimento alla vicenda giudiziaria di Stefano Ricucci e della rocambolesca scalata persino al Corriere della Sera non è gradevole, certo. Ma il sarcasmo, ripeto, ha una sua pertinenza.

La lottizzazione della Rai, entrata nella letteratura politica come il fattore K di Alberto Ronchey ai tempi del Pci e, più in generale, del comunismo ancora protetto dal muro di Berlino, è un fenomeno in qualche modo autoproduttivo, o autoprodotto, a prescindere non solo dal Consiglio d’amministrazione di turno, e dalla dirigenza collaterale, ma persino delle segreterie politiche dei partiti.

Non vorrei mancare di rispetto ai colleghi che li lavorano o vi hanno lavorato, com’è capitato anche a me negli anni Ottanta conservandone peraltro un ottimo ricordo, ma alla Rai i giornalisti  spesso si lottizzano da soli, senza il concorso dei partiti. Anzi, a volte a sorpresa e a dispetto dei partiti cui essi si trovano assegnati o iscritti d’ufficio.

Ma più che per i riflessi giornalistici, la vicenda di questo rinnovo del Consiglio d’amministrazione della Rai vale politicamente per l’esplosione che ha provocato del cosiddetto campo largo, e minato, dell’alternativa al governo Meloni. Che si è paradossalmente diviso fra l’utopia, se non la vogliamo chiamare ipocrisia, di una sinistra moderata come quella che verrebbe voglia di chiamare così perché composta dal Pd e dai sorprendentemente uniti Renzi e Calenda, e il realismo di una sinistra radicale. Come dovrebbe o potrebbe apparire quella che comprende le 5 stelle di Giuseppe Conte, o quel che rimarrà dopo la crisi che attraversa quel movimento, i nominalmente socialisti di Nicola Fratoianni e i verdi di Angelo Bonelli.

Conte e Schlein l’ultima volta insieme

E’ una sinistra radicale, quest’ultima, che si è ritrovata sulla Rai all’insegna, ripeto, del realismo, più che dell’opportunismo ad essa rimproverata per essersi guadagnata due seggi nel nuovo Consiglio d’amministrazione. Ma essa si ritrova sistematicamente nel Parlamento europeo all’insegna di un pacifismo per me utopistico, cioè irrealistico, di fronte ad una guerra come quella in Ucraina. Della quale si riconosce a parole la responsabilità originaria della Russia, con l’invasione delle terre limitrofe due anni e mezzo fa, ma non se ne accettano tutte le conseguenze. Fra le quali, a mio modestissimo avviso, che so bene non essere condiviso da tanti, c’è anche il diritto rivendicato dagli ucraini di colpire pure la basi russe dalle quali partono gli attacchi ai loro territori e alle loro popolazioni, e non solo di abbattere i missili di Putin prima che arrivino a destinazione.

Pubblicato sul Dubbio

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Finiscono spaccate sotto il cavallo della Rai le opposizioni al governo Meloni

Dal manifesto

Il pur imponente ma morente cavallo bronzeo di Francesco Messina davanti alla sede nazionale della Rai ha travolto quella che doveva essere l’alleanza per l’alternativa al governo Meloni: il famoso campo largo esteso nella immaginazione dalla Schlein a Conte, da Renzi a Fratoianni, da Calenda a Bonelli. Dal rinnovo del Consiglio d’amministrazione dell’azienda radiotelevisiva di Stato è uscito piuttosto il “controcampo” del felice titolo del manifesto.

Dal Foglio

         Di largo è rimasto solo “il solco”, come ha titolato Il Foglio, creatosi in quel campo con la rottura fra la Schlein, Renzi e Calenda da una parte e Conte, Fratoianni e Bonelli dall’altra. I primi ritiratisi metaforicamente sull’Aventino, già sfortunato di suo nella storia, per non partecipare alla spartizione dei posti -oggi nel Consiglio d’amministrazione e domani nei piani sottostanti della Rai- e gli altri corsi alle votazioni parlamentari per prendersi la loro rappresentanza, in una lottizzazione che poi si diramerà nelle testate giornalistiche e nelle postazioni amministrative.

Il tabellone della Camera

         Schlein è comparsa nel tabellone della Camera solo per la sua assenza digitata rigorosamemte in rosso. Conte ha votato regolarmente per confermare nel nuovo Consiglio d’amministrazione il “suo” fidato avvocato Di Maio, da non confondere naturalmente con l’omonimo ex presidente delle 5 Stelle, ex vice presidente del Consiglio, ex ministro andatosene dal movimento e oggi di casa tra il Golfo Persico, Bruxelles e New York per conto dell’Unione Europea.

Dal Corriere della Sera

         “Un idillio già finito”, ha scritto della Schlein e di Conte sul Corriere della Sera Roberto Gressi. Ma è davvero mai esistito?, ci sarebbe da chiedersi, nonostante le tante fotografie che li hanno ripresi festosamemte insieme, l’ultima bevendo birra. E nonostante gli accordi locali dai quali Conte è riuscito a strappare alla segretaria del Pd anche la prima e unica regione guidata da un grillino, o come altro si debba o possa chiamare nel casino, a dir poco, che è scoppiato nel movimento con lo scontro diretto, a base  anche di posta elettronica certificata e carte quasi bollate, fra gli stessi Conte e Grillo. Alludevo naturalmente alla Sardegna, la cui presidente è la pentastellata Alessandra Todde.

Conte vota a Montecitorio

         La Rai, e i suoi risvolti di potere, vecchi quanto la storia dell’azienda, non certo creati dalla destra rapace di Giorgia Meloni attaccata dalle opposizioni, non sono l’unico motivo di contrasto nel cosiddetto o fantomatico ormai ex campo largo, fra una sinistra più o meno moderata-  ravvisabile almeno in una parte del Pd, in Renzi e in Calenda rigorosamente separati e litigiosi per incompatibilità di carattere, diciamo così- e una sinistra radicale ravvisabile in Conte, nei socialisti -nominalmente- di Fratoianni e nei verdi di Bonelli. Una sinistra radicale con la quale Conte si è apparentato non a caso nel Parlamento europeo, votando insieme sulla politica estera e le guerre alle porte, a dir poco, dell’Europa. Se non ormai nei suoi stessi confini.

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Se un cronista politico ringiovanisce con l’elisir di Elly Schlein…

Dalla prima pagina del Foglio di ieri

E’ bello, anzi bellissimo ringiovanire senza una cura, e neppure un miracolo, ma semplicemente leggendo un articolo. Come quello sul Pd di Simone Canettieri  ieri sul Foglio. Che mi ha riportato indietro di 50 anni, quando scrivevo pezzi analoghi sulla Democrazia Cristiana alla cui guida era tornato da un anno Amintore Fanfani deponendo il suo ex delfino Arnaldo Forlani. Ne scrivevo sul Giornale elencando le correnti, sottocorrenti e simili. E facendo divertire un mondo Indro Montanelli, che- bontà sua- mi promosse, anche nella corrispondenza con i lettori, a specialista dello scudo crociato. “Eurologo”, mi chiamava. Dall’ Eur, dove c’era la sede nazionale della Dc, anche se i segretari e altri dirigenti preferivano continuare a lavorare in Piazza del Gesù, a mezza strada fra Piazza Venezia e Piazza Navona.

La mappa delle correnti democristiane variava continuamente. Bastavano soffi o postumi di crisi di governo, sempre dietro l’angolo delle cronache politiche, per determinare il passaggio di qualcuno da una corrente all’altra. O la creazione di nuove. E ogni segretario, anche il mitico Fanfani, di cui era leggendario il polso, doveva fare e aggiornare i conti.

La prima pagina del primo numero del Giornale

Proprio su uno di quei passaggi Montanelli in persona titolò la mia corrispondenza da Roma sul primo numero del Giornale: “Fanfani conta amici e nemici”. Egli aveva appena perso, poveretto, il referendum contro il divorzio, prudentemente evitato da Forlani nel 1972 con un rinvio propiziato da elezioni anticipate e affrontato invece da Fanfani nel 1974 con la solita baldanza. Il segretario democristiano non saltò subito come il tappo dalla famosa bottiglia di champagne  nella vignetta divorzista di Giorgio Forattini su Paese sera ma era destinato a durare ancora per poco. L’anno dopo sarebbe stato sostituito da Benigno Zaccagnini sotto la regia, la protezione e quant’altro di Aldo Moro: l’altro “cavallo di razza” del partito, oltre a Fanfani, nella storica definizione di Carlo Donat-Cattin.

Ma sono andato e rimasto troppo indietro negli anni. Torniamo ai giorni nostri. E al buon Canettieri, che ha contato nel Pd di Elly Schlein ben 11 correnti, o anime. O animelle. Fra le quali la segretaria deve muoversi guardandosene come i segretari di un tempo della Dc. Dei cui sopravvissuti il Pd ha raccolto una parte, credo minoritaria rispetto ai provenienti dal Pci.

Dal Foglio di ieri

Undici correnti sono tante. Chissà perché indicate nel titolo del Foglio in “quasi una squadra di calcio”. Non sono undici i componenti di una squadra, appunto, di calcio? Forse il titolista aspettava e aspetta l’arrivo delle riserve in panchina. Non sarà, credo, un’attesa lunga considerando le complicazioni che sta procurando alla segretaria del Pd l’inseguimento del cosiddetto “campo largo” dell’alternativa al governo di Giorgia Meloni. L’alternativa che “non c’è”, come ha recentemente ammesso, sconsolato, Romano Prodi pur sollecitando la Schlein a salire lo stesso sul “trattore” di un programma.  

Ciò che non sapete del generale dalla Chiesa, del figlio, di Andreotti e altro

Da Libero

  Nella polemica sulla vicenda, già sgradevole in sé per la sua arbitrarietà, del presunto favore che la mafia, anche secondo la figlia Rita, avrebbe voluto fare a Giulio Andreotti uccidendo il generale e prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa il 3 settembre 1982, mi ha sorpreso e infastidito l’eccesso di scrupolo nella pur doverosa difesa di Andreotti in cui sono incorsi familiari e amici.

Nando dalla Chiesa

         Per provare i buoni rapporti fra il generale e l’allora ex presidente del Consiglio, e smontare quindi il teorema di un loro conflitto nella lotta alla mafia per il coinvolgimento della corrente andreottiana in Sicilia -se non di Andreotti in persona-  in quella potente organizzazione criminale, si è detto e si è scritto, fra interviste televisive e rievocazioni giornalistiche, di uno sfogo di Carlo Alberto dalla Chiesa con l’autorevole esponente politico su simpatie, militanze politiche  e quant’altro del figlio Nando. Che allora aveva già più di 30 anni. Oggi ne ha 74, si gode la meritata pensione maturata come professore universitario e interviene con saggi e articoli sull’attualità politica e sociale da posizioni dichiaratamente e orgogliosamente di sinistra, conformemente anche alla sua esperienza parlamentare e di governo, essendo stato sottosegretario al Ministero dell’Università e della ricerca nel secondo governo di Romano Prodi, dal 2006 al 2008.

Il 3 settembre 1982 in via Carini, a Palermo

         A leggere e sentire certe rievocazioni delle preoccupazioni confidate dal generale dalla Chiesa ad Andreotti sul figlio si potrebbe essere indotti nell’errore di considerarle ancora presenti quando il padre fu vittima, con la seconda giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, dell’agguato mafioso a Palermo, in via Carini. Dove prima ancora della targa che ricorda ancora l’eccidio venne scritto su un cartello fortunatamente smentito dai fatti che “qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.

Giulio Andreotti negli anni 80

         Il generale morì sicuramente fra molti crucci, anche per i suoi rapporti col governo allora presieduto non da Andreotti ma da Giovanni Spadolini. Dal quale il prefetto si aspettava i maggiori poteri che aveva chiesto. E che peraltro gli erano stati privatamente suggeriti proprio da Andreotti, pur dissentendo dal ruolo di prefetto che il generale aveva deciso di accettare su proposta dell’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni.

         Nell’estate del 1982, due mesi prima della sua tragica fine, intervistai il generale per la seconda rete televisiva della Rai sulla estensione alla lotta alla mafia degli incentivi sperimentati col pentimento nella lotta al terrorismo proprio dal generale, che l’aveva condotta con efficacia già allora leggendaria.

         Negli incontri confidenziali, tra la Prefettura e la sua abitazione palermitana, prima della registrazione dell’intervista il generale parlò anche a me del figlio Nando, ma per niente preoccupato. Sollevato, anzi, dalla scelta comunicatagli da Nando di rimanere sì a sinistra, dove da giovanissimo si era già orientato su posizioni più spinte, ma stabilizzandosi nel Pci. Di cui il giornale mi parlava come di “un partito d’ordine” per la prova ricevutane nella lotta al terrorismo. Che, pur rintracciabile nel famoso “album di famiglia” del comunismo evocato onestamente sul manifesto da Rosanna Rossanda leggendo i comunicati del sequestro di Aldo Moro, era diventato il nemico del Pci imborghesito, dicevano le brigate rosse, dal segretario Enrico Berlinguer, dal disegno del “compromesso storico” con la Dc e dalle sue varianti, qual era stata fra il 1976 e l’inizio del 1979, la “solidarietà nazionale”.

Sandro Pertini e Bettino Craxi

         In     quei colloqui confidenziali il generale mi parlò anche della volta in cui, chiusa la fase proprio della solidarietà nazionale, egli era arrivato ad un palmo dal governo. Mi confermò, in particolare, con qualche particolare in più, quel che già era trapelato dopo il conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio a Bettino Craxi da parte del presidente della Repubblica Sandro Pertini, all’indomani delle elezioni anticipate seguite al ritiro del Pci dalla maggioranza.

Il leader socialista, bloccato sulla soglia di Palazzo Chigi con un voto contrario della direzione democristiana contestato con l’astensione solo da Arnaldo Forlani, aveva anticipato al generale la proposta di ministro dell’Interno se gli fosse riuscito il tentativo di formare il governo. E gli aveva anche confidato di averne già parlato a Pertini trovandolo d’accordo.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 29 settembre

Le foto galeotte della trasferta americana della premier italiana

Giorgia Meloni all’Onu

         Quella foto fresca ancora di scatto e di stampa dell’incontro visibilmente cordiale negli Stati Uniti col presidente Zelensky, simile peraltro a quelle di tanti altri avuti dai due in occasioni precedenti, anche in Italia, è la smentita più plastica, direi, alla rappresentazione mediatica e politica della premier italiana Giorgia Meloni in ritirata dalla posizione di sostegno politico, militare ed economico all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin. Una rappresentazione derivata anche dal pasticcio -come l’ha definito Angelo Panebianco sul Corriere della Sera– delle votazioni sul sostegno, appunto, all’Ucraina svoltesi recentemente al Parlamento europeo. Dove i deputati riconducibili anche ai partiti di governo in Italia, e non solo quelli delle opposizioni, hanno votato contraddicendosi come ubriachi. Molti di essi hanno votato contro il paragrafo che autorizza l’uso ucraino delle armi occidentali anche in territorio russo e poi a favore del documento che lo conteneva.

Meloni all’Atlantic Council

         Se non vogliamo scambiare Zelensky e Meloni, o viceversa, per la coppia del famosissimo film del “portiere di notte”, in cui vittima e aguzzino si desiderano alla follia, quella foto conferma quanto la premier italiana ha detto ricevendo proprio nella sua trasferta americana il premio dell’Atlantic Council dalle mani, da lei stessa preferite, di Elon Musk. “In un tempo dominato dal caos -ha ribadito la premier- l’Italia con fermezza è schierata accanato a chi difende la propria libertà e la propria sovranità non solo perché è giusto farlo, ma anche perché è nell’interesse dell’Italia e dell’Occidente impedire un futuro nel quale prevalga la legge del più forte”.

Meloni e Musk

         Anche la foto, o soprattutto quella, con Musk è emblematica della trasferta americana della Meloni in occasione della 79.ma assemblea generale delle Nazioni Unite. Di Musk, definito dalla Meloni un “prezioso genio”, non piacciono alle sinistre i tanti soldi che guadagna, e gli rimangono dopo averne dati all’ex presidente americano Donald Trump in corsa per tornare alla Casa Bianca, le abitudini di vita e naturalmente le idee generalmente definite di destra, anche trasgressiva.

La vignetta del Foglio

         Ispiratone direttamente, o attraverso le rappresentazioni mediatiche, il vignettista del Foglio si è divertito a riproporre la coppia della cerimonia della consegna del premio dell’Atlantic Council che sogna in una vignetta di sbarcare un giorno su Marte, visto che Musk ha i soldi e persino i mezzi per arrivarvi, portandovi il “fascismo”. Il vignettista del giornale fondato da Giuliano Ferrara ha peraltro scelto da tempo una firma -Makkox- che assomiglia un po’ al cognome vero del “genio” promosso dalla Meloni.

Biden e Meloni

         Dell’album della trasferita americana della premier italiana fa parte infine una foto della premier, con lo stesso abito dell’abbraccio di Zelensky, col presidente americano Joe Biden. Dal quale cronache e retroscena hanno invece rappresentato la Meloni in fuga. Ah, quanto riescono ad essere galeotte le foto.

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