I caduti poco eroici della lunga rincorsa politica al centro

Dal Foglio di ieri

Sembra surreale ma è realissima la vicenda implosa, più che esplosa, del direttore ora dimissionario dell’Agenzia delle Entrate Enrico Maria Ruffini. Che ha deciso di uscirne, contestando peraltro con un anno e mezzo di ritardo un’accusa della premier Giorgia Meloni al fisco che può diventare “pizzo di Stato”, mentre montava sul piano mediatico una campagna per farne prima un attore e poi un federatore delle aree centrali della pur improbabile coalizione alternativa al governo in carica.

Io stesso mi sono preso una pausa prima di decidermi a graffiare l’argomento per capirne di più, pur avendo modestamente una certa esperienza di racconto e di analisi delle vicende politiche italiane nelle ormai diverse fasi della Repubblica.  Se non vogliamo promuoverle e al tempo stesso limitarle alle due edizioni che prevalgono nelle rappresentazioni giornalistiche: prima e dopo il passaggio dal sistema elettorale proporzionale a quello misto di proporzionale e maggioritario. O prima e dopo il ribaltamento dei rapporti fra politica e giustizia, o magistratura, intervenuto con le inchieste giudiziarie di una trentina d’anni fa sul finanziamento generalmente illegale dei partiti. Un ribaltamento in qualche modo certificato dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte, in terra tunisina, del marito travolto più di tutti gli altri da quelle indagini. E dai processi che ne seguirono fra piazze e tribunali.

Il compianto Attilio Ruffini

Enrico Maria Ruffini, peraltro figlio del compianto e mio carissimo amico Attilio, più volte ministro democristiano, anche della Difesa, oltre che nipote di un cardinale di Santa Romana Chiesa per 22 anni arcivescovo di Palermo, dal 1945 al 1967, da potenziale o aspirante federatore o leader del Centro, con la maiuscola, di una coalizione proiettata a sinistra ha finito per diventarne una vittima. Che non sarebbe la prima, e probabilmente neppure l’ultima, non apparendomi francamente solide più di tanto le carte attribuite, a torto o a ragione, col consenso o all’insaputa degli interessati, al sindaco di Milano Giuseppe Sala, all’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni ed altri che non sto qui ad elencare per motivi quanto meno scaramantici per loro.

Il presidente francese Emmanuel Macron

Gran disegno quello del Centro, sempre con la maiuscola, anche a sinistra come a destra, dove lo spazio è conteso tra Forza Italia di Antonio Tajani e l’apparente appendice di Noi moderati di Maurizio Lupi, in un sistema elettorale antitetico alla sua esistenza perché basato sul fatto di dover essere o di qua o di là, o da una parte o dall’altra. “Vasto programma”, diceva la buonanima del generale e presidente Charles De Gaulle in Francia. E sarà prima o dopo costretto a ripetere a Parigi l’attuale inquilino dell’Eliseo Emmanuel Macron, ostinato nella resistenza ai cambiamenti di umori dell’elettorato pur dopo averne incautamente promosso anticipatamente la verifica.    

Ripreso da http://www.startmag.it

Se neppure il Vangelo è rispettoso della sacralità della magistratura

Giuseppe Santalucia

         C.1657 non è la sigla di un cacciabombardiere o di un missile intercettato da Giuseppe Santalucia dalla sua postazione di presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, in vigilanza continua dell’autonomia, indipendenza, sovranità, onorabilità e quant’altro delle toghe italiane. E’ solo il numero assegnato negli uffici competenti ad una proposta di legge della deputata leghista Ingrid Bisa, di Asolo, 46 anni, avvocato di professione. Che con altri colleghi di partiti anche diversi dal suo, fra cui il renziano Davide Faraone, vorrebbe che fosse dedicata una giornata alla “memoria -testuale- delle vittime di errori giudiziari”. Come ce ne sono per le vittime del terrorismo ed altro, in un elenco di una sessantina di titoli.

         Per ragioni di riguardo verso la magistratura, mai abbastanza rispettata però secondo chi ne reclama la sacralità, nell’abitudine consolidata di accorciare al massimo i titoli anche delle leggi si è preferito chiamare sui giornali e nel dibattito politico la celebrazione proposta dalla Bisa “giornata delle vittime della malagiustizia”, anziché della giustizia tout court. Cone si chiamano vittime della strada quelle degli incidenti automobilistici, o dell’aria quelle degli incidenti aerei, o del lavoro quelle nei cantieri, della sanità quelle degli incidenti sanitari e via dicendo. Anche Gesù nel discorso delle Beatitudini riportato nel vangelo di Matteo promosse a beati, appunto, “i perseguitati per causa della giustizia” promettendo loro il compensativo “regno dei cieli”.

         Personalmente, non sentendomi vincolato ad alcuna formula farisaica, specie poi se reclamata con poco o nessun riguardo dagli interessati avvolti nella loro presunzione di superiorità morale, continuerò a scrivere di questa giornata sinteticamente come di quella delle vittime della giustizia, se mai davvero la deputata leghista e i suoi colleghi riuscissero a fare approvare la loro proposta in entrambi i rami del Parlamento, a farla promulgare fra le prevedibili proteste dell’associazione nazionale dei magistrati e farla sopravvivere ad un referendum abrogativo. Che verrà, probabilmente anch’esso, tentato per difendere il buon nome della magistratura così maldestramente minacciato dalla solita politica dei peggiori istinti o abitudini.  

Gaia Tortora

         Naturalmente condivido in pieno il sentimento di “pena” espresso severamente dalla figlia di Enzo Tortora, Gaia, e collega giornalista, per l’astensione adottata nella Commissione Giustizia della Camera dai parlamentari del Pd di Elly Schlein recependo le preoccupazioni e le critiche del presidente dell’associazione nazionale dei magistrati. E magari deludendolo per il mancato voto dichiaratamente contrario.  Una pena pari solo all’indignazione che merita il ricordo della tragedia di Enzo Tortora, arrestato ingiustamente per camorra il 17 giugno 1983, esibito in catene e morto di un tumore non estraneo alla sua disavventura giudiziaria. Un 17 giugno che dovrebbe servire ogni anno a ricordare anche lui.      

Tutti i paradossi politici della premier Giorgia Meloni e dei suoi avversari

Dal Dubbio

Più crescono le quotazioni internazionali della premier Giorgia Meloni, la leader “più forte in Europa” secondo Politico.eu anche per la “stabilità” del   suo governo, più aumentano paradossalmente i problemi interni. Che nascono spesso non tanto dalle opposizioni, deboli proprio per il plurale con cui bisogna continuare a scriverne, quanto dalla stessa maggioranza attraversata da quelle che la Meloni ha definito “schermaglie”, per ridurne portata e significato. Ma esse fanno obbiettivamente troppo rumore, a dir poco, per essere davvero archiviate con quel termine.

Sergio Mattarella

         Lo penso e lo scrivo pur al netto delle dosi eccessive di fantasia che trovo tra cronache e retroscena giornalistici, che mi appaiono spesso finalizzati più ad alimentare zizzania o ambizioni del bosco e sottobosco politico che ad informare. Mancano ancora più di quattro anni alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella al Quirinale, per esempio, e già si scrive e si fantastica di trame, o simili, per delinearne il successore. Accadeva anche nella cosiddetta prima Repubblica, dove però c’erano partiti solidi che si potevano permettere campagne così lunghe.

         Alle schermaglie di definizione meloniana si aggiungono, nei confini della maggioranza e oltre, pasticci come quello appena prodotto dalla decisione della Cassazione, pur non definitiva, spettando l’ultima parola alla solita Corte Costituzionale, sulla permanente praticabilità del referendum abrogativo della legge sulle cosiddette autonomie differenziate regionali.

Carlo Nordio

         Il ministro competente, e leghista, Roberto Calderoli ha contestato alla Cassazione la scorrettezza di avere anticipato ai giornali e non a lui contenuto e motivazioni della decisione o tentativo di salvaguardare il referendum abrogativo di una legge in pendenza delle modifiche che il Parlamento dovrà apportarle in sette punti contestati dalla Corte Costituzionale. Ma, più che un problema d’informazione, sospetto che quello di Calderoli sia stato un problema di sorpresa. Che credo condiviso anche dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, ben più competente di lui, che si era esposto a dubitare pubblicamente della praticabilità di quel referendum dopo gli aggiornamenti reclamati dai giudici della Consulta. E apportabili dal Parlamento in tempi francamente incompatibili con quelli ormai stretti politicamente che ci distanziano dalla primavera referendaria.

Quest’ultima tuttavia prevede altri cinque referendum, sempre abrogativi, su cui le opposizioni contano di mettere in difficoltà il governo per indebolirne la maggioranza, anche se sarà difficile, per le abitudini astensionistiche ormai prese dall’elettorato, raggiungere la partecipazione indispensabile -il cosiddetto quorum- per renderne validi i risultati.

         Si vedrà insomma se la primavera referendaria si risolverà a favore della Meloni, non compromettendone la forte immagine internazionale, o dei suoi avversari. Ma si vedrà anche se l’istituto del referendum abrogativo sopravviverà alla crisi in cui si dibatte ormai da tempo.

Pubblicato sul Dubbio

Gli incidenti di percorso nella lotta alla giornata delle vittime della giustizia

         Senza volere togliere nulla ai problemi, problemucci, schermaglie e simili che angustiano la politica e i suoi protagonisti, o semplici attori, di governo e di opposizione ottimisticamente al singolare, è curiosa la santabarbara che sta diventando la presidenza dell’associazione nazionale di categoria nell’ultima battaglia, in senso cronologico, che ha scelto di condurre contro i presunti attentatori all’indipendenza, all’autonomia e alla credibilità dei magistrati. Una santabarbara che sta esplodendo, per fortuna solo metaforicamente, sotto Santalucia: Giuseppe Santalucia, presidente appunto del sindacato delle toghe.

         Già ieri, per la sua opposizione alla giornata delle vittime della giustizia che degli sprovveduti, evidentemente, vorrebbero istituire con una legge che, a suo avviso, discriminerebbe i magistrati rispetto ai medici -le vittime dei cui errori non hanno una giornata in loro onore da fare celebrare- Santalucia è incorso nella stringente, direi impietosa reazione di Mattia Feltri. Che sulla Stampa gli ha ricordato o rinfacciato, come preferite, la esposizione dei medici ad un tipo di responsabilità civile per i loro errori risparmiato ai magistrati. Contro i quali è quanto meno difficile promuovere un’azione risarcitoria che li penalizzi  personalmente, assumendosene alla fine il carico lo Stato, cioè anche il cittadino danneggiato.

Dalla Stampa

         Oggi impietosamente il mio amico Mattia è tornato sull’argomento ricordando a Santalucia non il caso famosissimo del compianto e innocente Enzo Tortora -il giorno del cui arresto nel 1983, il 17 giugno, si vorrebbe promuovere alla celebrazione delle vittime della giustizia- ma quello di Giuseppe Gullotta. Che dopo 22 anni di carcere per un delitto non commesso contro due carabinieri si è visto negato dal tribunale civile di Firenze ogni risarcimento. Condannato anzi a pagare le spese processuali per l’azione risarcitoria intrapresa.

Dal Dubbio

         Sempre oggi, sul Dubbio si racconta invece la storia di un imprenditore -Agostino Gaglianone, detto Maurizio- finito a suo tempo nell’inchiesta chiamata Mafia Capitale, e per due anni e otto mesi in carcere. Che, riconosciuto innocente, si è visto negato pure lui il risarcimento dei danni subiti.

Dal Riformista

         I due innocenti vittime di una giustizia chiaramente amministrata male, e tutti gli altri che si trovano nelle loro condizioni, non avrebbero secondo Santalucia e i magistrati che egli rappresenta neppure il diritto ad una giornata celebrativa delle loro disavventure. E il tutto in un momento in cui la magistratura continua a tenere in mano, volente o nolente, il pallino della politica impasticciandola più di quanto la stessa politica non sia capace di fare da sola. Lo dimostra il referendum abrogativo appena salvato dalla Cassazione contro la legge sulle cosiddette autonomie regionali differenziate già mutilata in 7 punti dalla Corte Costituzionale. Che alla fine deciderà anche se smentire o no la Cassazione negli effetti delle sue decisioni sulla legge in questione.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Da guai ai vinti di Brenno a guai a chi viaggia di venerdì…..

Dal Corriere della Sera

Più cresce, anche per la sua sfida costante alla magistratura, il rischio che venga condannato per sequestro di migranti, trattenuti più di cinque anni fa  a bordo della nave  Open arms che li voleva sbarcare in Italia,  più rischia di salire paradossalmente la popolarità dell’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini. E ora vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, che ancora più paradossalmente rischia di salire ulteriormente di gradimento per la bocciatura giudiziaria, sia pure di carattere solo amministrativo, appena rimediata per avere cercato di contenere in quattro le ventiquattro ore di sciopero nel settore dei trasporti pubblici in corso anche in questo venerdì, il penultimo prima di Natale.

Dal Tempo

  Mai che fosse venuto in mente alle organizzazioni sindacali da un po’ di tempo a questa parte di fare sciopero in un giorno diverso dal venerdì, non foss’altro per rendere meno sospetto d’espansione del fine-settimana il pur costituzionalmente garantito diritto protestatario di astensione dal lavoro, per carità. Astensione peraltro motivata pure questa volta con ragioni politiche. ”Lo sciopero più pazzo del mondo”, ha scritto l’ex parlamentare del Pd Tommaso Cerno, già direttore dell’Espresso e ora del Tempo.

         “Sarà il caos”, ha preannunciato il leader leghista commentando il ricorso dei sindacati accolto dai giudici del tribunale amministrativo del Lazio, nessuno dei quali probabilmente a rischio di rimanere oggi per strada potendosi muovere senza i mezzi di trasporto pubblico. Se poi ce ne fosse qualcuno esposto a questa evenienza, difficilmente sarebbe scambiato da un comune cittadino o utente per un eroe. Apparirebbe piuttosto un masochista.  

         Dal famosissimo, storico “guai ai vinti” attribuito a Brenno da Tito Livio scrivendo della Roma conquistata nel quarto secolo avanti Cristo dai Galli Senoni siamo passati al “guai a chi viaggia” dei nostri giorni, anzi di questo ennesimo, sfortunato venerdì. E poi fior di cronisti, retroscenisti, analisti  si sperticano da mesi, anzi da anni, a raccontare e spiegare le ragioni per le quali un uomo come Salvini debba essere considerato incompatibile con qualsiasi combinazione di governo o di maggioranza. Una specie di Gabibbo della politica, lo ha appena definito Massimo Gramellini sul Corriere della Sera.  E non capiscono perché dal rocambolesco 34 per cento raggiunto nelle elezioni europee del 2019, lo stesso anno peraltro della vicenda dell’Open arms per la quale Salvini è prossimo alla prima sentenza, la sua Lega non sia ancora caduta al 3,4 per cento, sotto il 3,6 del MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte nelle recenti elezioni in Emilia-Romagna. E insista invece a contendere a Forza Italia il secondo posto nella coalizione di centrodestra, o il terzo nella graduatoria generale, comprensiva di centrodestra e cosiddetto centrosinistra, Conte permettendo naturalmente dalla sua postazione di “progressista indipendente”.

La Meloni fra gli onori e le spine della corona di leader europea più forte

Mattarella e Philipe VI al Quirinale

Giorgia Meloni ha trascorso la sua prima giornata di “leader più potente d’Europa”, come l’ha riconosciuta la testata americana Politico.eu, dividendosi a Roma fra le “schermaglie”, come le chiama lei, che animano la sua solida maggioranza parlamentare e gli onori di casa al Re di Spagna Philipe VI ospite della Repubblica italiana, su invito del presidente Sergio Mattarella.

Ezio Mauro e Lilli Gruber ieri sera a Otto e mezzo

         In serata  a Otto e mezzo, sulla 7, assistita da remoto da un Ezio Mauro più severo del solito, che poi si sarebbe occupato in una trasmissione tutta sua sui misteri funerari, anatomici e anche politici di Lenin a cento anni e più dalla morte, Lilli Gruber ha cercato di ridimensionare alla sua maniera la corona mediatica assegnata alla premier italiana. Peraltro restituita al genere maschile che l’interessata preferisce si usi quando si parla di lei come presidente del Consiglio: E quindi “uomo”, ha sottolineato la conduttrice.

         Scrupolosa com’è nella lettura dei dispacci d’agenzia e simili, la Gruber ha fatto osservare che non mancano le spine nella corona di Politico.eu alla Meloni, apprezzata per la sua forza rispetto ai 28 leader europei vagliati per il titolo ma pizzicata, diciamo così, anche in alcuni punti deboli come sarebbero i suoi rapporti con la magistratura italiana. Che evidentemente in America non appare solo come quella un pò pasticciona e invadente avvertita e criticata da Elon Musk, fanoso per i soldi e i rapporti personali col presidente di ritorno alla Casa Bianca Donald Trump.

L’arresto di Enzo Tortora il 17 giugno 1983

         Un caso davvero sfortunato per la magistratura italiana e i suoi estimatori ha voluto che proprio in questi giorni essa si sia appuntata sul petto, sia pure metaforicamente, la medaglia procuratale dal presidente del sindacato delle toghe, Giuseppe Santalucia, bloccando un tentativo parlamentare di istituire una giornata in onore delle vittime della giustizia. Giornata che avrebbe dovuto essere quella del 17 giugno, in cui nel 1983 fu arrestato il giornalista e condutttore televisivo Enzo Tortora, processato per camorra e dintorni, assolto e infine morto a casa per un tumore rimediato fra gli stress della sua detenzione e contorni.

Giuseppe Santalucia

         Pure Gesù nel famoso discorso evangelico delle Beatitudini si ricordò dei “perseguitati” dalla giustizia. Ma Santalucia non ha voluto sentire ragioni. Quella giornata non si deve istituire perché dannosa per il credito assai ridottosi delle toghe italiane, e discriminatoria in quanto non se ne prevede una in memoria delle vittime degli errori dei medici.

Dalla Stampa

 “Però i medici- ha risposto sulla Stampa Mattia Feltri- quando sbagliano vanno a processo, i magistrati no. Per i magistrati c’è la sanzione disciplinare o la causa civile e, se la perdono, e non la perdono mai (otto volte in dodici anni, dal 2010 al 2021), non pagano loro ma paga lo Stato”. Seguono altre considerazioni che potrete apprezzare alla fonte, chiamiamola così, sotto il titolo “Il dramma e il reato”: il dramma del magistrato, e non solo della sua vittima, e il reato del medico.

Ripreso da http://www.startmag.it

Giorgia Meloni alle stelle nella classifica europea della testata americana “Politico”

Dal Corriere della Sera

Anche se le stelle non vanno politicamente di moda in questi tempi, almeno in Italia dove l’omonimo movimento fondato da Beppe Grillo e finito nelle mani di Giuseppe Conte non se la passa benissimo, la premier Giorgia Meloni le ha scalate con la promozione alla “più potente” dei leader europei da parte dell’edizione europea di Politico. Che è un’autorevole testata americana. “Più potente”, ripeto, fra 28 leader segnalati o selezionati, fra i quali la presidente confermata della Commissione esecutiva dell’Unione Europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte: tedesca la prima e olandese il secondo.

         Valorizzata al massimo sulle prime pagine dei giornali di area di centrodestra, e di governo, come Il Giornale e Libero, declassata all’interno dalla Stampa, dove si deve arrivare a pagina 12 per trovarla, sia pure con un titolo di evidenza, la notizia  è stata collocata con significativo rilievo dal più diffuso dei quotidiani nazionali, che è il Corriere della Sera.

         Ne sarà rimasta giustamente lusingata l’interessata, peraltro reduce dall’incontro pur breve nel quale si è guadagnata a Parigi gli elogi entusiastici di Donald Trump, l’ospite più autorevole che il presidente Emmanuel Macron, senza aspettarne il ritorno formale alla Casa Bianca, ha voluto invitare alla riapertura suggestiva e mozzafiato della cattedrale Notre-Dame, devastata dal fuoco cinque anni fa. Ne avranno sofferto i soliti rosiconi, fra i quali quelli che si erano appena soffermati ad osservare nelle cronache politiche d’opposizione il fatto di non essere stata citata da Mario Draghi parlando di recente dell’Europa. E diffidando di quanti genericamente si propongono o vengono indicati come mediatori o possibili interlocutori privilegiati di Trump nei rapporti che si preannunciano difficili col vecchio continente.

Fabio Martini sulla Stampa

         Proprio sul giornale che ha cercato di lesinare lo spazio al riconoscimento di Politico a Giorgia Meloni, La Stampa, Fabio Martini ha voluto sottolineate come a procurare alla premier la corona della “più potente” non sia stata qualche particolare circostanza o iniziativa presa come presidente del Consiglio o del G7, ma un giudizio complessivo sul lavoro svolto per un intero anno. “Stavolta Meloni e non altri -ha scritto Martini- è stata scelta da un consesso di analisti senza influenze nazionali, o forti pregiudizi politici”.

La sindrome del parricidio dimezza o vanifica la vittoria di Conte su Grillo

Dal Dubbio

Sotto sotto, ma neppure tanto, penso che Beppe Grillo punti sulla sindrome del parricidio nell’offensiva umana, sarcastica, politica e giudiziaria che sta conducendo contro Giuseppe Conte per rendergli più dura possibile la gestione del MoVimento 5 Stelle. O di come diavolo sarà costretto l’ex presidente del Consiglio a chiamarlo se il fondatore e deposto garante riuscirà nei tribunali a sconfiggerlo anche come avvocato. Che è ora sicuro dall’alto -o dal basso, si vedrà- della sua “precedente carriera”, come lui stesso l’ha chiamata, di potere ridurre allo stato di “temerarie” le vertenze adombrate o minacciate da Grillo.

Ma ancor più che dai fedelissimi che ha conservato sotto le 5 Stelle o persino recuperato, perché ve ne sono che furono da lui espulsi ma ora mostrano simpatia, comprensione, solidarietà e simili, Grillo è consolato da un pubblico completamente nuovo.  

         Il parricidio, anche quello politico, è sempre a doppio taglio. Riscatta il figlio dai torti che può avere subìto ad opera di un padre troppo autoritario, a dir poco, ma lo espone anche agli inconvenienti della impopolarità perché un padre rimane  pur sempre un padre. E non lo si tumula con una festa, per quanto sobria cerchi di renderla il parricida in un empito di carità o di buon gusto.

         Ad occhio e croce avverto, leggendo i giornali e sentendo le chiacchiere dei salotti televisivi, che all’esterno del movimento pentastellare Grillo trovi comprensione, se non solidarietà piena, più a destra che a sinistra. Come se quel movimento a guida ilare e imprevedibile, capace di farsi piacere anche uno così lontano e diverso come Mario Draghi, fosse preferito da chi sta per il momento al governo ad un movimento forse ancora più imprevedibile ma per niente ilare, capace di     creare maggiori problemi dell’altro.

Enrico Berlinguer e Armando Cossutta

         Ciò che sta accadendo attorno a Grillo e a Conte mi ricorda un po’ -fatte naturalmente tutte le debite differenze- l’esperienza da me vissuta al Giornale dei primi tempi montanelliani quando nel Pci delle allora Botteghe Oscure si scontrarono Enrico Berlinguer e Armando Cossutta: l’uno tentato dal cosiddetto eurocomunismo e l’altro furente per gli “strappi” che il segretario comunista consumava nei rapporti con Mosca.

         Già colpito nella sua sensibilità di militante dalla scelta di Berlinguer di considerare la Nato, in una celebre intervista a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera, “un ombrello” utile a proteggere anche un Pci autonomo da Mosca, Cossutta esplose letteralmente a quell’”esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre” annunciata dal segretario del Pci in una tribuna televisiva rispondendo ad una mia domanda sul regime militare appena instaurato in Polonia. Che doveva servire a  rendere superfluo un intervento delle truppe sovietiche contro le istanze di liberazione di Varsavia dal giogo moscovita.

         Cossutta, combattivo nei suoi 55 anni, improvvisò una manifestazione filosovietica a Perugia. Che Montanelli mi incaricò di seguire affidandomi anche un messaggio personale di simpatia -ripeto, simpatia- per Cossutta. Che evidentemente prefigurava un Pci più duro ideologicamente ma meno preoccupante per il fondatore e direttore del Giornale. Che temeva un Berlinguer capace di avvolgere la Dc nella sua tela, per quanto la fase della cosiddetta solidarietà nazionale dei governi monocolori democristiani appoggiati dal Pci si fosse conclusa.

Indro Montanelli accolto da Massimo D’Alema alla Festa dell’Unità del 1994

         Cossutta, che avvicinai prima del suo discorso, accolse il messaggio di Montanelli con un sorriso educatissimo accompagnandolo però con un invito al mio direttore a “risparmiarlo”. Io naturalmente riferii e Montanelli rise di cuore accontentandolo di buon grado. Poi con Berlinguer a Milano egli sarebbe andato a cena, rimanendone non dico fulminato ma lusingato dagli apprezzamenti che quel furbacchione volle e seppe esprimere per il suo modo di scrivere e di raccontare le cose. Montanelli scoprì dopo qualche anno- ma io ormai me ne ero andato dal Giornale- anche il piacere o  la vanità, come preferite, di frequentare qualche festa dell’Unità, doverosamente da ospite.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Quelle scale sul vuoto dove è rimasto in cima l’elevato Beppe Grillo

         C’è un po’ di sadismo, diciamo la verità, in quella postura scelta da Beppe Grillo elevandosi alla sommità di una lunga scala sul vuoto col pretesto di riproporsi come in un Truman Show dei nostri tempi, per sbeffeggiare la festa di Giuseppe Conte. Che, per quanto abbia vinto anche il bis delle votazioni digitali imposto dallo stesso Grillo al MoVimento 5 Stelle dopo essere stato defenestrato nel primo turno dalla funzione di garante e quant’altro, resta in fondo a quelle scale. Lo aspetta un percorso assai accidentato, giudiziario e politico, in cui sono in gioco simbolo, nome ma soprattutto voti di un movimento cresciuto troppo in fretta, del resto, per risultare davvero solido. Peraltro in un contesto di tale e tanta disaffezione che il primo partito italiano è ormai quello degli astenuti.

         Va bene che è finito il tempo delle ideologie, fra crolli di muri reali e metaforici e  ritirate spontanee, se non suicidi, come fu quello dalla Dc sciolta dall’ultimo segretario Mino Martinazzoli con un telegramma che gli rimproverò persino Umberto Bossi pur ereditando al Nord buona parte del suo elettorato. Va bene che nell’entusiasmo della sorpresa della sua vittoria elettorale, nel 1994, la buonanima di Silvio Berlusconi distorse sul piano personalistico il sistema più di quanto non avessero fatto i magistrati delle cosiddette “Mani pulite” poi occupatisi anche di lui, ma si è forse un pò esagerato col pragmatismo, con la fantasia, con l’improvvisazione. E non solo in Italia, va detto on tutta onestà.  

Da ItaliaOggi del 5 dicembre

         Nel proporsi di “voltare pagina” con ciò che gli è rimasto in mano del movimento fondato da Grillo, sperando di non arrivare all’ultima perfidamente attribuitagli qualche giorno fa da una vignetta di ItaliaOggi stampata con la parola “fine”, Giuseppe Conte ha fatto una promessa forse troppo impegnativa non solo e non tanto per le sue capacità camaleontistiche, già rimproverategli da molti analisti non compiacenti, quanto per i modelli da lui stesso indicati.     

Giuseppe Conte

         “Non scimmiotteremo mai -ha detto testualmente Conte- gli altri partiti. Non saremo mai come gli altri partiti. Non risolveremo mai la nostra questione territoriale accogliendo i signori delle tessere, che spostano voti da una lista all’altra. Noi non saremo mai quella roba lì”, che già Grillo gli ha attribuito. “Porteremo avanti l’etica pubblica, contrastando questo sistema dei signori delle tessere e la degenerazione partitica, quella di cui parlava Berlinguer”, ha concluso l’ex presidente del Consiglio. Che aveva 20 anni quando morì il segretario del Pci avvoltosi nella cosiddetta questione morale, sfuggendo a tutte le formule politiche che lui stesso aveva inventato e in qualche modo imposto, compreso il famoso “compromesso storico” col partito elettoralmente antagonista che era la Dc. Se è a quell’Enrico Berlinguer che Conte si è fermato, o intende tornare, la scalinata in fondo alla quale lo ha messo Grillo sarà dura da percorrere.     

Ripreso da http://www.startmag.it    

Assad, il siriano, ruba la scena a Beppe Grillo nella (ri)caduta…..

Immagini da Damasco

         Quel diavolo di Bashar al Assad fuggendo a Mosca proprio nella giornata dell’Immacolata Concezione, per salvare almeno la pelle nella rivolta che lo ha travolto in Siria, è riuscito a offuscare sulle prime pagine dei giornali italiani la festa di Giuseppe Conte per la  (ri)decapitazione pur metaforica di Beppe Grillo. Che ha perduto anche il secondo turno delle votazioni digitali nel movimento da lui fondato a suo tempo. E peggio ancora del primo turno di due settimane fa. Ai funghi, proposti da Grillo per gite alternative alle votazioni, gli iscritti hanno preferito Conte.

Giuseppe Conte

         Soddisfatto dell’”onda dirompente”, come l’ha chiamata lui stesso, che l’ha salvato e consolidato alla guida di quel che è rimasto elettoralmente del MoVimento 5 Stelle, l’ex premier ha ora come inconveniente maggiore non tanto l’inseguimento del Pd sulla strada dell’opposizione, per essere il più duro e puro, il “progressista” più “indipendente” nelle spallate quotidiane al governo Meloni,  quanto il ritorno alla sua professione o esperienza di avvocato per non essere travolto dalle cause che per generale previsione lo aspettano. Promosse naturalmente da Grillo, che non intende lasciargli senza combattere quel marchio delle 5 Stelle che da solo pare valga il 3 per cento dei voti. Non sono pochi in una regione, per esempio, come l’Emilia-Romagna dove il mese scorso il movimento ora del tutto contiano è sceso al 3.6 per cento. A livello nazionale, certo, potrebbe andare meglio ma sempre lontanissimo, sideralmente, dal 30 per cento del 2018.

         Dai giornali che hanno preferito la tragedia di Assad a quella di Grillo, o la festa del rivoltoso siriano Abu Muhammad al Jani a quella di Conte, ha voluto distinguersi Il Fatto Quotidiano. Che ha preferito per la sua copertina, diciamo così, un Grillo mestamente di spalle fotomontato sotto un titolo sull’Elevato che “scende dalle stelle”, sullo sfondo di un rosso natalizio.

Meloni e Trump a Parigi

Sono finiti davvero i tempi in cui il direttore di quel giornale andava a divertirsi agli spettacoli comici di Grillo, non so se più da spettatore pagante o da invitato, per darsi la carica anche come cronista e analista della rivoluzione pentastellare. Premono ora altri problemi da quelle parti di elettorato o opinione pubblica, come si dice con troppa generosità forse. Preme soprattutto il problema di difendere Conte nella postazione dove Marco Travaglio lo aveva collocato di “migliore presidente del Consiglio d’Italia dopo Cavour” -sì, proprio lui, il primo e mitico Camillo Benso conte, al minuscolo, di Cavour- e di lasciargli ancora sperare in un ritorno a Palazzo Chigi, pur nelle difficoltà personali, politiche ed elettorali che si è procurate. E che Giorgia Meloni, reduce dal suo incontro parigino con Trump, non ha nessuna intenzione di alleviargli, neppure per fare un piacere alla segretaria del Pd Schlein. Cui Travaglio l’accoppia più o meno perfidamente nelle sue finissime analisi politiche sul piano della politica estera e persino interna.     

Blog su WordPress.com.

Su ↑