C’è dunque qualcuno che sta messo peggio di noi italiani in tema di giustizia e di rapporti fra magistratura e politica. Sono gli americani, che hanno appena visto condannare il presidente appena eletto Donald Trump da un giudice che però non ha potuto infliggergli alcuna pena, se non quella dello sputtanamento -scusatemi la franchezza- prodottogli dall’immagine del primo “pregiudicato” alla Casa Bianca, come ha titolato in Italia il quotidiano di Carlo De Benedetti che esce col titolo del giorno dopo, Domani. O semplicemente “condannato”, come si è trattenuta la Repubblica di carta a caratteri tuttavia di scatola, E tutto per una miserabile storia di sesso con una “pornostar”, di ricatto e di dollari pagati attingendoli da una cassaforte anziché da un’altra di Trump. Che ha reagito parlando di ”farsa spregevole” e annunciando comunque ricorso.
Dal Fatto Quotidiano
Una condanna penale senza pena è di per sé un ossimoro, una cosa francamente senza senso. Ma il problema di quel giudice americano era solo quello di sfregiare un presidente degli Stati Uniti alla vigilia del suo insediamento. E di procurarsi l’applauso del Travaglio americano di turno, col suo archivio di “pregiudicati” in carriera, diciamo così, da mettere alla gogna nelle occasioni utili alla lotta politica. Ma curiosamente il Travaglio vero, autentico, Marco, ha questa volta risparmiato al malcapitato di turno un trattamento da pregiudicato. Il suo Fatto Quotidiano con eccezionale sobrietà, a dir poco, ha dedicato all’impresa del giudice americano, e alla sua vittima, un modesto titolo di prima pagina che dice, testualmente: “Sentenza e immunità- Trump, condanna senza pena: soldi alla porno-amante”. Una sobrietà inglese, direi, a mezza strada fra l’America e l’Italia.
Tra gli effetti collaterali dell’operazione riuscita a Giorgia Meloni di riportare a casa in meno di un mese la giornalista italiana Cecilia Sala finita inconsapevolmente in Iran in un gigantesco e pericolosissimo intrigo internazionale, ci sono quelli ascrivibili al complesso tentativo di rianimare in Italia il Centro. Ma soprattutto di rianimarlo non nella posizione o nello spazio terzopolista tentato nelle ultime elezioni politiche da Carlo Calenda e Matteo Renzi, che hanno poi fatto a gara fra di loro per demolirlo, bensì a sinistra. Per costruire la terza gamba del centrosinistra auspicata già prima delle elezioni nel Pd dall’ostinato Goffredo Bettini: l’uomo che aveva promosso Giuseppe Conte come “il punto più avanzato dei progressisti italiani”, forse contribuendo a gonfiarne la bolla proprio mentre perdeva Palazzo Chigi , uscendone per fare posto a Mario Draghi.
I centristi, chiamiamoli così, di ispirazione e culturale cattolica e laica, interna ed esterna al Pd guidato da Elly Schlein, si sono dati appuntamento in due convegni programmati per il 18 gennaio a Milano e a Orvieto ben prima che scoppiasse la vicenda di Cecilia Sala. L’obiettivo degli uni e degli altri era -non so se ancora- quello di rianimare la leadership della Schlein in una coalizione realistica, e non solo immaginaria, di un’alternativa al centrodestra a conduzione meloniana.
Cecilia Sala libera in Italia
Ebbene, a liberazione di Cecilia Sala appena avvenuta con la regìa indiscussa della Meloni, fra missione lampo da Donald Trump e complicazioni createle più o meno consapevolmente da Elisabetta Belloni formalizzando le proprie dimissioni dal vertice dei servizi segreti a detenzione della Sala appena cominciata, di cui l’ambasciatrice non poteva non essere informata; a liberazione avvenuta, dicevo, il Centro della sinistra è quello uscito forse peggio dalla vicenda per difetto, quanto meno, di analisi e di prospettazione. E persino di collocazione internazionale.
Romano Prodi, pur con l’esperienza maturata due volte brevemente a Palazzo Chigi e a Bruxelles più a lungo guidando la Commissione Europea, ha contestato alla Meloni una presunta vocazione all’”obbedienza” a Trump, Musk e compagnia bella. Addirittura prestandosi nel salotto televisivo di Lilli Gruber, proprio nel giorno della liberazione di Cecilia Sala, e raccogliendo una palla passatagli da Massimo Giannini, coautore con lui di un libro ancora fresco di stampa, a tradurre in “cavallo di Troia” in Europa l’immagine della Meloni come di una “Trump card”.
Claudio Velardi sul Riformista
Claudio Velardi, che conosce bene la sinistra avendola a lungo frequentata in posizioni particolari di visione come quando era collaboratore di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, ha così rappresentato la sua crisi scrivendone sul Riformista proprio sul terreno della politica estera così decisivo per chi si propone come alternativa al governo in carica: “Né l’annunciato evento di una formazione centrista di impronta “cattolica” (qualunque cosa voglia dire nel ventunesimo secolo) potrà colmare il deficit strutturale dell’alleanza: la mancanza di un progetto unitario incarnato in una leadership indiscussa”. Poco importa, a questo punto, se individuata nella segretaria del Pd o in qualcun altro vestito da federatore. Come fu Prodi in tempi politicamente e storicamente lontanissimi e irripetibili, con la velocità che ha contrassegnato l’evoluzione dei partiti in Italia e dei rapporti fra di loro. O come immaginato da altri scommettendo su Ernesto Maria Ruffini, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di cui la Meloni ha parlato nella conferenza stampa d’inizio dell’anno mostrando di non temerlo come attore o protagonista politico dell’opposizione.
Sarà anche fortunata, per carità. Soprattutto di avere gli avversari che ha, tanto ossessionati da perdere la bussola e accusarla, per esempio, di avere ignorato i problemi della gente comune in una conferenza stampa nella quale la premier si è sentita chiedere, tanto erano presenti quei problemi ai giornalisti accorsi curiosi e numerosi all’appuntamento, le impressioni che prova quando le capita di calpestare le formiche camminando.
Sarà anche fortunata, dicevo, in un campo come la politica in cui la fortuna aiuta al pari dei generali in guerra. Ma francamente mi sembra davvero impossibile negare la bravura della premier, quella marcia in più che le permette, per esempio, di trovarsi in sintonia col pubblico ben più di quanto non esprimano i voti che raccoglie col suo partito.
L’altra sera a Piazza pulita, una trasmissione televisiva della 7 che non la ama, diciamo così, il conduttore Corrado Formigli è stato il primo forse a sorprendersi di uno dei risultati più significativi del sondaggio appena effettuato da Eumetra di Renato Mannheimer. Che dava praticamente ferma al 28,6 per cento delle intenzioni di voto la destra meloniana rispetto alla rilevazione precedente del 4 dicembre. Ma il gradimento di Elon Musk, mostrificato a sinistra anche per la sua personale amicizia con la Meloni, forse pari solo a quella col presidente americano Donald Trump ormai vicino all’insediamento, è salito nello stesso spazio di tempo dal 42,9 al 58,4 per cento, cioè di 15 punti. E lo sgradimento è sceso di più di 16 punti: dal 51,4 al 34,8. E ciò, pur essendo avvertito Musk come “pericoloso” ancora dal 44,6 per cento del pubblico sondato.
Giorgia Meloni ed Elon Musk
La ragione della differenza che sembra contraddittoria, paradossale e quant’altro fra quel 51,4 per cento di gradimento e quel 44,6 per cento pur sempre timoroso sta forse proprio nella fiducia che alla fine è prevalsa grazie a quella posta dalla Meloni su Musk. C’è gente insomma che se ne fida di riflesso perché ancor più si fida del giudizio della premier italiana.
Se questo accade per e con Musk, alla luce anche del credito appena guadagnatosi dalla premier con la gestione eccezionale di quel terribile intrigo internazionale che era apparso ed era il sequestro della giornalista italiana Cecilia Sala in un penitenziario iraniano fra i peggiori del mondo, è facile immaginare come possa influire la posizione della Meloni su problemi di natura strettamente interna, come le riforme in cantiere parlamentare del premierato e della giustizia. Su cui gufano gli avversari scommettendo sul loro naufragio nei referendum confermativi.
Se n’è parlato anche nella conferenza stampa, dove la premier si è mostrata sicura del fatto suo, convinta delle scelte compiute e fiduciosa della sintonia che ha saputo creare con l’elettorato. Che sarà paradossalmente lontano dall’alternativa ricercata al centrodestra, anche con la rianimazione bocca a bocca del fantomatico centro, di stampo cattolico o laico che sia, quanto più largo riuscirà ad essere il cosiddetto campo degli avversari della premier.
La Meloni ha forse sorpreso qualcuno con quella indecisione mostrata con i giornalisti parlando della possibilità, volontà ed altro di ricandidarsi a Palazzo Chigi nelle elezioni politiche alla scadenza ordinaria di questa legislatura, fra due anni. Quando, prima ancora di scadere la legislatura, lei avrà compiuto il 15 gennaio i 50 anni prescritti dalla Costituzione per essere eleggibile in Parlamento al Quirinale, quando scadrà dopo due anni il secondo mandato di Sergio Mattarella. Che l’ha nominata il 22 ottobre scorso presidente del Consiglio, la prima donna a Palazzo Chigi, e potrebbe trovarsi nella condizione privilegiata di passare le consegne alla prima donna anche al Quirinale nella storia della Repubblica. Una prospettiva alla quale immagino con un certo divertimento la reazione dei suoi avversari, e professionisti dell’antifascismo nell’anno dell’ottantesimo anniversario della Liberazione. Calma, signori. Restate ai vostri posti. Ristudiatevi, piuttosto, la vostra parte.
E’ stata breve, tutto sommato, la “graticola” sulla quale l’ambasciatrice Elisabetta Belloni si è dichiaratamente sentita spiegando le dimissioni dal vertice dei servizi segreti comunicate al governo il 23 dicembre scorso, pur avendo ancora a disposizione quasi sei mesi di mandato. Una graticola per la danza dei nomi sui giornali, e dintorni, sulla sua successione.
In genere, se non si è interessati ad una conferma, come la stessa Belloni aveva mostrato cogliendo l’occasione dell’incontro col personale per gli auguri di fine per pronunciare un discorso di tono e contenuto da commiato, la solita lotteria mediatica e politica sulla successione non dovrebbe essere vissuta come una graticola. Lo è magari per i successori, non per la persona da sostituire. Che peraltro, nel nostro caso, aveva già qualche altra prospettiva, diciamo così, di lavoro da poter coltivare. In particolare, a Bruxelles per occuparsi di immigrazione con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Alla quale si presume che la premier italiana abbia fornito buone referenze, come la stessa Meloni ha lasciato capire parlandone ieri nella conferenza stampa in risposta ad una delle domande: fortunatamente non a quella stranissima sulle formiche che le capita di calpestare, e uccidere, camminando.
Giorgia Meloni alla conferenza stampa di ieri
La “graticola” della Belloni, dicevo, è durata poco. Con sei giorni di anticipo rispetto ai tempi da lei lasciati per trovarle il successore entro il 15 gennaio assegnatosi come l’ultimo alla guida dei servizi segreti, la Meloni ha annunciato la nomina del successore proprio nella conferenza stampa già accennata, anticipando di qualche ora la formalizzazione da parte del Consiglio dei Ministri. E leggendo il lungo curriculum del prescelto: il prefetto Vittorio Rizzi, vice direttore uscente dell’agenzia dei servizi segreti di competenza interna, non estera.
Cecilia Sala allo sbarco all’aeroporto di Ciampino
Peccato per il curriculum della ormai ex direttrice dei servizi segreti nel loro complesso, coordinando i rami dell’interno e dell’estero, che sia rimasto fuori il successo ultimo, costituito dalla liberazione così rapidamente clamorosa della giornalista italiana Cecilia Sala, sequestrata e detenuta dal regime israeliano per negoziare il rilascio in Italia, a buon punto ormai di maturazione, di un ingegnere iraniano specialista di droni che il regime di Teheran ha voluto proteggere dal rischio dell’estradizione negli Stati Uniti. Un successo, quello cui hanno concorso i servizi segreti, dal quale non si è francamente ben capito se l’ambasciatrice abbia voluto sottrarsi da sola o sia stata più allontanata a livello politico. E,in quest’ultimo caso, chissà per quali motivi. Si vedrà se e quanto questo rimarrà un segreto di Stato.
Programmata con un fortunato ritardo, a dir poco, quasi prevedendo al minuto secondo la soluzione del caso che le aveva rovinato le feste di Natale e di Capodanno, costituito dalla detenzione- sequestro di Cecilia Sala in Iran, la conferenza stampa d’inizio del 2025 è stata per la premier Giorgia Meloni una passeggiata. E per i suoi avversari una partita a porta vuota, ma la loro.
E’ stata fortunata la presidente del Consiglio anche nel liberarsi del passaggio della visita di commiato di Joe Biden a Roma. Che poteva assumere aspetti un po’ imbarazzanti per il rapporto “non so se privilegiato, ma molto solido di certo”- come lei stessa ha detto parlandone ai giornalisti- col suo successore alla Casa Bianca Donald Trump. Nella cui residenza privata, in Florida, la premier è volata con una missione fulminante presumibilmente decisiva, quanto meno, per chiudere la vicenda della giornalista italiana detenuta e sequestrata con la sua liberazione. Che non è stata contestuale ma appare chiaramente il presupposto di una mancata estradizione negli Stati Uniti dell’’ingegnere iraniano Abedini: l’uomo dei droni il cui arresto in Italia aveva provocato quello di Sala a Teheran.
Gli incendi in California hanno creato l’emergenza che è quanto meno servita a risparmiare a Biden una visita diventata un po’ pleonastica, essendo di fatto -almeno per i rapporti fra Italia e Stati Uniti, e viceversa- già cominciata l’era del secondo Trump.
Di quest’ultimo la premier italiana ha voluto essere in qualche modo l’interprete autentica, nella conferenza stampa romana, anche sul versante della guerra in Ucraina. Il cui territorio occupato dai russi con una operazione speciale che doveva durare “tre giorni” ma sta entrando nel terzo anno, è aumentato di meno dell’uno per cento, ha ricordato Meloni contestando le autocelebrazioni vittoriose di Putin e sostenitori. I quali a questo punto risultano avere un interesse alla pace di gran lunga superiore alle apparenze.In particolare, il territorio ucraino occupato dai russi è passato dal dicembre 2022 ad oggi dal 17,4 al 18 per cento: lo 0,6 per cento in più, con perdite umane e materiali incommensurabili.
L’abbraccio di Cecilia Sala col fidanzato a Ciampino
Fantastico. Giorgia Meloni è tornata a stupire gli amici e ancor più gli avversari ottenendo dal regime iraniano la liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala andandola ad accogliere personalmente all’aeroporto di Ciampino. La premier ha saputo tessere una tela di relazioni internazionali che l’accreditano ulteriormente anche al di là dell’Europa, dove pure l’avevano rappresentata come isolata.
Di isolate, qui, rimangono solo le opposizioni, costrette ad applaudire nelle aule parlamentari il governo, e non solo a ringraziare genericamente “tutti quelli che hanno contribuito” a risolvere in meno di un mese un intrigo internazionale aggravato dal passaggio in corso tra il presidente uscente e quello entrante degli Stati Uniti. Un passaggio che non ha impedito alla Meloni di volare dal presidente eletto, Donald Trump, senza aspettarne l’insediamento e, al tempo stesso, compromettere i rapporti col presidente Joe Biden ancora in carica, e per giunta in arrivo a Roma per le sue ultime visite di commiato sulle due rive del Teverepoi annullate per sopraggiunte emergenze da incendi in America.
Il post di Matteo Renzi su X
Lo sforzo maggiore di disinvoltura in questa consolante pagina per l’Italia è stato forse quello di Matteo Renzi. Affrettatosi alle 11,39 di ieri a comunicare attraverso X dell’odiato Elon Musk, non appena annunciata da Palazzo Chigi la liberazione di Cecilia Sala già sulla strada del ritorno, il suo “grazie al governo, ai servizi, alla famiglia”. E la partecipazione ad una festa di “tutto il Paese, senza distinzioni e polemiche”. Che però lui aveva sollevate reclamando “tavoli” con tutte le opposizioni, compresa la sua, cui la Meloni si sarebbe sottratta con un protagonismo persino superiore al suo quando gli capitò di fare il presidente del Consiglio. E di incartarsi in un referendum estremamente personalizzato, e per questo perduto, su una incolpevole riforma costituzionale. Che pure meritava di essere approvata.
Romano Prodi a Otto e mezzo
Ha fatto concorrenza a Renzi, nella disinvoltura, il due volte ex presidente del Consiglio, e persino ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi. Che, ospite riverito di Lilli Gruber a Otto emezzo, su La 7, è tornato a dare alla Meloni, pur riconoscendole il successo politico della liberazione di Cecilia Sala, della “obbediente” a Trump. O della “Trump card” suggeritagli, sempre nel salotto della Gruber, da Massimo Giannini. Una Trump card tradotta dal pluri-ex in “cavallo di Troia”. In cui Trump e simili si sarebbero infilati per distruggere l’Europa. Sembrava una seduta spiritica anche quella dalla Gruber. Ma non lo era per mancanza di spiriti, nel frattempo distratti dalla “vittoria di Meloni”. Che si sono rassegnati a riconoscere nella titolazione della loro prima pagina anche quelli di Domani, il giornale di super opposizione di Carlo De Benedetti.
L’ambasciatrice Elisabetta Belloni non ha voluto continuare ad assistere in silenzio, che rischiava di apparire complice, alla rappresentazione giallistica, a dir poco, delle dimissioni dalla direzione dei servizi segreti, in anticipo di circa sei mesi rispetto alla scadenza del mandato. E ha voluto parlarne con la vice direttrice del Corriere della Sera Florenza Sarzanini, non casualmente reduce -credo- da una intervista alla premier Giorgia Meloni.
Dal Corriere della Sera
Per capire il senso del “colloquio” della Belloni con Sarzanini potrebbe bastare la sintesi pubblicata sulla prima pagina del Corriere sotto il titolo già virgolettato di suo: “Sono stata sulla graticola ma lascio senza sbattere porte”. “Una cosa -ecco la sintesi- ci tengo a dirla ed è l’unico motivo che mi fa rompere il riserbo che mi sono imposta in tutti questi mesi. Non vado via sbattendo la porta”.
Dal Fatto Quotidiano
Ma la Belloni non ha voluto neppure forzare la porta dell’ufficio che forse già l’attende a Bruxelles, almeno nella rappresentazione, per esempio, del Fatto Quotidiano di “vice ministra all’immigrazione” nella Commissione dell’Unione Europea presieduta da Ursula von der Leyen.
Dal Corriere della Sera
“Sarebbe un onore- ha confessato la stessa Belloni parlandone con la vice direttrice del Corriere della Sera- ma anche su questo voglio essere chiara nel dire che non c’è nulla di deciso. Al mio futuro comincerò a pensare il 16 gennaio”, cioè il giorno dopo la concreta conclusione del lavoro ancora in corso al vertice dei servizi segreti. Ma non credo che sia azzardato pensare che attorno a questa nuova destinazione della Belloni stiano lavorando le persone e le istituzioni qualificate, essendo maturata la decisione delle sue dimissioni, anticipata alla presidente del Consiglio e al sottosegretario con delega ai servizi, già prima della vicenda dell’arresto della giornalista Cecilia Sala in Iran e della sua problematica liberazione. Vicenda dalla quale, secondo i retroscenisti, la Belloni sarebbe stata esclusa.
Se vi è stato un elemento scatenante, diciamo così, del disagio della direttrice dei servizi segreti questo andrebbe individuato, sempre stando al suo colloquio con Florenza Sarzanini, nel momento in cui sono uscite dalle stanze del potere, non certo le sue, voci, indiscrezioni e quant’altro sulla sua successione.
Ieri in via Acca Larenzia, a Roma
Le parole della Belloni alla vice direttrice del Corriere della Sera presumibilmente non basteranno a far cessare polemiche e quant’altro in un clima politico tossico come quello attuale. Nel quale alla presidente del Consiglio e, più in generale, al suo governo si sta attribuendo la responsabilità persino del cameratismo ripetutosi in via Acca Larenzia, a Roma, nel ricordo dei due giovani di destra uccisi nell’assalto del 1978 all’allora sezione tuscolana del Movimento Sociale. Un cameratismo -è stato detto, per esempio, ieri sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber- che senza la Meloni a Palazzo Chigi sarebbe stato meno numeroso ed eccitato.
Credo di non abusare dell’amicizia di Aldo Moro, specie considerando le drammatiche circostanze della sua morte nel 1978, se racconto di uno sfogo che raccolsi da lui dieci anni prima, quando era ancora a Palazzo Chigi, alla guida del suo terzo governo di centro-sinistra, col trattino, e già avvertiva la smania dei colleghi di partito, e di corrente, di disfarsene. Lo accusavano neppure tanto dietro le quinte, con Flaminio Piccoli fra i più insofferenti fra i dorotei, come si chiamavano gli esponenti di quel gruppo dello scudo crociato, di avere troppo pazientato con i socialisti. Anzi, di averli troppo favoriti propiziando l’elezione del socialdemocratico Giuseppe Saragat al Quirinale alla fine del 1964, in sostituzione dell’ormai impedito Antonio Segni, e poi l’unificazione con i socialisti di Pietro Nenni, vice presidente del Consiglio.
L’unificazione socialista nelle elezioni politiche del 1968 diede modestissimi frutti ma pima aveva creato una certa apprensione fra i dorotei. Che però quando si trattò di rinnovare nella nuova legislatura l’alleanza con i socialisti pur frustrati dal risultato elettorale furono con loro ancora più pazienti o generosi di Moro. Essi offrirono col segretario uscente della Dc Mariano Rumor, dopo un governo balneare di Giovanni Leone, una edizione “più incisiva e coraggiosa” -testuale- del centro-sinistra, cominciando col togliergli il trattino, sino a rinunciare alla “delimitazione della maggioranza” praticata sino ad allora per marcare le distanze dai comunisti a sinistra e dai liberali a destra. Doveva aprirsi una stagione di “apertura al contributo” dei comunisti, pur dall’opposizione. Una stagione che Moro, scavalcando i dorotei dalla posizione di minoranza in cui costoro l’avevano spinto nel partito, tradusse nella sua famosa “strategia dell’attenzione”. Ne nacque una rincorsa a sinistra destinata a sfasciare la maggioranza.
Moro, per tornare allo sfogo che raccolsi prima che la situazione precipitasse nei modi che ho sintetizzato, mi disse con una visione pessimistica di tutta la politica, e non solo del suo partito, di cui poi avrebbe ripreso il controllo pur dalla postazione defilata, statutariamente, di presidente del Consiglio Nazionale: “In politica”, appunto, “ti perdonano l’errore, non il successo”.
Giorgia Meloni, che ha saputo e voluto rifarsi anche a Moro di recente per spiegare la sua visione dell’Europa, a costo di spiazzare e scandalizzare la sinistra all’opposizione, ne sta sperimentando forse l’amarezza assistendo al bailamme inscenato attorno alla sua fulminante missione da Donald Trump, nella residenza privata del presidente che sta per tornare alla Casa Bianca.
Mattarella e Meloni nel 2022 al giuramento del governo
Diversamente da Moro, tuttavia, la premier guida una coalizione, ma soprattutto un partito, il maggiore di tale coalizione, più unito. Lei ha i suoi dorotei non in casa, nella maggioranza, ma tutti all’opposizione, nelle dimensioni più varie del cosiddetto “campo” dell’alternativa: “largo” sino a Matteo Renzi o ristretto come lo vorrebbe Giuseppe Conte. Che è preso come in una tenaglia da due paure: quella nei riguardi della segretaria di un Pd che per le sue dimensioni sta agli altri come un albero ai cespugli, e quella nei riguardi di Beppe Grillo. Di cui ora l’ex premier teme il silenzio sopraggiunto ai funerali improvvisati, pur senza bara e fiori, del MoVimento 5 Stelle, sapendo che nel prossimo, prevedibile scontro egli rischia di uscire male persino come avvocato, perché il terreno della battaglia sarà anche o soprattutto giudiziario.
In questa situazione, essendo queste le forze in campo e le loro condizioni, per quanto aiuto possano avere i suoi avversari da un’informazione che inventa più di raccontare, che aizza più di registrare, che partecipa più di osservare, che si avvolge più nei fantasmi che nella carta o nei tubi elettronici , la Meloni ha molti meno problemi di quanti non le attribuiscano gli avversari. E ancor meno ne avrà dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca e le sorprese -credo- che ne deriveranno.
In politica, ma anche nel giornalismo che ne fiancheggia o alimenta gli aspetti peggiori, è paradossalmente più facile perdonare all’avversario un errore che un successo. Se ne sta accorgendo -o ne sta avendo conferma- la premier Giorgia Meloni vedendo il fango sulla sua missione lampo da Donald Trump. Che l’ha accolta e trattenuta per alcune ore nella residenza privata di Mar-a-Lago, in Florida, apprezzandola.
Matteo Salvini
Prima si è cercato di immiserire il viaggio in un sorpasso della Meloni sull’alleato e vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, espostosi più di lei nella campagna elettorale americana per la vittoria di Trump e smanioso di correre alla cerimonia del giuramento e dell’insediamento cui la premier avrebbe problemi da cerimoniale per partecipare. Una cosa o circostanza risibile che pure ha fatto capolino nelle cronache e nei retroscena, tanto da indurre Salvini a smarcarsi da ogni sospetto apprezzando pubblicamente l’iniziativa della premier.
Joe Biden e Meloni d’archivio
Si è cercato inoltre di costruire uno sgarbo inferto all’altro vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che sarebbe stato tenuto all’oscuro del viaggio sino ad apprenderne la notizia dal sito elettronico della Stampa, quando già la Meloni era decollata dall’Italia. Ma ancora più grave sarebbe stato lo sgarbo al presidente ancora in carica degli Stati Uniti Joe Biden, nella presunzione di tanta incompetenza e imprudenza della premier, dei suoi collaboratori, ma anche di Trump e relativo staff, da non avere saputo gestire nei modi dovuti, cioè educati, un passaggio della ordinaria, lunga transizione di quasi due mesi fra un presidente e l’altro.
Dal Corriere della Sera
Sempre scambiando la Meloni per una imprudente, è stato messo nel conto della sua missione da Trump la stipula, o quasi, di un miliardario contratto di affari fra l’amico, consigliere, finanziatore, quasi ministro, o qualcosa del genere del presidente americano, Elon Musk, e l’Italia nel campo delle comunicazioni satellitari. Una cosa naturalmente smentita dalla Meloni ma sulla quale le opposizioni hanno già reclamato il solito rapporto e dibattito in Parlamento.
Elisabetta Belloni
Pur non collegato direttamente al viaggio in Florida e all’incontro con Tramp è stata infine buttato tra le gambe della premier un presunto giallo delle dimissioni anticipate dell’ambasciatrice Elisabetta Belloni dalla direzione dei servizi segreti. Che, per quanto già apparsa in partenza ai suoi collaboratori il 12 dicembre scorso nello scambio degli auguri di fine anno, scadendo il suo mandato a maggio, si sarebbe dimessa il 23 dicembre contro il presunto, mancato coinvolgimento nella vicenda del sequestro della giornalista italiana Cecilia Sala in un carcere iraniano e del modo in cui ottenerne il rilascio. Vicenda che è stata trattata come la più urgente dalla Meloni con Trump perché collegata all’arresto in Italia di un iraniano a rischio di estradizione negli Stati Uniti per storie di droni e di terrorismo
La Meloni “aggressiva” del racconto della stampa americana sembra essere proprio per questo piaciuta a Donald Trump nel lungo incontro avuto nella sua residenza privata, con i tempi e le procedure più di una incursione, o di un blitz, che di una visita. Come, del resto, fu il primo approccio diretto a Parigi fra i due il mese scorso, anch’esso improvvisato dalla premier italiana sorprendendo sia il padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron, sia il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che l’aveva preceduta nei tempi e nel cerimoniale della riapertura della Cattedrale Notre Dame restaurata dopo l’incendio di cinque anni prima.
Lo stesso Trump, del resto, ha accolto festosamente, e ammirato la Meloni a Mar- a- Lago come la leader “d’assalto all’Europa”: lei, che in Italia era stata rappresentata dagli avversari come “isolata” rispetto al presidente francese e al cancelliere tedesco pur usciti entrambi malconci dalle elezioni continentali di giugno. Lei, che aveva osato dissentire dalla loro decisione di confermare alla presidenza della Commissione esecutiva dell’Unione Europea Ursula von ver Leyen ottenendo poi lo stesso il riconoscimento dovuto all’Italia con la nomina di Raffaele Fitto a commissario di peso, con un portafoglio fra i più gonfi, e vice presidente.
Dal Messaggero
Ciò che la Meloni ha portato in Italia, di ritorno dalla sua missione lampo da Trump prima ancora dell’insediamento del presidente rieletto alla Casa Bianca, è un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti della nuova amministrazione che si rivelerà utile non solo per la soluzione del problema che ha scavalcato per attualità, cioè per urgenza, tutti gli altri, cioè il caso della giornalista italiana Cecilia Sala arrestata in Iran. Che potrà ormai tornare libera solo se e quando gli iraniani riusciranno ad evitare l’estradizione negli Stati Uniti del loro “uomo dei droni”, arrestato in Italia su mandato di cattura d’oltre Oceano per reati di terrorismo, paradossalmente confermati proprio dalla difesa strenua che ha deciso di farne alla luce del sole il regime iraniano. Che pratica e alimenta il terrorismo in tutte le guerre alle quali partecipa direttamente o indirettamente: direttamente in Medio Oriente e indirettamente, per esempio, in Ucraina sostenendo l’aggressione russa in corso da quasi tre anni.
Sergio Mattarella a Caivano
Nel ritorno in Italia dalla missione americana la Meloni ha trovato la sorpresa, felicemente riservatale dal presidente Sergio Mattarella improvvisando, pure lui, una visita di approvazione e di incoraggiamento nella Caivano risanata con una forte iniziativa del governo, e della premier in particolare, fra lo scetticismo e persino gli attacchi dei professionisti dell’anti-camorra. Che come i professionisti dell’antimafia e dell’antifascismo danno dei camorristi agli avversari o, semplicemente, indesiderati.