La Meloni ferma… la fine del mondo preannunciata dai suoi avversari

Immagino la fatica che Giorgia Meloni dovrà fare a Berlino e a Stoccolma, nelle sue nuove missioni internazionali dopo quelle recenti in Algeria e in Libia, per rimanere concentrata sui temi dei quali deve trattare con i suoi interlocutori, senza farsi distrarre dai problemi “interni” che ha lasciato caldissimi a Roma, per quanto si sia sforzata di ridurne la temperatura prima di partire. 

In particolare, la premier ha accontentato gli insofferenti alleati leghisti portando finalmente in  Consiglio dei Ministri le cosiddette autonomie differenziate, in tempo perché Matteo Salvini possa vantarsene nelle ultime battute della campagna elettorale in corso in Lombardia. Dove il suo partito è, a dir poco, in sofferenza col presidente uscente  della regione, Attilio Fontana.

La premier ha inoltre strappato al ministro della Giustizia Carlo Nordio, tentato sino ad un momento prima dall’attesa degli sviluppi di un’indagine avviata dalla Procura di Roma, un pronunciamento distensivo su un documento del dipartimento penitenziario rivelato nell’aula della Camera dal melonianissimo Giovanni Donzelli fra le proteste del Pd e le richieste di dimissioni o rimozioni dello stesso Donzelli da vice presidente del Copasir, l’organismo parlamentare di vigilanza sui servizi segreti, del suo collega di partito e informatore Andrea Delmastro da sottosegretario alla giustizia e di Nordio stesso da guardasigilli.

No, quel documento -ha chiarito il ministro- non aveva alcun carattere di segretezza, per quanto riservato nella intestazione, per cui Donzelli e Delmastro, che gliene aveva raccontato, avrebbero fatto solo il loro mestiere di parlamentari e politici rivelando sia la visita di una delegazione del Pd al detenuto anarchico Alfredo Cospito, in sciopero della fame contro il regime penitenziario speciale cui è sottoposto, sia il contesto nel quale quella visita fu effettuata il 12 gennaio scorso nel carcere di Sassasri.  Un contesto, purtroppo per lo stesso Cospito e per la delegazione del Pd prevedibilmente inconsapevole, alquanto scabroso: in coincidenza con rapporti fra il detenuto anarchico e altri di mafia, o simili, interessati quanto lui all’abolizione del regime speciale dell’ormai famoso articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario.

Naturalmente il pronunciamento di Nordio sul carattere praticamente divulgabile di quel documento se da una parte può avere alleggerito la posizione di Donzelli e Delmastro, salvo complicazioni giudiziarie, dall’altra ha maggiormente esposto il guardasigilli all’assalto degli avversari di sinistra. Che non vorrebbero farlo neppure arrivare alla formalizzazione del suo piano di riforma della giustizia in senso garantista. La fine del mondo annunciata o temuta dalle opposizioni, o gran parte di esse, per la stessa nascita del governo Meloni, e sulla quale ha scherzato oggi Il Foglio con una gustosa vignetta in prima pagina, è quanto meno rinviata.   

Le due carnefici di Enzo Carra: giustizia e politica, entrambe al minuscolo

Di Enzo Carra, del mio amico Enzo Carra, morto a 79 anni, temo che si continuerà sfortunatamente a ricordare non tanto la sua lunga e apprezzata attività giornalistica,  saggistica e politica, quanto quella maledetta fotografia che negli anni terribili di Tangentopoli – o di Mani pulite, come i magistrati di Milano vollero chiamare le loro indagini sul finanziamento illegale dei partiti- lo riprese barbaramente in manette nei corridoi del tribunale ambrosiano mentre raggiungeva l’aula del suo processo. 

Egli era stato accusato, e infine condannato, non di corruzione o simili ma di reticenza: per non avere detto della Dc e del suo segretario politico Arnaldo Forlani, di cui era portavoce, ciò che gli inquirenti si aspettavano. O -come lui poi mi raccontò- pretendevano che dicesse per stringere ancora di più al collo della Dc e di Forlani il cappio gemello di quello che stavano stringendo attorno al Psi e a Bettino Craxi. Del quale Forlani era amico ed alleato avendone favorito negli anni 80 la scalata a Palazzo Chigi, ed avendo collaborato con lui come vice presidente del Consiglio: veste nella quale, fra il 1983 e il 1987, il mio amico Arnaldo si trovò spesso, volente o nolente, a proteggerlo dagli agguati non tanto della forte e dichiarata opposizione comunista quanto dell’altrettanto forte ma non del tutto esplicita avversione dell’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che era salito anni prima al vertice del partito proponendosi come argine all’avanzata del pur alleato leader socialista, giunto ad un palmo da Palazzo Chigi già nel 1979, incaricato dal presidente socialista della Repubblica Sandro Pertini ma fermato dalla direzione della Dc all’ultimo momento con una votazione alla quale Forlani aveva partecipato astenendosi, cioè non approvando lo stop. 

Proprio a Palazzo Chigi da vice presidente del Consiglio di Craxi, dopo un turno elettorale nel quale la Dc guidata da De Mita aveva perso in un colpo  solo ben sei punti percentuali, Forlani chiamò Enzo Carra a fargli da portavoce. Nel dirimpettaio palazzo dell’Inps, in Piazza Colonna, affittato al Tempo,  Enzo aveva seguito sino ad allora la politica con meticolosità e convinzioni moderate in linea con quella testata. 

La lunga collaborazione con Forlani, tornato alla guida della Dc nel 1989, dopo averla già guidata fra il 1969 e il 1973, rafforzò in Enzo Carra la simpatia per lo scudo crociato, tanto da tentare l’elezione a deputato nelle sue liste a Roma, purtroppo inutilmente. Ma né la delusione per quella mancata elezione, né il coinvolgimento del partito nel terremoto giudiziario e politico di Tangentopoli, o -ripeto- Mani pulite, né il suo personale impatto con quella tragedia da imputato di reticenza, trattato con quegli schiavettoni ai polsi come un criminale peggio che comune, lo distolsero da quella che era ormai diventata una sua passione politica. Al contrario -sia detto a suo merito- la rafforzarono. 

Una volta passati, davvero o a parole, dalla cosiddetta prima Repubblica alla seconda, Enzo non si lasciò scappare nessuna occasione per partecipare ai tentativi di salvaguardare la memoria della Dc e di raccoglierne valori e tradizioni nei movimenti dove ciò era possibile: per esempio, nella Margherita, dove alla fine confluirono i resti della Dc contrari o impossibilitati, secondo le circostanze, a intrufolarsi nel centrodestra berlusconiano. E Carra riuscì, nella sua ostinata passione diventata ormai militanza, anche ad essere finalmente e ripetutamente  eletto deputato grazie anche alle nove leggi elettorali che risparmiavano ai candidati il pesantissimo onere di cercarsi i vecchi voti di preferenza della prima Repubblica.  Egli segui la Margherita nel 2007anche nella pur controversa confluenza nel Pd, nelle cui liste fu rieletto nel 2008 ma da cui tuttavia uscì per aderire all’Unione di Centro nel 2010. 

La sua esperienza parlamentare sarebbe continuata anche dopo le elezioni del 2013 se, fra i candidati post-democristiani, chiamiamoli così, raccoltisi sostanzialmente attorno alle liste improvvisate da Mario Monti non fosse incorso nello sbarramento posto dallo stesso Monti contro chiunque avesse avuto pendenze giudiziarie risalenti a Tangentopoli. Il colpo fu durissimo per lui, pur riabilitato dal tribunale di sorveglianza di Roma nel 2004. Da quella delusione praticamente non si riprese più, prendendosela tuttavia più che con Monti, in pubbliche dichiarazioni, con Casini. Dal quale, nel ricordo della comune collaborazione avuta con Forlani nella penultima segreteria della Dc, prima di Martinazzoli, Enzo si aspettava una difesa ad oltranza dalle forbici giustizialiste del presidente del Consiglio succeduto a Berlusconi nell’autunno del 2011. 

Addio, Enzo, amico mio. O arrivederci, nella nostra comune fede religiosa, pur dopo le incomprensioni che non sono mancate fra di noi all’epoca, per esempio, della mia direzione al Giorno. Dove mi rimproveravi, a tuo modo,  tra telefonate e bigliettini, di privilegiare nella linea politica i socialisti e Craxi rispetto ai democristiani e a Forlani. Del quale, ad un certo punto, volli verificare personalmente gli umori scoprendo che non erano quelli del suo portavoce. 

Pubblicato sul Dubbio

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L’evoluzione politica -si fa per dire- della causa del detenuto anarchico in sciopero della fame

Quando il digiuno del detenuto anarchico Alfredo Cospito si affacciò sulle prime pagine dei giornali il lettore comune, se non lo vogliamo chiamare ingenuo, pensò che fosse in gioco l’ aspirazione ad un trattamento penitenziario ordinario, e non speciale come quello “duro” dell’ormai famoso articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario.

Ebbene, dopo più di 100 giorni di sciopero della fame e di proteste e disordini  fiancheggiatori degli anarchici nelle piazze i contenuti e gli effetti della vicenda sono diventati di tutt’altra natura. 

Anche il mio amico Piero Sansonetti, convinto sostenitore della causa almeno originaria del detenuto anarchico, si è accorto -e denunciato oggi  sul suo Riformista- che “del 41 bis non ne frega nulla a nessuno” nei palazzi della politica, fra Parlamento, Ministeri e sedi dei partiti. Dove naturalmente la faccenda è approdata dalle prime pagine dei giornali. “La rissa è su Donzelli”, ha scritto e titolato in rosso Sansonetti riferendosi al deputato meloniano che ha provocato un putiferio a Montecitorio rivelando in aula la visita di una delegazione del Pd a Cospito nel contesto di una situazione aggravatasi sotto vari aspetti per i contatti avuti dallo stesso Cospito con mafiosi interessati all’abolizione del regime penitenziario speciale cui sono anch’essi sottoposti. 

Di Giovanni Donzelli sono state subito reclamate dal Pd a gran voce le dimissioni da vice presidente del Copasir, sospettando di avere attinto le sue informazioni dai servizi segreti su cui vigila lo stesso Copasir. Quando Donzelli ha fatto capire di avere avuto quelle informazioni dall’amico e collega di partito Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, anche di lui sono state reclamate le dimissioni. Che l’interessato si è rifiutato di dare dichiarandosi disposto, al massimo, a cambiare casa, alloggiando adesso a Roma in uno stesso appartamento con Donzelli. 

Allora è stata chiesta la sostanziale rimozione di Delmastro, meloniano di strettissima osservanza come Donzelli, al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che però, pur infastidito dal comportamento del suo sottosegretario e collega di area politica, essendo stato eletto il guardasigilli nelle liste del partito della Meloni, e da lei candidato nella scorsa legislatura addirittura al Quirinale, ha dovuto fermarsi di fronte alla decisione della Procura di Roma di aprire un’inchiesta sulla vicenda. Ma questo passo di rispetto verso la Procura di Roma, anziché sorprendere positivamente quelli che avevano recentemente accusato il ministro di aver poco rispetto dei suoi ex colleghi pubblici ministeri, parlandone come di malintenzionati, è stato usato dagli avversari per reclamare anche le sue dimissioni. 

Questa può sembrarvi una barzelletta ma è la sola, cruda cronaca di quanto accaduto e sta accadendo all’ombra del caso Cospito. Della cui sorte prsonale temo che, come Sansonetti ha scritto del 41 bis, in realtà non freghi più nulla a nessuno.  

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L’uso, anzi l’abuso politico del caso Cospito ne complica la soluzione

Naturalmente sono tra quelli che auguro sinceramente ad Alfredo Cospito, per quanto possa dissentire dalle sue opinioni e dalle sue gesta di anarchico, di uscire vivo dalla propria vicenda giudiziaria, e più in particolare penitenziaria. Che si è un pò troppo complicata sicuramente per il regime non a caso chiamato “duro” cui è stato sottoposto, e che non è condiviso da un sacco di gente perbene, e non solo dai mafiosi, terroristi e quant’altri vi siano incorsi, ma anche per la decisione da lui presa di protestare con lo sciopero della fame. Che  lui stesso ha voluto aggravare con la disposizione scritta di non sottoporlo a cure di sopravvivenza se e quando perderà coscienza nel carcere dove è stato trasferito, da Sassari ad Opera, proprio per metterlo in maggiore  protezione sanitaria.  

Non addebito, per carità, a Cospito chissà quali trame politiche per avere praticamente fatto coincidere i percorsi del suo sciopero e del governo realizzato da Giorgia Meloni dopo la sua vittoria elettorale, non gradita neppure agli anarchici. Si è trattato solo di una coincidenza, diciamo così. Di cui tuttavia Concita De Gregorio su Repubblica, trattando di altri aspetti della stessa questione, in particolare del comune interesse di mafiosi, terroristi e anarchici contro il carcere duro, ha scritto non a torto che “chiamiamo coincidenze quel che non riusciamo a spiegare”. Povera Concita, magari incorrerà anche per questo in chissà quali polemiche, dopo quelle che si è procurate di recente scrivendo della Meloni senza insultarla, anzi riconoscendole qualche qualità o elemento di buon interesse.

Coincidenze per coincidenze, il caso ha voluto anche che la delegazione del Pd  recatasi il 12 gennaio scorso al carcere di Sassari per visitare Cospito -e presa di mira nell’aula della Camera dal meloniano Giovanni Donzelli con parole un pò troppo sopra la righe provocando rumorose proteste e imbarazzando, sembra, la stessa presidente del Consiglio a Palazzo Chigi-  abbia compiuto la sua legittima missione, per carità, durante il percorso congressuale del partito. Che, d’altronde, è tanto lungo da avere incrociato ormai tutto, compresi -ripeto- i primi 100 giorni del novo governo, e non solo lo sciopero della fame del detenuto anarchico. 

La delegazione del Nazareno, chiamiamola così dal nome della strada romana dove ha sede nazionale il partito, era composta dalla capogruppo della Camera Debora Serracchiani, dal senatore Walter Verini, tesoriere e già responsabile dei problemi della giustizia della sua forza politica, dall’ex guardasigilli Andrea Orlando e da Bachisio Silvio Lai. Del quale, scusandomi, non conosco le particolari competenze nel Pd, oltre alla sua professione di dentista. Ma, trattandosi di un deputato sardo eletto proprio a Sassari, potrei ben pensare, senza mancargli di rispetto, ch’egli abbia fatto un pò il padrone di casa ai colleghi arrivati nell’isola per sincerarsi legittimamente -ripeto- delle condizioni di salute e altro del detenuto in ostinato sciopero della fame. 

Mi scuso per l’eventuale mancanza di discrezione, la involontaria malizia e quant’altro, ma sarei curioso di sapere se la composizione di quella delegazione  parlamentare fu decisa a suo tempo col solo, esclusivo criterio della competenza, che certamente non mancava e non manca, per esempio, a Orlando e Verini, in rigoroso ordine alfabetico, o stando bene attenti a coprire tutte le aree, o correnti, del partito. E ciò per via della coincidenza col clima congressuale e persino “costituente” nel quale il Pd si trova. Un clima che fa di tutto un caso poliedrico, a doppia, tripla e ancor più diffusa lettura. Basterà pensare al clamore, a dir poco, scoppiato con l’annuncio di adesione al Pd da parte della “iena” ex grillina Gino Giarrusso, attratto -hanno scritto al Fatto Quotidiano nella cattiveria di giornata in prima pagina- dalla “carne di cadavere” del partito. E forse anche del candidato alla segreteria prescelto dal nuovo arrivato senza avere prima chiesto scusa di tutte le nefandezze urlate contro quella parte in passato.

A mio modestissimo avviso, più il caso umanitario di Alfredo Cospito, quale lo considero condividendo l’opinione di Luigi Manconi che la vita e la dignità di ogni detenuto vanno difese “a prescindere dal suo curriculum criminale”; più il caso umanitario di Alfredo Cospito, dicevo, viene immerso nella politica, nelle sue logiche, nei suoi giochi, nelle sue contingenze, nelle sue beghe, più lo si complica e se ne compromette una soluzione ragionevole. 

A furia di buttare in politica questa vicenda, e di pensare di strumentalizzarla in un verso o nell’altro, mi è toccato addirittura di vedere da qualche parte paragonare Cospito ad Aldo Moro e lo Stato, o il governo, alle brigate rosse che nel 1978 lo sequestrarono fra il sangue della scorta per ucciderlo spietatamente dopo 55 giorni di prigionia come un cane. Al quale spararono, inerme  nel bagagliaio di un’auto, in modo tale da prolungarne al massimo la dolorosa agonia, come ha accertato l’ultima commissione parlamentare d’inchiesta. Sono semplicemente inorridito al paragone. 

Pubblicato sul Dubbio

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Il gioco del dito e della luna a Montecitorio sul caso del detenuto anarchico Cospito

Fra la “rissa alla Camera” annunciata dal Corriere della Sera, la “bomba Cospito in Parlamento” dal Giornale, la “bagarre” in rosso dalla Verità, “il caos” in nero dal manifesto e altro ancora qualcuno sarà sobbalzato accostandosi all’edicola. Calma, a Montecitorio non è successo nulla di più grave o insolito di quanto accaduto in altri momenti vivaci dell’attività parlamentare.

Si è solo ripetuto il vecchissimo, abusato spettacolo politico del dito e della luna. O una  “farsa”,  come ha scritto Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano guadagnandosi per la seconda volta in pochi giorni il mio consenso, e preoccupandomi non poco per questo.

Il dito, o la mano, è quello levato in aula del giovane e sostanziale vice di Giorgia Meloni nel partito,  Giovanni Donzelli, nonché vice presidente del Copasir, che è il comitato bicamerale di vigilanza e quant’altro sui servizi segreti. La luna è il carcere di Sassari, dove il 12 gennaio scorso una delegazione del Pd ha fatto visita al detenuto anarchico Alfredo Cospito. Che in modo del tutto casuale, per carità, ha abbinato al percorso dei primi cento giorni del governo in carica uno sciopero della fame contro il regime del carcere duro cui è stato sottoposto per i reati commessi e per i perduranti collegamenti con i suoi amici anarchici  all’esterno, che non trascorrono il loro tempo  solo giocando a carte o facendo gite. 

Dal carcere duro Compito, dichiaratamente solidale con i mafiosi che vi sono trattenuti, ha notoriamente deciso di uscire al più presto vivo o morto, riducendosi dopo più di 100 giorni di digiuno a un cencio. E, in più, disponendo per iscritto il divieto di somministrargli cibo e quant’altro nello stato di incoscienza in previsione del quale l’amministrazione penitenziaria l’ha prudentemente trasferito da Sassari ad Opera, dove esistono condizioni migliori di soccorso e assistenza. 

La luna indicata con proteste e richieste di chiarimento da Donzelli -che rischia per questo di perdere la vice presidenza del Copasir, essendo sospettato di avere assunto informazioni presso i servizi segreti, ed avrebbe addirittura infastidito per le implicazioni politiche la stessa Meloni, almeno stando ad un titolo di Avvenire- non è piaciuta neppure agli esponenti del Pd che l’hanno frequentata andando a trovare Cospito in carcere. Sono, di preciso, la capogruppo alla Camera Debora Serracchiani, il tesoriere e già responsabile dei problemi della giustizia per il Pd Walter Verini, l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando e Bachisio Silvio Lai. Del quale francamente ignoro le competenze specifiche nel partito, immaginando che ne abbia ed escludendo che la delegazione mossasi per controllare lo stato di salute del detenuto, e quanto meno consolarlo, non volendo pensare che l’abbia voluto anche incoraggiare, sia stata formata col bilancino delle correnti del partito. Che è impegnato nel suo lungo percorso congressuale dopo la sconfitta elettorale di settembre. Sarebbe la ciliegina sulla torta. 

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L’opposizione anarchica sostituisce quella politica ricattando Governo e Stato

Ecco cosa può succedere, anzi succede quando l’opposizione è a pezzi, o gassosa. E a prenderne il posto o, peggio ancora, a guidarla  strumentalizzandone parti più o meno consistenti è l’anarchia. 

Dichiaratameente, orgogliosamente anarchico, sostenuto all’esterno al solito modo, tra botte, incendi e bombe, è quell’Alfredo Cospito che da un centinaio di giorni-  quanti, guarda caso, sono quelli del governo di Giorgia Meloni- si è messo in sciopero della fame contro la carcerazione dura ergendosi a difesa anche dei mafiosi e dei terroristi. Che vi sono finiti avendo compiuto reati più gravi dei suoi, che non sono comunque le bazzecole che appaiono dai resoconti, commenti e quant’altro di chi ha ne sta sostenendo la causa con accoppiamenti di parole, di slogan, di concetti, di accuse e quant’altro che mi fanno drizzare i capelli, visto che ancora ne ho.

Il Cospito passato dalla ganbizzazione dello sgradito o nemico di turno, dagli attentati dinamitardi e dalle sfide nelle aule dei tribunali  alle condizioni, lamentate dal medico e dall’avvocato, di un uomo “pallido e in carrozzina” con “pochi giorni di vita” ancora a disposizione, come ha raccontato Luigi Manconi sulla prima pagina della Stampa, è riuscito a mettere d’accordo e a fare uscire all’unisono due giornali opposti come quelli del mio amico Piero Sansonetti e dell’ingegnere Carlo De Benedetti: rispettivamente, Il Riformista e Domani.

“Meloni è pronta a lasciar morire in carcere l’anarchico Cospito”, ha titolato Domani pur dopo che il ministro della Giustizia ha fatto trasferire il detenuto da Sassari ad Opera per farlo assistere meglio nel percorso della protesta e scongiurarne quindi l’epilogo mortale. “L’anarchico deve morire! Il governo condanna Cospito”, ha gridato il Riformista, quasi augurandoselo -mi perdonerà Piero- e alternando il nero e il rosso in un titolo di cui spero naturalmente che il direttore potrà o dovrà pentirsi quando questa vicenda parossistica finirà. 

Non il più o meno odiato governo Meloni, arrivato a superare i suoi primi 100 giorni di vita con la concreta, realistica speranza di arrivare anche a 200, a 300 e più, sino alla fine ordinaria della corrente, diciannovesima legislatura, ma lo Stato -di cui anche le opposizioni, per quanto malmesse, dovrebbero sentirsi parte- si trova prigioniero di un detenuto, per parafrasare il titolo del commento di Francesco Bei su Repubblica. 

Sorpresa per sorpresa, mi consolo di quella riservatami dall’inedita coppia Sansonetti-De Benedetti col davvero imprevisto titolo sopra la testata del Fatto Quotidiano di ieri , in cui si dava “una volta tanto” ragione alla Meloni nel rifiuto di fare “patti con chi minaccia” insieme il governo – per quanto sgradito, ripeto-  e lo Stato. 

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Il governo di Giorgia Meloni “processato” al Foglio e assolto

Memore del voto non credo fideistico ma ragionato a favore del Pd di Enrico Letta annunciato da Giuliano Ferrara prima delle elezioni di settembre, senza nulla togliere all’amicizia e alla simpatia arcinote per Silvio Berlusconi, del quale era stato nel 1994 ministro per i rapporti col Parlamento;  memore, dicevo, di quella scelta elettorale di Giuliano Ferrara, ho preso lì per lì sul serio “il processo ai cento giorni” di Giorgia Meloni  sparato ieri sulla prima pagina del Foglio. Di cui il fondatore è rimasto comprensibilmente e umanamente l’anima, pur avendo lasciato ormai da tempo la direzione a Claudio Cerasa. 

Il processo, si sa, senza essere un giurista, presuppone un’accusa dalla quale un imputato deve difendersi. E la presidente del Consiglio in veste di imputata ci stava, leggendo quel titolo e pensando -ripeto- al partito di opposizione preferito da Giuliano, pur sapendo che esso avrebbe sicuramente perduto le elezioni dopo avere rotto con i grillini di Giuseppe Conte, o dopo che i grillini di Giuseppe Conte avevano rotto col Pd, e dopo che quest’ultimo a sua volta aveva rotto con Carlo Calenda e Matteo Renzi pur di non scaricare quel sostanziale prefisso telefonico costituito dai rossoverdi di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.

Ma quel titolo -Il processo, ripeto- sul serio non doveva essere preso perché nient’altro è stato che un mezzo esame di maturità condotto da quindici tra politici e professori veri, emeriti o finti, includendo fra questi ultimi, senza volere mancare loro di rispetto, giornalisti abitualmente alle prese con la politica e dintorni. Eccone l’elenco nello stesso ordine rigorosamente alfabetico rispettato dal Foglio raccogliendone giudizi e umori sui primi tre mesi e dieci giorni del primo governo di destra-centro nella storia d’Italia, in più presieduto da una donna: Carlo Calenda, Sabino Cassese, Alessandro Cattaneo, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Oscar Giannino, Siegmund Ginzberg, Camillo Langone, Marco Lodoli, Mariarosa Mancuso, Andrea Minuz, Saverio Raimondo, Nicola Rossi, Alessandra Sardoni e Serena Sileoni.

Da cronista di una certa esperienza, diciamo così, provo a sintetizzare al massimo giudizi e umori, ripeto, di costoro scusandomi in anticipo se a qualcuno di essi risulterò troppo sintetico, sino a capovolgerne addirittura il pensiero. 

Carlo Calenda ha gridato il suo no accusando la Meloni di “non aver fatto nulla”, pur avendo egli mostrato qua e là nelle cronache politiche delle scorse settimane qualche apprezzamento, o disponibilità addirittura a darle una mano dall’opposizione. Sabino Cassese mi è sembrato propendere per il sì con quella convinzione espressa che la Meloni sia “ammirata da chi sa che vuol dire lavorare sodo e avere una figlia piccola”. Alessandro Cattaneo da capogruppo di Forza Italia alla Camera non poteva certo smentire la fiducia accordata al governo in quella sede. Nè poteva contraddire il suo no parlamentare Giuseppe Conte, che ha rimproverato alla Meloni “mancanza di coerenza e di coraggio”. 

Luigi Di Maio, cambiando lettera, non poteva che confermare la rottura con Conte apprezzando il governo non foss’altro sul versante non secondario della politica estera, di cui l’ex capo grillino si è fatta una certa esperienza alla Farnesina come ministro. Sostanzialmente negativo è stato invece Oscar Giannino per via della maggioranza che è “un cavallo che scarta in direzioni opposte”. Per Siegmund Ginzburg, al contrario, “ci si può accontentare” perché “è meglio andare a zig zag che a fondo”. Camillo Langone vorrebbe che la Meloni “festeggiasse i 1000, anche 10 mila giorni”, che sarebbero poi i classici “100 di questi giorni” che si augurano nelle dovute circostanze agli amici. Per Marco Lodoli invece quelli già trascorsi sono giorni che bastano per dire che la Meloni “sembrava un falò ed è una candela già mezza sciolta”. 

Mariarosa Mancuso, cambiando ancora lettera, è abbastanza curiosa di vedere come andrà a finire la presidente del Consiglio “con tutti i bastoni fra le ruote che le mettono gli alleati”. Andrea Minuz non ha invece da aspettare ancora per promuovere la Meloni ad una “Garbatella da esportazione”. Saverio Raimondo, poi, le ha riconosciuto il merito, per un uomo di sinistra, di “circonvenzione di fascisti”, visto dove sta dimostrando di saper e voler portare gli inconsapevoli neri in mezzo ai quali sarebbe cresciuta. Un bel sì, quindi, il suo come quello di Nicola Rossi, per il quale quello della Meloni è “tutt’altro che un vuoto”. E “non è poco quello che ha fatto”.

Per ultime, alla lettera s, Alessandra Sardoni ha visto nella premier, ma forse ancora più in alcuni suoi ministri, “un pò di narcisismo e revanscismo” che farebbero meritare un no al suo governo. Sarebbe troppo presto esprimere un giudizio invece per Serena Sileoni, che preferisce quindi stare ancora un pò alla finestra a guardare.

Complessivamente, se so ancora far di conto, i sì alla Meloni risultano 8, i no 5 e i voti di attesa, o di astensione, 2. Un risultato che forse nel problematico, a dir poco, titolo degli amici del Foglio sul “processo” avrebbe dovuto essere indicato, come all’interno nel titolo anodino di “Bilancio di una luna di miele”.

Pubblicato sul Dubbio

Gorgia Meloni si augura 100 di questi giorni, equivalenti a più di 5 legislature

Di ritorno dalla Libia, o da Tripolitalia, come ha scherzato ieri il manifesto e un pò meno Il Fatto Quotidiano oggi vedendo un “neocolonialismo” dietro l’ispirazione della presidente del Consiglio alla politica che faceva Enrico Mattei guidando l’Eni, Giorgia Meloni ha celebrato all’insegna dell’ottimismo i suoi primi cento giorni di governo, percorsi -ha osservato- col passo della maratona. Come si dice in questo tipo di feste, si è augurata cento di questi giorni. Che equivarrebbero per il suo governo alla durata di 10 mila giorni, contro i soli 1.825 che dura una pur intera legislatura. 

  Non manca insomma l’ambizione alla giovane e prima donna premier in Italia, dopo una lunghissima sfilza di uomini che  in genere hanno dovuto accontentarsi di meno, anche rispondendo a nomi come quelli di Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Amintore Fanfani, Emilio Colombo, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Francesco Cossiga, Arnaldo Forlani, Giovanni Spadolini, Carlo Azeglio Ciampi e, passando alle edizioni successive alla cosiddetta Prima Repubblica, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Mario Draghi. Dovrei aggiungere, lo so, anche Giuseppe Conte, per non spingermi fino ad Enrico Letta e Lamberto Dini, ma c’è qualcosa di istintivo che mi trattiene, considerando quei passaggi a Palazzo Chigi più casuali che altro.

Decisamente meno ottimisti della Meloni sulla durata del suo governo sono sul fronte diviso delle opposizioni Matteo Renzi, che si aspetta cataclismi dalle elezioni europee dell’anno prossimo, e nel Pd la concorrente alla segreteria Elly Schlein. Che più prudentemente di Renzi ha appena profetizzato che “il governo non durerà cinque anni”, aggiungendo che “in Parlamento abbiamo toccato con mano in questi mesi quanto sia fragile e divisa la maggioranza”. “Dunque cambiamo il Pd e andiamo a battere la destra”, ha concluso. E’ una parola, mi verrebbe da commentare. 

Si sono messi in tre oggi sul Corriere della Sera -Milena Gabanelli, Simona Ravizza e Alessandro Riggio- a raccontare e spiegare, come sintetizza un richiamo in prima pagina, che al Nazareno sono sfilati “in 15 anni otto segretari e mai nessuno ha concluso il  suo mandato” in modo ordinario, essendosi il Pd “(auto) sbriciolato”. Michele Ainis su Repubblica, scrivendo più in generale dell’opposizione “afona, silente”, ha osservato non a torto che “il Pd è all’opposizione di se stesso”. 

Basta vedere il casino -scusate la parolaccia- scoppiato con l’arrivo nel Pd, e a favore di Bonaccini segretario, dell’ex grillino e tante altre cose Dino Giarrusso. Del quale nella Cattiveria di giornata del Fatto Quotidiano si è scritto che “le iene  adorano la carne di cadavere”.“Dopo Giarrusso spunta Di Maio”, ha annunciato il Giornale, non so ancora per quanto della famiglia Berlusconi, ricordando che il Pd non è riuscito nelle elezioni di settembre neppure a farlo rieleggere alla Camera dopo quella che era sembrata una straripante scissione pentastellata. 

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Rimproverate a Giorgia Meloni sia la marcia che la retromarcia

Nel 98.mo giorno del suo primo governo Giorgia Meloni, volata in Libia per accordi sul gas e sul controllo del traffico dei migranti, da troppo tempo praticamente gestito dagli scafisti, si è guadagnata dai fantasiosi titolisti del manifesto anche la guida di “Tripolitalia”. Che avrà già acceso, o riacceso, l’incubo avvertito in ottobre a sinistra per la quasi coincidenza tra la formazione del primo governo di destra-centro, e a guida femminile in Italia, e il centenario della “marcia su Roma” di Benito Mussolini. Il quale teneva allo “scatolone” sull’altra sponda del Mediterraneo avvistato prima di lui da Giovanni Giolitti. “100 giorni di Meloni: figuriamoci i prossimi”, hanno gridato allarmati quelli del Fatto Quotidiano.

Sul Corriere della Sera invece Antonio Polito ha scritto nell’editoriale di giornata che “l’accusa di aver fatto una retromarcia su Roma insegue i primi tre mesi del governo Meloni”, notando che questo rimprovero “spesso proviene dagli stessi critici che l’accusavano di voler fare la marcia su Roma”. Essa fu non a caso rievocata con particolare dispendio di articoli e di carta da Repubblica. Sulla cui prima pagina oggi si definisce invece senza compiacimento alcuno quello che compirà domani i suoi primi cento giorni “il governo delle retromarce”. Sono gli scherzi dell’incoerenza”, come scrive Polito, o della cronaca e della storia entrambe viste e raccontate con gli occhiali anneriti dalla faziosità, o dai contingenti e mutevoli interessi politici. 

Si distingue sul Corriere della Sera anche “l’esame di maturità” fatto al governo Meloni da Roberto Gressi. Che, colpito dalla “più breve delle sbornie elettorali del passato recente”, esprime un voto “tutto sommato” positivo, di promozione.  Egli ha indicato a vantaggio della Meloni una “buona tenuta con gli alleati riottosi fin dalla formazione del governo”, fra le ambizioni concorrenti di leghisti e berlusconiani, e “un aiuto” più o memo costante “degli avversari divisi”. I principali dei quali -il Pd del dimissionario Enrico Letta, impegnato nel più lungo percorso congressuale che si ricordi in Italia, e il MoVimento 5 Stelle ormai di Giuseppe Conte, con brevi incursioni del fondatore e comico Beppe Grillo- si contendono la rappresentanza più autentica e numerosa della sinistra post-novecentesca. 

Come finirà questa gara a sinistra non riusciremo forse a saperlo o capirlo neppure il mese prossimo, quando avremo il nome del nuovo capo al Nazareno, di genere maschile o femminile che risulti. A meno di esiti clamorosi contrari al Pd, qualche giorno prima, delle elezioni regionali in Lombardia e nel Lazio. Dove il segretario pur uscente del Partito Democratico avrà sperimentato, rispettivamente, la convivenza con i grillini o il contrasto. 

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Quanta fantasia volante sui rapporti fra Meloni e Nordio, e non solo…

Neppure avvolta in quel pastrano bianco più o meno marziale indossato di recente ad Algeri per sfilare davanti alle truppe schierate in suo onore, o in chissà quale altra tenuta nelle prossime ore in Libia, dove è volata per parlare di gas e immigrazione, riesco ad immaginare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni come l’hanno descritta certi giornali riferendo dell’incontro   avuto a Palazzo Chigi col ministro della Giustizia Carlo Nordio. 

Il guardasigilli sarebbe stato praticamente chiamato a rapporto dalla premier non tanto per sentirsi confermare la fiducia, come annunciato da un precedente comunicato, quanto per essere messo in riga sul tema dei rapporti con i suoi ex colleghi pubblici ministeri. E per strappargli quanto meno “una tregua” -hanno scritto in parecchi- finalizzata a fare sbollire gli umori. E intanto anche a provare a mettere giù un progetto di riforma su cui confrontarsi con professori, sindacato delle toghe, loro correnti e quant’altro prima di portarlo in Consiglio dei Ministri e proporlo al Parlamento.

  Lo stesso Nordio, d’altronde, prima ancora di incontrarsi con la presidente del Consiglio, senza quindi aspettarne ordini o simili, aveva assicurato di voler seguire questo percorso parlando davanti al capo dello Stato nella cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario alla Corte di Cassazione.

A parte il fatto che, in attesa di uno o più progetti del governo, esso è già alle prese in Parlamento con proposte parlamentari di gruppi della maggioranza su temi come la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, non mi sembra proprio che il clima dei rapporti fra la Meloni e Nordio sia quello sostanzialmente conflittuale, o disciplinare, descritto da giornali interessati politicamente e culturalmente, diciamo così, alla più rapida dissoluzione possibile della sgradita coalizione di centrodestra o, peggio ancora, di destra-centro. Propio oggi la Repubblica di carta annuncia che sulla giustizia la maggioranza è “in rotta di collisione” al suo interno, oltre che con i tre quarti delle opposizioni, considerando il sostegno del cosiddetto terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi su cui può contare una riforma vera, e non annacquata o finta, della giustizia. 

Immaginare o rappresentare una Meloni in rotta di collisione, per ripetere l’espressione di Repubblica, con Nordio sarebbe come immaginare o rappresentare, politicamente e fisicamente, anche una Meloni in rotta domani col ministro della Difesa Guido Crosetto sulle forniture di armi all’Ucraina. O solo sul tema -riuscito anch’esso a tradursi in uno scontro politico- di un messaggio registrato del presidente ucraino Zelensky fra una quindicina di giorni al festival canoro di San Remo. Come se davvero egli dovesse mettersi a cantare -come nella vignetta del Foglio- il “Volare” di Modugno per chiederci “subdolamente” altri aerei da caccia nella spietata guerra cominciata dalla Russia undici mesi fa.  

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