Clamorosa caduta della Meloni a Bruxelles nelle provocazioni degli avversari

Un misto di sfortuna e di imprevidenza ha fatto uscire la presidente italiana del Consiglio dall’apertura del Consiglio Europeo straordinario  a Bruxelles come peggio, francamente, non si poteva facendole meritare “il giorno nero di Meloni” sparato in prima pagina da Repubblica. Che già ieri le aveva contestato con quel “Vertice senza l’Italia” il mancato invito al vertice conviviale improvvisato dal presidente francese Macron col presidente ucraino Zelensky e il cancelliere tedesco Sholz. 

La sfortuna è stata quella  -spero  solo per ragioni di cosiddetto cerimoniale che prescindono da questioni o problemi personali- di capitare nella foto collettiva dei partecipanti al Consiglio Straordinario in seconda fila dietro un Macron troppo più alto di lei per farla riprendere del tutto. L’ha un pò salvata il colore rosso, suo malgrado politicamente, della giacca che indossava,

L’imprevidenza, direi anche assoluta, senza più l’attenuante dell’inesperienza, essendo trascorsi più di cento giorni dal suo arrivo a Palazzo Chigi, avendo partecipato ad altri eventi internazionali e soprattutto avendo già avuto con Macron qualche problema di porti e immigrazione; l’imprevidenza, dicevo, è stata quella di protestare pubblicamente contro il vertice “inopportuno” della vigilia con Zelensky e Sholz promosso dal presidente francese senza invitarla. Manco morto, diciamo così, un capo di governo può commettere un errore così autolesionista. E, in più, ai fini della politica interna, la presidente del Consiglio è non scivolata, non caduta ma precipitata nella provocazione degli avversari così chiaramente espressa dal già ricordato titolo di ieri di Repubblica e affini.

L’infortunio è politicamente rilevante come lo sarebbe stato sul piano del buon gusto se la Meloni avesse deciso di protestare contro quel mancato invito dicendo che Macron preferisce la presenza e la compagnia di donne di una certa età. 

Poiché le provocazioni sono come le ciliegie, una tirando l’altra, la Meloni si è procurata anche la versione pur forzatissima del Fatto Quotidiano di un incontro “bilaterale” con Zelensky programmato e “negato”. Versione forzatissima, dicevo, anzi falsa, perché l’incontro a due si è svolto, e non solo per darsi la mano e scambiarsi carinerie, sia pure in appendice, voluta espressamente da Zelensky, a quello con i rappresentanti di altri paesi, in gruppi preselezionati dall’organizzazione del Consiglio Straordinario. 

L’errore della Meloni rischia di creare qualche problema a Roma al presidente della Repubblica, peraltro già reduce da una mezza e controversa sponsorizzazione istituzionale del festival canoro di Sanremo. Il titolo di prima pagina di una nota del quirinalista della Stampa, Ugo Magri, dice che il Colle, per quanto imbarazzato, “chiede il rispetto del patto del Quirinale” di collaborazione, sintonia e altro fra Italia e Francia firmato con tanta solennità e svolazzi di frecce tricolori all’epoca certo non lontana del governo di Mario Draghi. 

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Se la critica ad un governo sgradito sconfina nel disfattismo

L’incontro svoltosi ieri a Parigi fra i presidenti francese, tedesco e ucraino è stato trasformato da Repubblica, con un grido di allarme e insieme di protesta o derisione verso Giogia Meloni, in un “Vertice senza l’Italia”. 

D’altronde, già il 5 febbraio scorso la presidente del Consiglio era stata liquidata in un editoriale del direttore Maurizio Molinari in persona, sempre su Repubblica, come una sprovveduta, o temeraria, caduta “nella trappola del tribalismo politico”  nei rapporti fra il suo e gli altri partiti della stessa maggioranza, oltre che dell’opposizione. Un tribalismo proteso, per esempio,  a fare polpette degli alleati nelle elezioni regionali di domenica in Lombardia e nel Lazio. Un tribalismo che evidentemente la distrarrebbe o addirittura le impedirebbe di occuparsi seriamente di politica internazionale, per quanti viaggi e missioni la premier stia compiendo in questi ultimi tempi. 

Proprio oggi Meloni partecipa a un Consiglio Europeo straordinario, ai cui “margini” -ha titolato sempre Repubblica minimizzando-  incontrerà a Bruxelles il presidente ucraino. Dal quale volerà poi a Kiev entro il 24 febbraio, primo anniversario dell’aggressione russa al paese limitrofo, cui l’Italia sta fornendo con gli alleati l’assistenza economica e militare necessaria per resistere e non perdere potere contrattuale, se e quando Putin, o chi per lui, dovesse accettare a Mosca l’idea di negoziare una pace. 

Più misuratamente e realisticamente di Repubblica, sul Messaggero hanno riferito e riassunto lo scenario internazionale titolando: “Zelensky a Londra e Parigi per i jet. E oggi a Bruxelles incontra Meloni”. Che fortunatamente per l’Ucraina e per gli interessi più generali dell’Occidente, oltre che per la faccia dell’Italia, non  credo che si riconosca nella interpretazione data da Benigni al festival di San Remo, presente il capo dello Stato, del famoso articolo 11 della Costituzione sul ripudio della guerra. Una interpretazione della quale si fanno forti i contrari agli aiuti italiani all’Ucraina. Vi ha pensato Amadeus, nella vignetta di oggi sul Corriere della Sera, esortando il giullare a “sorvolare oh oh”. 

I pasticci, si sa, rimangono sempre pasticci, per quanti sforzi si possano fare per renderli dei buoni affari mediatici e politici. D’altronde, la “storica” partecipazione di Mattarella all’inaugurazione del festival di Sanremo, quasi una festa supplementare della Repubblica affidata alla Rai, è già diventata funzionale, su qualche giornale malizioso come Il Fatto Quotidiano, alla salvezza dell’amministratore delegato dell’azienda radiotelevisiva di Stato sotto pericolo o minaccia di sostituzione prima della scadenza del mandato. Non parliamo poi degli ottocentomila telespettatori  in meno rispetto all’anno scorso opposti, sempre dal Fatto Quotidiano, all’ascolto “record” vantato sul palco del teatro Ariston della città dei fiori. 

Mattarella al festival di Sanremo ha fatto impazzire i vignettisti

Caro direttore, complimenti per l’anticonformismo, al limite della sfida, praticato non trovando deliberatamente un titolo, uno spazio, un accenno nell’edizione di ieri del Dubbio, dalla prima all’ultima pagina, all’inaugurazione del lungo e in qualche modo assordante festival canoro di Sanremo. 

Hai voluto e saputo resistere alla leva appunto del conformismo anche quando i geni del teatro Ariston e dintorni, sino a Roma Capitale d’Italia, sono riusciti a convincere il buon Sergio Mattarella a onorare della sua presenza la prima serata di questa che è diventata così anche un’edizione storica della manifestazione canora nazionale: riuscita a procurarsi “per la prima volta”, come ha gridato Amadeus, la partecipazione del capo dello Stato.

Il buon Mattarella, per quanto mi riguarda, senza volerti minimamente coinvolgere in questo giudizio, meriterà  alla fine del suo secondo mandato di essere ricordato per ben altre presenze e iniziative: dalla resa alla rielezione che non voleva ma meritava, e serviva a salvare il Paese anche da una crisi istituzionale che i partiti non avevano saputo risparmiarsi, al ricorso a Mario Draghi per la formazione di un governo davvero di emergenza, anche a costo di incorrere nell’accusa di “Conticidio” da parte dei grillini; dall’ appello ad una “rigenerazione” della magistratura, dopo l’esplosione dello scandalo del mercato correntizio e politico delle nomine, allo stimolo alla partecipazione dell’Italia agli aiuti economici e militari all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin; dall’accorciamento di una legislatura ormai troppo logora, come quella passata, alla nomina della prima donna alla guida di un governo nella storia d’Itala non appena un chiaro risultato elettorale glielo ha consentito. E ciò senza lasciarsi condizionare dalle rievocazioni spesso strumentali del centenario della marcia su Roma di un Mussolini praticamente antenato della nuova e giovane presidente del Consiglio. Potrei andare avanti ancora per molto, ma mi fermo qui per non perdere lo spazio necessario ad altre osservazioni e puntualizzazioni. 

La mistificazione del festival di Sanremo, pur tra le comiche proteste dei consiglieri di amministrazione della Rai sorpresi dalla notizia e perciò insorti e reclamare chissà quali diritti a informazioni e preventive autorizzazioni, ha il sapore amaro -agli occhi, alle orecchie e al cervello, temo, di tantissimi italiani- di un tentativo soporifero di distrazione di massa, diciamo così, da vecchi e nuovi problemi in cui da tempo si perde la politica nazionale, anche nell’ultima edizione di governo, se Gorgia Meloni me lo permette. E se la premier -o il premier, come preferisce-  non me lo permette o dissente, pazienza. Problemi fra i quali includo naturalmente anche quelli sollevati, in curiosa coincidenza con la nascita del governo attuale, dal digiuno del detenuto anarchico Alfredo Cospito contro il cosiddetto carcere duro dell’articolo 41 bis, concepito in altri tempi e in altre circostanze, si spera, molto diverse e meno gravi delle attuali. 

D’altronde, se il problema fosse davvero quello della necessità o opportunità di una distrazione di massa, potrebbero bastare e avanzare in un Paese e in una società normali, quali mi auguro sia ancora rimasta l’Italia, l’immane tragedia turco-siriana di un terremoto di cui ancora non si sono contate esattamente le migliaia di vittime, peraltro in terre già da troppo tempo insanguinate da guerre. 

Mattarella si sarà mosso, si sarà lasciato convincere alla sostanziale “istituzionalizzazione” -si è detto e scritto- del festival di Sanremo dalle migliori intenzioni, per carità. Ma delle migliori intenzioni è lastricata la via dell’inferno, dice un vecchio proverbio che vale per tutti, anche per il presidente della Repubblica. Al quale Marzio Breda, il quirinalista storico anche lui del Corriere della Sera, ha attribuito la decisione di correre a Sanremo, fra canti patriottici e inni alla solita, più bella Costituzione del mondo, nonostante i 75 anni che si porta addosso, e sono tanti, per “rilanciare un sua virtuosa pedagogia costituzionale”. Al livello, evidentemente, più basso o popolare possibile, non bastando quello alto o altissimo, secondo le preferenze, delle sue prerogative scritte dai costituenti fra il 1946 e il 1947, dopo la rovinosa e meritata caduta referendaria della monarchia compromessasi nel fascismo oltre ogni limite, anche razziale. 

Mi chiedo tuttavia, con tutto il rispetto per il capo dello Stato e di chi pensa di interpretarlo al meglio scrivendone, parlandone e cantandone, se è lecito il tentativo, di cui avverto forte la puzza, di abusare della pedagogia per continuare a  nascondere sotto il tappeto vecchi problemi, e metterne anche di nuovi. Fra i quali includo quelli trattati, a proposito dell’Occidente e della guerra in Ucraina, nell’articolo di Thomas Lauren Friedmann che Il Dubbio ha ripreso in prima pagina dal New York Times.

Io non lo credo. E ti ringrazio di nuovo, caro direttore, per avermi fatto sentire ancora di più a casa mia, diciamo così, dopo tanti anni di lavoro giornalistico, con la tua renitenza al conformismo. 

Pubblicato sul Dubbio

Cospito travolto dalle macerie turco-siriane e dal festival della Repubblica a Sanremo

Quello sfrontato di Alfredo Cospito, il detenuto anarchico scambiato anche da mafiosi, terroristi e simili per un mezzo statista in gabbia capace di aiutarli col suo sciopero della fame a liberarsi del cosiddetto carcere duro del 41 bis, è quanto meno uno sfigato, oltre che un criminale. Egli ha azzeccato i tempi d’inizio della protesta,  facendoli scorrere con quelli del governo di Giorgia Meloni, e quindi celebrando insieme i loro primi cento giorni, ma ha tirato le cose tanto a lungo da incrociare due eventi che lo imprigionano ancora di più dov’è. Due eventi di distrazione di massa, dei quali uno tragico e l’altro di varietà, chiamiamola così. 

L’evento tragico è l’apocalisse turco-siriana con quelle “voci sotto le macerie”, come ha  titolato  il Corriere della Sera, destinate a rendere quella di Cospito dal carcere di Opera una stecca. “Una scorreggia nello spazio”, come disse l’Umberto Bossi dei tempi brillanti parlando dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, prima di lasciarsene corteggiare per far cadere anzitempo il primo governo di Silvio Berlusconi.

L’evento che ho chiamato di varietà è naturalmente il festival canoro di Sanremo, che ha sempre invaso le prime pagine dei giornali e i palinsesti televisivi della Rai ma quest’anno, con la  sorpresa della presenza del capo dello Stato, la prima volta nella storia della manifestazione, è diventata una specie di festa suppletiva della Repubblica e della sua Costituzione, recitata in sala da Roberto Begnini. Che ne ha esaltato la bellezza e quant’altro, peraltro nel 75.mo anniversario della sua nascita, incorrendo nella “cattiveria” di giornata del Fatto Quotidiano, corso a ricordare i giorni nei quali, nel non lontanissimo 2016, l’artista sostenne la riforma intestatasi con imprudente orgoglio da Matteo Renzi, bocciato nel referendum che avrebbe dovuto confermarla. 

Il quirinalista principe, che rimane Marzio Breda del Corriere della Sera, per quanto bacchettato qualche tempo fa da una smentita infastidita del capo dello Stato per quanto aveva scritto del suo atteggiamento di fronte al nascente governo Meloni; il quirinalista principe, dicevo, ha scritto che la sorpresa della presenza del presidente della Repubblica a Sanremo, in galleria con la figlia, si deve alla  scelta di “rilanciare una sua virtuosa pedagogia costituzionale”. Sino a fare, come si è già detto da qualche parte, una “istituzione” del festival della canzone. Non a caso, del genere, qualcuno si era proposto, aveva tentato e via presumendo di portarvi almeno in collegamento anche il presidente ucraino Zelensky, fra un missile e l’altro che Putin scaglia addosso al suo popolo da quasi un anno. Poi il collegamento video è stato ridimensionato, almeno sino al momento in cui scrivo, ad una lettera che spero sarà letta da Amadeus col tono giusto di voce, senza papere, e assistito da una donna in tenuta più succinta di quella offerta ieri agli occhi di Mattarella e figlia. 

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Musi lunghi al Nazareno per il percorso congressuale sempre più accidentato del Pd

Musi lunghi al Nazareno, non solo per le “macerie continue”, come le ha chiamate il manifesto, della lontana apocalisse turco-siriana che ha riempito il mondo di angoscia e di orrore, ma anche, e forse ancor di più, senza volere offendere chi lavora o frequenta la sede nazionale del Pd, per le notizie che arrivano dalla periferia sulle votazioni nei circoli per il congresso. Vi partecipa poco più della metà degli iscritti, francamente un pò poco per un appuntamento dichiaratamente “costituente”, e per giunta neppure esente da irregolarità, proteste, ricorsi, persino nella Bologna del candidato in testa nella corsa alla segreteria: il “governatore” regionale Stefano Bonaccini. In Campania alcune votazioni e liste di iscritti sono state bocciate e “volano gli stracci”, come ha titolato qualche giornale.

Fra gli stracci volanti c’è anche il commissario mandato sul posto dal Nazareno, Francesco Boccia, di cui sono state preannunciate per oggi le dimissioni, ma non da coordinatore della campagna congressuale di Elly Schlein, che tallona Bonaccini e si mostra sicuro di sorpassarlo. 

Le acque nel Pd, nonostante la facciata unitaria delle proteste contro Giorgia Meloni e i suoi fedelissimi, che hanno dubitato della fermezza antimafiosa e antiterroristica di un partito che ha versato del sangue sulla strada della lotta all’una e all’altra sciagura nazionale, sono state agitate anche dalla gestione un pò pasticciata, al Nazareno e dintorni, del caso dell’anarchico Alfredo Cospito. Che è in lungo digiuno di protesta contro il regime speciale del carcere cui è sottoposto al pari di mafiosi e terroristi, appunto. 

La visita di una delegazione di parlamentari del Pd che doveva essere il 12 gennaio scorso di legittima ispezione, verifica e quant’altro delle condizioni del detenuto si è andata via via appesantita di iniziative a dir poco maldestre sollecitate dallo stesso Cospito. Che ha finito per riuscire a coinvolgere in quella visita anche detenuti di mafia e simili. La divulgazione di questo pasticcio nelle aule parlamentari per iniziativa, responsabilità e quant’altro di un sottosegretario alla giustizia e di un deputato fedelissimi della Meloni, che li ha praticamente difesi pur raccomandando a tutti, anche a loro, di abbassare i toni delle polemiche; la divulgazione di questo pasticcio, dicevo, ha moltiplicato le difficoltà del partito guidato ancora per poco da Enrico Letta. Dove sono emerse sensibilità, a dir poco, diverse se non veri e propri contrasti sulla permanente opportunità del regime speciale del famoso articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario. E ciò a dispetto di una larga condivisione di questo regime emersa da sondaggi condotti o commissionati anche da contrari al cosiddetto carcere duro.

Intervistata qualche giorno fa dalla Stampa, anche l’ex presidente ed ex ministra del Pd Rosy Bindi ha ammonito i suoi amici che “è inutile dividersi su questo punto, poiché caso per caso la decisione spetta alla magistratura e al ministro”. 

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Gli schiavettoni a Enzo Carra nel 1993 in memoria di Giovanni Falcone……

In un prevedibile e perciò puntuale accanimento persino funerario-  trattandosi di un morto- al Fatto Quotidiano non hanno gradito la generosità o l’ignoranza, o entrambe, di quanti scrivendo nei giorni scorsi di Enzo Carra, l’ex portavoce di Arnaldo Forlani alla segreteria della Dc, hanno scambiato per assoluzione la riabilitazione da lui ottenuta dal tribunale di sorveglianza di Roma il 26 marzo del 2004, una ventina d’anni fa.. 

Essa, in effetti, non annullò né capovolse la condanna definitiva ricevuta da Carra per false dichiarazioni nel 1995, a conferma della condanna in appello, dell’anno prima, a un anno e 4 mesi correttiva dei due anni comminatigli in primo grado, nel 1993, con la sospensione condizionale della pena. La riabilitazione si limitò a cancellare completamente dal casellario giudiziale gli effetti della condanna, a fargli riacquistare le capacità perdute e ad ottenere l’estinzione delle pene accessorie. Già nel 2001, del resto, Enzo era stato eletto deputato nelle liste della Margherita, confermato nel 2006, rieletto nel 2008 nelle liste del Pd, dove la Margherita di Francesco Rutelliera confluita.   

Come ho già ricordato scrivendone dopo la morte, Enzo -nel frattempo uscito dal Pd per collocarsi più propriamente al centro con l’omonima Unione di ex o post-democristiani praticamente offertasi alle improvvise ambizioni politiche dell’allora presidente “tecnico” del Consiglio Mario Monti- sarebbe stato probabilmente rieletto ancora se non fosse incorso nel veto opposto dal senatore a vita alla candidatura di chiunque avesse avuto pendenze giudiziarie negli anni di Tangentopoli, anche se riabilitato. Enzo si aspettava una difesa di Pier Ferdinando Casini che mancò. O non avvenne con la convinzione, la forza e soprattutto il risultato ch’egli si aspettava. 

Oltre a contestare il Carra “assolto” e “innocente” di troppi articoli scritti in sua memoria, al Fatto Quotidiano hanno voluto riassumerne almeno il primo processo: quello al quale l’imputato fu portato con gli schiavettoni ai polsi contestati persino da Antonio Di Pietro, che lo prelevò personalmente dalla gabbia per portarselo accanto a mani libere. “Nel 1993 -ha raccontato testualmente il giornale ancora convinto, temo per altri passaggi del pezzo, della opportunità di quegli schiavettoni- Graziano Moro, manager dc dell’Eni, racconta a Di Pietro che il suo amico Carra, portavoce del segretario Forlani, gli ha raccontato una stecca di 5 miliardi della maxitangente Enimont alla Dc. Di Pietro lo sente come teste. Lui nega sotto giuramento. Di Pietro lo mette a confronto con Moro, che arricchisce il racconto con altri dettagli. Carra nega ancora. Davigo gli ricorda l’obbligo di dire la verità. Carra si contraddice, cambiando due o tre versioni. L’articolo 371 del codice penale, voluto da Falcone e approvato nel 1992 solo dopo la sua morte, prevede l’arresto in flagranza dei falsi testimoni. Carra viene arrestato e processato per direttissima”. 

Sembra di capire, insomma, che Carra fosse stato arrestato e persino portato con gli schiavettoni al processo, attraversando  così i corridoi del tribunale di Milano, anche per onorare la memoria di Falcone, trucidato l’anno prima con la moglie e quasi tutta la scorta a Capaci. 

Poiché non dispongo -lo confesso senza vergogna o disagio- degli archivi del Fatto Quotidiano e della memoria specialistica di quanti vi scrivono, mi sono limitato a navigare per qualche minuto in internet ed ho trovato di quella vicenda giudiziaria una cronaca  dell’insospettabile Repubblica. Che faceva parte del giro dei giornali di cui l’amico Piero Sansonetti, allora all’Unità, ha onestamente raccontato che si scambiavano informazioni e titoli su Mani pulite per uscire all’unisono a favore degli inquirenti e contro gli imputati. 

Ecco il racconto di Repubblica: “Processo in tempi rapidi per l’ex portavoce di Arnaldo Forlani. Enzo Carra, l’unico imputato di Tangentopoli arrestato con l’accusa di aver mentito davanti al pubblico ministero (il dottor Di Pietro), entrerà in aula giovedì mattina. L’udienza, per direttissima, è stata fissata davanti alla prima sezione penale e, quasi certamente, sfileranno testimoni d’accusa d’eccezione, come i democristiani Graziano Moro, ex presidente dell’Eni Ambiente, e Maurizio Prada, “raccoglitore” delle mazzette per lo Scudocrociato a Milano da più di dieci anni. L’arresto di Carra era scattato quando Moro era insorto: “Voi lo sapevate benissimo, delle tangenti per l‘affare Enimont”, aveva detto al forlaniano doc. Ma se quel “voi” indicasse la corrente o la Dc nazionale, non si è mai appreso con certezza. Gli avvocati di Carra, che è in carcere da oltre dieci giorni, hanno annunciato che rinunceranno a chiedere “i termini a difesa” per consentire l’immediata celebrazione del processo”. 

Da questa cronaca giudiziaria, ripeto, dell’insospettabile Repubblica non risulta il Carra del Fatto Quotidiano che si procura l’arresto con non so quante versioni delle rivelazioni attribuitegli da Graziano Moro, peraltro collega di partito. Nei cui riguardi, peraltro, nella sentenza d’appello si riconosce al pur condannato Carra “un raro senso della dignità” non avendo mai rinnegato, anzi confermando sentimenti di amicizia. Vi sembra questo Carra del 1993 un esemplare di doppiogiochista, reticente, falso testimone? O non piuttosto la vittima di chissà quali altri doppi giochi, reticenze e false testimonianze giocate magari all’interno del suo stesso partito? 

Pubblicato sul Dubbio

La settimana di Sanremo, delle elezioni regionali e delle votazioni nei circoli del Pd

Questa settimana è un trittico. Per la massa è la settimana del festival di Sanremo, dove quest’anno sentiranno anche la musica, si fa per dire, del presidente ucraino Zelensky contro Putin. Ad occhio e croce, tutto dovrebbe filare più o meno liscio, per quanti sforzi vorranno compiere i soliti malintenzionati di fare casino. 

Per la generalità dei politici è la settimana delle elezioni regionali in Lombardia e nel Lazio, entrambe attese più per contare le distanze tra i fratelli e le sorelle di Giorgia Meloni e gli  alleati di centrodestra che per vedere chi si aggiudicherà la carica di cosiddetto governatore a Milano e a Roma. Per questo appuntamento col voto di domenica prossima Repubblica e Il Fatto Quotidiano hanno fatto insieme il loro scoop annunciando che “Berlusconi si smarca”, per quanto modesta ormai sia diventata sul piano dei numeri la consistenza elettorale di Forza Italia, potenzialmente sufficiente comunque a creare sorprese o problemi alla premier.

“A Roma -ha raccontato in prima pagina la Repubblica- Meloni attacca ancora l’opposizione, ma Berlusconi sembra smarcarsi dalla deriva del governo. “Per colpa di Fratelli d’Italia -fa dire testualmente al Cavaliere il giornale ora degli eredi dell’avvocato Agnelli- stiamo andando troppo a destra. E fosse per me, in Lombardia voterei Moratti”. Potrebbe davvero farlo, votando lui appunto in Lombardia, non come accadde nel 1993, quando annunciò la sua preferenza per Gianfranco Fini al Campidoglio non potendo però votare a Roma.

Caspita, verrebbe da dire femminilizzando due delle vocali dell’attualissimo anarchico Cospito come ha fatto ieri il manifesto. Ma la meraviglia si sgonfia passando dalla prima pagina all’interno di Repubblica. Dove si conferma sì “il bivio” al quale si troverebbe Berlusconi nella sua Lombardia -tentato dalla ribelle ex sua ministra, ex presidente della Rai, ex sindaca di Milano, ex assessore alla regione e forse anche, se non ricordo male, ex vice presidente al Pirellone- ma il condizionale da presente diventa passato nel titolo che dice: “a Milano avrei scelto Moratti”. Che è un pò diverso, francamente, dal “voterei”. Lo smarrimento insomma si sgonfia un pò, quanto meno, se non svanisce del tutto facendo sospirare di sollievo gli  alleati.

Questa settimana infine è quella della prosecuzione delle votazioni nei circoli del Pd sui candidati alla segreteria nazionale, nel lunghissimo percorso congressuale datosi al Nazareno dopo la sconfitta elettorale del 25 settembre scorso. Ciascuno dei quattro candidati in corsa sforna le sue cifre, naturalmente diverse ma comuni nel nascondere la percentuale della partecipazione degli iscritti al voto, non essendo evidentemente né certa né esaltante, o entrambi. E ciò forse anche a causa della confusione creatasi nel partito anche sul caso Cospito, dietro la facciata unitaria delle scuse della Meloni reclamate per avere i suoi dubitato dell’orientamento una volta favorevole del Pd al regime carcerario speciale per i mafiosi. 

Quel gran pasticcio che è diventato il caso del digiunatore anarchico Cospito

Da Caspito, il detenuto anarchico abbracciato dalle opposizioni nel suo sciopero della fame contro il regime carcerario speciale del 41 bis anche per conto dei mafiosi che gli fanno compagnia, a Caspita gridato genialmente al femminile doppio dal manifesto. Che credo sia rimasto anch’esso colpito, pur con l’esperienza politica di quanti vi scrivono e vi titolano da più di 50 anni, dalla confusione nella quale si sono infilati un pò tutti raccontando e commentando questa vicenda che ha sorpassato sulle prime pagine dei giornali la guerra in Ucraina e tant’altro. 

Persino Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, impensierendomi ancora una volta nella condivisione, ha sottolineato un sondaggio dal quale risulta che “solo il 16,1% degli italiani vuole togliere il 41 bis a Cospito e solo il 3,7 vuole abolirlo per tutti”. Pertanto “i rappresentanti del popolo e dell’opinione pubblica”, cioè politici e giornali, dovrebbero ogni tanto buttare un occhio fuori dalle loro stanze….e farsi un’idea di ciò che accade nel mondo reale”. Per i politici c’è il rischio di non essere votati, persino in blocco con l’astensionismo notoriamente crescente, e per i giornalisti il rischio di mandare nelle edicole, che peraltro si riducono sempre più di numero, solo carta per “avvolgere il pesce”, ha scritto ancora Travaglio. Che spesso, in verità, vi contribuisce pure lui montando più l’effimero che il vero, più la monnezza che altro. 

Ditemi voi se non è confusione quella fatta personalmente dal segretario uscente del Pd Enrico Letta prima sollecitando una “risposta” della presidente del Consiglio sulla vicenda Cospito, appunto, e poi, una volta ottenutala con una lettera al Corriere della Sera, per quanto a “Meloni girati”, come ha titolato Libero, l’ha liquidata come  “incitamento alla piazza”. Così ha titolato La Stampa contribuendo di fatto ad attribuire alla premier la responsabilità delle proteste e dei disordini in cui gli anarchici si stanno impegnando un pò dappertutto. 

Eppure, diversamente dal titolista del suo giornale, o dal vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX di comune proprietà, che ostenta oggi la fiamma del partito della Meloni, il direttore Massimo Giannini in persona si è immedesimato in un “fratello d’Italia”, diciamo così, ed ha scritto testualmente nel suo editoriale: “Per adesso, trascorsi più di tre mesi a confutare e congetturare nell’agognata stanza dei bottoni, mi pare che si stia già un pò morendo, mentre di fare l’Italia non se ne parla proprio”. Di farla, cioè, al modo promesso dalla Meloni in campagna elettorale o attribuitole dagli avversari che la vedono come una nipote o pronipote virtuale di Benito Mussolini, smaniosa di arrivare sempre “ai ferri corti” con gli altri, come ha titolato Repubblica, nonostante nella lettera al Corriere della Sera, la premier abbia richiamato anche i suoi fratelli e sorelle d’Italia alla moderazione. 

Questa confusione è evidentemente la politica, bellezza, come diceva della stampa quel tale a Casablanca. 

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I falsi processi e i falsi paragoni tentati all’ombra del detenuto Cospito

A ispirare quell’acidissimo titolo di prima pagina di Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, contro Giorgia Meloni, impegnata nella “strategia della tensione” sul caso Cospito, dev’essere stato anche il rimprovero -chiamiamolo così- mosso personalmente dalla presidente del Consiglio al detenuto anarchico in sciopero della fame di avere già ottenuto con questo tipo di protesta la grazia dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che lo liberò dal carcere procuratosi per ripetuta renitenza alla leva militare. Ma poi egli usò la libertà generosamente concessagli dallo Stato per spingersi sulla strada dell’anarchia sino a gambizzare un ingegnere, di cui non condivideva il lavoro nel settore nucleare, e compiere una serie di attentati dinamitardi senza vittime, per fortuna, ma sempre attentati, rifinendo così in galera. E procurandosi anche il regime speciale di detenzione dell’ormai famoso articolo 41 bis, da cui vorrebbe uscire a qualsiasi costo, anche morendo di digiuno. 

Non solo Domani con quel titolo in cui si rovesciano i ruoli, attribuendo alla Meloni e non a Cospito e ai suoi simpatizzanti la tensione ormai arrivata anche nelle piazze, con dimostrazioni e con quei manifesti affissi all’Università di Roma contro gli “assassini” del digiunatore che affollano i vertici dello Stato; non solo Domani con quel titolo, dicevo, ma persino un sorprendente Mattia Feltri sulla Stampa è sceso in campo per difendere Cospito. Che è stato promosso da anarchico e attentatore a “riformista” per avere contribuito con i suoi primi digiuni all’abolizione della leva militare obbligatoria.

Ah, Mattia. Mancava solo che ti mettessi anche tu, come hanno già fatto altri, a paragonare i digiuni di Cospito a quelli del compianto Marco Pannella. Per fortuna della cui memoria uno dei suoi più apprezzati biografi, Valter Vecellio, è intervenuto oggi sul Dubbio per mettere le cose al loro posto, senza fare confusioni da voltastomaco come quella  già tentata, sempre da altri,  paragonando la detenzione di Cospito alla prigionia di Aldo Moro sequestrato dalle brigate rosse.

I digiuni  di Pannella -ha ricordato Vecellio- erano “iniziative di dialogo, costruttive, istituzionali, intese ad aiutare chi governa a trovare soluzioni altre”. “Questa -ha insistito Vecellio- era l’essenza della nonviolenta concreta e null’affatto utopica, praticata da Pannella: Purtroppo sembra proprio che Cospito sia su un’altra dimensione”. Non sembra, Valter, ma certamente è su un’altra dimensione, come dimostra il rifiuto ch’egli oppone ai parlamentari che lo vanno a visitare, e agli altri detenuti con i quali riesce a parlare anche in regime di carcere duro, alle richieste di giudicare le  efferatezze che si gridano e si compiono fuori dal carcere in sua difesa, se non vogliamo dire a suo nome.  Nè Moro né Pannella possono essere messi nel Pantheon anarchico di Cospito.

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La rivalutazione del Parlamento sulla strada di una lotta politica trasparente

Non so se hanno ragione quelli che, più o meno sarcasticamente, sparando un pò come sulla Croce Rossa, hanno previsto qualche piccolo guadagno per l’annoiato e il noioso congresso addirittura “costitutivo” del Pd dal caso del detenuto anarchico Alfredo Cospito. Che, in sciopero della fame da più di 100 giorni per sottrarsi al regime speciale dell’articolo 41 bis, e sottrarvi tutti gli altri che vi sono sottoposti, cioè per eliminare il cosiddetto carcere duro, si è procurato, fra l’altro, anche l’attenzione del Pd, appunto. Che gli ha mandato in visita penitenziaria non uno, non due, non tre ma quattro parlamentari in delegazione, guidata dalla capogruppo della Camera Debora Serracchiani. E composta -credo o temo- con criteri più di corrente che di merito o competenza, non mancata tuttavia per la presenza di Andrea Orlando e di Walter Verini, essendo stato il primo anche guardasigilli e il secondo responsabile dei problemi della giustizia nel partito, prima di diventarne il tesoriere.  

Quella visita in delegazione ha avuto la sfortuna da una parte ma anche la fortuna  dall’altra di una enorme risonanza politica per la vivacissima polemica che ha voluto farne alla Camera il sostanziale luogotenente di Giorgia Meloni nel suo partito, Giovanni   Donzelli. Il quale ha  avvertito e denunciato puzza di comprensione, solidarietà e persino incoraggiamento non solo verso il detenuto anarchico, ma anche verso i detenuti di mafia e altre organizzazioni criminali organizzate chiusi in celle vicine e indicati dallo stesso Cospito.

Quest’ultimo, nonostante la durezza del trattamento previsto dall’articolo 41 bis, aveva avuto la possibilità – riferita in un rapporto della polizia penitenziaria ai superiori- di scambiare almeno con qualcuno di quei collegi detenuti,, chiamiamoli così, opinioni, auspici e quant’altro per proseguire e inasprire la lotta al regime speciale di detenzione studiato a suo tempo per garantire un isolamento assoluto degli interessati, quasi murandoli vivi. 

Il Pd, non rimasto insensibile all’invito di Cospito di interessarsi anche degli altri detenuti in regime duro, si è trovato così sospettato, anzi accusato esplicitamente da Donzelli e dalla sua parte politica di essere quanto meno tentato dal cambiare linea generale sul 41 bis, cioè di capovolgerla. Cosa, questa, che per quanto smentita dalla capogruppo della Camera con parole indignate, e richieste  multiple di dimissioni all’interno della maggioranza e del governo, ha finito per confondere ancora di più le acque congressuali al Nazareno. Dove il proposito di cambiare tutto e tutti, persino il nome e il documento identificativo del partito, è stato dichiarato, reclamato e quant’altro dal momento della pur scontata sconfitta elettorale del 25 settembre. 

Ecco, a questo punto, nonostante l’ottimismo o gli auspici degli osservatori favorevoli al Pd, non so più -come accennavo- se il caso Cospito è stato ed è più un affare o un ulteriore problema o danno per il lungo percorso congressuale del maggiore partito di opposizione, almeno secondo i risultati elettorali di quattro mesi fa, senza tener conto dei sondaggi che lo hanno successivamente visto sorpassato dal Movimento 5 Stelle.

Di guai, certo, l’affare Cospito ne ha creati anche alla maggioranza e al governo, uniti nel difendere il regime penitenziario speciale del 41 bis ma alquanto divisi sul modo in cui gestirlo e sostenerne il mantenimento. Risulta, per esempio, che la Meloni non abbia condiviso e gradito i toni, quanto meno, dell’attacco del suo pur fedelissimo Donzelli al Pd. Nè Carlo Nordio ha gradito il modo col quale il deputato in fondo collega di partito o area, essendo stato il guardasigilli eletto nelle stesse liste, abbia saputo del rapporto dichiaratamente riservato del dipartimento penitenziario. Glielo ha rivelato, in particolare, il sottosegretario  alla Giustizia Andrea Delmastro, anche lui collega di area o partito. e in più coinquilino di Donzelli in uno stesso appartamento a Roma.

Immagino la fatica che deve aver fatto la Meloni, prima di volare a Berlino e Stoccolma per altre missioni internazionali, dopo quelle in Algeria e in Libia, per convincere l’imponente Nordio a buttare un pò d’acqua sul fuoco non continuando ad attendere l’esito di un’indagine avviata dalla Procura di Roma, ma anticipando la natura non segreta, e quindi divulgabile, di quel maledetto rapporto. E chissà se l’acqua di Nordio basterà anche  a dissetare i magistrati inquirenti per chiudere il caso senz’altri inconvenienti. Certo è che il clima è rimasto teso e ci si può francamente aspettare di tutto, fuorché -credo- la crisi di governo sognata dai più accaniti avversari, specie di Nordio. Al quale, sotto sotto, non si vorrebbe permettere neppure di formalizzare il suo progetto garantista di riforma della giustizia. 

C’è tuttavia in questo, francamente, desolante spettacolo di tenuta politica e nervosa di tutti gli schieramenti in campo una cosa che conforta un vecchio cronista parlamentare quale ho il sacrosanto diritto di considerarmi per l’età che ho e per gli anni trascorsi raccontando la politica. Tutto questo casino -scusate il termine pur entrato ormai nelle conversazioni correnti- è scoppiato non fuori ma dentro il Parlamento. Che si è improvvisamente rivitalizzato, non ristretto come in una cella del 41 bis ad approvare leggi di bilancio, decreti legge e quant’altro coi giorni o minuti contati. Non umiliato a discutere per ultimo di vicende più o meno scandalose o controverse sparate dal giornale di turno per la soffiata di qualche ufficio o ufficiante giudiziario o politico. 

Evviva il Parlamento: altro che l’aula sorda e grigia alla quale si temeva che fosse destinato con la formazione del governo della Meloni. Chi si rivede! Persino un giurì d’onore reclamato e ottenuto dalle opposizioni per valutare il comportamento di quel grandissimo rompiscatole che si è rivelato, per fortuna della Camera,  Giovanni Donzelli.

Pubblicato sul Dubbio

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