Pleonastica ormai un’inchiesta parlamentare sulla giustizia come si è ridotta da sola

A prescindere da quanto è durato “il fango” lamentato da Silvio Berlusconi per i  rapporti con le “olgettine” ospiti delle sue feste private- 11 anni  come lui ha calcolato, 13 come li ha contati l’amico Maurizio Belpietro sulla Verità, o solo i 6 del processo di primo grado a Milano conclusosi con l’assoluzione perché “non sussiste il fatto” contestatogli di corruzione in atti giudiziari; a prescindere, dicevo, da questo ed altro ancora, come l’assurdità logica di processi intentati da magistrati di varie Procure praticamente contro l’assoluzione definitiva di Berlusconi dalla originaria accusa di induzione alla prostituzione minorile, sarebbe bello se l’accusa ambrosiana rinunciasse all’appello. Dovrebbero bastare e avanzare i sei anni del processo di primo grado: un’enormità che da sola dovrebbe fare arrossire di vergogna uno Stato di diritto davvero, non a parole. Ma temo di stare immaginando uno scenario di terzo tipo, come si dice dei marziani. 

Una rappresentante dell’accusa ha già reagito all’assoluzione confermando le proprie convinzioni e limitandosi -bontà sua- ad annunciare di volere leggere prima le motivazioni della sentenza, quando sarà depositata. Il solito Fatto Quotidiano, abitualmente schierato con le Procure spesso addirittura scavalcandole, ha già gridato contro i “criminali in festa” perché -ha titolato- “pagare per farla franca non è reato” grazie a un “cavillo”: quello usato per negare validità processuale a testimoni che avrebbero dovuto essere sentiti e trattati come imputati. Che hanno peraltro il diritto di mentire. 

E’ un cavillo che ha indotto anche un giornale come quello dei vescovi, cioè Avvenire, a titolare un pò come Il Fatto Quotidiano, o quasi: “Berlusconi è assolto (sbagliata l’inchiesta)”. Che, dunque, se fosse stata condotta diversamente, senza errori reali o presunti, avrebbe potuto procurare a Berlusconi una condanna. Che questa volta avrebbe raddoppiato le difficoltà politiche in cui l’ex premier era appena incorso con le sue nuove dichiarazioni critiche verso il presidente ucraino Zelensky: “il signore” che Giorgia Meloni ha voluto incontrare a Bruxelles e intende andare a visitare a Kiev per ribadirgli la solidarietà e gli aiuti economici e militari dell’Italia nella difesa dall’aggressione russa. 

Per una volta, a loro insaputa, come accadde a Cristoforo Colombo scoprendo l’America cercando le Indie, i magistrati si sono trovati un pò nei panni dei soccorritori politici di quel diavolo di Berlusconi, sopravvissuto bene o male a più di cento processi intentati contro di lui nei tribunali d’Italia: un numero che da solo, come i sei anni del processo di primo grado appena concluso a Milano con l’assoluzione, dovrebbe fare vergognare -ripeto- uno Stato di diritto davvero, non solo a parole.  

Lo scenario di terzo tipo -temo- dal quale sono tentato non è comunque soltanto quello dell’accusa ambrosiana che rinuncia all’appello bastando e avanzando i sei anni del primo grado, ed essendo irrealistico pensare che a questo punto possano essere corretti gli errori scoperti nelle indagini. E’ anche lo scenario degli amici e colleghi senatori o deputati di Forza Italia – non Forse Italia, come ha sfottuto sul Corriere della Sera il vignettista Emilio Giannelli dopo l’ennesima uscita del Cavaliere sulla guerra in Ucraina- che rinunciano alla commissione parlamentare d’inchiesta appena reclamata sull’uso politico della giustizia. E ciò non perché questo abuso non ci sia stato, con e prima ancora di Berlusconi, considerando la falsa epopea di Mani pulite tradottasi nel ghigliottinamento della cosiddetta prima Repubblica, ma semplicemente perché continuano a non esistere nelle Camere le condizioni realistiche per ottenerla. E forse neppure per condurla, come ha avvertito uno che una commissione parlamentare d’indagine su altro tema l’ha condotta qualche anno fa da presidente: Pier Ferdinando Casini. 

Non parliamo poi delle varie commissioni parlamentari d’inchiesta, diretta o indiretta, sull’affare Moro di 45 anni fa.  Che è rimasto un malaffare sia per le vittime rimaste sul campo della tragedia, dalla scorta allo stesso Moro, sia per i troppi punti o aspetti di quella vicenda rimasti oscuri. Che non sarà certo Mario Moretti, il capo brigatista rosso di quell’operazione, a chiarire nelle condizioni di semilibertà in cui vive già dal 1997, dopo sedici anni soltanto di carcere pieno, e con sei ergastoli sulle spalle. 

Accontentatevi, amici comuni di Berlusconi, del fango che la magistratura si è buttata addosso da sola con quel numero sproporzionato di processi condotti contro di lui: processi a volte. come quelli ancora in corso, sostanzialmente contro altri processi o, più genericamente, procedimenti chiusi con l’assoluzione o l’archiviazione. Cercate piuttosto di far cambiare a Berlusconi idea su Zelensky e dintorni. 

Pubblicato sul Dubbio

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Berlusconi per una volta “soccorso” dai magistrati in un momento di difficoltà

Per una volta i tempi e le decisioni della magistratura, ma soprattutto i tempi, pur così lunghi e perciò odiosi, hanno giocato a favore di Silvio Berlusconi. Che è stato assolto con altri imputati a Milano dall’accusa di corruzione in atti giudiziari perché “il fatto non sussiste” -come il Giornale di famiglia si è giustamente divertito a titolare in prima pagina giocando in rosso con l’omonima testata solidale con l’accusa- nello stesso giorno in cui parecchi giornali lo davano praticamente per morto, o rimorto. E ciò a causa della posizione da lui ribadita domenica scorsa contro il presidente ucraino Zelensky mettendo quanto meno a disagio la presidente del Consiglio e alleata Giorgia Meloni. 

Sul Corriere della Sera, sempre di ieri, Berlusconi era finito in una mega-vignetta di Emilio Giannelli dandosi per “leader di Forse Italia”. Su Repubblica Tommaso Ciriaco informava i lettori della tentazione o decisione di Giorgia Meloni di mettere definitivamente nell’angolo l’ex presidente del Consiglio profittando anche delle critiche piovutegli addosso, sempre per le antipatie verso Zelensky, dal Partito Popolare Europeo. Di cui egli vanta da tempo di essere il maggiore socio italiano, da quando l’allora alleato Pier Ferdinando Casini sudò le sette proverbiali camicie per farlo accogliere convincendo la buonanima di Helmut Kool. Al quale “Pierfurby” fece capire, essendovi resistenze fra i tedeschi, che così sarebbe stato loro più facile influenzarlo, o indirizzarlo. L’uomo già allora era imprevedibile, e troppo nuovo alla politica per convincere e tranquillizzare vecchi marpioni al di là e al di qua delle Alpi, o dell’Atlantico. Lo stesso Casini, del resto, avrebbe poi rotto con lui, che pure gli aveva procurato la presidenza della Camera, preferendo continuare la sua attività parlamentare facendosi eleggere come indipendente al Senato più volte nelle liste del Pd. 

Oggi, 24 ore dopo l’annuncio e la descrizione del programma della Meloni di ridimensionare definitivamente un alleato scomodo che peraltro- secondo un retroscena di Francesco Verderami sul Corriere della Sera- aveva ordinato ai suoi ministri di mettersi da parte e lasciarlo solo a trattare direttamente con la presente del Consiglio le tante nomine in programma nelle aziende pubbliche; oggi, dicevo, sulla stessa Repubblica il medesimo Tommaso Ciriaco è tornato sull’argomento con un articolo richiamato in prima pagina con questo titolo che parla da solo: “La premier argina l’alleato risorto”. Come e più di Lazzaro, che Gesù riportò in vita una sola volta, stando al Vangelo secondo Giovanni.

La notizia della resurrezione politica, diciamo così, di Berlusconi ha giustamente entusiasmato elettori rimastigli fedeli o solo amici, fra i quali sono singolari tuttavia  quelli del Foglio. Che gli hanno dedicato una vignetta da Fatto Quotidiano:  col Cavaliere mascherato da maiale che invita le “ragazze” a salire a bordo del suo pullman perché gli “hanno ridato la patente”. 

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Carlo Calenda cade dalla giostra elettorale e si fa parecchio male

Nella “psicanalisi del vuoto”, come il manifesto ha definito col solito, felice sarcasmo la riflessione apertasi a sinistra e dintorni sulla sconfitta anche nelle elezioni regionali in Lombardia e Lazio, dopo quella del 25 settembre in tutta l’Italia, il candidato alla segreteria del Pd Stefano Bonaccini ha tenuto per poco il primato della stravaganza, diciamo così, cercando di dimezzare la vittoria della Meloni per essere state le urne disertate dal 60 per cento, più o meno, degli elettori. 

A quei pochi che sono andati a votare, sufficienti comunque a produrre risultati con i quali tutti sono chiamati a fare i conti, l’ineffabile Carlo Calenda ha dato praticamente dei coglioni -scusate la parolaccia di cui mi assumo la responsabilità, non essendosi spintosi a tanto l’interessato- perché non lo hanno premiato, e neppure incoraggiato a proseguire sulla strada del cosiddetto terzo polo con Matteo Renzi. 

L’ex ministro ha fatto un pò come un negoziante che apre bottega e accusa i clienti di non capire nulla della merce che lui vende, e quindi li caccia o li fa scappare via. Ma le mie sono osservazioni troppo terra terra rispetto ad altre più sofisticate e colte che mi permetto di proporvi riportando il più sinteticamente possibile ciò che hanno scritto due grandi firme come Massimo Gramellini e Mattia Feltri, rispettivamente sul Corriere della Sera e sulla Stampa. 

Sotto il titolo “Cambiare popolo” Gramellini ha ricordato “la famosa battuta di Bertold Brecht sui comunisti della Ddr: il comitato centrale ha deciso, poiché il popolo non è d’accordo, che bisogna nominare un nuovo popolo”. Ma “spiace per Calenda” -ha continuato Gramellini ricordando peraltro la crisi demografica in atto- non esiste un popolo di riserva cui rivolgerci: dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo”. E che i partiti -aggiungo io- non riescono più di tanto a interessare alle loro gesta, proposte, promesse, proteste e altro.

Sotto il titolo “Lui no”, sempre in prima pagina ma sulla Stampa, il mio amico Mattia Feltri ha finto di voler fornire sponde di un certo peso a Calenda ricordando Margaret Tatcher e Winston Churchill: la prima per avere detto che “una maggioranza non può trasformare ciò che è sbagliato in giusto” e il secondo per avere detto che “il migliore argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con un elettore medio”.  “Pertanto -ha  insistito Mattia- il nostro Calenda in così illustre compagnia appare un pò meno ciondolone di come l’hanno dipinto”. “Però rimare un dettaglio a giocare a suo sfavore, e sarebbe un delitto trascurarlo”, ha aggiunto il mio amico intingendo il pennino nel veleno. E qual è il dettaglio? “Margaret Thacher era Margaret Thacher, e Winston Churchill era Winston Churchill. Calenda no”, ha spiegato Mattia. 

Calenda in questa sua per niente spiritosa partecipazione, ripeto col manifesto, alla “psicoanalisi del vuoto” è un pò diventato  una pietruzza della Cartagine dei romani: delenda est. 

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Gli elettori fuggono dalle urne e la sinistra dalla dura realtà della sconfitta

Come nella favola di Esopo in cui la volpe che non riesce a raggiungere l’uva vi rinuncia perché acerba, giornali politicamente schierati a sinistra hanno collegato la vittoria non certo imprevista del centrodestra nelle elezioni regionali di Lombardia e Lazio alle urne svuotate da un astensionismo del 60% e più di cittadini aventi diritto al voto. Ai quali non sono stati sufficienti neppure il giorno e mezzo messo loro a disposizione questa volta per recarsi ai seggi. 

Questa fuga, questo “addio alle urne” evocato dal manifesto come quello alle armi scritto nel 1929 da Ernest Hemingway ha indotto anche il probabile nuovo segretario del Pd Stefano Bonaccini, se non verrà superato da Elly Schlein nel percorso residuale del congresso, a seguire nella disinvoltura i suoi predecessori definendo “dimezzata” la vittoria elettorale degli avversari di centrodestra. E considerando esagerata quindi la soddisfazione espressa a Palazzo Chigi da Giorgia Meloni, che si sente rafforzata, specie dopo il colpo inopinatamente assestato al suo governo sul piano internazionale da Silvio Berlusconi criticandone la smania d’incontrare “il signor” Zelensky, dopo tutto quello ch’egli avrebbe fatto per provocare Putin e quello che sta facendo, anche col nostro aiuto economico e militare, per resistere all’aggressione russa. 

Il prezzo che ha pagato Berlusconi per questa sortita contro il presidente ucraino, che non è stata la prima e probabilmente non sarà neppure l’ultima, conoscendo ormai l’ostinazione e le amicizie dell’anziano fondatore ma non più  leader assoluto del centrodestra, ora destra-centro, è stato di carattere solo personale. La sua “Forza Italia”, progressivamente abbandonata nei vertici e nelle urne da “traditori”, “ingrati” e simili,  è ormai scesa in Lombardia, la culla dove è nata, al 7,2% e nel Lazio al 7,8%, contro il 25,2 e quasi il 34 del partito della Meloni, o il 16,5 e l’8,4 della Lega di Matteo Salvini. Non è un bel bilancio, francamente, anche se può essere di consolazione per l’ex presidente del Consiglio il flop registrato dal cosiddetto terzo polo tra Lazio e Lombardia, dove pure Carlo Calenda e Matteo Renzi avevano sponsorizzato una ex forzista di  fama come Letizia Moratti nella corsa al Pirellone.

Certo, Berlusconi ha ancora in Parlamento i numeri per fa cadere la Meloni, se e quando gli pare, ma sarebbe come segare il ramo dell’albero su cui è seduto pure lui. E passare dalla padella alla brace. 

Per tornare alla volpe di Bonaccini e dei giornaloni che hanno dimezzato d’ufficio la vittoria della Meloni per l’aumento ulteriore dell’astensionismo, come se la sinistra l’avesse fatto salire apposta, l’astuzia da quelle parti è ormai così scarsa e autolesionista da dimezzare così anche i pochissimi aspetti positivi, anzi l’unico riservato dalle urne al Pd. Che, dopo una lunga serie di sondaggi nazionali che avevano fatto perdere letteralmente la testa a ciò che rimane dei grillini, ha evitato il sorpasso di Giuseppe Conte, precipitato al 3,9 in Lombardia,  rimanendo alleato col Nazareno, e sotto il 9 per cento nel Lazio, dove ha voluto misurarsi praticamente da solo, forse ricordando gli opinabili fasti capitolini, chiamiamoli così, di Virginia Raggi. 

Qualcuno ha scherzato a destra sull’assonanza fra la percentuale altissima dell’astensionismo elettorale e gli ascolti vantati dall’edizione più politicizzata del festival di San Remo, gratificato nella edizione appena conclusa della presenza iniziale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che si è scomodato dal Quirinale con la figlia per divertirsi, fra l’altro, alla declamazione della Costituzione affidata a Roberto Benigni. L’assonanza è servita ad attribuire con schermo  alla sinistra la maggiore manifestazione canora nazionale, facendole secondo me un torto, e facendone anche alla stessa destra, come se avesse riconosciuto e riconoscesse l’atavica impossibilità di marcare una presenza anche  in quel campo. 

Nossignori, questo è un errore, uguale a quello di chi ha diviso fra destra e sinistra, facendone una questione politica che tale non doveva e non poteva essere, la polemica sulla recitazione della Cosituzione fatta da Roberto Benigni al festival di Sanremo davanti al presidente della Repubblica nel 75.mo anniversario della sua applicazione. Con tanto di retroscena che non meritava davvero il capo dello Stato, cultore dichiarato del grande Alessandro Manzoni, che egli  volle una volta felicemente citare, in una sortita istituzionale, perché i populisti di un tanto al chilo non continuassero a confondere di tanto in tanto il buon senso col senso comune. Cosa che si sta peraltro ripetendo con le polemiche sulla portata e sul significato attribuibile, ai fini della lettura dei risultati elettorali, al fenomeno crescente dell’astensionismo. Come ogni volta si fa, specie di lunedì, con l’aula parlamentare di turno vuota, alla Camera o al Senato, magari convocata solo per la comunicazione dovuta dei decreti legge entro cinque giorni dalla loro emanazione. Polemiche che so infastidiscono non poco, e giustamente, un parlamentarista convinto, anche di cattedra, come Mattarella 

Pubblicato sul Dubbio

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Il maldestro tentativo nel Pd di minimizzare la vittoria della Meloni nelle regionali

Per quanto “dimezzata” da un’astensione del 60 per cento dell’elettorato nella sorprendente reazione di Stefano Bonaccini, il candidato in testa -pensate un pò- nella corsa congressuale alla segreteria del Pd , alla vittoria del centrodestra in Lombardia e Lazio il Corriere della Sera non ha potuto negare l’aggettivo “netta” che giustamente le spetta. Con risultati per giunta sovrapponibili, o quasi, per il sorpasso confermato dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni sugli alleati leghisti e forzisti nel centrodestra e il mancato sorpasso, a sinistra, dei grillini di Giuseppe Conte sul Pd. Così sono svaniti i sondaggi che da mesi avevano fatto perdere un pò la testa all’ex presidente del Consiglio. 

Se le “urne vuote”  accompagnate non solo da Bonaccini ma anche da Repubblica e dalla Stampa alla vittoria o al pieno della Meloni, come per contestarne la soddisfazione espressa per l’esito del turno elettorale di febbraio, possono servire agli sconfitti di centrosinistra, chiamiamolo così, per consolarsi, possono o debbono servire anche a Conte per consolarsi di avere portato il suo ambiziosissimo partito al 3,9 per cento in Lombardia, dove aveva accettato di correre col Pd, e all’8,7 nel Lazio, dove aveva voluto correre da solo, pur avendo governato col Pd nella legislatura regionale precedente. 

Non parliamo poi della debacle, a questo punto, del cosiddetto e anch’esso ambiziosissimo terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi, confinatosi nel 4,2 per cento in Lombardia, dove pure era riuscito a portar fuori praticamente dal centrodestra Letizia Moratti, e al 4,8 nel Lazio all’ombra del candidato del Pd Alessio D’Amato alla presidenza. Non so se e come Renzi, in particolare, potrà continuare ancora a scommettere sulle elezioni europee dell’anno prossimo, secondo lui destinate sino a qualche giorno fa a produrre risultati tali da compromettere addirittura la prosecuzione del governo Meloni in questa legislatura di ormai disarmo elettorale. Così ci porta a definirla il felice titolo del manifesto sull’”addio alle urne”, come l’addio alle armi di hemingweiana memoria. 

Riconosciuto comunque al centrodestra, o destra-centro,  ciò che gli spetta, al di là e a dispetto della minimizzazione tentata da Bonaccini e dai giornali de gruppo editoriale Elkann accompagnando le urne vuote al successo della Meloni -sino al titolo di Repubblica “E la chiamano vittoria”- va consigliata una certa prudenza anche al Giornale ancora della famiglia Berlusconi. Per il quale ormai “il Paese è senza opposizione”, a parte quella della sinistra canora di Sanremo, come ha titolato La Verità di Belpietro. 

Sanremo – ahimè- ha il suo peso politico grazie anche alla scelta di Mattarella di onorarne il festival. E un bel pò di opposizione c’è pure nel centrodestra. Berlusconi ha appena anticipato la festa di San Valentino alla Meloni, come da vignetta sul Corriere della Sera, addirittura sul versante della politica estera contestandone l’incontro con Zelensky. 

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Berlusconi sbotta di nuovo contro Zelensky facendola tanto grossa da non poterla coprire

Per le circostanze internazionali e interne -cioè elettorali, ad urne ancora aperte per le regionali in Lombardia e Lazio- nelle quali ha deciso di ribadire a voce ancora più alta e chiara del solito le sue critiche a Zelensky e a chi, come anche Gorgia Meloni, fa a gara in Europa a incontrarlo per sostenerne la resistenza all’aggressione russa, questa volta Silvio Berlusconi l’ha fatta più grossa del solito: tanto che è obiettivamente difficile, anzi impossibile coprirla. Così si dice in Toscana, con un’espressione usata nel 1960 da Amintore Fanfani, all’epoca del governo Tambroni. 

Gli sfortunati colleghi del Giornale ancora di famiglia dell’ex presidente del Consiglio hanno cercato di metterci una pezza trasformando l’attacco, la bomba, il siluro del capo forzista, secondo i titoli scelti dai vari quotidiani, in un rilancio della proposta di “ricostruire l’Ucraina” con una riedizione del vecchio piano Marshall per l’Europa dopo la seconda guerra mondiale. E per assicurare che, per quanto critico con Zelensky, egli “non sta con Putin”. Del quale è invece immaginare la soddisfazione nel leggere o ascoltare al Cremlino i dispacci dall’Italia. 

Il Berlusconi “vecchio putiniere”, come ha  voluto sfotterlo Ellekappa sulla prima pagina di Repubblica, ha procurato “disagio e dispiacere”, come ha titolato il Corriere della Sera scrivendo di Palazzo Chigi. La cui inquilina solo qualche giorno fa a Bruxelles, rispondendo ai giornalisti che tentavano di stanarla sui rapporti col Cavaliere, lo aveva definito con involontario umorismo, visto ciò che l’attendeva al suo ritorno a Roma, “il migliore ministro degli Esteri d’Italia”, solo per caso, diciamo così, o giusto per non affaticarlo più di tanto, rappresentato alla Farnesina dal suo vice politico Antonio Tajani. Del quale pure si può comprendere e immaginare l’imbarazzo nell’apprendere che cosa avesse appena detto il suo capo uscendo dal seggio elettorale dove aveva votato non si sa per la conferma del leghista Attilio Fontana al vertice della Lombardia o per Letizia Moratti. Nei cui riguardi Repubblica, pur smentita, ha più volte attribuito nella scorsa settimana quanto meno la tentazione avuta dal Cavaliere di preferirla nella corsa al Pirellone. 

Tutto ormai di, su e attorno a Berlusconi è un misto di cronaca, retroscena e leggenda. Il guaio è che non si riesce mai a vedere bene i confini fra le varie versioni o edizioni dell’ex presidente del Consiglio. Non vi riesce, temo, neppure una politica professionista e ormai salita al vertice del governo come Giorgia Meloni. Il cui “peccato”, per stare al titolo di oggi del Foglio, dove ancora Berlusconi è chiamato “l’amor nostro”, anche se Giuliano Ferrara ha dichiaratamente smesso di votarlo, è forse quello di essere salita, appunto, troppo in alto nel centrodestra, sino a rovesciarne il nome in destra-centro.  

Finalmente concluso il festival di Sanremo nella edizione più politicizzata della sua lunga storia

Bene. Si è conclusa a giornali già stampati, prenotando così ribattute e qualche prima pagina di domani, anche questa specialissima edizione del festival canoro di Sanremo, gratificata di un mezzo patrocinio della Presenza della Repubblica con l’arrivo del capo dello Stato, per la prima volta, al teatro Ariston per godersene almeno le prime battute. Fra cui la Costituzione selezionata da Roberto Benigni esaltandone due articoli, in particolare: contro la guerra, per quanto me stiamo aiutando una a favore, giustamente, dell’Ucraina aggredita dai russi, e per la libera manifestazione del pensiero, dopo il pur lontano ventennio fascista che impose la sua mordacchia. 

Il festival è stato vinto sul piano canoro da Marco Mengoni, seguìto da Lazza, Rain, Ultimo e Tananai: tutti invitati in Ucraina nel giorno, si spera non lontanissimo, anche della sua vittoria su Putin nel messaggio rigorosamente scritto di Zelensky letto da Amadeus in persona in giacca bianca. Un colore non molto felice ricordando la bandiera bianca sventolante sul ponte cantata dal compianto Franco Battiato.

Sul piano politico, in verità non nuovo a Sanremo, ma questa volta aumentato di visibilità e altro per la già ricordata e inedita presenza del presidente della Repubblica in apertura, non avendo potuto la giuria votare anche su questo interferendo nelle elezioni regionali di oggi e domani in Lombardia e Lazio, abbiamo assistito al solito, stucchevole tentativo di contrapporre attorno e dentro l’Ariston destra e sinistra. A destra mettendo, per esempio, quanti non hanno gradito la mezza o sostanziale sponsorizzazione del Quirinale,  tutti un pò al servizio o al seguito dello scettico leader leghista Matteo Salvini, e a sinistra di conseguenza quelli favorevoli, anche se non sono mancate voci di dissenso e persino di derisione anche da quella parte. 

Tuttavia il problema posto, volente o nolente, dal buon Mattarella correndo con la figlia a Sanremo non è stato di natura soltanto o prevalentemente politica, con la solita contrapposizione -ripeto- di destra e sinistra, di governo e opposizione. E’ stato di natura prevalentemente culturale o di costume. Di natura addirittura “pedagogica”, com’è scappato di scrivere al quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda e ai suoi imitatori. 

Il Quirinale ha riproposto un rapporto che appassionò a suo tempo un autore molto caro al nostro presidente della Repubblica. Il quale citò una volta Alessandro Manzoni, in una sortita istituzionale, per esortare a non confondere il buon senso col senso comune, cioè col conformismo.  Che questa volta invece è prevalso, anche troppo. E non ha fatto salire ma scendere la politica lungo i gradini dell’Ariston, con effetti -temo- non abbastanza meditati dal capo dello Stato, senza per questo volergli mancare di rispetto come hanno fatto invece altri critici nelle cui osservazioni mi sono parzialmente e sorprendentemente ritrovato, a cominciare da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di venerdì.

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Mario Moretti in semilibertà già dal 1997 con sei ergastoli sulle spalle

Mentre una minoranza consistente di italiani di buona volontà e bocca risulta comprendere, se non addirittura condividere le proteste del detenuto anarchico, gambizzatore e dinamitardo Alfredo Cospito, appena confermato nel regime del carcere duro del famoso articolo 41 bis dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, è venuta fuori una notizia che smentisce clamorosamente l’impressione, alimentata proprio dalle polemiche su Cospito, che il sistema penitenziario sia generalmente troppo stretto, troppo invasivo, troppo poco pedagogico e perciò in conflitto latente con l’articolo 27 della Costituzione. Che dice, fra l’altro: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.  

E’ un articolo, quest’ultimo, che il mio amico Piero Sansonetti sul Riformista ha rimproverato a Roberto Benigni di non avere evocato nell’esaltazione della Costituzione fatta in apertura del festival canoro di Sanremo alla gratificante presenza del capo dello Stato, preferendo gli articoli contro la guerra e per la libera manifestazione del pensiero. 

Ebbene, Mario Moretti, 77 anni compiuti, il capo delle brigate rosse che guidò personalmente nel 1978 l’operazione del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, a distanza di 45 anni da quell’impresa e di 42 anni dalla cattura, con ben sei ergastoli da scontare per la sua  sanguinosa attività terroristica, vive già dal 1997 in regime di semilibertà. Che è evoluto da allora in modo tale che, pur dovendo rientrare nel carcere di Verziano alle ore 22 e uscirne la mattina dopo, egli ha potuto fissare domicilio in una casa di Brescia, svolgere azione di volontariato e spostarsi in auto sino a Milano. 

Egli si è guadagnato questi sei ergastoli non ostativi, come si dice oggi, senza essersi mai dissociato e pentito del terrorismo, ma limitandosi a prendere atto della sua fine quando venne sconfitto. E soprattutto senza avere mai aiutato la giustizia a chiarire i tanti punti oscuri della tragedia Moro: tanti e tanto oscuri da avere impegnato, oltre a tanti inquirenti e giudici, varie commissioni parlamentari. L’ultima delle quali, presieduta dall’ex ministro Giuseppe Fioroni, ha accertato che i colpi  contro l’ostaggio inerme nel bagagliaio di un’auto il 9 maggio 1978 furono sparati da Moretti e complici in modo tale da prolungarne al massino la dolorosa agonia. 

Per non parlare degli uomini -tutti gli uomini- più giovani della scorta sterminata il 16 marzo 1978, Moro aveva solo 62 anni quando Moretti e gli altri brigatisti rossi lo ammazzarono. Il mese scorso Moretti, che allora ne aveva 32, ha potuto compierne 77 grazie anche al modo in cui è stato ed è tuttora trattato, in semilibertà, dal tanto spregevole e disumano sistema penitenziario italiano. Che pure il boss mafioso Matteo Messina Denaro temo abbia preferito, lasciandosi catturare, a cliniche e ospedali frequentati da latitante per curarsi di un tenace tumore.  

Reazione elettoralistica della Meloni alle critiche per gli attacchi a Macron

Per stare alla facciata di Palazzo Chigi come  l’ha voluta illuminata Giorgia Meloni di ritorno dal Consiglio Europeo straordinario, s’impone ormai il ricordo, oltre al vecchio dramma delle foibe, dello “strappo” -come ha titolato Repubblica- che la premier italiana ha voluto consumare nei riguardi di Macron in apertura e in chiusura dell’importante evento comunitario di Bruxelles. “L’avviso dei partner: così Giorgia farà piccola l’Italia”, ha insistito Repubblica in un altro titolo. Ma è l’opposto di notizie e valutazioni di altri giornali secondo cui la Meloni ha raccolto nella stessa Unione Europea e nella maggioranza con la quale governa in Italia apprezzamenti per gli attacchi a Macron. Che improvvisando a Parigi un vertice conviviale col cancelliere tedesco Sholz e il presidente ucraino Zelensky avrebbe rivendicato il primato franco-tedesco in un’Europa che rischierebbe così “la fine del Titanic”. Su cui ha titolato il manifesto riportando anche le parole della Meloni sulla morte che accomunò tanti passeggeri, a prescindere dal biglietto che avevano pagato e delle classi in cui avevano navigato. Paragone -bisogna riconoscerlo- azzeccato, al di là del giudizio che ciascuno voglia esprimere sulla opportunità e sui tempi scelti dalla Meloni per riaprire un altro conflitto politico con Parigi. 

I tempi scelti dalla presidente del Consiglio sono, fra l’altro, quelli strettissimi delle elezioni regionali di domani e lunedì in Lombardia e Lazio, dove sono assai probabili sia la vittoria del centrodestra, o destra-centro, sia l’aumento delle distanze fra il partito della Meloni e gli alleati. La bandiera nazionale e insieme europea nella quale la premier ha voluto avvolgersi contro l’asse franco-tedesco potrebbe in effetti giovarle. “L’isolato è Macron”, ha titolato Libero.

Pur in una funzione elettoralistica che ha sempre i suoi limiti, vista la volatilità degli umori nelle urne, va detto che la Meloni ha trovato sulla strada nelle ultime 24 ore comprensioni e persino solidarietà che vanno oltre il suo schieramento politico. 

Anche Fabio Rampini, per esempio, ha scritto nell’editoriale odierno del Corriere della Sera che “il motore franco-tedesco dell’Unione è in uno dei punti più bassi”, considerando “la morte celebrale della Nato” su cui aveva scommesso imprudentemente Macron prima dell’aggressione russa all’Ucraina e la mancata “svolta della politica militare tedesca” promessa da Sholz di fronte alla guerra voluta da Putin. Sono seguite solo le dimissioni della ministra della Difesa a Berlino. 

Suonano a favore della Meloni anche quelle “torrette contro i migranti” appena strappate all’Unione con l’aiuto della presidente della Commissione Ursula von der Layen, con tanto di titolo e fotomontaggio sull’insospettabile Fatto Quotidiano, che abitualmente non fa favori al governo in carica, salvo sul caso del carcere duro contrastato col digiuno dal detenuto anarchico Alfredo Cospito e appena confermato dal ministro della Giustizia.

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Clamorosa caduta della Meloni a Bruxelles nelle provocazioni degli avversari

Un misto di sfortuna e di imprevidenza ha fatto uscire la presidente italiana del Consiglio dall’apertura del Consiglio Europeo straordinario  a Bruxelles come peggio, francamente, non si poteva facendole meritare “il giorno nero di Meloni” sparato in prima pagina da Repubblica. Che già ieri le aveva contestato con quel “Vertice senza l’Italia” il mancato invito al vertice conviviale improvvisato dal presidente francese Macron col presidente ucraino Zelensky e il cancelliere tedesco Sholz. 

La sfortuna è stata quella  -spero  solo per ragioni di cosiddetto cerimoniale che prescindono da questioni o problemi personali- di capitare nella foto collettiva dei partecipanti al Consiglio Straordinario in seconda fila dietro un Macron troppo più alto di lei per farla riprendere del tutto. L’ha un pò salvata il colore rosso, suo malgrado politicamente, della giacca che indossava,

L’imprevidenza, direi anche assoluta, senza più l’attenuante dell’inesperienza, essendo trascorsi più di cento giorni dal suo arrivo a Palazzo Chigi, avendo partecipato ad altri eventi internazionali e soprattutto avendo già avuto con Macron qualche problema di porti e immigrazione; l’imprevidenza, dicevo, è stata quella di protestare pubblicamente contro il vertice “inopportuno” della vigilia con Zelensky e Sholz promosso dal presidente francese senza invitarla. Manco morto, diciamo così, un capo di governo può commettere un errore così autolesionista. E, in più, ai fini della politica interna, la presidente del Consiglio è non scivolata, non caduta ma precipitata nella provocazione degli avversari così chiaramente espressa dal già ricordato titolo di ieri di Repubblica e affini.

L’infortunio è politicamente rilevante come lo sarebbe stato sul piano del buon gusto se la Meloni avesse deciso di protestare contro quel mancato invito dicendo che Macron preferisce la presenza e la compagnia di donne di una certa età. 

Poiché le provocazioni sono come le ciliegie, una tirando l’altra, la Meloni si è procurata anche la versione pur forzatissima del Fatto Quotidiano di un incontro “bilaterale” con Zelensky programmato e “negato”. Versione forzatissima, dicevo, anzi falsa, perché l’incontro a due si è svolto, e non solo per darsi la mano e scambiarsi carinerie, sia pure in appendice, voluta espressamente da Zelensky, a quello con i rappresentanti di altri paesi, in gruppi preselezionati dall’organizzazione del Consiglio Straordinario. 

L’errore della Meloni rischia di creare qualche problema a Roma al presidente della Repubblica, peraltro già reduce da una mezza e controversa sponsorizzazione istituzionale del festival canoro di Sanremo. Il titolo di prima pagina di una nota del quirinalista della Stampa, Ugo Magri, dice che il Colle, per quanto imbarazzato, “chiede il rispetto del patto del Quirinale” di collaborazione, sintonia e altro fra Italia e Francia firmato con tanta solennità e svolazzi di frecce tricolori all’epoca certo non lontana del governo di Mario Draghi. 

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