Gli scherzi emeriti di Gustavo Zagrebelsky sulla riforma Meloni del premierato

Ma com’è diventato spiritoso a 80  anni ben compiuti il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, da lui guidata per nove mesi nel 2004! O -se preferite- come ha smesso rapidamente di esserlo dopo avere a suo modo cantato su Repubblica di un mesetto fa, occupandosi della riforma costituzionale del premierato proposta dal governo di Giorgia Meloni, il famoso, allegro, ottimistico “Voglio essere positivo” di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Tanto positivo da avere riconosciuto alla Meloni e compagnia di avere predisposto un disegno di legge capace stavolta di superare anche l’eventuale, anzi scontato referendum popolare di ratifica. Sì, i partiti minori avrebbero avuto e avrebbero  tutto il diritto di ribellarsi, schiacciati da quelli maggiori con l’investitura diretta del  candidato della maggioranza alla guida del governo, ma erano e sono minori, appunto. Prima o dopo -sembrava il sottinteso del ragionamento dell’emerito- doveva finire la pacchia di un protagonismo senza voti.

         Ebbene, entrato nella lista degli esperti invitati a illuminare le menti e gli occhi dei senatori della Commissione degli affari costituzionali nel lungo, doppio percorso parlamentare della riforma considerata dalla Meloni “la madre di tutte le riforme”, l’emerito si è ravveduto. O ha buttato giù la maschera e nella “osservazione conclusiva” ha chiarito, testualmente: “Avrei voluto pensare positivo, ma mi accorgo di non esserci riuscito. Condivido le preoccupazioni circa il sistema parlamentare che, pur scritto sulla Carta, è andato degenerando legislatura dopo legislatura, governo dopo governo. Credo però che la riforma proposta, al di là dei difetti particolari su alcuni dei quali prima  mi sono soffermato, potrebbe rivelarsi non una cura ma, piuttosto, un colpo di grazia”. E così –“colpo di grazia”-  ha titolato in prima pagina la Repubblica pubblicando il testo pur incompleto dell’intervento, non essendo bastata a contenerlo un’intera pagina lasciatagli all’interno, oltre allo spazio in prima

Immagino il sollievo del direttore di Repubblica, che nei primi giorni di novembre, ospitando la prima sortita “in positivo” dell’emerito, aveva dovuto avvertire i lettori che il suo contenuto era di carattere ironico. Ora le cose sono state messe a posto davvero. L’emerito è contrario a tutti gli effetti, senza scherzi, implacabilmente.

E pazienza se contemporaneamente, su un giornale ancora più contrario alla “schiforma” del premierato, Il Fatto Quotidiano, il filosofo del diritto e della politica Francescomaria Tedesco, già docente all’Università per gli stranieri di Perugia, è riuscito a strappare l’ospitalità per un articolo contro i poteri “debordanti” del presidente della Repubblica. Che il premierato della riforma Meloni limiterebbe, a tal punto da avere allarmato anche Gianni Letta, già braccio destro di Berlusconi, comparso sui giornali di oggi per i “dubbi” o “la bocciatura” espressi a carico della premier.  

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Troppo deboli le spalle di Forza Italia per la reclamata riforma della giustizia

A sentire l’ormai immancabile Marco Travaglio collegato con Lilli Gruber all’ora di cena, a leggerlo sul suo Fatto Quotidiano e a vederne i fotomontaggi -per esempio quello di martedì scorso ispirato al pericolo della “opposizione giudiziaria” al governo avvertito dal ministro della Difesa Guido Crosetto in una intervista al Corriere della Sera- mai Silvio Berlusconi è stato così vicino, da morto, al successo mancatogli da vivo nell’azione di contrasto ai magistrati. “B. è vivo e lotta insieme a loro”, gridava il titolo di apertura della prima pagina del Fatto, appunto, sopra i volti dello scomparso fondatore di Forza Italia, sullo sfondo di Palazzo Chigi, e della premier Giorgia Meloni affiancata dal guardasigilli Carlo Nordio e da Crosetto, naturalmente.

         A leggere tuttavia le cronache interne dello stesso Fatto e altri giornali sempre in ansia quando le toghe ai avvertono in pericolo, a torto o a ragione, la buonanima del Cavaliere non avrebbe ragione di sorridere dall’aldilà. E i custodi della sua urna ceneraria avrebbero da proteggerla per ciò che potrebbe ribollirvi di fronte alle troppe frenate che subirebbero nel governo in carica, nonostante le apparenze, i suoi progetti o sogni di riforma radicale della Giustizia, con la maiuscola. La stessa Meloni, magari consigliata dal suo principale sottosegretario a Palazzo Ghigi Alfredo Mantovano, che come la buonanima dell’ex magistrato Oscar Luigi Scalfaro porta la toga incollata alla pelle sotto l’abito che indossa per i fotografi, si divide fra tentazioni allo scontro, alla sfida e altro e desiderio, interesse o simile ad attenuare i toni, a ridurre la velocità della corsa sino a fermarla, spiazzando chi si fosse avventurato troppo in avanti. Si posticipa, per esempio, ora questa ora quell’altra tappa del percorso riformatore dell’amministrazione giudiziaria.

         Sulla prova psico-attitudinale per i magistrati che entrano in carriera la premier non si è lasciata convincere ad insistere neppure dal suo intervistatore preferito e quasi biografo -il direttore del Giornale Alessandro Sallusti – che le ha offerto come su un piatto d’argento il recupero d’archivio dell’assenso dell’insospettabile Nicola Gratteri. Che nel 2019 diede sorprendentemente ragione a Berlusconi, ancora vivo e vegeto, pur tra un controllo e l’altro in ospedale, nel reclamare quello che i magistrati già ritenevano uno schiaffo. Anzi, l’attuale capo della Procura di Napoli sostenne che alla prova psico-attitudinale i magistrati dovessero essere sottoposti non solo per entrare ma anche per rimanere in carriera, ad una scadenza almeno quinquennale, quanto dura una legislatura. Deputati e senatori debbono riconquistare o conquistare la fiducia degli elettori e i magistrati quella degli psicanalisti, o simili.

         Neppure Nordio se l’è sentita di raccogliere la palla passatagli dal buon Sallusti. E chissà se proverà a spingere davvero sull’acceleratore, anziché sul freno, di una radicale riforma della giustizia quel monumento un po’ fisico che è diventato, per peso e posa, il mio amico Antonio Tajani. Che si divide ora per ora fra le sue funzioni di segretario di Forza Italia, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri in una congiuntura peraltro internazionalmente non calda ma rovente.

         Ne ha di gatte da pelare il povero Tajani pensando anche al congresso del suo partito già convocato per la fine di febbraio, e ancora sprovvisto -tra l’insofferenza del vice presidente della Camera Giorgio Mulè e altri- di un regolamento che disciplini le candidature alla sua eventuale successione.

         Forza Italia naviga generalmente nei sondaggi attorno all’8 per cento delle cosiddette intenzioni di voto, preceduta dalla Lega di Matteo Salvini e seguita solo dalla scheggia di “noi moderati” di Maurizio Lupi, con uno striminzito 0,5 per cento. Stanno rientrando nel partito di Berlusconi anche alcuni di quelli che ne erano usciti negli anni scorsi per dissensi più o meno clamorosi, forse più dal suo cosiddetto cerchio magico che dall’allora presidente. Ma il loro apporto alla tenuta elettorale di Forza Italia nelle scadenze di vario livello della primavera del prossimo anno è tutto da verificare, perché temo che nel passato di voti personalmente essi ne portassero pochi, bastando e avanzando quelli personalissimi di Berlusconi.

         Pensare davvero in queste condizioni, di partito ormai fra i minori e non più il maggiore della coalizione di centrodestra, o destra-centro, di poter fare la voce grossa con la Meloni sul terreno della giustizia e altro ancora è francamente difficile, anche se paradossalmente vi spera qualcuno fra le opposizioni non per potervi costruire sopra un’alternativa di governo ma giusto per scommettere sul masochistico suicidio di una crisi minsteriale: masochistico anche per il campo, largo o stretto che sia, delle minoranze.

Pubblicato sul Dubbio

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Il sottosegretario Delmastro sotto processo ma ben saldo in carriera

         Per quanto a mani rigorosamente alzate per il rinvio a giudizio rimediato al tribunale di Roma – dove la giudice Maddalena Cipriani lo ha mandato a processo coatto per rivelazione di segreto d’ufficio sull’ormai dimenticato caso Cospito, di cui il pubblico ministero aveva chiesto inutilmente l’archiviazione- il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove ha probabilmente prenotato un posto di ministro al prossimo rimpasto. Altro che le dimissioni chieste dall’incarico attuale, o il ritiro delle deleghe conferitegli l’anno scorso dal guardasigilli Carlo Nordio, secondo la richiesta avanzata dal cosiddetto campo largo. Che è ricostituito nell’occasione fra il presidente delle 5 Stelle Giuseppe Conte e la segretaria del Pd Elly Schlein: in ordine rigorosamente alfabetico, che rischia di diventare anche l’ordine dei loro partiti nella graduatoria elettorale delle opposizioni.

         Ad essere, o mostrarsi, poco convinti dell’esito del processo che comincerà il 12 marzo sono stati due giornali di solito molto sensibili alle accuse giudiziarie, sia nella versione normale promossa da un pubblico ministero sia nella versione “inconsueta” -come dicono a Palazzo Chigi- di un giudice che sorpassa e smentisce il magistrato d’accusa. La Repubblica, per esempio, ha relegato in fondo alla prima pagina, a sinistra, il richiamo di ben tre pagine e quattro articoli dedicati nell’interno alla vicenda giudiziaria di una ben strana violazione di segreto d’ufficio. Che sarebbe avvenuta al Ministero della Giustizia all’insaputa del guardasigilli Nordio. Il quale, però, una volta informatone, ha contestato in Parlamento che si trattasse di segreto. Esso consisteva in un rapporto del dipartimento penitenziario su incontri in carcere avvenuti fra una delegazione del Pd, l’anarchico insurrezionalista Alfredo Cospito e altri detenuti, stavolta di mafia, solidali con lui nella lotta al regime speciale riservato ai più pericolosi.  Ancora più modesto è stato il richiamo in prima pagina dei servizi pubblicati dal Fatto Quotidiano all’interno.

         Li chiamerei, entrambi, richiamini di fronte all’”alta tensione” nei rapporti fra governo e magistratura annunciata in apertura dal Corriere della Sera, all’”assalto” delle toghe preferito dal Giornale o al “governo in trincea” di Domani, il giornale della “radicalità” scoperta e praticata in vecchiaia avanzata da Carlo De Benedetti.

         Non parliamo poi della fantasia e del sarcasmo dei vignettisti: per esempio, Stefano Rolli che sulla prima pagina del Secolo XIX ha imbarcato Delmastro sullo stesso frecciarossa intestato di recente al collega di partito e ministro Francesco Lollobrigida per la fermata straordinaria concessagli a Ciampino in considerazione del forte ritardo con cui viaggiava il convoglio.   

         Più che a processo, direi che Delmastro -ripeto- sia ormai in piena carriera di governo, provvisto com’è dell’indiscusso appoggio della premier Giorgia Meloni, condiviso o contestato secondo casi e gusti.

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Costata forse un pò troppo cara all’Italia la monnezza di Roma Capitale

         Non abbiamo ancora finito di festeggiare il ritorno della Coppa Davis di tennis in Italia dopo una cinquantina d’anni, la conferma del campione mondiale italiano di motociclismo, per non parlare della festa a Palazzo Chigi per i miliardi di euro appena  sbloccati a Bruxelles come quarta rata di finanziamento del piano nazionale di ripresa e resilienza, e dobbiamo fare i conti con la “batosta”- titolo del Riformista– della sconfitta subita nella corsa alla sede dell’Esposizione universale del 2030. Che è stata assegnata all’”Arabia esaudita” -titolo del solito, caustico manifesto- già scelta per i campionati mondiali di calcio del 2034. Roma, sommersa nell’assemblea parigina dell’Ufficio Internazionale delle Esposizioni dai 119 voti conquistati da Riad, ha perso il confronto anche con la coreana (del Sud) Busan, racimolando solo 17 sfigatissimi consensi.

  Tutto naturalmente è subito finto in politica, che si nutre di ogni cosa,  anche della monnezza romana, responsabile secondo la destra della corsa perduta nell’assegnazione della sede: più ancora della “deriva mercantile e metodo transazionale, non trasnazionale” lamentato dall’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente del comitato promotore della candidatura così miseramente fallita.

         Non Giorgia Meloni, quindi, la premier spesasi anche personalmente -e patriotticamente, direbbe – nelle sue trasferte internazionali, quella alla quale Andrea Scanzi, del Fatto Quotidiano, ha appena assegnato in un libro il titolo di “sciagura” quasi planetaria, ma il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, dichiaratamente di sinistra fra le proteste dei grillini dovrebbe sentirsi colpevole  della disfatta. “Saranno anche stati i soldi di Riad, come diranno in tanti oggi per giustificarsi, ma l’umiliazione subita da Roma….certifica la crisi della capitale più lurida e disfunzionale dell’occidente, nonché  la nullità assoluta di chi la amministra. Nemmeno gli europei ci hanno votati, nemmeno i nostri amici albanesi. E come dargli torto?”, ha scritto Salvatore Merlo sul Foglio sotto questo titolo in prima pagina: “Umiliazione all’Expo- Roma non poteva vincere? Va bene. Ma è stata annientata da una classe dirigente simile alla sua monnezza”.

         A sinistra invece, come accennavo,  si sono consolati festeggiando -come ha fatto La Notizia di simpatie grilline- “la fine di una star virtuale” quale sarebbe la premier Meloni, “la sciagura”- ripeto- di Scanzi, della scuderia di Marco Travaglio.

         In mezzo, una volta tanto, si è messa La Repubblica, almeno in questo primo giorno di reazioni, con “l’analisi” del vecchio Corrado Augias, che ha accomunato “Capitale e Paese” nel “declino” costatoci sorprendentemente tanto a Parigi. Sorprendentemente, perché “le persone ingenue non avevano dubbi sull’esito: Roma”. Ingenue, appunto.  

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Se neppure i magistrati, contrari alle pagelle del Csm, si fidano di loro

         La dice lunga il processo sindacale, politico e mediatico -tra associazione nazionale dei magistrati, buona parte delle opposizioni al governo e giornali come Il Fatto Quotidiano sostenuto, come al solito, dal salotto televisivo di Lilli Gruber su la 7- alle pagelle dei magistrati contemplate da un decreto delegato approvato ieri dal Consiglio dei Ministri.

         Queste pagelle, aggiornate ogni quattro anni per valutare, ai fini della carriera sinora automatica col passare del tempo,  le prestazioni dei pubblici ministeri e dei giudici -tenendo conto delle capacità organizzative e della corrispondenza delle loro iniziative agli  sviluppi dei processi-  non verranno confezionate negli uffici del Ministero della Giustizia, peraltro pieni ancora di magistrati distaccati, che influiscono molto sul loro funzionamento, ma al Consiglio Superiore della Magistratura. Che è l’organo di autogoverno delle toghe le cui competenze sono fissate dall’articolo 105 della Costituzione.

         Continuano insomma ad essere i magistrati, come nei tribunali dove si giudicano, per esempio, le loro denunce quando si sentono diffamati da noi giornalisti, a valutare le loro iniziative. Ebbene, se questi benemeriti -non sempre, in verità- servitori dello Stato non si fidano neppure di loro dubitando delle pagelle perché dovrebbero fidarsi delle loro valutazioni gli indagati e poi gli imputati? Cioè noi cittadini non togati cui può capitare di finire sotto le loro lenti o grinfie professionali? Ecco una domanda che mi sarebbe piaciuto ascoltare da Lilli Gruber ieri sera a Marco Travaglio, interrompendolo mentre parlava del pericolo che pubblici ministeri e giudici vengano bloccati nelle loro iniziative e condanne dalla paura di vedersi penalizzati con le pagelle. Le quali con due successive valutazioni negative ne bloccano stipendi e carriera, peraltro per un solo anno perché gli interessati hanno il diritto di essere rivalutati, e sbloccati, entro dodici mesi, sempre rimanendo quindi in carriera. Che non è poco, credo, a tutela del loro lavoro.

         Discutibile è anche l’azione di contrasto condotta -e riuscita sinora- contro le prove psico-attitudinali che il governo avrebbe voluto istituire all’avvio delle carrriere. E qui mi appello -come ha fatto meritoriamente Alessandro Sallusti sul Giornale– al parere favorevole espresso nel 2019 dall’insospettabile Nicola Gratteri alla proposta avanzata in quel senso da Silvio Berlusconi, ieri associato fotograficamente sul Fatto alla premier Meloni e ai ministri Nordio e Crosetto come in una banda criminale anti-toghe.

         Gratteri, oggi capo della Procura della Repubblica di Napoli, ritenne opportuno che i suoi colleghi togati fossero sottoposti alla prova psico-attitudinale non solo prima di entrare in carriera ma ogni cinque anni per rimanervi, non potendosi obiettivamente escludere che disturbi e simili sopraggiungano all’assunzione per le più diverse ragioni. Mettiamo anche Gratteri nel fotomontaggio del Fatto?

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Le fonti riservate di un ministro della Difesa, e pochi altri vertici istituzionali

Mi permetto di segnalare a chi si occupa della “opposizione giudiziaria” lamentata, avvertita e quant’altro dal ministro Guido Crosetto, parlando al Corriere della Sera di “riunioni di una corrente della magistratura” preoccupata della “deriva antidemocratica” del governo Meloni, che l’interessato è titolare del dicastero della Difesa. E in quanto tale destinatario quotidianamente -al pari dei presidenti della Repubblica e del Consiglio e del ministro dell’Interno- di rapporti generalmente tanto  riservati quanto attendibili.

         Si tratta di una circostanza che non so, francamente, se tenuta in considerazione, per esempio, dal presidente dell’associazione nazionale dei magistrati. Che, nonostante porti il nome della Santa protettrice degli occhi, reagendo duramente a Crosetto sembra non avere visto, avvertito o cos’altro fra le correnti o “anime” del sindacato delle toghe elementi o settori contrassegnati da una certa ipersensibilità politica. Magari uguale e contraria a chi li osserva o critica al di fuori dell’ordine giudiziario: ordine, ripeto, non potere. Così almeno mi insegnavano all’Università e sentivo spesso ripetere anche dalla buonanima del professore di diritto Francesco Cossiga quand’era al Quirinale.

         Non credo, tornando all’originaria segnalazione, che Crosetto si trovi nella incresciosa situazione di Giovanni Leone nel 1978, quando dopo il sequestro di Aldo Moro, non appena sollevò dubbi sulla cosiddetta linea della fermezza adottata dalla maggioranza dell’altrettanto cosiddetta maggioranza di solidarietà nazionale, si vide sospendere l’invio quotidiano al Quirinale dei rapporti riservati dei servizi. Che furono sostituiti da brevi visite e telefonate informative del presidente del Consiglio Giulio Andreotti e del ministro dell’Interno Cossiga sui tentativi che si stavano facendo per scoprire la prigione brigatista di Moro e cercare di liberarlo.

         Non mi sto inventando nulla, credetemi. Sto solo ripetendo il racconto fattomi di quei giorni dallo stesso Leone una ventina d’anni dopo, in una lunga, circostanziata, dolorosa intervista raccolta a casa sua per Il Foglio. A quell’isolamento Leone si sottrasse -pagandone, credo, il prezzo con le dimissioni impostegli dalla Dc e dal Pci sei mesi prima della scadenza del suo mandato presidenziale- predisponendo la grazia di propria iniziativa ad una delle tredici persone detenute con le quali i brigatisti rossi avevano reclamato di scambiare Moro: una donna, Paola Besuschio, in quel momento ricoverata in un ospedale. Ma le procedure furono interrotte dalla tempestiva decisione, chiamiamola così, dei terroristi di accelerare l’esecuzione della loro sentenza di morte contro il presidente della Dc per non dividersi nella valutazione della grazia ai fini della liberazione dell’ostaggio. Ah, la storia, per favore con la minuscola per tante ragioni che esulano, una volta tanto, dalla magistratura. E appartengono tutte alla politica, sempre con la minuscola.

Pubblicato sul Dubbio

Crosetto accetta la sfida a riferire in Parlamento sull’opposizione giudiziaria

         Puntuale come il mitico orologio o treno svizzero, il presidente dell’associazione nazionale dei magistrati Giuseppe Santalucia, con quel nome peraltro della santa protettrice degli occhi, ha praticamente accusato di falso – “fake news”- il ministro della Difesa Guido Crosetto per avere annusato e denunciato puzza di “opposizione giudiziaria” in una intervista al Corriere della Sera. Come d’altronde, aveva già fatto la premier Giorgia Meloni in agosto commentando un’indagine a carico del sottosegretario alla Giustizia, e suo collega di partito, Andrea Delmastro. Anche allora, come adesso, fu “scontro”, come titola oggi il Corriere, o “toghe in rivolta”, secondo La Stampa.

         Il meccanismo della reazione di Santalucia, del suo sindacato e dei partiti e giornali fiancheggiatori, è spiegato sul Giornale da uno che conosce bene materia ed ambiente, diciamo così. E’ Luca Palamara, per quattro anni per quattro anni presidente  proprio di quel sindacato, fra il 2008 e il 2012, che ha scritto: ”Ogni qualvolta non governa la sinistra l’Anm e chi la presiede finisce per subire le pressioni di coloro i quali, all’interno, richiedono posizioni drastiche ed intransigenti nei confronti di chi osa mettere in discussione l’imparzialità della magistratura. Insomma, si richiede al presidente dell’Anm un esercizio di “celodurismo” affinché l’Anm non sia scavalcata a sinistra dalle correnti di riferimento”. Che poi sarebbe paradossalmente, nel nostro caso, un autoscavalcamento, essendo Santalucia -ha ricordato sempre lo scomodo Palamara- esponente della sinistra giudiziaria e già capo dell’ufficio legislativo del ministro della Giustizia Andrea Orlando”, del Pd.  Naturale, quindi, il suo “attacco a testa bassa”, parlando al comitato direttivo centrale dell’associazione delle toghe, contro “la posizione pubblica espressa da Crosetto.

         Il ministro della Difesa, provvisto peraltro di un fisico che è di per sé una corazza, non si è lasciato intimidire dalle reazioni, compresa la perentoria richiesta del Pd e delle 5 Stelle di riferire al Parlamento. Dove appunto Crosetto si è detto pronto a presentarsi. E sarà interessante ascoltarlo non solo sui precedenti da lui lamentati di opposizione di tipo giudiziario “dal 1994 ad oggi” ma anche, e più specificatamente, sulle “riunioni -ha raccontato al Corriere- di una corrente della magistratura in cui si parla di come “fermare -virgolette nelle virgolette- la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni”. Qui si tratta, ripeto, di “riunioni”, non di dichiarazioni sporadiche di questo o quel magistrato, o di intercettazioni di posta elettronica, o altre diavolerie a due, a tre o più. E a parlarne non è stato il ministro dei beni culturali o della sovranità alimentare, o dello sport alle prese -beato lui. in queste ore- con la splendida riconquista italiana della coppa Davis di tennis, ma della Difesa, abitualmente provvisto di notizie tanto riservate quanto attendibili.

Grave allarme lanciato dal ministro della Difesa contro l'”opposizione giudiziaria”

         A dispetto delle apparenze, tutte favorevoli alle piazze italiane in “onda fucsia”, come ha titolato Repubblica, o in “marea fucsia”, secondo Il Fatto Quotidiano, per le manifestazioni contro la violenza alle donne, al netto dei diversivi anche contro Israele o pro-Hamas, la notizia del giorno è un’altra. E non è neppure la pur clamorosa, splendida finale della Coppa Devis di tennis guadagnata dall’Italia battendo la Serbia Essa riguarda invece un’eccezione alla regola o alle abitudini procurateci dalla cronaca giudiziaria confinante o mescolata alla politica.

         A distanza di qualche giorno ormai dallo “scandalo” mediatico del ministro e cognato della premier, Francesco Lollobrigida, riuscito a scendere con una fermata straordinaria a Ciampino da un treno frecciarossa, in ritardo di quasi due ore, per raggiungere in auto Caivano, dove era atteso per un impegno di governo, non è scattata una iniziativa giudiziaria contro di lui. Ed eventuali complici del presunto misfatto fra dipendenti e vertici delle Ferrovie dello Stato. O se vi è stata, non se n’è avuta ancora notizia, almeno con la visibilità, il rumore e quant’altro di solito accomunato alle proteste delle opposizioni e simili contro un ministro presuntivamente prepotente.

         Eppure, nonostante questa consolante notizia, o non notizia, agli occhi di un vecchio cronista o osservatore abituato -ripeto- a ben altri spettacoli, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha lanciato un clamoroso grido d’allarme in una intervista al Corriere della Sera , fra un impegno e l’altro della sua intensa attività di governo, ora anche in Medio Oriente per contribuire alla non facile impresa di comporre il sacrosanto diritto di Israele a vivere, e far vivere i suoi cittadini, col dovere reclamato anche dai suoi alleati di contenere le reazioni a chi quel diritto lo nega praticando il terrorismo.

         Il pericolo che corre il governo italiano, pur in questo scenario internazionale a dir poco drammatico, è “quello di chi si sente -ha detto Crosetto- fazione antagonista da sempre e che ha sempre affossato i governi di centrodestra: l’opposizione giudiziaria”. “A me raccontano -ha proseguito il ministro della Difesa, di solito provvisto per la sua stessa carica di notizie tanto segrete quanto attendibili- di riunioni di una corrente della magistratura in cui si parla di come fare a “fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni”. Siccome ne abbiamo visto di tutti i colori in passato, se conosco bene questo Paese mi aspetto che si apra presto questa stagione, prima delle “europee….”. Che sono notoriamente le elezioni di giugno prossimo per il rinnovo del Parlamento europeo, appunto, dopo quelle di qualche mese prima per il rinnovo di alcune amministrazione regionali e di altro livello locale.

         A questo punto non resta che augurarsi che il ministro Crosetto ma anche ci scrive non conoscano abbastanza bene il loro Paese, cioè certa sua magistratura e chi la fiancheggia politicamente.

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C’è un altro ostaggio da liberare: il Pd dalla segretaria Elly Schlein

         Senza voler togliere nulla alla liberazione in corso degli ostaggi di Hamas all’ombra della tregua a Gaza strappata al governo israeliano nella guerra provocata dal podrom del terrorismo palestinese del 7 ottobre, credo valga la pena segnalare il tentativo di Dario Franceschini – anticipato oggi dal Corriere della Sera, pur con altro linguaggio- di liberare il Partito Democratico. Che è finito praticamente ostaggio di Elly Schlein, peraltro aiutata da lui nei mesi scorsi a scalare e conquistare la segreteria.

         Pur invecchiato ormai, anche oltre i suoi 65 anni anagrafici, a vedere naufragare tra prima e seconda Repubblica tentativi di incisive riforme costituzionali, l’ex ministro Franceschini ha maturato l’opinione che potrà andare in porto quello appena avviato dal governo di Giorgia Meloni per l’elezione diretta del presidente del Consiglio. La premier ha i numeri in Parlamento per approvare da sola il suo progetto e anche la possibilità di strappare poi la ratifica referendaria con la formula semplice che ha già scelto per chiedere agli elettori se vogliono prendersi il diritto di scegliere il capo del governo o lasciarlo ai partiti.

         Anche se gli piace poco o per niente, Franceschini ritiene che la riforma del premierato possa essere migliorata nel non breve, anzi doppio percorso parlamentare, sapendo che è anche interesse della Meloni intestarsela comunque in uno scenario nel quale non ha grandi spazi di manovra sul terreno economico e finanziario. Ha pertanto sbagliato la Schlein ad arroccarsi in una posizione di contrasto assoluto legando mani e piedi al Pd come ad un ostaggio, appunto. E ciò nella condivisione o indifferenza di altri big -aggiungerei- come il rientrato ex segretario Pier Luigi Bersani. Che ha cominciato a distrarsi facendo l’attore, facilitato dalla sua bonomia emiliana e dal battutismo che non gli è mai mancato anche in politica. Come quando, avvertendo la crescita della destra secondo lui assecondata dall’allora segretario del Pd Matteo Renzi, parlava in televisione e nelle piazze della “mucca” che vagava fra le stanze del Nazareno, lasciando presumibilmente i suoi voluminosi escrementi, senza che nessuno se ne accorgesse e provvedesse almeno alle pulizie. Fu anche per questo che egli se ne andò con altri dal Pd per rientrarvi nell’era Schlein.

         Vedremo se, come e quando si svilupperà la tentazione, quanto meno, di Franceschini di rompere il nuovo incantesimo da lui stesso creato e di liberare il partito da quelle che si stanno rivelando le catene della nuova segreteria, a rischio anche di lasciare in prospettiva alla coppia Landini-Conte la guida di una lunga opposizione al governo Meloni ben difficilmente trasformabile in vera alternativa. Certo è che l’ex ministro della Cultura ha alle sue spalle un’esperienza consolidata di montare, smontare e rimontare equilibri nel partito di turno, pensando magari di imitare Aldo Moro che nella Dc sapeva “scomporre per ricomporre”, come si compiaceva di dire e raccomandare.  

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Quando la Lega rifiutò ad Arnaldo Forlani i voti per il Quirinale

Per quanto giovane con i suoi 43 anni – tutti trascorsi nella Lega dai 16 in su, essendovi entrato con i calzoni forse ancora corti- il presidente della Camera Lorenzo Fontana sembrava appartenere anche fisionomicamente a quel mondo democristiano, comprensivo del capo dello Stato Sergio Mattarella accorso all’ appuntamento, che si è raccolto mercoledì sera 22 novembre nell’aula dei gruppi di Montecitorio. Dove è stato commemorato in un convegno Arnaldo Forlani a più di quattro mesi dalla morte.

         Pure nel suo intervento di saluto, come già aveva fatto il 25 luglio ricordandolo in aula prima di chiedere all’assemblea un minuto di riverente silenzio, il presidente della Camera ha tessuto gli elogi di Forlani meglio e più di un reduce della Dc rimastogli sempre fedele. Come, ad esempio, il presidente emerito della Camera Pierferdinando Casini, ora senatore quasi a vita ospite delle liste del Pd nelle elezioni, che naturalmente è intervenuto anche come uno dei promotori del raduno.

         E pensare che se la pur lunga e densissima carriera politica di Forlani, due volte segretario della Dc, ministro delle allora Partecipazioni Statali, della Difesa e degli Esteri e presidente del Consiglio, rimase incompiuta per la mancata elezione nel 1992 al Quirinale, ciò avvenne anche per responsabilità della Lega. Che con la sua ottantina di parlamentari, fra deputati e senatori, avrebbe potuto supplire ai 29 voti mancati a Forlani nel secondo e ultimo scrutinio della sua sfortuna corsa. Ne avrebbe anzi permesso l’elezione già al primo.

         Non appena si profilò la possibilità  che qualche leghista appena mandato alle Camere da gente abituata in precedenza a mettere la croce sullo scudo crociato nelle cabine elettorali potesse votare a scrutinio segreto per il candidato appunto della Dc, Umberto Bossi precettò i gruppi del Carroccio a presidio della candidatura superleghista di bandiera di Gianfranco Miglio.

Dalla seconda alla sedicesima e ultima votazione di quell’elezione presidenziale Miglio fece il pieno dei voti dei parlamentari leghisti presenti, pronto -dicevano i retroscenisti, forse non a torto- a ritirare la propria candidatura solo se dalla Dc fosse uscita la candidatura di Giulio Andreotti. Che rimase invece al palo anche come candidato “istituzionale”, per la sua carica di presidente del Consiglio, dopo il trauma politico subìto dal Parlamento per la strage mafiosa di Capaci. Dove avevano perso la vita il 23 maggio Giovanni Falcone, la moglie e quasi tutti gli uomini della scorta.

La scelta allora si restrinse fra i presidenti delle Camere Giovanni Spadolini e Oscar Luigi Scalfaro: quest’ultimo preferito all’altro dai socialisti, che se ne sarebbero poi pentiti, e dai post-comunisti del Pds. Che liberando la presidenza di Montecitorio avrebbero potuto mandarvi Giorgio Napolitano. E Lorenzo Fontana? Aveva allora solo 12 anni, beato lui. E Forlani? Silenzioso al suo posto di penultimo segretario della Dc, già pronto a passare la mano a quello che ne sarebbe stato il liquidatore: Mino Martinazzoli.

Pubblicato dal Dubbio

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