Conte in veste di bolscevico a difesa della “spinta propulsiva” delle 5 Stelle

Conte e Grillo

         A 60 anni neppure compiuti Giuseppe Conte ha già collezionato, indossandole o lasciandosele applicare nei vari momenti della sua carriera politica, un bel pò di maschere. Ed anche di soprannomi, o quasi. Dal Camaleonte, che fa felicemente rima col suo cognome, all’”uomo dei penultimatum”, che gli diede una volta l’insospettabile Beppe Grillo scherzando su una minaccia appena sollevata dall’allora presidente del Consiglio a qualcuno degli alleati e rientrata già l’indomani; dal “professore”, scoperto a Firenze dall’allievo Alfonso Bonafede, Fofò per gli amici, che lo segnalò a Grillo e ne diventò   poi il ministro della Giustizia, all’”avvocato del popolo”, proclamatosi da solo in Parlamento presentando il suo primo governo.

Nicola Zingaretti

         Al secondo governo, poco più di un anno dopo, col Pd di Nicola Zingaretti al posto della Lega di Matteo Salvini, l’uomo si vide e sentì promosso dai nuovi alleati come “l’esponente di punta dello schieramento progressista”. E si mise a compulsare freneticamente i numeri telefonici di Goffredo Bettini e di Massimo D’Alema.

Dal Corriere della Sera

         Finito all’opposizione, Conte è impegnato da qualche tempo in una rincorsa, che un po’ ammette e un pò nega, del Pd dell’armacromatica Elly Schlein per sorpassarla elettoralmente, visto che i sondaggi lo danno a uno o due punti di distacco soltanto, E da li magari trattare su posizioni di forza una federazione di sinistra anti-Meloni  per le prossime elezioni politiche.  Ma ora si è spinto più a sinistra del solito vestendosi addirittura non dico da Lenin, ma da un bolscevico della sua modesta Volturara Appula, terra una volta di serpenti e avvoltoi, dicendo al Corriere della Sera, testuale, che “non si può chiedere al Movimento Cinque Stelle di abbandonare la sua forza propulsiva”, neppure dopo che ha perduto più della metà dei voti delle penultime elezioni politiche: quelle del 2018.

Enrico Berglinguer

         Con la “forza propulsiva” Conte ha evocato quella famosa della rivoluzione d’ottobre per tanto tempo esaltata dai comunisti di tutto il mondo ma di cui Enrico Berlinguer -non l’ultimo arrivato del Pci- annunciò in televisione “l’esaurimento” commentamdo nel 1981 -modestamente, sua mia domanda- il ripiegamemto dei sovietici sul generale Vojciel Jaruzenlsky per militarizzare quel che era anocra rimasto del comunismo in Polonia sotto il Pontificato polacco di Giovanni Paolo II  e gli scioperi di Lec Walesa.

La mummia di Lenin

   Un Conte mummificato nella sua Volturare come Lenin a Mosca sarebbe forse troppo persino per il discincantato Grillo, già salito sull’”altrove” da cui dispensa battute e anche qualche pentimento su ciò che ha combinato in Italia con le sue cinque stelle, ora quasi sei con quella della Schelly.

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Stefania Craxi mette all’occhiello di Forza Italia il garofano socialista

Stefani Craxi e Antonio Tajani

   Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi che ha celebrato da poco  trent’anni, dei quali sette mesi all’incirca vissuti senza il fondatore, ha avuto sin dall’’inizio il suo simbolo e il suo inno. Non mi pare che abbia mai adottato un fiore. Da ieri ne ha uno, regalato al suo segretario Antonio Tajani da Stefania Craxi, in una teca come quella che il padre Bettino offriva agli amici cui teneva ed era il simbolo del suo partito: il garofano rosso. Col quale egli aveva voluto sostituire la falce e il martello sul libro di Marx che ne aveva caratterizzato la storia dopo la sostanziale, disastrosa sovietizzazione del socialismo tentata dalla rivoluzione d’ottobre in Russia.

         Il segretario forzista -o azzurro, come Berlusconi preferiva che fossero chiamati gli iscritti al suo partito, se bisognava dar loro un colore- ha gradto il dono ricordando con ammirazione il padre di Stefania, da tempo senatrice di Forza Italia e ora anche presidente della commissione Difesa ed Esteri di Palazzo Madama. Un’ammirazione compatibile con l’origine dichiaratamente liberale di Tajani lungo il filone del liberalsocialismo in cui lo stesso Craxi si riconosceva, fedele alla lezione di Carlo Rosselli, ucciso dai fascisti in Francia nel 1937.

   Proprio da liberalscialista Taiani aveva scritto nel 1982 una empatica biografia di Lelio Lagorio, amicissimo di Craxi, chiamato “Granduca” per il suo forte seguito nella sua Toscana, ministro della Difesa negli anni della partecipazione italiana al riarmo missilistico della Nato in Europa. Che e avrebbe portato al collasso del comunismo senza spargere una goccia di sangue.

Dal Fatto Quotidiano

         L’affollato e festoso convegno a Rho, vicino Milano, in cui si è voluta sancire, in vista del congresso di fine mese e delle elezioni europee e regionali e amministrative di giugno, l’ormai consolidata identificazione di gran parte dei  socialisti di tendenza e fede craxiana nel partito fondato da Silvio Berlusconi, è stato declassato dal solito Fatto Quotidiano in una “seduta spiritica”, organizzata per chiedere aiuto ai due leader scomparsi nelle contingenze politiche di questo 2024. Che vede obiettivamente Forza Italia insidiata nelle urne dagli alleati di centrodestra, Gorgia Meloni e Matteo Salvini, e da quel che pur di scompoasto si muove al centro.

Titolo del Giornale

   Matteo Renzi ha appena dato alle stampe un nuovo libro- “Palla al centro”- di cui ha chiesto e ottenuto dal generoso Giornale ora solo parzialmente della famiglia Berlusconi un’anticipazione per proporsi, anzi riproporsi come quello che lo stesso Berlusconi avrebbe voluto sottrarre al Pd considerandolo un anticomunista, anche se incontrato la prima volta in un abito di velluto “da comunista”, gli disse nel palazzo della provincia di Firenze.  Dubito tuttavia che il battutismo dell’ex premier, ex sindaco di Firenze e ancora altro, possa procuragli chissà quale pesca in acque forziste da qui a giugno.

Prodi difende la politica estera della Meloni dagli attacchi della Schlein

Titolo di Libero

   A Mario Draghi, a 71 anni compiuti da pochi mesi, non riuscì molto bene la disponibilità offerta alla fine del 2021 ai partiti che ne componevano il governo e la maggioranza a fare “il nonno” degli italiani, oltre che il loro momentaneo presidente del Consiglio. Tutti vi videro, a torto o a ragione, la voglia di succedere al Quirinale a Sergio Mattarella. Che stava concludendo il suo mandato rifiutando pubblicamente, tra piazze e teatri, tutte le sollecitazioni a farsi rieleggere.

    Si scatenò una gara fra quanti, o aspirandovi in proprio o non volendo saperne di lui addirittura come capo dello Stato, dopo averlo subìto a Palazzo Chigi, si misero a disseminare di trappole la reale o immaginaria corsa di Draghi al Quirinale: da Silvio Berlusconi, che si divideva fra le sue ville di Arcore e di Rona, sull’Appia Antica, e Giuseppe Conte fra le strade e i vicoli attorno alla Camera e al Senato.

Mario Draghi

         Finì notoriamente con la conferma di Mattarella, dopo la solita processione reverenziale al Quirinale, come già accaduto con Giorgio Napolitano. E seguì l’indebolimento di Draghi al governo. Che imboccò la discesa verso la crisi e le elezioni anticipate fortunatamente risolutrici di una crisi della quale avevano perso i fili anche quelli che l’avevano programmata.

Romano Prodi

         A Romano Prodi, che in agosto compirà 85 anni, è riuscita un pò meglio, almeno sinora, il no alla funzione di “padre” del Pd, attribuitagli generosamente sul Corriere della Sera da Antonio Polito, a vantaggio del “nonno”. Così egli  ha preferito sentirsi e chiamarsi, sempre sul Corriere, in una intervista fattagli a Bologna da Marco Ascione e pubblicata martedì scorso 30 gennaio.. Un nonno “che può somministrare affetto, non influenza e comando”, ha precisato il professore non so francamente se più deluso o preoccupato dal mancato ascolto dei suoi consigli da parte della segretaria del partito Elly Schlein. Come quello di non lasciarsi tentare dal candidarsi per finta alle elezoni europee. O di avere meno riguardi, diciamo così, per Giuseppe Conte, che non ha ancora deciso con chi stare davvero, ha avvertito lo stesso Prodi. Che d’altronde aveva sì aupicato di recente che la Schelly potesse “federare” alcuni oppositori purchè -aveva ammonito- costoro fossero stati d’accordo.

Beppe Grillo

   L’unico obiettivo elettorale di Conte avvertibile chiaramente è quello di sorpassare il Pd per assumere con la forza, visto che l’uomo non ci riesce con l’astuzia, la guida dell’opposizione. Che equivarrebbe ad un’opa sul Pd simile a quella tentata da Beppe Grillo in persona nel lontano 2009 iscrivendosi d’estate ad una sezione di Arzachena per scalare la segreteria nazionale appena lasciata, a sorpresa, da Walter Veltroni. Rifiutato in partenza su ordine da Roma, , il comico corse in piazza a Bologna a prenotare il suo partito personale e lanciarlo nello spazio, farcito di parolacce e di stelle.

Elly Schlein

   In pochi giorni dalla sua intervista al Corriere Prodi ha visto la sua Schlein –“sua” perché emersa politicamente nel 2013 come aspirante vendicatrice  della mancata elezione del professore al Quirinale- finalmente accorgersi delle troppe ambiguità di Conte. E contestargli pubblicamente la lotta che preferisce fare più al Pd che al governo di centrodestra.

La Conferenza ItaliAfrica

   Ma soprattutto, sempre con la sua intervista del 30 gennaio, Prodi ha voluto clamorosamente contraddire la versione quanto meno minimalistica data dal Pd alla Conferenza ItaliAfrica voluta a Roma dal governo. Egli ne ha riconosciuto la sostanziale continuità con la politica verso quel continente perseguita dall’Italia fra prima e seconda Repubblica. Una politica su cui Meloni, decisa a non fare più dell’Africa solo o prevalemtemente un continente di esportazione di migranti, ha avuto l’astuzia di appendere come un quadro il famoso “piano Mattei”, dal nome del fondatore e a lungo presidente dell’Eni: uomo della sinistra democristiana che fece vedere  i sorci verdi a tutti quelli che l’Africa volevano solo sfruttarla, come altre terre ricche di fonti energetiche. Un uomo ancora, Mattei, protagonista di una lotta partigiana la cui storia non mi risulta abbia creato alla Meloni la paura, la repulsione, il fastidio e quant’altro le viene attribuito dagli avversari un giorno si e l’altro pure quando si parla del passato e lo si proietta sul presente e sull’avvenire.

Meloni e von der Leyen

   “La scelta di guardare all’Africa non è solo giusta, ma anche necessaria”, ha premesso Prodi, Certo, serve “un progetto più ampio portato avanti dall’Europa intera”, perché “da sola l’Italia può fare ben poco per fronteggiare la forte penetrazione sistemica, in Africa, della Cina in campo economico e della Russia in campo politico, non so quanto in accordo fra loro”. Ma l’Europa non era certo assente alla Conferenza voluta dalla Meloni e svoltasi al Senato. L’Unione Europea c’era con i suoi vertici istituzionali, a cominciare dalla presidente della Commissione Ursula von ver Leyen. La cui “attenzione” per l’Italia guadagnatasi dalla Meloni -ha detto Prodi dando un’altra botta a chi nel Pd suona tutt’altra musica- è straordnariamente intensa e profonda”. Tanto intensa e profonda che “la premier italiana -ha continuato il professore- sta diventando una sorta di polizza di assicurazione per von der Leyen in caso di incidente elettorale” a giugno.

   E’ avvertibile in tutte queste parole e ragionamenti, passati un pò inosservati  nei giorni scorsi, un filo di continuità non solo fra il Prodi di Palazzo Chigi e di Bruxelles e la Meloni ma anche fra questa e tutta -ripeto- la politica sempre condotta dall’Italia repubblicana verso l’Africa: oltre a Mattei, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Giulio Andreotti e il socialista  Bettino Craxi.  

Sergio Mattarella

    Non è d’altronde solo per un capriccio elettorale che il partito della Meloni ha assunto quelle dimensioni della Dc che furono per un po’, nella cosiddetta seconda Repubblica , della Forza Italia di Berlusconi. E che il Pd della Schlein può ormai vedere solo nella cartolina di Trieste di cadorniana memoria. Ma molti anziché vedere questa specie di luna, comprensiva del vetice europeo appena concluso con un compattamento dovuto anche all’azione della premier italiana, preferiscono fermarsi al dito puntato contro di essa. Che è il dito delle polemiche sui saluti romani di via Acca Larentia e simili, o sul premierato anticamera di una nuova edizione del fascismo, col povero Sergio Mattarella trascinato in catene nei sotterranei del Quirinale, peggio di Ilaria Salis nella cella del carcere ungherese prima del sopralluogo del procuratore generale che l’ha fatta ripulire, credo, per le telecamere.

Pubblicato su Libero

Le “sobrie” dimissioni di Vittorio Sgarbi da sottosegretario alla cultura

Titolo del Secolo XIX

            Sembrerà un paradosso di fronte all’accusa rivolta al suo ormai ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano di essere “senza dignità”, ma Vittorio Sgarbi questa volta si è contenuto dimettendosi in diretta da sottosegretario durante una manifestazione alla quale era stato invitato a parlare da critico d’arte. Ed ha generosamente, preventivamente assolto la premier Giorgia Meloni dal sospetto di non avere aspettato altro, o di averlo spinto alla rinuncia. No. La premier non c’entra. C’entra solo il ministro per averlo praticamente denunciato all’autorità di garanzia trasmettendole lettere anonime contro compensi percepiti per prestazioni relative alla sua attività di governo, in violazione di una legge sul conflitto d’interessi che porta il nome del compianto ministro Franco Frattini. E che Massimo Cacciari in televisione, dopo qualche ora, ha criticato polemizzando con Marco Travaglio, orgoglioso invece più di un pubblico ministero quando vede condannare un suo imputato.

In passato alla Camera

         L’insolita sobrietà di questo grande dissipatore di energia e intelligenza che personalmente considero il già altre volte sottosegretario dimissionario della Cultura, come ai tempi del ministro Giuliano Urbani nel 2002, ci ha risparmiato forse repliche spiacevoli di incidenti, a dir poco, di un certo clamore. Come quando nell’aula di Montecitorio, sotto la presidenza di turno dell’allora collega di parte Mara Carfagna, egli si fece portare via di peso dai commessi, come in un quadro di Andrea Mantegna sulla deposizione di Gesù Cristo, dopo avere insolentito qualche critico o avversario, e la stessa Carfagna che lo richiamava all’ordine.  Di sicuro le dimissioni hanno rimosso dal programma dei lavori parlamentari una votazione al cardiopalma sulle richieste delle opposizioni di sostanziale rimozione col ritiro delle deleghe ottenute con la nomina a sottosegretario.

Di Pietro ieri sul Fatto Quotidiano

         Rimangono aperte altre questioni, a cominciare dal verdetto anticipato dell’autorità di garanzia sulle sue prestazioni durante l’incarico di governo, cui Sgarbi ha annunciato il proposito di ricorrere al Tar. Ma il giornale di Travaglio, mai stato tenero con lui, cui non perdona le prestazioni televisive contro i magistrati negli anni di Mani pulite, tornate ieri ad essere rappresentate sul Fatto Quotidiano come un’epopea dall’ex pm, ex ministro e ora coltivatore diretto Antonio Di Pietro; il giornale di Travaglio, dicevo, lo aspetta ai processi che si vanta di avere contribuito a concepire su traffici di quadri manomessi o addirittura rubati.

Ripreso da http://www.policymakermag.it e http://www.startmag.it

Serve ben all’Europa il rapporto fra Giorgia Meloni e Viktor Orbam

La copertina del Riformista

    A qualcosa di utile dunque può servire, oom’è appena avvenuto anche al vertice europeo, il rapporto tra Giorgia Meloni e Viktor Orban tanto temuto e disprezzato a Roma e dintorni: i “Promessi sposi” sfottuti da Matte Renzi sul suo Riformista, pur riconoscendo che l’ungherese è rimasto “nell’angolo” e l’altra l’ha “spuntata”. Questo “amore”, come l’ha chiamato sfottendo anche Stefano Rollli nella vignetta del Secolo XIX, non è solo “una catena”, non so se più per l’uno o per l’altra, per l’ungherese o per l’italiana.  Intanto grazie all’intesa fra i due premier L’Europa si è “ricompattata” , come  ha titolato in apertura Avvenire, il giornale dei vescovi italiani .

Titolo del Corriere della Sera

            “Orban vota sì” -ha titolato il Corriere della Sera- ai 50 miliardi destinati dall’Europa all’Ucraina ancora aggredita dalla Russia di Putin, Che probabilmente scommetteva sul contrario. Ed ora teme anche, fra le mura del Cremlino, che all’Ucraina il presidente americano Joe Biden riesca presto a girare gli ingenti fondi russi sotto sequestro negli Stati Uniti proprio per la guerra in corso da due anni contro Kiev. Sarebbero ancora più soldi e aiuti di quelli bloccati al Congresso americano per diatribe inter

Dal Corriere della Sera

         Sarò pur vero ciò che proprio sul Corriere ha scritto e spiegato un esperto come  Federico Fubini – che cioè Orban votando no avrebbe rischiato, anzi avrebbe perduto 20 miliardi di euro di fondi europei contestatigli dall’Unione ed equivalenti, per la mostra economia, date le proporzioni fa i due paesi, a  240 miliardi di euro- ma è quanto meno improbabile che senza l’opera di convinzione, pressione, condizionamento e quant’altro della Meloni, e del presidente francese Emmanuel Macron, il premier ungherese si sarebbe piegato. Era in gioco per lui anche l’ammissione chiesta per dopo le elezioni di giugno, nel nuovo Parlamento europeo, al partito e al gruppo dei conservatori. Dove la Meloni dà le carte, per ripetere un linguaggio che lei ha appena usato in Italia per ricordare il turno finito per la sinistra al tavolo del gioco nazionale.         

    Sarà pure “inciucio”, come lo ha disprezzato Il FattoQuotidiano, che chissà quali e quante vignette o fotomontaggi aveva preparato nel caso di un fallimento del vertice europeo, ma il rapporto fra la Meloni e Orban non serve solo a far pulire in Ungheria -scusate l’ironia- le celle carcerarie dove finiscono le Salis di turno, sperabilmente in attesa che riescano anche ad uscirne e a tornare in Italia. Esso seve anche a far funzionare meglio l’Unione e a non ridurla alla groviera che farebbe comodo a Putin. E scasate se non è poco. E se dopo il 9 giugno, nel e col nuovo Parlamento europeo, potrà andare anche meglio, pur se Matteo Salvini nella maggioranza, oltre alla sinistra all’opposizione, non dovesse gradire.

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Troppe cose non tornano nel caso Salis, in Ungheria e in Italia

Titolo sul Dubbio

   Peccato che il generale Roberto Vannacci -tuoi, senza offesa- sia impegnato a scrivere un altro libro, o lo abbia già scritto e ne stia allestendo il lancio nella speranza di ripetere il successo mediatico ed economico del primo sul mondo al contrario. Di cui ormai tutti lo considerano, per scherzo o sul serio, un esperto. Egli potrebbe occuparsi del caso di Ilaria Salis per cercare di venirne metaforicamente a capo, essendo la vicenda della giovane insegnante brianzola, pur con quel nome inconfondibilmente sardo, da mondo al contrario davvero.

La cella ungherese di Ilaria Salis

         Tutti ne hanno scritto e parlato come di una detenuta costretta a vivere in un carcere ungherese fra topi, scarafaggi ed altre schifezze, portata e lasciata in catene in un’aula di tribunale, eppure ripresa dai fotografi sorridente con chi la tiene al guinzaglio. Di un sorriso magari spavaldo, ma sempre sorriso. E ciò ben prima che, scoppiate le polemiche e resi roventi telefoni e telefonini fra Roma e Budapest, uno dei più alti magistrati magiari andasse di persona a verificare lo stato della sua cella, e magari a farla rimettere finalmente in ordine.

Matteo Salvini

         La presidente del Consiglio usa i suoi noti buoni, comprensivi rapporti personali col collega ungherese Victor Orban per tirare fuori dai guai la connazionale, o migliorarne le condizioni, e uno dei suoi due vice, il leghista Matteo Salvini, ne prospetta la radiazione da insegnante per le sue provate -secondo lui- abitudini protestatarie e violente sperimentate a suo tempo da una sezione lombarda del Carroccio, Ma nel giro di un nanosecondo si viene a sapere che da quell’ accusa in realtà mossele in una procura la ragazza fu assolta.

         Questa benedetta Salis, anti-nazifascista oltre che antileghista, va in Ungheria e s’imbatte l’anno scorso in un raduno annuale festoso di nazisti. Cerca di picchiarne, o ne picchia due secondo l’accusa finendo in galera fra inutili proteste di innocenza.

Guerra in Ucraina

   Ma come?  L’Ungheria non è un paese fra i pochi, per fortuna, che in Europa non se l’è presa più di tanto, diciamo così, con la Russia di Putin che da circa due anni fa bombardare l’Ucraina per “denazificarla”, come dicono al Cremlino? E perché in territorio magiaro tra un ostentato nazista e uno che cerca di prenderlo a calci, o qualcosa di simile, polizia e magistrati preferiscono proteggere il primo e fare passare i guai all’altro? L’altra, in questo caso.

Gabriele Cagliari

         C’è poco o niente che torni in questa storia, né in Ungheria né in Italia. Dove peraltro di detenuti in catene per strada e nei tribunali se ne sono visti eccome, come i compianti Enzo Tortora ed Enzo Carra, per non parlare del suicida in carcere Gabriele Cagliari durante quella che per molti è ancora l’epopea di Mani pulite.  E non ci fu un piantone, dico solo un piantone, a rimetterci il posto, come ora Salvini pretende che lo rimetta la Salis.

Il generale Vannacci

         Generale Vannacci, ripeto, faccia, scriva, gridi qualcosa, in divisa o senza.  Stavolta, vedrà, non incorrerà nelle ire del ministro della Difesa.

Pubblicato sul Dubbio

Schlein costretta a cambiare registro, e colori, nei rapporti con Conte

            Ha impiegato un po’ di tempo a capire l’aria che tira ormai nel Pd contro di lei, tra i borbottii fra i corridoi della Camera, del Senato e del Nazareno e le tiratine d’orecchie pur metaforiche di Romano Prodi nelle interviste, ma alla fine Elly Schlein ha deciso di mandare qualche segnale reattivo. Qualche segnale cioè di stanchezza, di fastidio, di insofferenza sulla strada del sorpasso tentato dal suo concorrente o avversario, più che potenziale alleato Giuseppe Conte.

Titoli della Stampa
Titolo del manifesto

         Pur a distanza, e dopo essersi scambiato un bacio di saluto con l’ex premier nella presentazione di un libro dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza, la Schlein ha detto davanti ai taccuini dei giornalisti alla Camera: “Se qualcuno pensa di attaccare o insultare il Pd invece del governo sta sbagliando strada. Non siamo disponibili ad accettare costanti mistificazioni a attacchi che mirano al bersaglio sbagliato”. E altro ancora, facendo del Pd “bellicista”, lamentato da Conte in tema di politica estera, un partito non più disarmato nei rapporti proprio con lui.  Che non riesce ancora a rassegnarsi alla perdita di Palazzo Chigi avvenuta tre anni fa. Né  vi è di certo aria di trasloco per Gorgia Meloni, pur con tutti i problemi che la maggioranza di centrodestra ha e spesso si procura anche da sola.

         A fare precipitare forse le cose al Nazareno e a indurre la Schlein a cambiare registro, e non solo colori ai suoi abiti con l’aiuto della solita armocromista, è stata una recente intervista di Prodi al Corriere della Sera di apprezzamento della Conferenza ItaliAfrica svoltasi al Senato sul tema del famoso piano Mattei. Conferenza sbeffeggiata da esponenti del Pd dimentichi della politica anche dei governi cui il loro patito  ha partecipato o che ha guidato, compresi quelli dello stesso Prodi.  

Meloni alla Conferenza ItaliaAfrica

   “La scelta di guardare all’Africa -ha detto l’ex premier, nonchè ex presidente della Commissione Europea- è non solo giusta, ma anche necessaria. Dall’Africa dipende il nostro futuro” Ed ha esortato a lavorare perché quello impostato dal governo Meloni non falisca ma diventi “più ampio, portato avanti dall’Europa intera”, perché “da sola l’Italia può fare ben poco per fronteggiare la forte penetrazione sistemica, in Africa, della Cina in campo economico e della Russia in campo politico. Non so quanto in accordo tra loro”.

Romano Prodi

   Diversamente dalle spallucce opposte dal Pd, Prodi ha inoltre osservato che “l’attenzione della presidente della Commissione Ue per l’Italia”, guadagnatasi dalla Meloni anche nella Conferenza sull’Africa, “è straordinariamente intensa e profonda”. “La premer italiana -ha detto ancora Prodi rispondendo sulle prospettive dopo l’elezione del nuovo Parlamento europeo- sta diventando una sorta di polizza di assicurazione per von der Leyen in caso di incidente elettorale”. In queste parole è chiaramente avvertibile l’invito al Nazareno, da parte del professore leader già dell’Ulivo e dell’Unione, ad aggiornare l’agenda di lavoro, a dir poco.  Ma forse, o ancor più, delle amicizie.

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Considerazioni un pò controcorrente sulla “guerra” all’Ungheria

La copertina del Riformista

   Pur con tutto il sostegno che merita, per carità, e che ha ricevuto Ilaria Salis, esposta in manette, guinzaglio e altro in un tribunale ungherese, sino a sottrarre la premier Giorgia Meloni al guinzaglio -pure lei-  del suo omologo di Budapest, Orban, rinfacciatole da Matteo Renzi sul suo Riformista, e a farle fare una telefonata -spero- di poco amichevole protesta;  pur con tutto questo, ripeto, mi appello alla memoria della quale abbiano da poco celebrato la Giornata, con la maiuscola. E ciò per chiedermi e chiedervi se noi italiani abbiamo tutte le carte in regola per fare di questo caso il casino in corso. E tutto -temo e ripeto- solo per rimproverare meglio e di più alla Meloni il rapporto preferenziale, di tipo “sovranista” in Europa, che avrebbe con  Orban. E che sarebbe solo malamente coperto o contraddetto da quello appena confermato a Roma, in occasione della Conferenza ItaliAfrica, fra la premier italiana e la presidente tedesca della Commissione dell’Unione Europea, Ursula von der Layen

Enzo Tortora
Enzo Carra

         Appartengono purtroppo anche alla nostra storia giudiziaria, e direi pure politica, manette, schiavettoni e simili ai polsi sbagliati o nel momento sbagliato, o entrambi. Ci siano già dimenticati, abbiamo già rimosso dai nostri ricordi le manette, gli schiavettoni e simili -ripeto- ai polsi di Enzo Tortora? Abbiamo già dimenticato  gli schiavettoni con i quali fu esposto nei corridoi e per un po’ anche nell’aula del tribunale di Milano l’ex capo ufficio stampa della Dc Enzo Carra ?

La copertina di Identità

         Non ha poi tutti i torti l’ex parlamentare della sinistra Tommaso Cerno sulla prima pagina-copertina della sua Identità a chiedersi e chiedere “Chi sta peggio” fra  Beniamino Zuncheddu, reduce da 32 anni di carcere ingiustamente patito per un delitto attribuitogli con le solite forzature di inquirenti prevenuti e riusciti a convincere le corti dei tre gradi di giudizio, e Ilaria Salis. Della quale è lecito, oltre che augurabile, prevedere che possa uscire meglio dalla sua disavventura giudiziaria e umana in terra ungherese. Dove purtroppo -nonostante la rivoluzione che nel 1956, schiacciata nel sangue dai sovietici occupanti, aveva commosso tutto il pur impotente Occidente- i nipoti hanno smentito e tradito i nonni.

Titolo del manifesto
Guerra in Ucraina

         Già, perché fra tutte le cose che ho letto e sentito contro Orban e i suoi giudici e poliziotti è mancata l’unica che a mio avviso rende tragicamente comica la situazione in cui si trova quel Paese. Che in Europa ha voluto distinguersi anche per il rapporto solidale con Putin nella guerra in corso da due anni contro l’Ucraina per “denazificarla”, dicono ancora al Cremlino, dove il fantasma di Stalin regna sovrano. In Ucraina si muore per mano russa perché sotto sotto ci sarebbero ancora troppi nazisti e in Ungheria una giovane italiana finisce in carcere e sotto processo perché in una manifestazione avrebbe sferrato qualche cazzotto e calcio -pur negato- contro idioti di dichiarate e ostentate simpatie e nostalgie naziste.

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Romano Prodi manda a quel paese, o quasi, il Pd della Schlein

   Romano Prodi, ormai sulla strada degli 85 anni da compiere in agosto,  si è stancato di essere chiamato “il padre del Pd”, peraltro fondato nel 2007 da Walter Veltroni in circostanze e con finalità -la famosa “vocazione maggioritaria”- non proprio in linea col modo di governare del professore. Che era apparso “mollaccione” già nel 1998 a Massimo D’Alema nei rapporti di mediazione tra i tanti e tanto diversi alleati dell’Ulivo. Come poi avrebbe fatto dieci anni dopo con quelli dell’Unione, finendo per perdere per strada a destra Clemente Mastella. Nel 1998 invece aveva perso a sinistra Fausto Bertinotti.

   Eppure era stato proprio D’Alema nel 1995 a incoronare Prodi  in un cinema romano, con rito quasi medievale, capo dello schieramento alternativo al centrodestra portato inaspettatamente alla vittoria da Silvio Berlusconi l’anno prima.  Inaspettatamente però -ha voluto precisare Prodi in una intervista oggi al Corriere della Sera- non per lui. Che, diversamente da Achille Occhetto alla guida della “gioiosa macchina da guerra”, aveva previsto che il Cavaliere vincesse la prima partita elettorale della cosiddetta seconda Repubblica, giocata con un sistema prevalentemente maggioritario. “Ero sicuro -ha detto il professore- che avrebbe vinto lui. Ci feci anche una scommessa con un amico, un mio futuro sottosegretario. Era troppo pervasiva e forte la sua onda. Si capiva bene che avrebbe sconvolto il sistema politico”.

   Quando previde quella vittoria il professore forse non immaginava neppure che sarebbe toccato poi a lui cercare di contenere l’irruzione di Berlusconi sconfiggendolo due volte nelle urne, pur per formare poi governi della durata effimera.

         Adesso, da nonno e non da “padre” del Pd com’è tornato a chiamarlo qualche giorno fa Antonio Polito, sempre sul Corriere, Prodi ritiene di potere “somministrare affetto, non influenza e comando” sul partito finito nelle mani di Elly Schlein. Che pure uscì dal quasi anonimato nel 2013 predicando l’occupazione delle sedi del partito per protesta contro i “traditori” che in Parlamento avevano impedito l’elezione di Prodi appena candidato al Quirinale.

   Ora la “ragazza”, come pare che Prodi la chiami con gli amici, lo abbraccia ma non lo sta tanto a sentire. Non ne ha sinora accettato, per esempio, il consiglio di non candidarsi alle elezioni europee per un Parlamento dove non intende andare, preferendo rimanere alla Camera e al Nazareno che dista qualche centinaio di metri.

         Alla Schlein il professore aveva anche detto di provare a “federare” gli oppositori della Meloni, ma se costoro avessero davvero voluto farsi federare. Invece -ha avvertito Prodi- “Conte deve ancora decidere dove sta”. E questo -è il sottinteso polemico dell’osservazione del professore -la Schlein non ha neppure il coraggio di contestarlo ogni tanto all’interessato. Finendo così anche per favorirne la concorrenza a sinistra e persino un soprasso elettorale che sarebbe la fine del Pd, e non solo della sua segretaria.

A ciascuno il sogno del sorpasso nella corsa verso le elezioni di giugno

   L’impegno, la promessa del “nuovo miracolo italiano” con cui Silvio Berlusconi chiuse il famoso videomessaggio della sua discesa in campo politico ricordato in questi giorni, a trent’anni di distanza da un evento che segnò più di ogni altro il passaggio dalla cosiddetta prima alla seconda Repubblica, evocava il miracolo degli anni Sessanta. Che lui aveva vissuto giovanissimo e di cui è generalmente interpretato tuttora come film evocativo “Il sorpasso”, diretto da Dino Rosi e interpretato da Jean-Louis Trintignant e Vittorio Gassman. Un film drammatico, a dispetto di ciò che doveva o voleva rappresentare, perché dei due protagonisti amici quasi per caso, e insieme inebriati dalla voglia di vita e di benessere di quegli anni uno- Roberto- muore nell’ultimo sorpasso della trama.

         Mi ha fatto una certa impressione leggere in questi giorni dell’ambizione al sorpasso, appunto, attribuita ad Antonio Tajani alla guida di Foza Italia in vista delle elezioni europee di giugno. Un sorpasso che, compiuto all’interno del centrodestra sui leghisti di Matteo Salvini, dovrebbe riportare il partito azzurro -come Silvio Berlusconi voleva che fosse chiamato- alle due cifre, da quella unica cui era sceso con lo stesso Cavaliere. Che mi risulta non se ne desse pace, per nulla consolato dai volenterosi che gli ricordavano il peso avuto nella storia della Repubblica da partiti di quelle pur modeste, anzi ancor più modeste dimensioni: ad esempio, il partito repubblicano di Ugo La Malfa e poi di Giovanni Spadolini, il primo peraltro ad avere interrotto la serie democristiana dei presidenti del Consiglio.

  Quelli erano partiti secondo Berlusconi -a dispetto dell’ammirazione e del riguardo avuti in particolare per Spadolini, compensato con la presidenza della sua Mondadori dopo la perdita della presidenza del Senato all’avvio della cosiddetta seconda Repubblica- adatti più al “teatrino” che al teatro al quale lui pensava di avere portato la politica italiana dedicandovisi. Un teatro nel quale Eugenio Scalfari, che notoriamente non gli voleva molto bene, considerava il Cavaliere -scrivendolo ogni tanto nei suoi fluviali articoli- non il protagonista e neppure un attore ma “l’impresario”. Cioè il proprietario, il padrone per la parte spettantegli rispetto a quello derivante dalla somma col teatro degli avversari. Fra i quali ultimi lo stesso Scalfari si considerava il grande consigliere, anzi il regolo, riuscendo spesso in effetti a influenzarli, indirizzarli e quant’altro.

         Grande pertanto fu la delusione del fondatore di Repubblica quando, dopo le elezioni del 1992 e la strage di Capaci, in un Parlamento costretto dalle circostanze a mandare al Quirinale uno dei suoi due presidenti, il democristiano Oscar Luigi Scalfaro dalla Camera o il repubblicano Spadolini dal Senato, l’ormai ex Pci guidato da Achille Occhetto osò disobbedirgli. A Spadolini, che aveva già preparato il suo discorso di insediamento, tanto era sicuro dell’elezione, il Pds preferì Scalfaro. E solo perché così si liberava la presidenza di Montecitorio per Giorgio Napolitano.

         Ma torniamo ai nostri più modesti giorni. Non so quante probabilità abbia davvero Tajani di fare i suo sorpasso, pur con tutta l’esposizione che gli dà il Ministero degli Esteri in questi tempi dominati dalla politica internazionale. L’ultimo sondaggio di Alessandra Ghisleri attribuisce sulla Stampa al partito azzurro il 7.5 per cento delle intenzioni di voto, con lo 0,2 per cento in meno rispetto a quasi un mese prima, contro l’8,4 dei legihisti, tuttavia in maggiore calo, avendo perduto lo 0,6 per cento. Le distanze degli uni e degli altri dai fratelli d’Italia di Gorgia Meloni sono ormai siderali, con quel 28,5 per cento della destra proiettato ormai verso il 30.

   Neanche se lo volesse per un misto di generosità e opportunismo la Meloni sarebbe in grado nel segreto delle urne, chissà quanto frequentate peraltro in giugno, di dirottare qualche voto della coalizione di governo da sé verso Tajani. Che, ad occhio e croce, con tutte le riserve necessarie nelle valutazioni politiche, potrebbe poi crearle meno problemi di Salvini nella gestione della maggioranza.

   Di sorpasso a sinistra, nel campo opposto a quello del governo, sarebbe possibile solo quello di Giuseppe Conte sul Pd di Elly Schlein, saliti entrambi in un mese -sempre nel sondaggio della Ghisleri-  rispettivamente al 17,8 e al 19,5 per cento. Ma salendo Conte, con l’uno per cento, più della Schlein, spostatasi solo dello 0,3 per cento.  Figuriamoci se, in questa situazione, al capo delle 5 Stelle verrà mai la voglia di ridurre la concorrenza che fa al Pd sul versante del populismo per diventare davvero il capo dell’opposizione che già sente di essere. Con quali conseguenze per il Pd, per le sue tensioni interne e per la salute politica della segretaria è facile immaginare.

Pubblicato sul Dubbio

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