Se gli elettori americani sono messi persino peggio di quelli europei

Dal Fatto Quotidiano, ma anche dalla Verità

Senza bisogno di maramaldeggiare dando al presidente degli Stati Uniti del Rimbambiden, come hanno fatto da sinistra e da destra in Italia Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano e Maurizio Belpietro sulla Verità, in una convergenza per niente nuova, bisogna convenire che gli elettori americani non se la passano bene.

Forse essi stanno peggio anche degli europei che hanno appena votato per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e debbono assistere impotenti al tentativo degli sconfitti eccellenti -Emmanuel Macron a Parigi e Olaf Sholz a Berlino- di fargliela pagare cara facendo finta di niente. Cioè continuando nei riti e nella logica che Gorgia Meloni, uscita meglio di tutti dalle urne, ha definito “del caminetto”, come nella cosiddetta prima Repubblica. Quando ancora la premier attuale non era ancora nata ma si scriveva e si diceva così  delle riunioni che i capi delle correnti democristiane tenevano alla Camilluccia per segnare la fine di un governo o di un segretario e la nascita di un altro. Ma anche cose minori, almeno nell’apparenza.  

Donald Trump

         Non so se oltre Atlantico, dopo il duello televisivo fra il presidente uscente e il suo rivale,  gli elettori debbano temere di più le dita che Joe Biden si passa sugli occhi quando cerca parole o idee o il ciuffo che il Donald Trump porta sulla fronte come una specie di bandiera. O di segnale a qualche altro assalto al Campidoglio americano se il risultato di un’elezione non gli piacesse, o non dovesse essere funzionale alle sue mai modeste ambizioni.

Dal Tempo

         Scommetto comunque, nonostante gli “Usa & getta” del titolo del Tempo di Tommaso Cerno, che negli Stati Uniti riusciranno a cavarsela da soli, diversamente da noi europei che in altre occasioni abbiamo avuto bisogno di loro per uscire dai guai nei quali ci eravamo ficcati in due sanguinosissime guerre mondiali. E magari questo avverrà oltre Atlantico nelle elezioni di novembre -senza far perdere in Italia la testa alla Meloni, che ha problemi pure lei, nonostante la vittoria dell’8 e 9 giugno-  ricorrendo pure da quelle parti ad una donna. Che Giuliano Ferrara sul Foglio ha previsto, immaginato, auspicato in Michelle Obama, la moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti, come candidata dei democratici recuperata all’ultimo momento, se mai Biden dovesse rinunciare o costretto al ritiro. E che invece Cerno, sempre sul Tempo, ha previsto, immaginato, auspicato pure lui in Hillary Clinton, anche lei moglie di un ex presidente degli Stati Uniti ma già battuta da Trump nel 2016, pur avendo i democratici raccolto nelle urne il 48,2 per cento dei voti contro il 46,1 dei repubblicani. Sono gli scherzi della democrazia presidenziale americana cui gli Stati Uniti sono finora riusciti a sopravvivere, ringraziando la statua della Libertà eretta a loro protezione e insieme accoglienza.

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Dallo strappo al budino della Meloni nella partita europea di Bruxelles

Dal Dubbio

E’ bella la sensazione, per quanto illusoria, di ringiovanire con la cronaca, specialmente quella politica, che è alquanto accidentata. Lo “strappo”, per esempio, evocato nel suo titolo di apertura della Stampa riferendo del Consiglio Europeo -a proposito dell’astensione di Giorgia Meloni sulla designazione della pur ormai amica tedesca Ursula von der Leyen per la conferma a presidente della Commissione e del no opposto al socialista portoghese Antonio Costa come presidente del Consiglio e alla liberale estone Kaja Kallas ad alto commissario per la politica estera e la sicurezza dell’Unione- mi ha portato indietro di una cinquant’anni.

Dalla Stampa di ieri

Allora si scriveva e si parlava degli strappi, al plurale, di Enrico Berlinguer non da Bruxelles ma da Mosca, non dall’Unione europea che doveva ancora arrivare, ma dall’Unione Sovietica e dal partito comunista che l’aveva praticamente fondata e la governava. E che erano stati per lungo tempo -l’una e l’altro- i riferimenti obbligati del partito comunista pur italiano.

         Berlinguer cominciò con la indivisibilità del concetto e del principio della libertà. Che fece mormorare i sovietici ai quali parlava ed esultare a Roma il non certamente comunista Ugo La Malfa, tanto da fargli ritenere praticabile, anzi “ineluttabile”, fra le proteste e gli insulti del suo amico Indro Montanelli, un’intesa fra la Dc e il Pci per fronteggiare le emergenze economiche e di ordine pubblico che attanagliavano il Paese.

Enrico Berlinguer

         Il segretario del Pci, che aveva già posto il problema di un “compromesso storico” con i democristiani dopo il tragico epilogo dell’esperienza cilena di un governo delle sole sinistre, continuò dicendo a Giampaolo Pansa -in una intervista al Corriere della Sera- di sentirsi protetto pure lui dall’alleanza atlantica. Salvo poi, in verità, contestare anche nelle piazze il piano di riarmo missilistico della Nato predisposto e attuato per recuperare lo svantaggio derivato dalla installazione degli SS 20 puntati conto le capitali dell’Europa occidentale dall’alleanza dei paesi comunisti dell’Est.

         Infine Berlinguer annunciò in una tribuna elettorale televisiva la “fine della fase propulsiva della rivoluzione d’ottobre” comunista commentando in televisione la situazione della Polonia. Dove per dissuadere i sovietici dall’occuparla un generale assunse la guida di un governo a garanzia della fedeltà a Mosca.

Amintore Fanfani

         Certo, gli strappi dell’allora segretario del Pci, espostosi tanto nel dissenso da Mosca da procurarsi un attentato in Bulgaria salvandosene miracolosamente, sono ben diversi da quello appena attribuito alla Meloni da Bruxelles nel Consiglio europeo. Che vi è andata -non dimentichiamolo- dopo un dibattito parlamentare in Italia conclusosi con un voto di maggioranza, sia alla Camera sia al Senato, e un incontro col presidente della Repubblica preoccupato pure lui -a dir poco- della possibilità che i nuovi assetti europei fossero decisi prescindendo dall’Italia. Ma il termine “strappo” per indicare, sia nel bene sia nel male, reale o presunto che sia, una svolta ha una sua suggestione. Potrebbe essere inclusa fra le “parole magiche” della politica, per usare un’espressione dell’allora presidente del Senato Amintore Fanfani. Che peraltro non ne era tanto convinto o soddisfatto perché indirizzate, quelle parole tipo “confronto”, a sostenere la “irreversibilità” del centrosinistra che, secondo lui, condannava quella formula a non dipendere più dalla supremazia della Dc nei rapporti con i socialisti. Eppure nel 1973 sarebbe toccato proprio a lui, a costo di sostituirsi alla segreteria del partito al suo ormai ex delfino Arnaldo Forlani ripristinare l’alleanza col Psi interrottasi l’anno prima per l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale.

Giorgia Meloni a Bruxelles

         Lo strappo -ripeto- della Meloni da Bruxelles preoccupa oggi la sinistra, o gran parte di essa, per una temuta prevalenza della leader della destra italiana sul suo suolo di presidente del Consiglio: una prevalenza avvertita anche nella titolazione da un giornale come il Riformista. Ma la premier ha solo avviato, non concluso una partita, che è quella della formazione della nuova commissione e del posto che riuscirà a farvi assumere dall’Italia, intesa sia come governo sia come “Nazione”, per usare un’espressione cara alla Meloni e spesso dileggiata da certe opposizioni. Bisognerà quindi vedere come si concluderà questa partita. Il budino notoriamente, e giustamente, si prova mangiandolo.

Pubblicato sul Dubbio

Le allergie di Facebook alla innocente cena delle beffe di Sem Benelli

Facebook è curiosamente allergico ad ogni richiamo – che sia nel titolo di un post o solo nel testo- alla “cena delle beffe”.  Che pure è soltanto il titolo di un famoso, innocuo dramma di Sem Benelli, ispiratore dell’omonimo film del 1942 di Alessandro Blasetti.  Che incorse nella censura, non distratta neppure dalla guerra, per un seno nudo dell’attrice Clara Calamai.  

         Ho scritto di “cena delle beffe” , pure nel titolo, a proposito del primo vertice conviviale europeo dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno, ne rho riscritto solo nel testo, per prudenza,  dopo il secondo incontro, osservando che dalle beffe si è passati ai paradossi, e sono incorso ugualmente nella…punizione, nonostante il precedente reclamo inoltrato secondo le richieste procedure elettroniche.

         Un social network che adotta questi criteri di giudizio, selezione e quant’altro del materiale informativo che vuole passare per i suoi canali si fa male, anzi malissimo da solo. E fa involontaria concorrenza alle pratiche censorie della stampa nei regimi dittatoriali quando ancora non c’erano internet, annessi e connessi. E’ possibile che nessuno dei responsabili se ne accorga, o se ne renda conto? Misteri della presunta modernità.

Le…mille letture del Consiglio Europeo sui vertici dell’Unione

Da Repubblica

Dalla cena delle beffe, come apparve quella del precedente vertice europeo dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno, in cui già francesi e tedeschi, o popolari e socialisti per calarsi nei partiti, fecero spallucce ai risultati, si è passati col secondo incontro conviviale alla cena dei paradossi. Dove giornali e forze o aree politiche di riferimento, diciamo così, hanno fornito rappresentazioni opposte dell’astensione di Giorgia Meloni sulla designazione della tedesca e popolare -intesa come appartenenza all’omonimo partito- Ursula von der Leyen a presidente confermata della Commissione europea. E del no invece alla designazione del socialista Antonio Costa alla presidenza del Consiglio e della liberale estone Kaja Kallas ad alto commissario per la politica estera: almeno quella nominalistica, non essendovene di fatto una ma ancora quante sono quelle degli Stati dell’Unione.

Dal Riformista

         C’è chi ha visto, lamentato, denunciato, secondo i casi, nella linea della Meloni una spinta all’isolamento o una incapacità, se non rifiuto, di scegliere -come ha titolato il Riformista o scritto su Repubblica Andrea Bonannifra il ruolo di “statista” in quanto presidente del Consiglio “o leader di partito”. Che peraltro in Italia ha un po’ di problemi, diciamo così, con i giovani ripresi, sia pure furtivamente, a inneggiare al fascismo e nazismo procurandosi augurabilmente espulsioni, e non solo dimettendosi come alcuni hanno cominciato ragionevolmente a fare.

Dal Fatto Quotidiano

         Ma sullo stesso versante critico verso la linea della Meloni c’è chi -per esempio, il Fatto Quotidiano del direttore Marco Travaglio e del lettore molto apprezzato Giuseppe Conte- ha liquidato come “finta guerra”, quella della premier italiana, che “si distingue ma non rompe”. E in effetti essa risulta a tutti in trattative, neppure tutte dietro le quinte, a cominciare con la presidente uscente e designata, per la composizione della Commissione, in tempo per guadagnarsi l’appoggio dei deputati conservatori, e meloniani, nel passaggio parlamentare a scrutinio segreto e rischioso sulla sua conferma, verso metà luglio.  

Dal Foglio

         C’è anche chi si è spinto oltre nella lettura, nelle previsioni e negli auspici: dall’Europa che “adesso parla in italiano”, secondo L’Identità, alla “lunga vita” augurata dal Foglio “alla maggioranza anti Putin” destinata formarsi nel nuovo Parlamento europeo attorno a Ursula von der Leyen. O “Ursulina”, come l’ha definita con ironia e simpatia Tommaso Cerno sul Tempo che dirige.

Dal Tempo

         Ce n’è insomma per tutti i gusti politici e personali. Basta aspettare con pazienza, per quanto accaldati dall’estate e distratti dai campionati europei di calcio, gli sviluppi delle trattative per la composizione della commissione in cui la Meloni è già impegnata, sostenuta e incoraggiata peraltro dal premier polacco Tusk, dello stesso partito di “Ursulina”, che ha avvertito: “Non c’è Europa senza Italia”.

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Doppio viatico alla missione grintosa della Meloni al Consiglio Europeo

Meloni al Senato, dopo la Camera

Poteva bastare il viatico delle Camere a Giorgia Meloni per la sua grintosa missione a Bruxelles, in un Consiglio Europeo praticamente contestato dalla premier italiana, nelle consuete comunicazioni parlamentari della vigilia, per “le logiche da caminetto”.  Che hanno indotto popolari, socialisti e liberali ad accordarsi prima, e da soli, sui vertici apicali dell’Unione. Dove i partiti della maggioranza uscente hanno prenotato la conferma della tedesca Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione, la presidenza del Consiglio Europeo per il portoghese Antonio Costa e la postazione del commissario delegato agli affari esteri e alla sicurezza per l’estone Kaja Kallas.

Dal Riformista

         Ma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto aggiungere anche il suo viatico, nell’incontro conviviale con i maggiori esponenti del governo che precede sempre i vertici europei a Bruxelles, ammonendo pure lui che “non si può prescindere dall’Italia” nella governance dell’Unione per il suo ruolo di paese fondatore e le sue dimensioni. Un paese peraltro politicamente il più stabile in Europa dopo elezioni continentali che hanno compromesso in modo particolare i governi della Francia e della Germania. In Francia addirittura è scattato il meccanismo delle elezioni anticipate per decisione del presidente della Repubblica, che non ha voluto attenderne i risultati per tessere a suo modo la tela dei nuovi assetti al vertice dell’Unione.

         L’assist del capo dello Stato alla Meloni è stato politicamente rafforzato con l’annuncio della firma apposta alla legge sulle cosiddette autonomie differenziate, molto contestata in Parlamento e nelle piazze dalle opposizioni anche con l’appello a Mattarella ad avvalersi del diritto di rinviare il provvedimento con “messaggio motivato” per “una nuova deliberazione”, come dice l’articolo 74 della Costituzione. Deliberazione nuova e ultima, perché dopo la firma del capo dello Stato diventa semplicemente obbligatoria.

ScreCorriere della Sera

         Mattarella avrebbe potuto trattenere la legge per un mese. Che, secondo indiscrezioni di stampa non smentite, il Presidente avrebbe avuto intenzione di prendersi per intero. Invece sono bastati pochi giorni. E la firma, ripeto, è arrivata proprio alla vigilia di un passaggio politico molto importante per il governo come il Consiglio europeo di oggi e domani. Su cui i giornali hanno titolato ricorrendo a immagini belliche o da ring.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno

         Le opposizioni hanno cercato naturalmente di enfatizzare lo sgarbo, quanto meno, riservato al governo dai suoi interlocutori nell’Unione, ma esse hanno dovuto dividersi in ben sei documenti per votare al termine della discussione parlamentare: non proprio il massimo per aspiranti ad un’alternativa. Su un tema peraltro così importante come i rapporti con l’Unione Europea, o il modo di parteciparvi.  Saranno lunghi, anzi lunghissimi, come ha ammesso Pier Luigi Bersani nel salotto televisivo della Gruber, i tre anni di mandato elettorale che il governo Meloni ha ancora davanti a sé.

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Meloni gioca di contropiede alla Camera sui nuovi assetti europei

Giorgia Meloni ha giocato di contropiede alla Camera  -per stare nel clima dei campionati europei di calcio in corso- replicando agli interventi nella discussione sulle sue comunicazioni di rito alla vigilia del Consiglio Europeo. Che si aprirà domani ed è stato proceduto da un accordo annunciato fra popolari, socialisti e liberali per confermare la tedesca Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles, far salire il portoghese Antonio Costa alla presidenza del Consiglio e destinare l’estone Kaja Kallas al posto di commissaria per gli affari esteri e la sicurezza.

Marianna Madia a Montecitorio

         A difendere e motivare questa intesa era intervenuta nell’aula di Montecitorio l’ex ministra del Pd Marianna Madia richiamandosi alla forza e alla logica dei numeri derivati, secondo lei, dai risultati delle elezioni europee dell’8 e 9 giugno. Nelle quali hanno riportato più voti, nell’ordine, il Partito Popolare cui appartiene la presidente uscente e rientrante della Commissione, il Partito Socialista cui appartiene l’ex premier del Portogallo Costa e i liberali generalmente riferiti al presidente francese Emmanuel Macron, e rappresentati dalla premier estone Kallas nell’organigramma predisposto negli incontri e contatti informali dei giorni scorsi.

         La premier Meloni ha paradossalmente ringraziato  l’oratrice del Pd, esprimendole anche “simpatia personale”, per avere evocato  “i  numeri”. Che però sono già cambiati dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, avendo il gruppo del partito conservatore da lei guidato, pur fuori dall’assemblea di Strasburgo, sorpassato i liberali con adesioni sopraggiunte alla proclamazione dei risultati. E da terzo partito quello della Meloni rivendica i relativi diritti e ruolo.

         In più, avendo la Madia augurato al governo italiano di ottenere nella nuova Commissione di Bruxelles una presenza autorevole ed efficace come quella del commissario uscente Paolo Gentiloni, del Pd, la premier ha risposto proponendosi per l’Italia di ottenere e soprattutto “fare meglio”.

Il ministro Raffaele Fitto a Montecitorio

         Per il nuovo commissario italiano si parla da giorni dell’attuale ministro per gli affari europei Raffaele Fitto,  amico e collega di partito della Meloni, di provenienza democristiana  e poi forzista. Che oggi in aula ha espresso il parere del governo sulle sette risoluzioni conclusive del dibattito, riconoscendosi per intero solo su quella firmata dai capigruppo della maggioranza. Ma a questo punto nulla potrebbe essere forse considerato scontato, visto il ruolo per niente passivo e rassegnato assegnatosi dalla presidente del Consiglio. Contro la quale il discorso più abrasivo in sede di dichiarazione di voto, ancor più della segretaria del Pd Elly Schlein, è stato pronunciato da Giuseppe Conte.  

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Il ballo di Enrico Letta a Bruxelles per meno di una sola estate

Da Repubblica

         Salvo colpi di scena, peraltro improbabili, derivanti da errori di calcolo di chi a livello europeo, di tipo partitico e istituzionale, sta cercando di forzare le tappe di una trattativa tutta dietro le quinte, precedendo l’insediamento del Parlamento di Strasburgo appena rinnovato, la candidatura dell’ex premier italiano Enrico Letta alla presidenza del Consiglio dell’Unione ha ballato meno ancora della “sola estate” del famoso film svedese romantico e drammatico del 1951. Ha ballato solo qualche giorno, sufficiente comunque a strappare all’interessato la rinuncia quasi o di fatto propedeutica ad un’altra candidatura che forse aveva maggiori probabilità di riuscita: il vertice della prestigiosa scuola internazionale Science Po, a Parigi. Dove  Letta jr dieci anni fa andò a insegnare, dimettendosi da deputato, dopo essere stato sgambettato e sostituito a Palazzo Chigi dal collega di partito Matteo Renzi. Che pure si era appena insediato alla segreteria del Pd esortandolo a stare “sereno” alla guida del governo: aggettivo -quel “sereno”, ripeto-che da allora nessun politico può più usare senza imbarazzo, a dir poco.

Matteo Renzi

         Questa volta però, per consolazione di Enrico Letta, peraltro dichiaratamente ma forse anche scaramanticamente dubbioso di potercela fare sino all’altro ieri. Renzi non c’entra per niente. C’entra solo il Partito Socialista Europeo, del quale Renzi non fa più parte dopo avere lasciato il Pd, che gli ha preferito l’ex premier portoghese Antonio Costa.

L’ultimo libro di Enrico Letta

         Chissà, anche da questa esperienza Enrico Letta trarrà lo spunto per un nuovo libro, dopo i tanti già scritti, l’ultimo dei quali -titolato “Molto più di un mercato” a proposito dell’Unione Europea e ancora fresco di stampa per le edizioni del Mulino- poteva o doveva essere funzionale alla sua corsa Bruxelles. Dove d’altronde un mezzo lavoro l’ex premier ce l’ha già come uno dei consulenti, col connazionale Mario Draghi, della Commissione uscente presieduta dalla rientrante Ursula von der Leyen.

Dal Secolo XIX

         I giornali, e i partiti o schieramenti che li seguono o li ispirano, a seconda dei casi, si sono divisi fra nemici di Giorgia Meloni e del suo governo, che sarebbero rimasti fuori dalla partita- isolati, nell’angolo e simili- e sostenitori o semplicemente più corretti nell’informazione. Che danno invece la Meloni in partita per un in incarico di peso, e doppio, nella Commissione: vice presidente e titolare di competenze importanti.

Dal Riformista

         “Ursula e Giorgia. Il dialogo è Fitto”, ha titolato il Riformista riferendosi alla presidente uscente e rientrante della Commissione, alla premier italiana e al ministro suo collega anche di partito Raffaele Fitto, ormai già di casa a Bruxelles per seguirvi i passaggi del piano di ripresa e resilienza italiano finanziato anche a fondo perduto, oltre che con prestiti, dall’Unione. “Giorgia la spunta”, ha titolato ancora più ottimisticamente Libero.

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Il decalogo del cardinale Ruini per una politica che “non uccida….

Da Libero

Peccato che il cardinale Camillo Ruini, superata a febbraio scorso la vetta venerabile dei 93 anni, abbia perduto un po’ della sua autonomia fisica, come ci ha raccontato qualche giorno fa sul Corriere della Sera il buon Antonio Polito. Che è andato a trovarlo e a raccoglierne ricordi, considerazioni e quant’altro. Dopo quelli, peraltro, già ricevuti dal suo collega di testata Francesco Verderami con la conferma, particolareggiata, del no opposto nel l’estate del 1994 dal cardinale, allora presidente della Conferenza Episcopale Italiana, alla sconcertante richiesta del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro alla Chiesa di aiutarlo a far cadere il governo di Silvio Berlusconi in carica da poco più di due mesi.

Giovanni Paolo II e il cardinale Sodano

         La Chiesa?, voi forse vi chiederete fermandovi alle sole, pur ragguardevoli competenze episcopali italiane del cardinale Ruini,  E sì, la Chiesa, cari miei, perché con Ruini la buonanima di Scalfaro -pace all’anima sua- aveva invitato al Quirinale per quell’incredibile iniziativa contro il governo anche il cardinale segretario di Stato del Vaticano Angelo Sodano e il francese Jean Louis Touran, addetto ai rapporti della Santa Sede con gli Stati.

Jean Louis Tauran

Mancava a quell’incontro conviviale solo il Papa per un atto estremo di discrezione, diciamo così:  il polacco Giovanni Paolo II. Che penso poi informato della vicenda dalle eminenze reduci dal Quirinale, immagino con quale e quanto stupore, per quanto Karol Wojtyla ne avesse viste e sentite già di tutti i colori nel suo paese, salendo anche per questo poi al vertice della Chiesa e dandosi da fare per chiudere la partita col comunismo.

E’ curioso, a dir poco, l’ assordante silenzio della sinistra seguito all’ultimo velo impietosamente tolto da Ruini a quella torrida estate del 1994: torrida un po’ come quella di 30 anni prima. Quando con un altro presidente della Repubblica democristiano al Quirinale, Antonio Segni, con o senza la sua consapevolezza -o “buona fede”, direbbe Ruini, come ha detto di Scalfaro- la politica visse una stagione agitata. Aldo Moro, che si era dimesso da presidente del Consiglio per formare un nuovo governo di centrosinistra dopo un infortunio parlamentare occorso al primo, ritenne opportuno per qualche notte dormire fuori casa. E con lui altri del suo stesso e di altri partiti.

I recenti disordini alla Camera

E’ maledettamente estate anche adesso, nell’anno del Signore 2024. E il governo di Giorgia Meloni, a sentire quelli che gli si oppongono anche nelle piazze, non bastando loro le aule del Parlamento neppure tanto quiete, con tutto quello sventolio di bandiere, annessi e connessi, che accompagnano ogni legge che passa senza il loro consenso, insidierebbe la democrazia. Un governo che, sempre a sentire lor signori, scimmiotterebbe il fascismo di più di 100 anni fa, se non quello proprio di 100 anni fa, quando gli sgherri di Benito Mussolini uccisero Giacomo Matteotti. Al quale la segretaria del Pd Elly Schlein ha paragonato senza arrossire di imbarazzo il deputato pentastellato Leonardo Donna. Che si è avventurato con una bandiera nell’aula di Montecitorio contro il ministro Roberto Calderoli finendo atterrato fra spintoni, calci e pugni mentre veniva espulso dall’aula. Dalla quale poi avrebbe rimediato cinque giorni di sospensione: un terzo di quelli comminati al leghista Igor Iezzi, colpevole confesso di un pugno quasi centrato sulla fronte e di altri solo tentati contro il torace del grillino.

Tanto è bastato, ripeto, per riesumare Matteotti e il fascismo squadristico sulla cui strada si sarebbe messo il governo Meloni inutilmente orgoglioso del G7 in Puglia: un vertice internazionale, con la partecipazione straordinaria di Papa Francesco, sopravvissuto mediaticamente e politicamente alle cronache da Montecitorio, ma anche dal Senato rumoreggiante contro il primo passaggio del premierato.  Rumoreggiante, comunque, non tanto da spingere le opposizioni, come nel 1953 ai tempi della cosiddetta legge elettorale truffa voluta da Alcide De Gasperi, da divellere banchi e quant’altro e lanciarne pezzi anche contro il presidente dell’assemblea Meuccio Ruini, portato in infermeria senza pantaloni. Sotto i banchi del governo fu costretto invece a rifugiarsi il giovane sottosegretario del presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, uscendone ingobbito, come avrebbe poi scherzato dopo molti anni con gli amici, quando la gobba era diventata più evidente.

A dispetto della rappresentazione che se ne sta facendo o tentando, più che un governo prevaricatore e squadristico la politica con la “dialettica amico-nemico” lamentata proprio dal cardinale Ruini è alle prese con un’opposizione -parliamone pure al singolare, come vorrebbero i coltivatori del cosiddetto campo largo- alla quale lo stesso cardinale, parlandone con Polito, ha ricordato metaforicamente il quinto dei dieci comandamenti: non uccidere.

Benemerito cardinale Ruini. Che nei lunghi 17 anni della presidenza della Conferenza Episcopale, a cavallo fra la prima e la seconda Repubblica, fra il 1991 e il 2008, seppe tenere a bada anche quelli che da “cattolici adulti”, come Romano Prodi a Palazzo Chigi e dintorni, anticipavano i diritti civili in una versione a dir poco lontana dai principi già allora “irrinunciabili” difesi dalla Chiesa.

Una Comunione di Ruini a Romano Prodi

Fra Prodi e Ruini si consumò una clamorosa rottura anche pubblica. Eppure i due sono nati a distanza di 8 anni e di soli 11 chilometri e mezzo fra di loro: a Scandiano l’uno e a Sassuolo l’altro, nelle province rispettivamente di Reggio Emilia e di Modena.  Erano stati amici anche di famiglia, ma con una devozione, da parte di Prodi, rivelatasi meno salda di quanto l’alto prelato si aspettasse pur nella consuetudine dei loro rapporti.

Papa Francesco e Giorgia Meloni al G7

Con la sua memoria, e una fermezza invariata nei 30 anni trascorsi dal 1994, il cardinale Ruini cerca di difendere anche la Meloni, come Berlusconi ai suoi tempi, dalla demonizzazione che ne tentano gli avversari. Possiamo parlare di un  “decalogo Ruini”.

Pubblicato su Libero

                            

I ballottaggi premiano le opposizioni al governo, unite però solo a livello locale

Dal Corriere della Sera

         La cronaca, senza scomodare la storia invocata e festeggiata dalla segretaria del Nazareno Elly Schlein, credo che possa bastare ed anche avanzare per valutare i cento e poco più ballottaggi locali con i quali si è appena chiuso questo giugno elettorale del 2024, cominciato con le europee dappertutto e col primo turno delle amministrative in più di tremila Comuni. Una cronaca sicuramente consolante per il Pd e, più in generale, per il centrosinistra operante a livello amministrativo, essendone le componenti ancora lontane da un’intesa o combinazione nazionale che possa proporsi come alternativa al governo e alla maggioranza capeggiati da Giorgia Meloni.

         Non andrei oltre, francamente, il misurato, ragionevole titolo di copertina del manifesto che, sovrapposto a una foto d’archivio e di piazza con Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni insieme, indica “qualcosa in Comune”. La cui maiuscola sottolinea onestamente il carattere locale, cioè limitato, della convergenza.

         I ballottaggi vinti con “qualcosa in comune”, stavolta al minuscolo, in tutti e cinque i capoluoghi di regione dove si è votato fra domenica e lunedì -Firenze, Perugia, Campobasso, Bari e Potenza, dal Nord al Sud- sono di una evidenza che la destra fa male a negare. Cinque capoluoghi di regione, peraltro, che si aggiungono a Cagliari, acquisita dal centrosinistra nominalistico al primo turno amministrativo.

Antonio Decaro

         Certo, grava su questo risultato l’ulteriore calo dell’affluenza alle urne, precipitato in quindici giorni al 47,7 dal 62 e più per cento delle amministrative, che aveva contenuto la riduzione della partecipazione alle elezioni europee funzionando da traino. La maglia nera dell’assenteismo, come lo chiamiamo abitualmente, se l’è aggiudicata Bari col 37,5 per cento soltanto dell’affluenza, rispetto al quale il 70 per cento e più col quale è stato eletto il capo di Gabinetto del l’ex sindaco Antonio Decaro, assurto all’Europarlamento, sembra più un petardo che una bomba. Ha potuto festeggiare di più a destra, nella stessa regione, Adriana Poli Bortone la sua elezione a sindaco di Lecce col 50 per cento dei voti del 60 per cento dei concittadini andati alle urne.

         Va anche detto tuttavia che a questa ormai cronica, diffusa disaffezione elettorale dobbiamo ormai abituarci. Ne sono colpiti un po’ tutti i partiti, per cui nessuno può onestamente usare l’argomento contro gli avversari. Sarebbe forse il caso di studiare qualche incentivo che non sia naturalmente il cosiddetto voto di scambio.

Il problema purtroppo è quello della qualità della politica e dei suoi attori, protagonisti o comparse che siano, peraltro in un sistema mediatico anch’esso degradato, dove sempre meno si riesce a distinguere il vero dal falso, il percepito dal reale.

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Il mito delle riforme condivise come quello dell’Araba Fenice

Dal Dubbio

Il meglio nemico del bene è un vecchio proverbio adattabile anche alla pretesa -non saprei ormai come definirla diversamente- della maggior parte delle opposizioni, tanto da rasentare il singolare, di trasferire nelle piazze, col richiamo ai “corpi” gridato spesso dalla segretaria del Pd Elly Schlein, il contrasto alle riforme per l’inagibilità parlamentare che deriverebbe dai numeri, dai toni, persino dallo  “spirito” del governo. Che col fatto stesso, per esempio, di proporre direttamente una riforma costituzionale della portata del premierato, con l’elezione diretta del presidente del Consiglio, avrebbe compromesso un reale, pieno, libero confronto. Una convinzione, questa, che ha portato in passato a tentare interventi sulla Costituzione col percorso delle commissioni bicamerali.

Dal Corriere della Sera del 23 giugno

         A chi è ancora persuaso di questo percorso preferibile ad ogni altro suggerisco la lettura dell’intervista appena rilasciata al Corriere della Sera da Gianni Cuperlo per raccontare il fallimento -ahimè- dell’ultima commissione bicamerale. Che fu presieduta nel 1997 dall’amico personale e di partito dello stesso Cuperlo di nome Massimo e cognome D’Alema: mica un esponente minore della sinistra, peraltro preferito ad altri in quel ruolo dal leader allora dell’opposizione di centrodestra Silvio Berlusconi. A Palazzo Chigi sedeva, per la sua prima esperienza in quel posto, Romano Prodi. Cui poi lo stesso D’Alema sarebbe succeduto, pur reduce -o proprio perché reduce, come fosse preferirebbe dire chi conosce bene il temperamento dell’interessato- dall’epilogo negativo di quella commissione.

         Anche Cuperlo, in verità, attribuisce la formale responsabilità di quella conclusione infausta a Berlusconi. Che, diversamente dall’ancora alleato Gianfranco Fini, preferì evitare, ciò impedire il passaggio dalla commissione all’aula di Montecitorio per portare avanti il progetto che era andato delineandosi. Ma neppure Prodi francamente mi sembrava entusiasta della crescita del ruolo e delle prospettive di D’Alema presidente della commissione bicamerale e potenziale padre di una riforma che avrebbe potuto rendere effettiva, e non solo nominalistica, la cosiddetta seconda Repubblica. Che era stata avvertita, vista, indicata nel passaggio dal vecchio sistema elettorale proporzionale ad uno misto di maggioritario prevalente sul proporzionale.

Arnaldo Forlani

         Come era già accaduto alla precedente commissione bicamerale presieduta da Ciriaco De Mita, e poi da Nilde Iotti, colpita dagli anatemi minacciosi dei magistrati ordinari che avevano rovesciato gli equilibri nei rapporti con la politica durante la stagione delle “mani pulite”, quella di D’Alema aveva dovuto subire le minacce dei magistrati amministrativi. Cuperlo ha raccontato di una lettera anonima ricevuta dal presidente della Commissione su carta e busta intestata della Corte dei Conti. Che può far male anche più di un tribunale penale e civile alle tasche personali di chi governa contestandone le scelte. Per essere stato presidente del Consiglio, ad esempio, Arnaldo Forlani negli anni Ottanta rischiò di rimetterci la casa con la decisione della pubblicazione delle liste della loggia massonica segreta P2, dove c’era anche il suo capo di Gabinetto, dopo che i magistrati inquirenti  avevano cominciato a lasciarle diffondere a rate dai giornali intossicando le cronache politiche. Quanti si ritennero danneggiati ingiustamente reclamarono danni per centinaia di milioni di lire.

Cuperlo al Corriere della Sera

         Per tornare ai tempi di D’Alema alla Bicamerale del 1997, non era aria di riforme davvero condivise, come le definiscono e auspicano in tanti.  Non è aria neppure oggi. E non lo sarà forse mai, essendo francamente, onestamente irripetibili le circostanze eccezionali nelle quali i costituenti avevano potuto, oltre che voluto lavorare fra il 1946 e il 1947, dopo una guerra che era finita per essere anche civile. E non credo che potrebbero ricreare miracolosamente quel clima le piazze  contrapposte in questi giorni al governo Meloni, al Parlamento e alle leggi che esso produce con una maggioranza di centrodestra. Leggi delle  quali  peraltro si continua a ignorare, o sottovalutare, il fatto che fra i vari passaggi da superare contengano quello iniziale -di autorizzazione- e quello finale- di firma per la promulgazione- del presidente della Repubblica. Che peraltro non mi sembra proprio sospettabile di scarsa o mancata vigilanza. Sergio Mattarella ha appena fatto sapere che vuole prendersi tutto il tempo consentitogli dalla Costituzione -un mese- per valutare la legge sulle autonomie approvata in via definitiva dalla Camera nella scorsa settimana.  

Pubblicato sul Dubbio 

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