Meloni intercetta e abbatte il missile di carta di Salvini contro il Quirinale

Fra le Dolomiti e i sette colli di Roma, il più alto dei quali è il Quirinale, si è vissuta ieri una giornata non di ordinaria ma di straordinaria follia politica.

         Ha cominciato il vice presidente del Consiglio e leader della Lega Matteo Salvini a Cortina,     con tanto di casco giallo in testa a proteggersi da se stesso, opponendo al rischio di una specie di dittatura della maggioranza, vista o intravista fra i rischi avvertiti da Sergio Mattarella, quello più reale, che esisterebbe invece in Italia, di una dittatura delle minoranze. Che in pratica abuserebbero della democrazia per impedire o boicottare la governabilità del Paese.

Dal Giornale

         L’interpretazione politica e mediatica di una polemica di Salvini contro le pur “filosofiche” considerazioni del capo dello Stato davanti ad una platea di cattolici a Trieste è stata unanime. Pure Il Giornale della ora prevalente famiglia Angelucci, leghista dopo un passato forzista, ha titolato: “Salvini attacca il Quirinale”.

         Da Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni ha cercato di intercettare il missile, diciamo così, del suo vice lamentando pubblicamente l’ennesima “strumentalizzazione” delle sortite del presidente della Repubblica per farlo apparire come il capo non dello Stato ma delle opposizioni. Il Quirinale ha gradito e ringraziato definendo “corretta” la lettura data così dalla Meloni al discorso di Mattarella.

Dalla Repubblica

         E’ insomma accaduto, purtroppo non per la prima volta da quando è in carica l’attuale governo, che la Meloni abbia dovuto difendere Mattarella da Salvini. Raccogliendo però stavolta il sostanziale e pubblico ringraziamento del Quirinale. E inducendo il vice presidente leghista del Consiglio a trincerarsi dietro un comunicato di partito di sostanziale arretramento. “Poi il dietrofront”, ha titolato in prima pagina la Repubblica di carta.

         Incidente, un altro incidente chiuso dopo quello, per esempio, di giugno sulla “sovranità europea” contestata dalla Lega a Mattarella in difesa di quella nazionale? Contestata a tal punto da fare prospettare da un senatore del Carroccio le dimissioni del presidente della Repubblica. Più che chiuso, temo socchiuso come incidente, vista ormai l’abitudine dalle parti leghiste di farsi prendere la mano, la parola e altro ancora dal cattivo umore, o dal senso esasperatamente competitivo dei rapporti anche all’interno della maggioranza e del governo.

Dal Secolo d’Italia

         Titola oggi Il Secolo d’Italia, organo praticamente ufficiale del partito della premier, a proposito delle decisioni appena prese dal Consiglio dei Ministri di fronte alle pratiche schiavistiche in agricoltura: “Linea dura di Meloni contro il caporalato”. Si spera anche quello metaforico, e politico, della Lega nella conduzione delle sue lotte fuori e persino dentro la maggioranza? A sinistra Pier Luigi Bersani ogni tanto scommette nei salotti televisivi di cui è frequentemente ospite su qualche strappo fatale della Lega nel centrodestra. Sarebbe il colmo se Salvini gli facesse vincere davvero la scommessa.

Il segreto del sarto di Mattarella è la cucitura doppia dei suoi abiti

Dal Dubbio

Tranquilli. Il sarto di Sergio Mattarella, palermitano o romano che sia, gli confeziona da qualche tempo gli abiti con tutte le cuciture rafforzate. Le risparmia forse solo ai calzini perché ben protetti dalle scarpe, che è più difficile sfilare dai piedi del presidente della Repubblica, per quanto vi possano tentare gli strattonisti, chiamiamoli così, più o meno di professione.

         Il capo dello Stato riporta sempre intatti i suoi vestiti al Quirinale, o nell’appartamento di residenza dove rientra dopo i discorsi e altri interventi nei saloni del palazzo che fu dei papi e dei re. Non a caso è l’unico dei presidenti della Repubblica che abbia ottenuto una conferma piena, completa del suo mandato settennale, perché il secondo conferito nel 2013 al predecessore Giorgio Napolitano nacque notoriamente monco, limitato al tempo strettamente necessario, e consentito dalla sua età, perché le forze politiche fossero in grado in Parlamento di dargli il successore mancato alla sua prima scadenza. Infatti due anni dopo si dimise, passando la mano al presidente ancora in carica.

         Mattarella ha riportato intatti i suoi abiti a casa, anche dopo il dotto, meditassimo intervento -una lezione magistrale, è stata definita giustamente da qualche osservatore con linguaggio universitario- al raduno triestino dei cattolici per le loro settimane sociali.

         Per quanto sventolato come una bandiera nel titolo di apertura dalla Repubblica di carta, che spesso sembra la nave ammiraglia della flotta antigovernativa più che un semplice libero, indipendente quotidiano d’informazione, come una volta si scriveva sotto le testate giornalistiche, il discorso di Mattarella ha volato altissimo dalla prima all’ultima parola. Tanto alto, tra citazioni e moniti, che persino Il Fatto Quotidiano, anche a costo di confondersi con giornali filogovernativi dichiarati come Il Giornale, Libero, La Verità e Il Tempo, non potendolo o non volendolo usare contro la Meloni, lo ha ignorato in prima pagina.

Ieri dalla pagina 5 di Domani

         E Domani, il quotidiano del già editore di Repubblica Carlo De Benedetti, ha confinato in quinta pagina l’articolo di Francesco Peloso che rappresentava il discorso di Mattarella contro “l’assolutismo di Stato” come “un altro messaggio alla destra” che percorre in Parlamento, osteggiata anche in piazza, la strada del cosiddetto premierato: La strada cioè dell’elezione diretta del presidente del Consiglio, anche se sulla già citata Repubblica Tommaso Ciriàco in uno dei suoi retroscena quasi giornalieri ha raccontato di una Meloni tentata dalla “carta segreta” e doppia di un turno anticipato di elezioni -se mai il presidente della Repubblica dovesse o volesse concederglielo- e di un “ritorno” al progetto originario della destra di elezione diretta non del capo del governo ma del capo dello Stato.

         Ormai in quella che noi vecchi giornalisti ci ostiniamo a chiamare ancora politica, e a seguirla con una certa attenzione, mancano solo i botteghini delle scommesse riservate a questo genere di attività, magari sostitutive delle duemila e più edicole dei giornali chiuse negli ultimi due anni per mancanza di clienti, fossero pure solo di giocattoli e altra merce di complemento.

         Neppure Il Foglio del fondatore Giuliano Ferrara e del direttore Claudio Cerasa, che più spesso di altri -debbo riconoscergli non solo per avervi a suo tempo collaborato- riesce a offrire retroscena poi confermati dai fatti, se l’è sentita ieri di portare in prima pagina il discorso di Mattarella per lanciarlo come la bomba a mano contro il governo nella vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX.

         Giuliano in persona si è speso diligentemente per raccontare, spiegare e quant’altro che Giorgia Meloni, fra Palazzo Chigi, la sua nuova e non ancora completata abitazione privata con piscina e le sue frequenti missioni all’estero, vive sì “un incubo dopo l’altro”, ma solo a causa di “un quadro internazionale” che è “una dannazione per lei e il suo progetto” dichiaratamente, orgogliosamente conservatore.  Non a causa, quindi, degli umori, delle letture e dei discorsi di Mattarella. A procurarle problemi, in effetti, sono entrambi i candidati ancora alla Casa Bianca, oltre Atlantico, o certe destre in Europa che piacciono più al suo vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini che a lei.

  Come si fa, del resto, a stare sereni -direbbe col solito sarcasmo Matteo Renzi- in un continente alle cui porte, se non nei cui confini, sono in corso vere e proprie guerre, come in Ucraina e in Medio Oriente, condotte entrambe in modo alquanto spietato? Solo un irresponsabile -o un “analfabeta di democrazia”, ripeterebbe Mattarella- dormirebbe tranquillo tra i classici due guanciali.

Pubblicato sul Dubbio

Assalto, per niente unanime però, alla giacca del presidente della Repubblica

La segretaria del Pd Elly Schlein

         Persino la segretaria del Pd Elly Schlein, che si divide fra Parlamento e piazze nella lotta anche fisica al premierato proposto dal governo, ha esitato quando un giornalista le ha allungato un microfono sollecitandola a compiacersi del discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla settimana sociale dei cattolici, a Trieste. Dove il Capo dello Stato ha ricordato, fra l’altro, “i limiti” che anche una maggioranza deve darsi, ha contestato ogni “restrizione in nome del dovere di governare”, ha riproposto “un voto un uomo” e temuto “l’analfabetismo di democrazia” , spesso rivelato da certe polemiche o pretese: a volte, credo, anche delle opposizioni.

         La Schlein in un apprezzabile sussulto di pudore politico ha esitato prima di rispondere. Ed ha risposto esortando lei stessa a non coinvolgere il presidente della Repubblica nella cronaca delle polemiche politiche. A non tirargli troppo la giacca, a non strattonarlo. Poi naturalmente ha riproposto tutta la sua contrarietà all’elezione diretta del presidente del Consiglio, tradotta comunemente nel premierato, anche se così si chiamano pure altri modi di regolare l’accesso alla guida del governo.

         Non ha avuto le remore politiche, istituzionali, culturali della segretaria del Pd l’ammiraglia ormai delle opposizioni –la Repubblica, quella di carta- avvolgendosi quasi letteralmente nell’intervento del Capo dello Stato con questo titolo su tutta la prima pagina: “Mattarella: no al potere illimitato”. “Allarme di Mattarella”, ha gridato, sempre in apertura, la Stampa, ancora sorella del giornale fondato dal compianto Eugenio Scalfari.

Dal Secolo XIX

         Non parliamo poi del Secolo XIX, fratello per un po’ di tempo degli altri due quotidiani, che in una vignetta d Stefano Rolli ha fatto lanciare da Mattarella una bomba a mano contro il governo in carica all’insegna della “vecchia moral suasion”.

Dal manifesto

         Più sobrio, diciamo così, è stato il Corriere della Sera dedicando al discorso di Mattarella, a metà della prima pagina, il richiamo dell’articolo del quirinalista Marzio Breda, pur con un titolo forte quasi quanto quelli di Repubblica e della Stampa: “Democrazia, Mattarella: no all’assolutismo di Stato”. Che il manifesto ha preferito invece tradurre in “Avviso ai naviganti” nel solito titolo di copertina sovrapposto alla foto di Mattarella ospite, di spalle, della settimana dei cattolici.

Dal Foglio

         Abbastanza, e in alcuni casi anche sorprendentemente, lungo è l’elenco dei giornali che hanno escluso l’argomento dalle loro prime pagine: dal Fatto Quotidiano al Giornale, da Libero alla Verità, dal Tempo al Quotidiano del Sud, dalla Gazzetta del Mezzogiorno al Riformista, dal Mattino al Gazzettino, dal Dubbio alla Ragione, dall’Identità a ItaliaOggi, da Milano Finanza al Foglio. Dove Giuliano Ferrara in persona, fondatore del giornale, si è impegnato in un articolo a scrivere degli “incubi” della Meloni attribuendoli però al “quadro internazionale”, al di là e al qua dell’Atlantico, non agli interventi del presidente della Repubblica.

La Meloni stacca la spina a nostalgici e macchiette della destra utili agli avversari

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         Pochi, molti, troppi che possano essere stati -secondo le preferenze tutte politiche- i giorni che vi ha impiegato per intervenire, Giorgia Meloni in una lettera ai dirigenti e parlamentari del suo partito ha staccato la spina ai nostalgici del fascismo, razzisti, “macchiette” -ha scritto- “nelle mani degli avversari”. Per loro, giovani ma anche anziani che siano, non c’è più spazio nella destra che la Meloni rappresenta guidando il governo. Ma non per questo cesserà l’assedio politico e mediatico alla premier sul tema di un antifascismo che non sarà mai sufficientemente espresso per chi ha interesse ad intossicare il dibattito politico e a costruire sulla paura del fascismo alleanze, combinazioni, sogni di maggioranze alternative a quella uscita dalle urne un po’ meno di due anni fa.   Basta una breve rassegna delle prime pagine dei giornali, che sanno essere anche peggiori dei partiti con i quali più o meno esplicitamente si schierano, o che indirizzano, per farsi un’idea della situazion

Dal Corriere della Sera

         A parte la distrazione, diciamo così, della Repubblica di carta, che ha eliminato la questione dalla prima pagina appunto, dopo averla per un po’ cavalcata, tutti hanno cercato di fare i conti con l’intervento della Meloni. Alla quale, per esempio, il Corriere della Sera ha riconosciuto con la firma di Massimo Franco “una scelta signifcativa dopo l’errore inizialedi una critica all’inchiesta giornalistica condotta con una telecamera nascosta in ambienti di partito affollati di “macchiette”, come le ha chiamate la Meloni.

Dalla Stampa

         Sulla Stampa invece con la firma dell’ex direttore Marcello Sorgi, che pure ha scritto di “un chiarimento senza le distinzioni precedenti”, la Meloni è stata invitata più o meno perentoriamente a “cancellare gli ultimi però”.

         Sulla testata una volta sorella di Genova, Il Secolo XIX, il vignettista Stefano Rolli si è divertito a immaginare una Meloni che col “saluto romano” mette alla porta chi non ha ancora capito che aria debba tirare nella destra italiana, specie ora che il governo è a sua trazione.

Su Domani

         Su Domani, il giornale col quale l’indomito Carlo De Benedetti si consola ogni giorno della perdita della Repubblica svenduta dai figli, hanno recuperato dagli archivi la foto di un tabellone della Camera durante una votazione per appello nominale per proporre la scritta della Meloni che “non ha risposto”. E ciò sotto un titolo di questo tenore e contenuto, a commento della lettera ai dirigenti parlamentari del suo partito: “Meloni nega l’evidenza”. Se questo è giornalismo o qualcosa d’altro spetta naturalmente dirlo solo ai lettori. Non scrivo altro.

Dal Fatto Quotidiano

         Sul Fatto Quotidiano, giusto per non fargli torto ignorandolo, c’è un titolo un po’ da ossimoro. I “fascisti” sono “sospesi” e “razzisti e antisemiti fuori”, cioè cacciati. Mi parevano cacciati anche gli altri, ma sono evidentemente io che non so leggere, capire e quant’altro. E loro invece, Marco Travaglio e colleghi, a sapere leggere e capire tutto.

Da Brenno a Macron, da “Guai ai vinti” a “Guai ai vincitori”

Da Libero

Nel lontano, anti lontanissimo 390 avanti Cristo un tale Brenno passò inconsapevolmente alla storia grazie a Tito Livio, che ne raccontò il grido “Guai ai vinti”.  Col quale il condottiero gallo capo dei Senoni, progenitori dei marchigiani, accompagnò il lancio della sua spada sulla bilancia che pesava l’oro nella Roma da lui saccheggiata. 

         In questo 2024 dopo Cristo, secondo anno scarso angosciosamente vissuto sotto il governo di Giorgia Meloni dagli avversari di varie sfumature cromatiche, dal rosso al grigio, un gallo ancora più a nord delle Marche – Emmanuel Macron, o Micron, come ha scherzato il direttore di Libero Mario Sechi- ha gridato o vorrebbe gridare “Guai ai vincitori”. Ai quali il presidente della Repubblica di Francia ha cercato di sbarrare la strada con le elezioni anticipate dopo una prima scoppola presa da destra nelle europee dell’8 e 9 giugno.

Emmanuel Macron

         Va detto tuttavia che non si riesce più a capire bene chi sia più Brenno al rovescio fra Macron e certi suoi tifosi al di là e al di qua delle Alpi, visto che il presidente francese, per quanto lo riguarda personalmente nell’esercizio delle sue funzioni, è disposto, pronto, costretto in fondo senza disperazione a “coabitare” -si dice così nel gergo politico francese- con una destra alla guida del governo. Cui Marine Le Pen, riservandosi di ritentare personalmente la scalata all’Eliseo, ha candidato il giovane oriundo italiano e algerino Jordan Barbella.  Con un certo successo, direi, nel primo turno elettorale di domenica scorsa.

Claudio Cerasa sul Foglio di ieri

         Fra i macroniani in qualche modo più intransigenti, allarmati e quant’altro al di qua delle Alpi per quanto potrà accadere in Francia e, più in generale in Europa, dopo il secondo e conclusivo turno elettorale di domenica prossima ha voluto distinguersi sul Foglio fondato da Giuliano Ferrara, cui ho avuto il piacere e l’onore di collaborare in anni ormai lontani, il direttore Claudio Cerasa. Che ha messo la sua ciliegina sotto questa conclusione di un lungo a articolato ragionamento: “Giorgia Meloni con superficialità ieri ha detto che tra la sinistra e la destra lei preferisce sempre la destra, anche estrema, non capendo però che in Francia non c’è in ballo una sfida tra poli ma c’è una scelta più complessa: credere oppure no che rimettere in discussione le coordinate essenziali di una democrazia liberale possa essere un’opzione per un grande paese europeo, proprio come sogna da anni Vladimir Putin. Il punto è tutto qui: accettare o combattere?”.

Marine Le Pen e Giorgia Meloni

         La premier italiana, capa della destra nazionale e dei conservatori europei, farebbe quindi il gioco di Putin, pur essendo tenacemente impegnata, in continuità col predecessore Mario Draghi a Palazzo Chigi, a contrastare la guerra della Russia all’Ucraina in corso da più di due anni. Farebbe il gioco del Cremlino perché non si strappa capelli, vestiti e quant’altro per l’avanzata elettorale della destra francese. Ma se ne compiace, sia pure non allo stesso livello del suo vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini. Ed esorta a “non demonizzare” chi è di destra, o semplicemente -perché accade anche questo- chi non è di sinistra o non vota in quella direzione. Una demonizzazione che ritengo personalmente stia facendo votare a destra per tigna, come si dice a Roma, un certo, crescente numero di elettori.

Jean-Luc Melenchon

         Per arrivare anche lui alla drammatizzazione di uno scenario elettorale e politico spostato a destra il buon Cerasa ha voluto per una volta dissentire anche da un “formidabile” editorialista americano solitamente da lui condiviso: Gideon Rachman. Che ha appena esortato i lettori del Financial Times a “non perdere la calma” per quanto è accaduto, sta accadendo e potrà ancora accadere elettoralmente sulle due rive dell’Atlantico perché la democrazia è più forte dei “populisti” che la insidiano. E che si trovano -non dimentichiamo neppure questo- anche a sinistra, non solo a destra, per fermarsi ad esempio in Francia a Jean-Luc Melenchon, senza spingersi in Italia a quel Giuseppe Conte promosso dal Pd di Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini quattro anni fa al “punto di riferimento più alto dei progressisti”. Che se ne sono fidati a tal punto da avere ridotto i grillini ad una sola cifra elettorale.

Pubblicato su Libero

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Gli effetti politici del forte vento elettorale di Francia in Italia

Da Repubblica

         Dalla Giorgia Meloni “imbarazzata”, secondo la Repubblica di ieri, per il risultato buono ma non ottimo della destra in Francia, dove una sinistra desistente avrebbe ancora qualche possibilità di rimonta, si è passati ad una premier italiana imprudentemente espostasi anche secondo Il Foglio, spesso ammiccante nei suoi riguardi, a favore non dico dei fratelli ma dei cugini d‘oltr’Alpe.

Dal Foglio

         In un titolo diretto e discorsivo Claudio Cerasa, direttore del giornale fondato da Giuliano Ferrara, ha scritto: “Dare carezze al lepenismo, cara Meloni, non significa “combattere la sinistra”, ma significa coccolare gli utili idioti dei regimi illiberali”. Nessuna indulgenza più per il candidato, quindi, della destra francese alla guida del governo, e coabitazione con Macron, che non più tardi di ieri lo stesso Foglio aveva gratificato di un titolo quasi cinematografico come “Il diavolo veste Bardella”, il giovane lepenista aspirante appunto  a Palazzo Matignon.

Dal Secolo XIX

         Anche la Torre Eiffel, il punto di riferimento storico della Francia dal 1889, più ancora della Bastiglia di cento anni prima, risente degli effetti dell’avanzata elettorale della destra in Francia. Nella vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX il monumento ha già assunto l’aspetto di un Fascio, al maiuscolo mussoliniano importato in Francia dal maresciallo Petain col suo governo di Vichy, collaborazionista dei nazisti, dal 1940 al  1944.

Dal manifesto

         A questo tragico ricordo si è associato il manifesto col suo urticante titolo di copertina in cui Macron diventa il rovescio di Giulio Cesare: Veni, vidi, Vichy. Un Macron evidentemente fallito nel tentativo di contenere l’avanzata della destra con le elezioni anticipate e il secondo turno di desistenza repubblicana della sinistra per permettergli di resistere.

Ursula von der Leyen

         Per tornare all’Italia e alla Meloni incorsa -ripeto- anche nei richiami di un Foglio generalmente ammirato della sua politica estera filoatlantica e antirussa per la guerra in Ucraina, ma anche incline a comprendere la durezza della reazione israeliana alla ferocia del terrorismo palestinese;  per tornare, dicevo, all’Italia e alla Meloni “carezzevole” verso Marine Le Pen, abbracciata invece col  solito entusiasmo dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, si coltiva a sinistra la speranza che possa complicarsi la partita di Roma a Bruxelles. Dove invece la Meloni è convinta che proprio l’avanzata elettorale della destra in Francia abbia talmente indebolito a livello continentale l’alleanza fra popolari -intesi come partito- socialisti e liberali da non permettere l’emarginazione o sottovalutazione del governo italiano e delle sue richieste per la composizione della nuova Commissione europea. Ma persino per gli assetti di vertice dell’Unione, dovendo ancora passare la conferma di Ursula von ver Leyen alla presidenza della stessa Commissione per le forche caudine della votazione a scrutinio segreto nell’Europarlamento.  

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I misteriosi algoritmi della censura applicata sui canali social

Dal Dubbio

So bene che premono cose e problemi maggiori.     Ci sono, per esempio, gli elettori americani, alle prese con Biden e Trump, messi peggio di quelli europei traditi, secondo la premier italiana Giorgia Meloni, dal “top job” dell’Unione concordato “al caminetto”, sempre secondo la Meloni, fra popolari -intesi come partito- e socialisti del vecchio continente, ma anche liberali. C’è il presidente francese Macron nel labirinto attribuitogli dalla Stampa per cercare di “arginare”, come lui stesso ha detto dopo il primo turno delle elezioni anticipate, l’avanzata della destra. C’è il cancelliere tedesco Sholz che è stato superato dall’estrema destra del suo paese ma si consola dando dell’estremista, sempre di destra, alla premier italiana. C’è il ritorno dell’antisemitismo anche in Italia denunciato drammaticamente dalla senatrice a vita Liliana Segre scampata all’Olocausto. C’è l’Italexit dai campionati europei di calcio da cui è nato un processo mediatico all’allenatore della squadra in cui vedremo se qualcuno vorrà o riuscirà a coinvolgere il governo, secondo le peggiori tradizioni della polemica politica.

         Eppure, a dispetto di tutte queste priorità, mi permetto di segnalare e lamentare la scoperta che sto facendo come blogger -si dice così di chi scrive e comunica anche per internet- della censura elettronica, chiamiamola così. Nel giro di una settimana mi sono visto “rimosso” da Facebook, una delle piattaforme più diffuse del web, per avere sfidato, pur senza saperlo o volerlo, gli algoritmi segretissimi della sua sorveglianza su ciò che è lecito, opportuno e quant’altro diffondere.

         Le prime due volte mi è capitato per avere paragonato -la prima anche nel titolo di un mio articolo e la seconda solo nel testo- alla “cena delle beffe” di Sem Benelli quella svoltasi a Bruxelles sotto le insegne del Consiglio Europeo dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno e replicata a breve.

         La terza volta mi è capitato per avere scritto delle già ricordate condizioni peggiori in cui rischiano di trovarsi gli elettori americani, rispetto a quelli europei, alle prese con due candidati alla Casa Bianca, l’uscente Biden e il rivale Trump, riusciti a competere anche nel loro primo duello televisivo al minimo livello, avvertito  da un po’ tutti i giornali al di là e al di qua dell’Oceano Atlantico. Che per fortuna sono diffusi a dispetto di Facebook. Dove spero di non avere sfidato o violato qualche misterioso -ripeto- algoritmo anche per avere citato l’auspicio di Giuliano Ferrara sul Foglio che Biden si faccia da parte per far correre per la Casa Bianca la pur dichiaratamente renitente Michelle Obama, che vi è già stata per otto anni come moglie del predecessore di Trump. Un’opinione, quella di Ferrara, che forse ho avuto la dabbenaggine di avere sotto sotto condiviso per non averla criticata o, peggio, derisa. O la dabbenaggine, ancora più grave, inquietante, pericolosa, scandalosa e quant’altro di avere paragonato in qualche modo l’ipotesi di una donna alla Casa Bianca di Washington all’esodio di un’altra donna nel più modesto e assai lontano Palazzo Chigi, a Roma.

         In occasione delle tre rimozioni ho provveduto a riempire i moduli generosamente offertimi dalla piattaforma -si dice così- per giustificarmi o protestare e chiedere un riesame della pratica. Si è tutto disperso, senza risposta, nell’etere.

         Ah, le vie della censura elettronica sono davvero infinite. Altro che quelle sperimentate prima di internet dai più anziani o meno giovani di noi. Ma, ripeto questa volta nel latino originario: maiora premunt.

Pubblicato sul Dubbio

La settimana di passione -fuori stagione- di Macron, ma non solo lui…

Dopo essere stato superato – nel primo e molto partecipato turno delle elezioni anticipate da lui stesso disposte- di 22 punti dalla destra di Marine Le Pen, salita al 33,5 per cento dei voti, e di 17 punti dalla sinistra dichiaratamente “indomita” di Jean-Luc Melenchon, il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron vive la sua settimana di passione, abbastanza fuori stagione. Che fa pure rima.

Dal Foglio

Domenica prossima egli saprà se perderà anche il secondo turno. O si salverà con la sua inedita alleanza con la sinistra nata da una emergenziale desistenza nei ballottaggi. O solo riuscirà ad “arginare”, come lui stesso in fondo ammette di sperare, l’avanzata      della destra indicata in Italia dal Foglio come “il diavolo che veste Bardella”: il giovane di origini italiane e algerine che Marine Le Pen ha candidato a presidente del Consiglio in una coabitazione obbligata con Macron per niente rassegnato all’idea di abbandonare in anticipo l’Eliseo.

Da Libero

         In competizione con la fantasia cinematografica del Foglio, che ha riesumato il celebre film del 2006 sul “diavolo che veste Prada”, Mario Sechi su Libero ha titolato su Micron, versione più sintetica del “Macron piccolo piccolo” del Fatto Quotidiano. Al quale il presidente francese sta antipatico, diciamo così, come al direttore del secondo giornale, per diffusione, della famiglia Angelucci.

Dal Tempo

         A quest’ultima appartiene anche Il Tempo diretto dall’ex parlamentare di sinistra Tommaso Cerno, che ha promosso napoleonicamente in rosso – NapoLe Pen- la vera capa della destra francese, succeduta con la forza al padre ancora più a destra. E solo perché siamo di lunedì, quando escono meno giornali del solito, non ho altre fantasie o trovate di carta da segnalare.

Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera

         A vivere più intensamente la settimana di passione di Macron in Francia, proiettandola in qualche modo anche altrove, al di là e al di qua dell’Atlantico, negli Stati Uniti a rischio di un ritorno di Trump alla Casa Bianca o nell’Italia governata da quasi due anni da Giorgia Meloni, è il Corriere della Sera con un editoriale di Aldo Cazzulo, probabilmente destinato prima o poi a diventarne direttore. “Ieri la destra francese -egli ha scritto- è passata dagli eredi di De Gaulle a quelli di Vicy e dell’Algeria francese, di una Francia provinciale e rancorosa che si pensava sconfitta dalla storia”. La quale “dirà -ha continuato Cazzullo- se Macron è stato l’uomo che ha ritardato questa metamorfosi inquietante, o colui che ha consegnato la Francia alla nuova destra”.

Anche la storia, e non solo la cronaca, vive dunque in questo luglio 2024 appena cominciato la settimana di passione del presidente francese.

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La Meloni risparmiata -sinora- nel processo a Spalletti per l’Italexit del calcio

Liliana Segre

         Non tutto allora è perduto -o non lo è ancora- nel clima politico italiano, diventato così torrido fra aule parlamentari, sezioni di partito addirittura giovanili, piazze e dintorni- da aver fatto appena temere alla senatrice a vita Liliana Segre di poter essere cacciata, anzi deportata da ebrea a più di novant’anni, dopo esserlo stato a tredici scampando miracolosamente all’olocaus

Vignetta dalla Stampa

         Non tutto è perduto se nel “processo a Spalletti” annunciato su qualche giornale per l’Italexit vignettistico della Stampa, dopo l’uscita della squadra nazionale dai campionati europei di calcio, battuta 2 a 0 dalla Svizzera, non è stata ancora coinvolta – come si dice nelle cronache giudiziarie- la premier Giorgia Meloni. Che resta solo indagata, imputata e quant’altro per avere “isolato” l’Italia ai vertici dell’Unione Europea, non essendosi adeguata al tris indicato, proposto, deciso soprattutto dal presidente francese Emmanuel Macron e dal cancelliere tedesco Olaf Sholz. Che hanno destinato la tedesca e popolare -intesa come partito- Ursula von der Leyen alla conferma alla presidenza della Commissione, il socialista portoghese Antonio Costa alla presidenza del Consiglio e l’estone lberale Kaja Kallas all’Alto Commissariato per la politica estera e la sicurezza. Anche se la politica estera comunitaria è solo un’ambizione, non certamente una realtà, ciascun paese dell’Unione tenendosi stretta la propria.  

Dal Fatto Quotidiano

         La Meloni insomma, grazie alla sorprendente generosità delle opposizioni, anche di quelle estreme, e altrettanto  sorprendente compattezza della maggioranza, senza distinzioni verbali e mimiche fra il vice presidente forzista del Consiglio e il vice presidente leghista, può sentirsi non responsabile pure lei degli “azzurri di vergogna” alla berlina in fondo alla prima pagina del solito Fatto Quotidiano.

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         L’Eurostrazio, come lo hanno definito all’unisono Il Giorno, il Resto del Carlino e La Nazione del gruppo editoriale Monti Riffeser, è circoscritto al pallone, anche grazie al fatto che l’Italia continua ad eccellere -come orgogliosamente rivendicato su Libero dal direttore Mario Sechi- in altri settori o specialità sportive, medagliate d’oro, d’argento e d’altri preziosi metalli o simili. Al Quirinale continueranno a poter essere accolti e festeggiati altri campioni, in attesa che tornino anche quelli del calcio.

Dalla Verità

         Ma ora la Meloni, per cortesia, non si monti la testa e non si abbandoni a chissà quali iniziative e dichiarazioni. L’ha fatta franca mediaticamente solo sino ad ora. Non è detto che la follia non torni alla sua ordinarietà politica e lei non finisca coinvolta, sia pure in ritardo, nel già citato processo a Luciano Spalletti. E non si ritrovi in condizioni peggiori di quelle previste già per stasera in Francia per il presidente della Repubblica ricorso alle elezioni anticipate, come un qualsiasi giocatore d’azzardo, dopo la sconfitta nelle europee dell’8 e 9 giugno.  

Le censure, o ossessioni, di Facebook per i mei graffi politici…..

Temo che per Facebook i mei post di www.graffidamato.com siano diventati un’ossessione. Ne sono stati rimossi due nei giorni scorsi perché  avevano richiamato la cena delle beffe di Sem Benelli per gli incontri conviviali dei vertici europei, a Bruxelles, dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Beffe, perché avvertite dalla premier italiana Giorgia Meloni come poco riguardose per gli elettori e/o i risultati penalizzanti per almeno alcuni leader o governi che ritengono di potere continuare a concordare fra di loro gli assetti dell’Unione Europea

Oggi, 29 giugno, la rimozione è toccata ad un articolo nel quale le difficoltà degli elettori americani, dopo il duello televisivo fra Joe Biden e Donald Trump, sono ritenute forse anche  maggiori, o peggiori, di quelle degli elettori europei. E si riporta la previsione o l’auspicio di Giuliano Ferrara sul Foglio che una donna -Michelle Obama, moglie dell’ex presidente- sostituisca Biden e permetta ai democratici di vincere. Un pò come una donna in Italia -ho pensato e scritto- ha fatto sul versante del centrodestra rendendolo vittorioso. 

Sono io, pur nella mia modestia, o l’ombra della Meloni a infastidire Facebook? A saperlo. 

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