Il ricordo personalissimo dell’inizio dell’avventura del Giornale di Indro Montanelli

Da Libero

Domani sarà martedì come lo era il 25 giugno 1974, quando esordì Il Giornale fondato da Indro Montanelli dopo avere lasciato il Corriere della Sera e avere accettato una breve ospitalità alla Stampa.

         Che fatica e che caldo in quei giorni nella soffitta di Piazza di Pietra, dove Gianni Granzotto aveva trovato e affittato la sede della redazione romana, scelta per la vicinanza non so se più alla Camera, al Senato e a Palazzo Chigi o all’abitazione capitolina di Indro Montanelli. Che era in Piazza Navona.

         A piedi veniva, dall’albergo di Piazza Montecitorio dove alloggiava quando era a Roma, anche Giovanni Spadolini: più frequentemente e lestamente dello stesso Montanelli, al quale peraltro doveva in tutti i sensi l’elezione al Senato nel 1972. Era stato Montanelli a perorarne la candidatura all’amico Ugo La Malfa nelle liste del Partito Repubblicano, dopo il licenziamento da direttore del Corriere per essere sostituito da Piero Ottone. Che poi si sarebbe lasciato portar via -per sua stessa ammissione- “l’argenteria” di via Solferino, a Milano, da Montanelli e da Enzo Bettiza.

Giovanni Spadolini

         Spadolini, che qualche mese dopo sarebbe arrivato al governo, nel bicolore Moro-La Malfa, per capeggiare il Ministero dei Beni Culturali allestitogli con un decreto legge, aveva praticamente trasformato quella nostra soffitta in un supplemento del proprio ufficio. Veniva in ogni ora della giornata, si accomodava alla prima postazione libera che trovava, purchè provvista di telefono, tirava fuori la rubrica e chiamava un’infinità di persone. A volte arrivava Montanelli e lui neppure si alzava a salutarlo, tanto era preso dalle ricognizioni telefoniche. E Montanelli ci guardava come per scusarsi al suo posto e chiederci comprensione.

Cesare Zappulli e Indro Montanelli

         A parte il caldo malamente fronteggiato da un condizionatore più volte guasto che funzionante, l’aria che doveva respirarsi in quella soffitta, come nella più ampia sede milanese, avrebbe dovuto essere rigorosamente laica. Oltre allo Spadolini occupante della redazione romana, era stato fino ad allora dichiaratamente, orgogliosamente  elettore repubblicano Montanelli. Liberale di cultura già quando era stato selezionato e assunto da giovane come funzionario del Pci da Giancarlo Pajetta, il mio amico Bettiza era tornato ad esserlo a tutti gli effetti guadagnandosi politicamente a Milano una corte a dir poco spietata di Giovanni Malagodi. Liberale, destinato a diventare pure lui senatore, come Bettiza, era anche Cesare Zappulli, pur esponendo nella sua stanza, a Roma, l’immagine inseparabile di San Gennaro. Davanti alla quale egli si faceva il segno della croce prima di sedersi o di scrivere il suo articolo di giornata. Di cui Montanelli si doleva quasi sistematicamente perché finiva per essere, di contenuto e di lunghezza, diverso da quello su cui si erano accordati a voce.

Enrico Berlinguer

          L’aria, dicevo, doveva essere rigorosamente e compiutamente laica col permesso di San Gennaro. Ma con l’avventura del Giornale quel diavolaccio di Montanelli aveva deciso di aiutare più la Dc che i partiti laici per proteggerla insieme dai tentacoli del “compromesso storico”, allungati dal segretario del Pci Enrico Berlinguer, e dal rischio di un sorpasso comunista generale. Che minacciava lo scudo crociato dopo la sconfitta referendaria sul divorzio proprio di quel 1974, cui sarebbe seguito il sorpasso nelle elezioni regionali del 1975. Pancia a terra, naso turato e tutti a votare -era praticamente la linea di Montanelli- per la Democrazia Cristiana. Che non poteva recuperare voti o guadagnarne di nuovi se non a scapito dei vecchi e minori alleati laici.

Gianfranco Piazzesi

         A Gianfranco Piazzesi, proveniente pure lui dal Corriere, chiamato in redazione “il chiorba” come Montanelli “il cilindro”,arrivò subito al naso   odore di un qualche accordo con i comunisti, considerandolo “ineluttabile” quasi quanto Ugo La Malfa vice di Moro a Palazzo Chigi dal novembre 1974. E provò a convincere Montanelli che non sarebbe poi stata la fine del mondo. Ma si procurò una ramanzina, tutta aspirata toscanamente, dalla quale -presente allo scontro- capii che le loro strade erano destinate a separarsi. Come poi del resto, ai tempi successivi di Bettino Craxi, erano destinate anche le nostre.

Giulio Andreotti

         Ma non solo a Piazzesi nella soffitta romana di Piazza San Pietro ma anche all’amico La Malfa in persona e in pubblico Montanelli riservò un trattamento abrasivo per contestarne la rassegnazione, e qualcosa forse di più,  ad un passaggio che sarebbe stato poi definito di “solidarietà nazionale”. Scrisse di lui come di un “irriconoscibile”, che aveva “perduto la testa”. Poi naturalmente si riconciliarono, come con Giulio Andreotti. Che una volta, ricevendolo nel suo studio dove lo avevo accompagnato, anche quello a pochi passi dalla redazione romana del Giornale, disse ironicamente a Montanelli di togliersi pure la molletta dal naso per parlargli. Un po’ come di recente il saluto della Meloni al presidente della regione campana che le aveva dato della “stronza”.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 giugno

Che noia nei seggi elettorali anche dei ballottaggi comunali

L’apertura di Repubblica

         Fra la speranza, coltivata per esempio da Repubblica nel titolo di apertura, che al Quirinale prevalgano “i dubbi” e le opposizioni ottengano un clamoroso rinvio alle Camere della contestata legge sulle cosiddette autonomie differenziate, e la preoccupazione per la fuga dalle urne nel centinaio di ballottaggi comunali con cui si sta concludendo questo giugno elettorale in Italia, mi pare che prevalga la seconda nei giornali.

Dal Corriere della Sera

         Non a caso il Corriere della Sera, da tempo in testa nella graduatoria commerciale delle testate, diversamente da Repubblica, ripeto, ha preferito aprire con “l’affluenza in calo” ai seggi, risultata alle ore 19 di ieri sera ferma al 28 per cento. Quattro ore dopo, alla interruzione notturna delle votazioni, è risultata al 37 per cento: troppo poco per sperare che fra la riapertura delle sezioni questa mattina e la chiusura pomeridiana e definitiva delle urne si possa raggiungere il miracoloso 62 per cento e oltre di votanti registrato al primo turno, quindici giorni fa, negli oltre 100 Comuni interessati ai ballottaggi: una percentuale che, avendo funzionato da traino, aveva contenuto l’8 e 9 giugno scorso la caduta dell’affluenza alle urne nelle elezioni europee sotto il 50 per cento: esattamente 49,69.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno

         A Bari, dove pure l’amministrazione comunale uscente si è divisa fra cronache politiche e giudiziarie, i dati dell’affluenza si sono rivelati i più bassi d’Italia, sotto il 20 per cento alle ore 19 di ieri: il 18,53 su cui ha titolato sconsolatamente la locale ma storica Gazzetta del Mezzogiorno.

Dall’Ansa

         I ballottaggi che hanno fatto la fortuna di alcuni sistemi elettorali, per esempio quello francese, che fior di costituzionalisti in Italia indicano come esempio non sembrano dunque funzionare da noi neppure a livello amministrativo. E da parecchio, tanto che i leghisti ne sostengono l’abolizione ma non sono riusciti a convincere la maggioranza di cui fanno parte, risparmiandole un altro fronte di guerra, per quanto di carta e di parole, con le opposizioni dopo le già ricordate autonomie in attesa di giudizio al Quirinale, il premierato appena passato in prima lettura dal Senato alla Camera, la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e altro ancora.

La bandiera della Svizzera

         E’ difficile dire di chi sia, o di chi più di altri, la responsabilità di questa disaffezione elettorale, ormai a tutti i livelli. E’ francamente difficile dire anche se questo fenomeno debba ancora ritenersi davvero patologico, tanto da considerare in crisi la democrazia e quasi moribonda la rappresentatività degli organismi elettivi, o non debba invece ritenersi ordinario, ed eccezionali invece i dati ai quali eravamo abituati in passato. Certo è che nella confinante Svizzera, senza che nessuno si strappi le vesti nella stessa Confederazione e altrove, si legifera ormai a suon di referendum cui partecipa di solito il 40 per cento degli elettori.

La corsa di Enrico Letta alla serenità europea, finalmente, di Bruxelles

Da Libero di ieri

Per quanto liquidata ieri come una “provocazione” su Libero dal direttore ed ex capo ufficio stampa di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, Mario Sechi, e ancora oggi come uno “schiaffo contro gli italiani” dal Secolo d’Italia, la storica testata della destra capeggiata dalla premier, va consolidandosi l’ipotesi di un approdo di Enrico Letta alla presidenza del nuovo Consiglio europeo su designazione dei socialisti. Fra i quali si è indebolita per ragioni prevalentemente interne alla sua parte politica, pur dietro altre versioni, la candidatura del portoghese Antonio Costa.

         Erico Letta, pisano d’anagrafe ma di famiglia originaria d’Abruzzo, come lo zio Gianni già braccio destro e sinistro di Silvio Berlusconi, si è ritirato proprio in questi giorni da un’altra corsa alla quale sembrava interessato: il vertice della prestigiosa scuola parigina di politica dove si rifugìò come insegnante dopo la rottura consumatasi in Italia con Matteo Renzi. Che si era appena insediato al vertice del Pd e già lo aveva liquidato a Palazzo Chigi dopo averlo esortato a “stare sereno”. Una cosa che è ormai entrata nella letteratura della politica dell’inganno e simili.

Dal Corriere della Sera

         La serenità adesso, ammesso che non l’abbia già ritrovata prima da segretario del Pd e poi da consulente -come il connazionale e ed ex premier pure lui Mario Draghi- della Commissione uscente dell’Unione, potrebbe consolidarsi a Bruxelles. Giocano a suo favore le voci -per ora- raccolte anche sul Corriere della Sera da Marco Galluzzo, di un sostanziale lasciapassare di Giorgia Meloni. Che considera la partita tutta interna ai socialisti e per niente in conflitto con gli obiettivi che si è proposta di raggiungere nella composizione della nuova Commissione. Dove conta di assicurare all’Italia la presenza e il ruolo che le spettano per tradizioni, competenze e solidità del governo in carica, ben superiore a quella di altri nel vecchio continente dopo i risultati delle elezioni dell’8 e 9 giugno.

Ai tempi del Covid

         C’è anche una storia di rapporti personali fra la Meloni ed Enrico Letta, prima e dopo le mascherine imposte dal Covid, riconosciutisi entrambi con buon umore nella coppia televisiva “Sandra e Raimondo”, ad accreditare le voci -ripeto- di una predisposizione favorevole della premier italiana all’approdo del suo predecessore a Bruxelles.

Da Libero di oggi

         A voler pensare male convinti andreottianamente che si pecchi ma s’indovini, pare che in 24 ore sia cambiata l’aria anche nel già citato Libero diretto dall’ex portavoce della Meloni. Oggi il giornale di Mario Sechi non si indigna ma scherza. E titola: “In corsa per la guida del Consiglio Ue- L’eterno ritorno di Enrico Letta: il grande sconfitto di successo”.

         “Noblesse oblige”, direbbero i francesi. Che potrebbero ricordarselo ancora meglio, e per loro stessi, dopo le elezioni anticipate alle quali il presidente Emmanuel Macron ha fatto ricorso per contenere i danni della sconfitta subita personalmente e politicamente nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.  

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Walter Veltroni sorpreso dall’Unità a “danzare” per Giorgia Meloni

         Walter Veltroni, che ne fu l’ultimo direttore davvero politico fra il 1992 e il 1996, quando la storica testata fondata da Antonio Gramsci nel 1924 era l’organo ufficiale del Pci e poi Pds, è stato strapazzato venerdì come editorialista del Corriere della Sera dall’Unità riportata in vita l’anno scorso dall’editore napoletano Alfredo Romeo affidandone la direzione a Piero Sansonetti. Che, avendo già lavorato all’Unità anche di Veltroni, sta trascorrendo una specie di felice seconda giovinezza giornalistica e politica.

Dall’Unità del 21 giugno

         Il mio amico Piero, in verità, non si è esposto in prima persona contro il suo ex direttore, ma lo ha lasciato trattare abrasivamente dal filosofo Michele Prospero. Che gli ha rimproverato -come da titolo- di essersi unito alle “danze” del quotidiano milanese di via Solferino a favore della Giorgia Meloni esibitasi al G7 in Puglia fra i Grandi della terra, comprensivi questa volta di Papa Francesco: il primo Pontefice nella storia di questo summit internazionale, promosso o degradato, come preferite, dal vecchio Rino Formica a loro “cappellano”.

Testo di Michele Prospero

         “Con l’occhio penetrante del cineasta, che coglie il senso intimo delle cose inquadrando un semplice particolare e il dettaglio più casuale di un volto è in grado di attribuire dei significati che sfuggono allo sguardo dei profani, Walter Veltroni è rimasto impressionato dalla Giorgia di Puglia”, ha aperto Prospero  il suo processo scherzando quindi anche sulla indubbia competenza cinematografica, forse ancor prima che giornalistica, del quasi settantenne Veltroni. Restituito alle passioni adolescenziali e familiari da una politica molto generosa con lui, ma non abbastanza da tenerselo avvinghiato per tutta la vita.

Testo di Michele Prospero

Oltre che attraverso Veltroni e Paolo Mieli, chissà perché non anche il direttore in persona di via Solferino, Luciano Fontana, già capo-redattore-se non ricordo male- di Veltroni all’Unità dei primi anni Novanta, Prospero ha scoperto, indicato, lamentato, denunciato “l’amore di via Solferino per la signora di Colle Oppio”, scambiata per “il cigno per l’Europa del futuro” da Antonio Polito. La signora -ripeto- del Colle Oppio, dove -o nei cui dintorni-  giovanissimi fratelli d’Italia, pur non menzionati da Prospero ma ripresi da una telecamera furtiva, inneggerebbero al fascismo nell’indulgente silenzio, o distrazione, della capa del loro partito, oltre che del governo. E Veltroni un po’, secondo il non detto o il non scritto del filosofo dell’Unità di Sansonetti, dovrebbe sentirsi imbarazzato ballando con o per “la Giorgia- ripeto- di Puglia”.  

Alle urne oggi
in più di cento Comuni

         Per fortuna della politica i tempi sono cambiati e l’Unità può essere uscita venerdì scorso senza disorientare, a dir poco, gli elettori di sinistra degli odierni ballottaggi in un centinaio di Comuni italiani, di cui 14 abbastanza grandi. Nei quali al primo turno, quindici giorni fa, andarono a votare in un notevole, direi eccezionale 62,62 per cento di affluenza.

Un altro Ruini imperdibile, contro “la dialettica amico-nemico” in politica

         Un altro Ruini imperdibile -il vecchio cardinale Camillo, presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 1991 al 2007- dopo quello dell’intervista a Francesco Verderami, del Coriere della Sera, sul no opposto nel 1994 a Oscar Luigi Scalfaro che agiva contro Silvio Berlusconi.  Questa volta, e di nuovo al Corriere della Sera, ma parlando con Antonio Polito per il supplemento Sette, ha condannato la politica odierna non dissimile da quella di 30 anni fa. Allora centrata contro Berlusconi, ora contro Giorgia Meloni.

         Limitato nei movimenti a più di 93 anni di età ma lucidissimo nella memoria e nei ragionamenti -culturali, teologici e antropologici- sino al ripristino dell’Inferno quasi soppresso di recente da Papa Francesco, il cardinale Ruini ha praticamente ammonito che non la passerà liscia nell’aldilà chi si comporta male nell’aldiquà, per quanto misericordioso possa e potrà ancora essere il Padreterno.

Testuale

         Che giudizio dà della politica di oggi? ha chiesto Polito a Ruini. “Non si può vivere -ha risposto il cardinale- solo della dialettica amico-nemico. Ci sono principi non negoziabili come l’amore del prossimo, la famiglia, la vita….C’è un comandamento chiaro che dice “non ammazzare”. Una parte della politica li difende ancora, ma la pressione culturale è enorme”.

Giorgia Meloni ed Elly Schlein

         Il “non ammazzare” reclamato da Ruini non va inteso solo in senso fisico, ma anche metaforico. E’ quello che aleggia nelle piazze dove le opposizioni stanno trasferendo l’opposizione al governo non riuscendo a prevalere nelle aule parlamentari. E lo rappresentano come il “nemico” del popolo, specie quello meridionale, della democrazia, della Costituzione, della bandiera e di tutto ciò che gli avversari della Meloni impugnano contro di lei e la sua maggioranza. Che mancherebbe persino di legittimità, se si rapporta la percentuale dei suoi voti nelle urne non ai votanti, come da legge, ma agli aventi diritti al voto, cioè al lordo degli assenti, astenuti e simili, che nelle recenti elezioni europee sono stati più numerosi dei partecipanti. Si sovvertono così anche i principi costituzionali pur di cercare di demonizzare un governo non condiviso.

         Nella Costituzione la partecipazione della “maggioranza degli aventi diritto al voto” è richiesta dall’articolo 75 della Costituzione solo per sancire la validità del risultato di un referendum abrogativo “di una legge o di un atto avente valore di legge”, non per eleggere il Parlamento cui il popolo delega, senza il cosiddetto quorum, “la sovranità” conferitogli dal primo articolo della stessa Costituzione. Qui cominciano ad essere troppi gli asini che volano. E ci sommergono di bombe di carta.

Tutte le autoreti di Giorgia Meloni sognate dalle opposizioni

Dai campionati europei di calcio

         In quanti a sinistra, al centro e persino a destra, hanno sognato già ieri sera, sognano oggi e continueranno a sognare chissà per quanto tempo ancora di vedere Giorgia Meloni a terra come il capitano e portiere degli azzurri Gianluigi Donnarumma ai campionati europei di calcio, battuto con un’autorete dal compagno di squadra Riccardo Calafiori nella partita con la Spagna? Il Calafiori della Meloni sarebbe naturalmente Matteo Salvini, il vice presidente leghista del Consiglio che avrebbe imposto alla premier, in cambio del premierato ancora in corpo d’opera parlamentare, la legge appena approvata in via definitiva sulle cosiddette autonomie differenziate. E destinata, secondo le opposizioni esterne e ora persino interne alla maggioranza, a sfasciare l’Italia.

Dal Fatto Quotidiano

         Saremmo condannati, in particolare, secondo le previsioni o gli auspici del Fatto Quotidiano, dove si consolano così della fine forse ancora più vicina e probabile dei grillini capeggiati da Giuseppe Conte, ad una “guerra di secessione” di sudisti affamati “contro nordisti” ingordi, malati incurabili per mancanza di fondi contro pazienti immuni per le terapie che le loro regioni  settentrionali possono garantire.

Giovanni Guzzetta

         Il povero professore Giovanni Guzzetta, che ieri su Libero ha cercato di spiegare che le cose non stanno né andranno così, dovrà travestirsi per non essere riconosciuto per strada da qualche malintenzionato oppositore e malmenato.

Dal Riformista

         Dovrà fare altrettanto l’ex parlamentare di sinistra e noto economista Nicola Rossi che ancora oggi, in piena bufera politica e mediatica, ha indicato sul Riformista nella legge sulle autonomie differenziate “l’ora del Sud”. “La fine -ha detto- delle scuse per il Mezzogiorno”, dove non ci sarà “nessun colpo di grazia”, ma “vedremo chi sarà capace”. Questo Rossi, poi, si è permesso di nascere più di 70 anni fa persino al Sud, in particolare ad Andria, in Puglia.

Mariastella Gelmini

         Dovrà forse travestirsi, per non essere riconosciuta per strada da qualche energumeno, anche l’ex ministra della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini. Che, trasmigrata da Forza Italia, quando ancora viveva Silvio Berlusconi, alla terzopolista Azione, ha contestato l’opposizione del suo nuovo leader, Carlo Calenda, alla legge pretesa dai leghisti.

La copertina dell’Espresso

         Ammesso poi che queste benedette o maledette autonomie, comunque messe nella Costituzione dalla sinistra nel 2001, regnando a Palazzo Chigi un Giuliano Amato già affrancato dai suoi trascorsi craxiani per grazia ricevuta da Massimo D’Alema, falliscano nella funzione distruttrice, gli oppositori menagrami potranno continuare a scommettere sulle capacità malefiche del premierato proposto dal governo e appena promosso a fantasma menagramo dall’Espresso.

         Se si si continua di questo passo che cosa rimarrà di chi sarà tentato di grattarsi per scaramanzia?  

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Quella nostalgia della Dc che si avverte più a destra che a sinistra

Dal Dubbio

Fa parte dell’evoluzione della destra meloniana alla guida del governo dall’autunno di due anni fa – o dell’involuzione, direbbero altri- il rimpianto che si avverte in questi giorni della Democrazia Cristiana a 82 anni dalla sua fondazione, in clandestinità, e a 30 dalla morte. O dal suo “scioglimento per telegramma”, come disse a suo tempo con derisione Umberto Bossi, che aveva già cominciato a raccoglierne consistenti pezzi elettorali nel Nord con la sua Lega rampante. I cui militanti si ritrovavano sui prati di Pontida con la stessa voglia dissacrante e scurrile che molti anni dopo avrebbe stimolato nelle piazze italiane un comico di professione, Beppe Grillo, prestatosi alla politica.

Dalla Verità del 19 giugno

         Della Dc anticipando un convegno celebrativo promosso dall’ex ministro Ortensio Zecchino e moderato da Paolo Mieli – e da chi sennò? verrebbe da chiedersi per lo storico forse più a mezzadria col giornalismo dopo il compianto Giovanni Spadolini- l’intellettuale di destra Marcello Veneziani ha scritto sulla Verità come delle sette meraviglie dei suoi tempi giovanili. Eppure Veneziani nella sua orgogliosa militanza missina, quando aveva ancora i calzoni corti, non era stato abituato a pensare così della Dc, peraltro in una terra- la Puglia- dove lo scudo crociato aveva prodotto uno dei suoi leader più prestigiosi, martire della democrazia come divenne Aldo Moro assassinato nel 1978 dalle brigate rosse.

Marcello Veneziani

Alla Dc d’altronde i missini non rinunciarono a dare una mano nei casi di bisogno: per esempio, nel 1953 contribuendo all’elezione di Giovanni Gronchi al Quirinale, nel 1957 appoggiando il governo di Adone Zoli con un voto pur “non richiesto e non gradito” e quello di Fernando Tambroni nel 1960, concorrendo nel 1963 all’elezione di Antonio Segni e, forse in modo determinante, nel 1971 di Giovanni Leone alla Presidenza della Repubblica. Essi avrebbero forse concorso su richiesta dell’allora presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi, nel 1985, all’elezione di Arnaldo Forlani, sempre al Quirinale, se questi non avesse rinunciato a correre per dare la precedenza al collega di partito Francesco Cossiga. Ci avrebbe invece provato inutilmente nel 1992 ma in due sole votazioni, e nel clima ormai tossico e ghigliottinaro di Tangentopoli, quando i magistrati di Milano demolivano ogni giorno, e ogni notte, pezzi della cosiddetta prima Repubblica.

Testo di Veneziani

         La Dc -ha scritto Veneziani- “aderiva così profondamente alle fibre del nostro Paese da essere considerata un elemento naturale della nostra vita pubblica e privata. Avevamo per così dire somatizzato la Dc o la Dc somatizzato l’Italia, pur senza alcuna enfasi di italianità e di identità nazionale”. E ancora: “Apparve quasi l’autobiografia degli italiani, come si disse pure del fascismo”, che era stato una “versione paterna” dello Stato come poi la Dc “la versione materna”.

Testo di Veneziani

         Alla Dc di Alcide De Gasperi e dei suoi successori Veneziani ha inoltre riconosciuto il merito di essere stata “il più grande ammortizzatore di conflitti e guerre civili, di tensioni sociali, di passioni ideali”, considerando che “venivamo da un’Italia divisa in due e la Dc fu la tregua sine die, il disarmo e l’oblio dell’Italia venuta dal passato, dal Risorgimento, dalle guerre, dal fascismo e dall’antifascismo”. Essa “riportò l’Italia dalla storia a casa, anzi non pensò all’Italia ma si prese cura degli italiani e li riportò in famiglia, alla vita di ogni giorno”.

Schlein il 18 giugno in Piazza Santi Apostoli a Roma

         Della Dc non riescono a pensare e a scrivere così neppure quelli che provenendone sono nel Pd. E vi sono rimasti, diversamente da altri, anche dopo l’arrivo di Elly Schlein al suo vertice, seguendola martedì scorso nella piazza romana dei Santi Apostoli, e degli oppositori urlanti: qualcuno, come Graziano Delrio, per affacciarvisi soltanto e qualche altro, come Dario Franceschini, per godersi sino in fondo lo spettacolo di protesta contro il governo e le sue riforme.

         E’ stato complesso il mondo democristiano anche nella sua dissoluzione, lasciando tracce o semi un po’ dappertutto, come d’altronde è accaduto anche ai liberali: un altro filone dell’Italia solo nominalmente esaurito.  E, in un lib-lab filosofico e politico, pure ai socialisti riformisti liquidati come traditori dai comunisti.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 giugno

Grillo e Conte, o viceversa, fra le polveri delle loro stelle cadenti

         Sotto le cinque stelle un po’ cadenti dopo la scoppola rimediata da Giuseppe Conte nelle elezioni europee del 9 giugno, scendendo a livello nazionale sotto il dieci per cento, accade metaforicamente quello che i pessimisti o gli ottimisti -secondo i gusti- attendono da tempo che succeda fra i magistrati dopo una trentina d’anni di crescita esponenziale del loro ruolo: che si arrestino fra di loro.

Dal blog di Beppe Grillo

         Per carità, Beppe Grillo non ha ammanettato Conte, anche se forse lo avrebbe fatto volentieri se ne avesse avuto la possibilità. Ha fatto di peggio nella logica della sua professione di comico: ha ripreso a dileggiarlo nei suoi spettacoli teatrali come un avversario qualsiasi. E, in una intervista dichiaratamente a se stesso, ha trasferito il dileggio sul suo blog, al cui mantenimeno Conte come presidente del MoVimento 5 Stelle concorre pagando Grillo come consulente della comunicazione, pur non a tempo pieno. Già, perché  il comico è anche statutariamente il garante, l’elevato, l’elevatissimo, l’”essenziale” -ha appena aggiunto- del partito chiamato in altro modo.

Conte e Schlein in Piazza Santi Apostoli, a Roma

         In una situazione del genere, a dir poco paradossale, l’ex premier e non so se ancora aspirante a tornare a Palazzo Chigi come “il punto più alto di riferimento dei progressisti”, secondo la generosa qualifica attribuitagli a suo tempo al Nazareno in un eccesso di masochismo, ha la disinvoltura di partecipare a manifestazioni di piazza contro il precario livello cui starebbe riducendo la democrazia il governo di Giorgia Meloni.  Cioè contro le picconate ch’esso starebbe dando alla Costituzione e ad altro ancora con le riforme tutte anticipate nel programma elettorale che ha portato la leader della destra italiana a Palazzo Chigi, ancora su nomina del presidente della Repubblica, in attesa dell’elezione diretta e del conseguente premierato.

Luigi Pirandello

         Ci vorrebbe un redivivo Luigi Pirandello, purtroppo morto nel lontano 1936, per raccontare la storia di un movimento così poco cosmico approdato in Parlamento nel 2013 e non ancora uscitone, o almeno non uscitone del tutto. Ma in mancanza di Pirandello potrebbe provvedervi, accontentandoci, lo stesso Grillo. Anzi, ha cominciato a farlo. Buon proseguimento. E divertimento, che fa pure rima.

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La guerra della politica al dizionario della lingua italiana

Da Libero

Fa in fondo parte della quasi terza guerra mondiale a pillole, come dice il Papa, anche quella che la politica italiana sta conducendo contro il dizionario in una catena di ossimori.

         Abbiamo una destra dichiaratamente conservatrice, anche nelle parti moderate e non “estreme” immaginate a Berlino dal caudicante cancelliere Sholz, che felicemente innova.

Giorgia Meloni

         Al Senato si è appena consumato il primo dei quattro passaggi parlamentari della riforma della Costituzione che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Come si eleggono da anni i sindaci dei Comuni e i presidenti delle Regioni senza che né gli uni né le altre siano uscite dalla democrazia.

         Alla Camera è stata approvata definitivamente con legge ordinaria l’attuazione delle cosiddette autonomie differenziate regionali introdotte nel 2001 nella Costituzione dalla sinistra, che corteggiava la Lega di Umberto Bossi sul terreno del federalismo per cercare di impedirne il ritorno all’alleanza con Silvio Berlusconi. Dalla quale era riuscito a sfilarla alla fine del 1994 l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, per niente rassegnato alla calma dopo avere cercato inutilmente di trascinare nella lotta all’allora presidente del Consiglio il quasi vertice della Chiesa. Ne ha appena dato conferma, nel silenzio assordante e imbarazzante, oltre che imbarazzato, di ciò che ancora rimane -cioè parecchio- della sinistra di allora ammantatasi all’alba della seconda Repubblica nei panni dichiaratamente progressisti.

         I progressisti, appunto, ai quali fu iscritto d’ufficio nel 2020 il grillino Giuseppe Conte diventandone addirittura il “punto più avanzato” per dichiarazioni e interviste intrecciatedel segretario del Pd Nicola Zingaretti e del suo “filosofo” di riferimento Goffredo Bettini; i progressisti, dicevo, vogliono adesso andare non avanti ma indietro rispetto alla riforma costituzionale del 2001. E, rovesciandosi addosso secchiate di liquame politico, dipingono la Repubblica delle regioni da loro stessi disegnata 23 anni fa come destinata alla disgregazione, affondata nel disordine e via infernando. Da Inferno, per quanto Papa Francesco ottimisticamente lo immagini da qualche tempo sgomberato.

Enrico Berlinguer

         Non è la prima volta, a dire la verità, che i progressisti italiani hanno il passo del gambero Già nella prima, ormai lontana prima Repubblica ghigliottinata dalla magistratura ribaltando i rapporti con la politica fissati dai costituenti, i progressisti alla Berlinguer, tanto celebrato in questi giorni, scambiarono la Costituzione per un fortino assediato da Bettino Craxi con i suoi progetti di riforma istituzionale. E pure Craxi entrò nel girone dei reazionari, come prima di lui un vecchio campione dell’antifascismo e dell’antifranchismo quale il repubblicano Randolfo Pacciardi.  Che aveva osato raccogliere e rilanciare quelle tracce di presidenzialismo già affiorate nelle discussioni all’Assemblea Costituente. Il povero Pacciardi ne morì quasi di crepacuore, contestato per primo dal leader della sua parte o area politica Ugo La Malfa.

         Neppure la Malfa -pace all’anima sua- scherzava nella guerra al dizionario. Anzi, al buon senso.  Ricordo lo sgomento che mi procurò personalmente nel 1973, rimediando un mezzo insulto quando osai contestaglierlo in un corridoio della Camera.

         Erano i mesi e i giorni in cui il governo della “centralità” Andreotti-Malagodi, come lo chiamava l’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani avendolo fatto realizzare dopo l’uscita dei socialisti dal centrosinistra a causa dell’elezione di Giovanni Leone al Quirinale, veniva spinto verso la crisi da Amintore Fanfani nella Dc e da La Malfa, appunto, fuori dalla Dc.

Ugo La Malfa

         Proprio La Malfa, precedendo formalmente Fanfani che stava scaricando il suo ex delfino Forlani dietro le quinte, notificò lo sfratto ad Andreotti rompendo la maggioranza sulla vertenza del cosiddetto codice postale. Che non era quello da voi giovani forse immaginato pensando ai numeri che precedono le città nella corrispondenza, ma quello allora in discussione anche per  introdurre la televisione a colori. Alla quale La Malfa, sostenuto dal Pci, era contrario per ragioni di austerità, temendo gli sperperi che gli italiani avrebbero fatto cambiando i televisori. Sullo sfondo c’erano formalmente i contrasti sul sistema francese -Secam- o tedesco – Pal- da adottare sul piano tecnico. Diavolo di un progressista, La Malfa, col suo preferito bianco e nero neppure iuventino. La Malfa e i comunisti che gli andavano dietro pur di ottenere una crisi di governo.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 giugno

Una rimozione sorprendente

         Ma che succede a facebook? Un mio articolo sulla cena recente dei vertici europei a Bruxelles in apertura della partita per i nuovi assetti dell’Unione è stato rimosso ripetutamente, ogni volta che ho cercato di condividerlo. Non andava bene il titolo ispirato al famoso dramma di Sem Benelli e al film omonimo della cena delle beffe? Incredibile.

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