Matteo Salvini fra le “note stonate” degli altri e quelle sue…

Dal Corriere della Sera

In un “colloquio” col Corriere della Sera -riduttivo rispetto ad una intervista ma pur sempre impegnativo nella doppia veste di capo della Lega e soprattutto vice presidente del Consiglio- Matteo Salvini ha lamentato “le note stonate” provenienti da Bruxelles, Londra e Parigi, tra vertici dell’Unione Europea e vertici fra paesi anche estranei all’Unione ma appartenenti al campo più largo dell’Occidente, dove però mancano fisicamente gli Stati Uniti di Donald Trump.

Parole di Salvini

“Note stonate”, ripeto, “perché in un momento in cui sono in corso negoziati per la pace”, dopo più di tre anni di guerra nell’Ucraina invasa dalla Russia di Putin, “c’è chi insiste col Piano Kallas da 40 miliardi in proiettili, chi spinge il Piano Ursula da 800 miliardi in bombe e missili, chi appoggia il Piano Macron che parla di guerra”. “Mentre il mondo lavora per la pace -ha aggiunto Salvini alludendo a Trump e Putin- ci auguriamo che qualcuno non voglia far saltare il tavolo”. “Ci auguriamo”, al plurale che per un vice presidente del Consiglio dovrebbe riguardare il governo, e non solo il suo partito, del quale fra una settimana sarà confermato congressualmente alla guida.

Dal Foglio

Il Salvini, sarcasticamente degradato dal Foglio proprio oggi da capitano a “caporale”, avverte o denuncia “note stonate” di altri non accorgendosi -o accorgendosi ma parlando lo stesso al suo modo per amplificarne la portata- che di stonato potrebbe essere avvertito il suo “colloquio” col Corriere dalla premier Giorgia Meloni, partecipe ai vertici sia di Bruxelles che di Londra e Parigi. Non parliamo poi dell’altro vice presidente del Consiglio Antonio Tajani, che tiene a precisare ogni volta che ha un microfono davanti alla bocca che la politica estera del governo è quella che esprimono la Meloni da Palazzo Chigi e lui dalla Farnesina, come ministro degli Esteri, appunto.

Le divisioni nella maggioranza praticamente confermate da Salvini nel “colloquio”, ripeto, al Corriere, pur in una formale apprezzamento della presidente del Consiglio, sono in qualche modo parallele a quelle che attraversano le opposizioni, già indebolite dall’essere divise fra loro e all’interno del maggiore dei loro partiti, che è il Pd. Ma questa circostanza, pur importante e favorevole alla maggioranza intesa nel suo complesso, mai divisasi in votazioni parlamentari di politica estera, non esime, o non dovrebbe esimere chi fa parte del governo dal dovere di non comprometterne la credibilità sul piano internazionale. Almeno così vorrebbe il buon senso, ancora una volta compromesso manzonamente, anche in citazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dal “senso comune”.

Ripreso da http://www.startmag.it

Da Gaza finalmente una buona notizia, pur a costo di tante morti e rovine

Stefano Pillitteri, che ha ereditato dal padre, l’indimenticabile Paolo, il buon senso, il coraggio e l’ironia, ha pubblicato sul suo sito la foto di una dimostrazione a Gaza, finalmente, di protesta della popolazione contro Hamas. Che ne ha fatto ostaggio, come degli ebrei prelevati nel pogrom del 7 ottobre 2023, privandola delle case, delle scuole, degli ospedali, delle strade, sotto cui hanno costruito le loro postazioni militari contro Israele.

Stefano si è chiesto giustamente se l’associazione dei partigiani e tutti gli altri campioni della Palestina rappresentata dai terroristi di Hamas, dal Giordano al mare, avranno la faccia tosta di essere coerenti fino in fondo con la loro posizione accusando i dimostranti di Gaza, fra le rovine della loro terra, di essere dei provocatori, facinorosi eccetera.

“Superficiale” ha risposto un tale, lui sì superficiale. Che non ha capito come le cose stiano forse cambiando davvero a Gaza. E dintorni, pur a costo di tanti morti e di tante distruzioni.  

Le scuse virtuali, cioè mancate, di Prodi alla giornalista maltratta

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

Ne scrivo malvolentieri per il disagio che provo occupandomi delle “scuse” attribuite da agenzie e qualche volenteroso giornale a Romano Prodi. Che, a leggerne le dichiarazioni fra virgolette, si è però solo “dispiaciuto” dell’”errore” che ha ammesso di avere impugnato una ciocca di capelli della giornalista di Rete 4 Lavinia Orefici. Dalla quale aveva ricevuto sabato scorso una domanda sgradita sulle polemiche di giornata a proposito del manifesto di Ventotene sull’Europa scritto nel 1941 dai confinati antifascisti Altiero Spinelli, Enrico Rossi ed Eugenio Colorni. Manifesto fatto stampare la settimana precedente per essere sbandierato in una manifestazione di sinistra in Piazza del Popolo. Di cui la premier Giorgia Meloni non in un’altra pazza ma nell’aula della Camera ne aveva poi ricordato alcuni passaggi per non riconoscervisi, prospettandosi un’Europa unita e libera solo a parole, dovendo passare per una sospensione della democrazia e una proprietà privata ammessa o regolata caso per caso.

 Altro che l’articolo 42 della Costituzione della Repubblica italiana sopraggiunta nel 1947, in vigore dal 1948 e ricordata, per esempio, da Pier Luigi Bersani ieri sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber per cercare di renderlo compatibile col documento di Ventotene.

Pierluigi Bersani

“La proprietà privata -dice la Costituzione italiana- è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. “Accessibile a tutti”, ripeto.

Ma torniamo a Prodi, di cui Bersani, a proposito della sua reazione televisiva alla domanda sgradita su Ventotene e dintorni, ha parlato come di “un nonno” che aveva scambiato la giornalista per una nipote, vista anche la “gestualità familiare” rivendicata dall’ex premier nel riconoscere l’”errore” senza scusarsene, ripeto, ma solo per dispiacersene.

I tre giorni o settantadue ore trascorse fra quell’eccesso “gestuale”, chiamiamolo così, e la diffusione delle immagini registrate che hanno costretto Prodi a dispiacersi, smettendo di negare di avere allungato le mani sui capelli della giornalista troppo impertinente, provocatrice, disinformata e quant’altro, dicono da sole di che pasta sia fatta anche l’informazione. Che ha impiegato così tanto per far capire e vedere la realtà dell’accaduto. E non fare più passare le proteste della giornalista Lavinia Orefici per quelle di una bugiarda o di una mitomane. Non scrivo altro perché credo che basti e avanzi.   

Paolo Cirino Pomicino spolvera o rinfresca la memoria a Romano Prodi

Da Libero

Paolo Cirino Pomicino, 86 anni da compiere a settembre, l’unico imputato di Antonio Di Pietro riuscito a strappargli, sia pure in un ospedale, la promessa di tesserne gli elogi in Chiesa una volta morto, non ha saputo resistere alla tentazione di togliersi qualche sassolino da una scarpa, o da entrambe, parlando al Foglio del suo ex collega di partito, o di area, e coetaneo Romano Prodi, 86 anni da compiere in agosto.

Geronimo

Intervistato proprio come Pomicino, e non Geronimo, il capo degli indiani Apache assunto da lui come pseudonimo negli anni del terrore giudiziario di “Mani pulite”, quando si faticava anche a firmarsi, come andare per strada o al ristorante, l’ex ministro andreottiano ha fatto un ritratto politicamente impietoso del Prodi partecipe di una certa voglia o nostalgia della Dc. Partecipe naturalmente al suo modo, anche ruvido come quando gli è capitato di insolentire una giornalista televisiva che gli aveva fatto una domanda sgradita sulle polemiche del momento. Che riguardavano il manifesto di Ventotene scritto nel 1941 da confinati antifascisti destinati ad una santificazione europeistica forse troppo generosa. Anche secondo l’opinione di Pomicino, espressa sempre sul Foglio in coincidenza con una intervista analoga di Rocco Buttiglione ad Avvenire, che ad aprire davvero il cantiere dell’unità europea siano stati ai loro tempi gli statisti Conrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schumann, in ordine rigorosamente alfabetico: tedesco il primo, italiano il secondo e francese il terzo.

Pomicino al Foglio

“Prodi, che è stato sempre democristiano, un grande democristiano particolare, oggi misura il suo fallimento”, ha detto Pomicino. Che ha spiegato: “Era partito con l’Ulivo, nome evocativo di una cristianità perseguitata, nome che giocava in rimessa. E infatti l’Ulivo è scomparso. E ha continuato con politiche che, a mio avviso, non hanno aiutato la crescita del paese, anzi. Ed eccoci qui, con i salari reali più bassi d’Europa e pochi investimenti pubblici e privati”,  ereditati da Giorgia Meloni ed altri che l’hanno preceduta dopo gli anni di Prodi, appunto.

La ragione di tanta, sostanziale depressione nella quale si è trovata l’Italia “affonda -ha detto Pomicino-anche in un atteggiamento tipico del cattolicesimo di sinistra dopo Tangentopoli”. “La cui politica di riferimento – ha spiegato e ricordato Pomicino- doveva scomparire, tanto che nel 1993 un gruppo di esponenti della sinistra democristiana si recò dall’ambasciatore americano Reginald Bartholomew a spiegare che la Dc non si sarebbe mai ricomposta. Il percorso era stato deciso: avvicinarsi agli ex comunisti, pensando di mettersi al riparo dalle Procure”: quelle della Repubblica giudiziaria che si è rivelata coriacea nella difesa degli spazi conquistati dalla magistratura a scapito della politica.

All’insaputa tuttavia dei magistrati e quant’altri interessati alla scomparsa di quella che Pomicino ha chiamato la “cultura di riferimento” della Dc di De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti, De Mita, Forlani e via navigando fra i ricordi dello scudo crociato, quella cultura ha in qualche modo resistito. O si è rifugiata in altri contenitori politici ed elettorali, direi ormai più a destra che a sinistra con i cambi generazionali intervenuti. Ed è questa la realtà che forse persino Pomicino stenterà a riconoscere del tutto, o tanto da immedesimarvisi. Come hanno fatto invece suoi amici o quasi conterranei quale Gianfranco Rotondi, di più di vent’anni meno di lui.

Pomicino e Prodi molto d’archivio

Se stenta a riconoscerlo Pomicino, figuriamoci se potrà mai ammetterlo Prodi nella grande considerazione peraltro che ha di se stesso, sino alla irascibilità delle sue reazioni a chi osa fargli domande senza inginocchiarsi al suo cospetto e chiedergli scuda del disturbo. Eppure è questa la realtà, ripeto,  con la quale anche il professore, dall’alto delle sue certezze persino accademiche è chiamato a fare i conti.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 29 marzo

Carlo Nordio batte le opposizioni alla Camera e le ammonisce

Più del risultato, scontatissimo, della votazione di sfiducia promossa alla Camera dalle opposizioni, neppure tutte, contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio – prevalso con 215 voti contro 119, una cinquantina in meno della maggioranza che sarebbe stata necessaria per bocciarlo- vale forse quella specie di massimario che il guardasigilli ha dispensato nel discorso col quale si è difeso.

Carlo Nordio alla Camera

“La spada della giustizia -ha detto- è senza impugnatura” per cui ferisce anche “chi la usa in modo improprio”: per esempio, cercando di “giurisdizionalizzare qualsiasi scontro politico”. Come quello consumatosi attorno alla vicenda del generale libico Almasri, raggiunto da un mandato di cattura della Corte penale internazionale mentre era in Italia, dopo avere girato libero per mezza Europa, liberato non dal ministro ma dalla magistratura ordinaria esaminando gli atti e rimpatriato come persona pericolosa.

Riccardo Magi alla Camera

Fra le dichiarazioni di voto contro Nordio, più che lo scontato -anch’esso- intervento della segretaria del Pd Elly Schlein, ossessionata dall’assenza di Giorgia Meloni in aula accanto al suo ministro della Giustizia, la più paradossale mi è sembrata quella del radicale Riccardo Magi. Che ha accusato Nordio, nella cui lettura egli è cresciuto politicamente, di essere ormai prigioniero del governo, e perciò irriconoscibile come garantista. Una specie di autoanalisi, perché anche di Magi si potrebbe parlare come di un garantista prigioniero del fronte delle opposizioni in cui è finito da segretario di +Europa.

Nordio non si è lasciata naturalmente scappare l’occasione per attribuire la ragione principale di tanta avversione politica contro di lui alla riforma della giustizia all’esame delle Camere sulla separazione, fra l’altro, delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e sul sorteggio per le rappresentanze delle toghe negli organismi di autogoverno della magistratura. Ed ha avvertito che il governo andrà avanti su questa strada, senza lasciarsi intimidire da scioperi, campagne referendarie esasperate e altro.  “Fate pure del vostro peggio, noi faremo del nostro meglio”, ha concluso il ministro con stile un po’ ciurcelliano, dal mitico Winston Churchill di cui egli è notoriamente esegeta.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il kit europeo della paura più espressivo del piano di riarmo

Dal Corriere della Sera

Più che kit della emergenza o della resilienza, come se lo sta intestando a Bruxelles la belga Hadja Lahbib, commissaria europea per la gestione delle crisi, con medicinali, viveri, batterie elettriche ed altro in grado di garantire tre giorni di sopravvivenza, lo chiamerei il kit della paura. Forse ancora più espressivo e diretto del piano di “riarmo” o “Prontezza 2030” intestatosi dalla presidente tedesca della Commissione europea Ursula von der Leyen. E passato in Parlamento a Strasburgo spaccando trasversalmente le rappresentanze italiane, di maggioranza e di opposizioni, doverosamente al plurale perché divise fra di loro, e persino al loro interno, nella prospettiva un po’ velleitaria, almeno sinora, di un’alternativa al centrodestra guidato da Giorgia Meloni.

In attesa della pace che Trump e Putin si sono quanto meno proposti di imporre perseguendo nuovi equilibri internazionali, dopo quelli superati definiti 80 anni fa a Yalta dai vincitori della seconda guerra mondiale, compresi i russi che ne avevano favorito l’esplosione o l’avvio accordandosi con la Germania di Hitler per spartirsi la Polonia; in attesa, dicevo, di una pace confezionata da Trump e Putin, l’Europa cerca di non essere, o di non essere solo quella dei “parassiti” avvertiti dal presidente americano, stanco -si dice- della difesa fornita loro dall’America dei suoi predecessori.

Zelensky con Trump alla Casa Bianca

La paura è una “emozione primaria, intensamente spiacevole”, dicono i dizionari della lingua italiana. Spiacevole ma non inutile, per quanto spesso cavalcata da malintenzionati che ne vorrebbero approfittare per ricavarne voti, potere e quant’altro. Non inutile, anzi necessaria per non lasciarsi sorprendere da pericoli reali, non inventati. E la Russia di Putin  è un pericolo per l’Europa, non solo per l’Ucraina, anche se Trump non l’avverte. O l’avverte con l’indifferenza che gli procura quell’oceano la cui insufficienza il presidente ucraino Zelensky ebbe il coraggio di sottolineare parlandogli alla Casa Bianca in una specie di diretta televisiva, mandando il padrone di casa su tutte le furie. Ma poi arretrando anche lui dalle sue posizioni e scommettendo, forse, in qualche errore di Putin che faccia anch’esso perdere la pazienza al presidente americano.

Se leghisti e forzisti, o viceversa, fanno rima ma solo a parole

Dal Dubbio

Anche al netto delle smentite, precisazioni e simili, quando ci sono, nel racconto delle tensioni nel condominio del centrodestra prevalgono generalmente i problemi fra la premier Giorgia Meloni e il suo vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini.

Matteo Salvini e Antonio Tajani

I problemi esistono, per carità, ed hanno un rilievo istituzionale importante perché vi è coinvolta la pur sicura di sé presidente del Consiglio. Ma mi sembrano secondari rispetto a quelli, pur meno rilevanti nell’apparenza, fra i due vice presidenti del Consiglio. Che sono il già ricordato leghista Salvini e il segretario forzista Antonio Tajani, immaginato da Emilio Giannelli nella vignetta di ieri sulla prima pagina del Corriere della Sera sulle gambe della premier alla quale chiede di “legare” un Salvini in versione animalesca che abbaia e ringhia forse ad entrambi.

Sui problemi fra la Meloni e Salvini, che si contendono addirittura un rapporto più o meno privilegiato con la Casa Bianca di Donald Trump, scommette ogni tanto la segretaria del Pd Elly Schlein sperando, in particolare, di ricavarne prima o dopo una crisi di governo. E magari anche una sua gestione “appropriata” da parte del capo dello Stato Sergio Mattarella.

Dario Franceschini

Ma, sempre nel Pd, il più esperto e consumato Dario Franceschini, chiuso nella sua officina romana all’Esquilino, mi sembra scommetta di più sull’esplosione dei rapporti fra i due vice presidenti del Consiglio direttamente, forse confortato da qualche analogia galeotta fra la situazione politica di queste settimane e quella pur tanto diversa dell’estate 1994. Quando cominciarono a scricchiolare i rapporti tra forzisti e leghisti, o più direttamente fra un Silvio Berlusconi ancora fresco, o quasi, di nomina a presidente del Consiglio, e un Umberto Bossi in canottiera, pigiama e altro già insofferente dell’alleanza che aveva stretto col Cavaliere per vincere le elezioni anticipate.

Franceschini, in particolare, fra le varie interviste rilasciate da quando ha rinunciato a sostenere l’intesa pre-elettorale del Nazareno con Giuseppe Conte, ha mostrato di confidare che prima o poi Antonio Tajani si accorga di quel biglietto della lotteria che avrebbe in tasca e gli permetterebbe già in questa legislatura, o nella prossima, di essere l’arbitro di qualsiasi governo, accordandosi col Pd piuttosto che con la Meloni e Salvini.

“La carne è debole”, diceva il mio amico Giulio Andreotti quando scherzavamo sulla politica “dei due forni” che avversari ma anche amici, piuttosto compiaciuti, gli attribuivano per consentire allo scudo crociato di non dipendere solo dal Psi o dal Pci nella formazione delle maggioranze e dei relativi governi, che peraltro con l’appoggio dei comunisti riuscivano ad essere monocolori democristiani.

Umberto Bossi e Silvio Berlusconi

Forse Franceschini sarà rimasto troppo democristiano, ma la sua scommessa sulla pazienza esauribile di Tajani, peraltro tallonato da figli ed eredi di Silvio Berlusconi ogni tanto tentati dalla politica, si basa forse sul ricordo proprio dei rapporti, già accennati, fra lo stesso Berlusconi e Bossi. Che ad un certo punto, nell’autunno del 1994, allertato anche da Oscar Luigi Scalfaro che lo riceveva al Quirinale, si accorse che il presidente del Consiglio si difendeva dalle sue incursioni su nomine, riforma delle pensioni e altro facendo opera di persuasione e simili fra i parlamentari leghisti timorosi di una crisi e di rovinose elezioni anticipate, compreso il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Roberto Maroni.

Silvio Berlusconi e Umberto Bossi

Fu anche o soprattutto per interrompere quella che gli sembrava una tresca che Bossi, rassicurato da uno Scalfaro contrario in quel momento alle elezioni anticipate, decise di staccare la spina al governo e di provocarne la caduta.

Bossi e Berlusconi

Ora, fatte -ripeto- tutte le debite distinzioni fra il 1994 e oggi, è Tajani che ha cominciato ad aprire le porte di casa a parlamentari e amministratori leghisti poco convinti della concorrenza del loro capitano alla Meloni sul versante elettorale di destra.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Il solito strattonamento mediatico e politico di Mattarella

A chi ha davvero voluto riferirsi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlando -a 68 anni di distanza dai trattati europei, firmati a Roma esattamente il 25 marzo 1957- di “alcuni statisti lungimiranti e coraggiosi” che avvertirono la necessità di “capovolgere il modo di rappresentarsi tra i paesi europei”?

Marzio Breda sul Corriere della Sera

Marzio Breda, il quirinalista del Corriere della Sera maggiormente di casa sul colle più alto di Roma, ha scritto di “un cenno che allude a De Gasperi, Schuman e Adenauer, ma anche a quanti altri un po’ dovunque coltivarono quell’utopia, come a Ventotene, che il presidente non nomina per non farsi inghiottire dai recenti battibecchi politici”. Che comprendono purtroppo anche la vivace, a dir poco, reazione di Romano Prodi alla domanda di una giornalista televisiva proprio sul contributo giunto da Ventotene all’unità europea col noto manifesto di Altiero Spinelli, Enrico Rossi ed Eugenio Colorni. Nel quale la Meloni non si è riconosciuta, parlandone alla Camera, nella parte che prevedeva sul percorso dell’unità una sospensione della democrazia in nome della rivoluzione e un riconoscimento del diritto di proprietà caso per caso.

Romano Prodi furioso

Prodi -si sa ormai anche col supporto registrato e trasmesso da Rete 4, per la quale lavora la giornalista incorsa nel suo malumore-  è arrivato a prendere fra le mani una ciocca dei capelli della interlocutrice, senza spingersi -ha poi scherzato cercando di minimizzare le proteste- a “struparla”. La premier è riuscita invece a irritare le opposizioni di sinistra sino fare sospendere la seduta dal presidente della Camera.

Da Domani

Non si può dire che sia stato molto avvertito o apprezzato il proposito attribuito al Capo dello Stato da Breda sul Corriere di “non farsi inghiottire- ripeto- dai recenti battibecchi politici”. Mentre la Repubblica di carta, per esempio, ha prudentemente titolato su “l’elogio di Mattarella ai fondatori dell’Europa”, il giornale che ne ha preso il posto nel cuore e nelle tasche di Carlo De Benedetti, Domani, ha voluto interpretare Mattarella titolando, sia pure con evidenza minore del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, sul Colle che “corregge Meloni”. E presupponendo quindi che il presidente della Repubblica abbia voluto smentire la premier includendo Spinelli ed amici o compagni -dell’altro ieri, di ieri e di oggi,-fra “gli statisti coraggiosi” ai quali si deve il pur lungo, accidentato e non ancora concluso processo d’integrazione europea.

Il tavolo dei trattati europei a Roma nel 1957

Se poi all’inizio di questo processo, o percorso, la sinistra oggi insorta contro le critiche della Meloni, come hanno ricordato Rocco Buttiglione in una intervista ad Avvenire e Paolo Cirino Pomicino scrivendone sul Foglio, preferì opporsi in Parlamento, pazienza. Nel senso che lo si può pure ignorare. Anzi, si deve ignorarlo per non guastare giochi e giochetti, mosse e sgambetti, della politica tutta tatticista di oggi, per quanto l’Europa rischi l’isolamento, o peggio, nella ricerca in corso di nuovi equilibri internazionali.

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Il ritorno di Virginia Raggi all’ovile di Giuseppe Conte

Dal Fatto Quotidiano

Anche Virginia Raggi, metaforicamente e nel suo piccolo, è tornata a casa, sotto il tetto di Giuseppe Conte di cui è sembrata ad un certo punto volesse o potesse diventare l’antagonista per vendicare Beppe Grillo. Di cui “è un grande peccato” -ha ribadito in una intervista al Fatto Quotidiano- la defenestrazione. Ma -ha riconosciuto l’ex sindaca di Roma- “i sondaggi dicono che siamo in salute”, non nel furgone mortuario esibito dal fondatore, al volante, nel pieno dello scontro con Conte.

“Grazie alla Costituente” voluta dall’ex presidente del Consiglio e ora presidente solo di ciò che è rimasto elettoralmente delle 5 Stelle, “siano tornati -ha detto al plurale la Raggi- a confrontarci su argomenti concreti, che riguardano le persone e i nostri valori”: dalle bollette della luce alla pace a qualsiasi costo in Ucraina e ovunque si combatta ancora. Il Conte pacifista piace insomma un sacco all’ex sindaca della Capitale, che gli ha perdonato anche i passi compiuti da presidente del Consiglio sula strada dell’aumento progressivo delle spese militari, prima ancora che ne maturasse il bisogno a livello europeo col piano di riarmo – o “Prontezza 2030”- contro cui i parlamentari delle 5 Stelle hanno votato a Strasburgo. Mentre quelli del Pd di Elly Schlein si sono divisi fra dieci favorevoli e undici obbedienti all’astensione critica ordinata dalla segretaria del partito. E considerata dalla Raggi, come da Conte, una quasi miserevole fuga.

Virginia Raggi d’archivio in Campidoglio

“Come sono i rapporti tra Lei e Conte?”, le ha chiesto pleonasticamente l’intervistatore del Fatto, dove l’ex premier continua ad essere considerato il migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia dopo Camillo Benso conte (al minuscolo) di Cavour. “Buoni, glielo assicuro”, ha risposto la Raggi pur continuando a ritemere Alessandro Di Battista quello che forse Conte non considera più: “un valore aggiunto”, da recuperare perché “per portare avanti le nostre idee servono i migliori”. “E lui è tra questi”, ha insistito l’ex sindaca. Alla quale le sarà forse venuto da piangere come da esordiente, a suo tempo, sul balcone del suo ufficio in Campidoglio, con la fascia tricolore addosso, fresca di insediamento a sindaca.  O sindaco, al maschile neutro .

Buttiglione controcorrente, come al solito, sfida Prodi a distanza

Da Libero

Rocco Buttiglione, il filosofo di cultura e religione cattolica prestatosi per un po’ alla politica negli anni della transizione fra la prima e la seconda Repubblica, senza mai barattare o nascondere le sue convinzioni per mantenere un posto, non ha perso il gusto di andare controcorrente. Come fece parlando dell’omosessualità agli esaminatori del Parlamento di Strasburgo e rimediando la bocciatura come commissario designato da uno dei governi Berlusconi. 

Berlusconi e Buttiglione d’archivio

Intervistato da Avvenire per parlare, fra l’altro, del rischio dell’irrilevanza che l’Europa corre nella tenaglia di una difficilissima congiuntura internazionale, Buttiglione  ha forse sorpreso anche alcuni dei vescovi italiani editori del giornale affidandosi alla premier Giorgia Meloni. “Chi può battere un colpo?”, gli ha chiesto Arturo Celletti a proposito della “scossa” necessaria perché l’Europa non sia “tagliata fuori” da un gioco a tre fra America, Russia e Cina per ridisegnare confini e influenze  dopo gli accordi conclusivi della seconda guerra mondiale, raggiunti a Yalta nel 1945, ottant’ani fa. E lui, pronto: “La voglio sorprendere: dico Giorgia Meloni. Oggi è il leader più forte che c’è in Europa”. Leader al maschile come notoriamente  preferisce  la Meloni  intestando le lettere e firmandosi come presidente del Consiglio. “Macron in Francia – ha spiegato Buttiglione- è debolissimo: resiste solo perché i suoi avversari sono divisi. Sanchez in Spagna ha una popolarità in caduta libera. La Germania non ha un governo. E Merz per ora è solo una bella speranza…Meloni ha un’occasione unica, irripetibile”.

Giorgia Meloni alla Camera

“Ma purtroppo oscilla, purtroppo esita”, ha tuttavia aggiunto Buttiglione. Che però non l’ha insultata come Romano Prodi, che la vede e indica ogni volta che ne parla come una versione femminile e irrimediabile dell’”Arlecchino servo dei due padroni”. Al contrario, memore del voto favorevole fatto dare suoi fratelli d’Italia al Parlamento di Strasburgo al piano di riarmo europeo, Buttiglione ha incitato positivamente la Meloni a “dire con forza e con nettezza che per la difesa europea serve un debito comune. Ridia all’Italia -ha aggiunto- un ruolo da protagonista. Lavori a un grande trattato per mandare al macero tutte le armi nucleari”. E non solo quelle detenute in Europa, al di qua e al di là della Manica, dalla Francia e dalla Gran Bretagna.

Non credo che di fronte a questa scommessa o incitazione alla Meloni l’antimeloniano a prescindere Romano Prodi possa improvvisare contro Buttiglione una replica della sceneggiata dell’altro ieri contro una giornalista che gli aveva fatto una domanda scomoda.

Rocco Buttiglione ad Avvenire

A proposito di questa sceneggiata, accesa dalle polemiche sul manifesto europeo di Ventotene scritto nel 1941 dai confinati antifascisti disposti a barattare l’unità continentale con la sospensione della democrazia e una limitazione indefinita della proprietà privata, sentite che cosa Buttiglione ha risposto ad una analoga, o quasi, domanda dell’intervistatore di Avvenire: “L’Europa non nasce da Ventotene e da Spinelli. Nasce da Schuman, da De Gasperi, da Adenauer. La sinistra guardava con diffidenza l’Europa. I cattolici costruirono le basi di un grande Progetto che oggi rischia di morire”. Non ha avuto quindi torto la premier italiana a non riconoscersi- peraltro in Parlamento, non in un comiziaccio elettorale- nelle parole certamente datate ma sicure di Spinelli, Rossi e Colorni.

Per fortuna Buttiglione è un uomo e non ha ciocche di capelli sulle spalle che Prodi possa toccare in un eccesso di reazione mimica che ha avvertito, lamentandosene, la giornalista di Rete 4 incorsa l’altro ieri nel cattivo umore dell’ex premier, ex presidente della Commissione europea, ex professore e via spulciando la sua biografia. Peraltro Prodi avrebbe anche qualche problema fisico a raggiungere le spalle del suo ormai lontano ex collega di partito o di area. Gli si dovrebbe arrampicare addosso.

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