Il paradosso delle tentazioni eversive contro la stabilità politica

Da Libero

Protetti anche da una magistratura -la solita, direi-che fa loro sconti ogni volta che può, assolvendoli per esempio dal reato di associazione a delinquere quando vi incappano nei processi- i malintenzionati della sovversione permanente effettiva fanno sempre più i loro comodi in Italia. Essi attentano a cantieri, università, concessionarie d’auto e simili, per non parlare delle piazze nelle quali riescono a infilarsi, in nome magari del pacifismo, per mettere a ferro e fuoco ciò che non gradiscono o che cerca di resistere alla loro furia.

Anarchici, si dice con una certa genericità e persino romanticismo. Terroristi, piuttosto, che non a caso finiscono nei fascicoli, nelle indagini e nelle ricostruzioni di inquirenti e forze dell’ordine che si occupano appunto di antiterrorismo.

Matteo Salvini

Sfido lor signori delle opposizioni, sempre pronti ad accusare di mitomania gli allarmati o soltanto preoccupati, ad accusare il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini di avere sconfinato nella politica estera, europea e dintorni quando ha gridato. Non più tardi ieri inseguendo la cronaca, contro “la vergogna che 300 donne e uomini in divisa debbano presidiare militarmente un cantiere ferroviario” a Torino, per proteggerli da “delinquenti” lasciando sguarniti in quella stessa città “quartieri popolari in termini di sicurezza”.

Lor signori delle opposizioni preferiscono piuttosto prendersela con e per le forze dell’ordine sottratte al territorio nazionale perché dislocate nei centri allestiti in Albania, fra l’interesse di tanti paesi d’Europa e oltre, appena sperimentato in un summit dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, per fronteggiare e disincentivare l’immigrazione clandestina. E i trafficanti di vite umane che vi prosperano sopra e attorno.

C’è un’aria in giro che non mi piace in questa Italia insolitamente stabile sul piano politico. E che forse anche o proprio per questo è entrata nel mirino non dico di un nuovo brigatismo armato -di quelli che la mia generazione ha vissuto sulla propria pelle negli anni cosiddetti di piombo, quando non si poteva uscire da casa tranquilli né affacciarsi a un ristorante, e bisognava affidarsi per certi mestieri o professioni a scorte pubbliche e private-  ma di una certa insofferenza per la normalità, di un certo avventurismo sociale che di solito anticipa il terrorismo, appunto. Ne rimasero vittime negli anni Settanta anche politici della proverbiale mitezza come Aldo Moro, come disse inutilmente di lui il Papa Paolo VI inginocchiandosi metaforicamente davanti alle brigate rosse che lo tenevano prigioniero e chiedendo di liberalo, inascoltato -gridò poi il Pontefice- in Chiesa- persino da Dio. E in qualche modo morendone anche lui dopo poco.

Giorgia Meloni

L’Italia politicamente stabile che dà tanto fastidio ai malintenzionati dei bastoni e delle penne, anche quelle che il mio amico Enrico Mentana chiamerebbe “internettiane”, è l’Italia del centrodestra. E, più in particolare, della premier Giorgia Meloni, che si è messa in testa -pensate un po’, benedetta donna- di governare per tutta la legislatura, e non solo per un terzo o una metà appena raggiunta collocandosi nei piani alti della graduatoria di durata delle compagini ministeriali. Una donna che si permette di pensare anche, come le è stato appena attribuito da cronache e retroscena politici, che potrebbe pure accettare una sfida di elezioni anticipate perché sicura di uscirne col 35 per cento dei voti contro il 5 di quelli che dovessero riuscire a realizzare il sogno di una crisi. Una crisi, per giunta, nel pieno di una congiuntura internazionale fra le più complesse e imprevedibili della storia della Repubblica. quando sono in gioco gli equilibri concordati 80 anni a Jalta, a conclusione della seconda guerra mondiale.

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La grazia improbabile dell’Eliseo a madame Marine Le Pen

Dal Dubbio

E se Emmanuel Macron, a soli 47 anni già al suo secondo e non ripetibile  mandato alla Presidenza della Repubblica, in scadenza a maggio del 2027, in un moto di galanteria politica e umana, ma anche astuzia, decidesse di usare l’articolo 17 della Costituzione francese per concedere la grazia alla sua avversaria di sempre Marine Le Pen, rimettendo la leader della destra in corsa per l’Eliseo? Dalla quale la magistratura l’ha appena esclusa condannandola a 4 anni per frode. Di cui l’imputata era stata accusata per avere praticamente fatto pagare dal Parlamento europeo dipendenti impegnati invece nel suo partito.  Cosa peraltro che sospetto -augurandomi naturalmente per primo di sbagliare- che non sia accaduto e non accada solo a madame Le Pen.

Marine Le Pen

Una tentazione del genere di quella che sto immaginando scrivendo di  Macron fu proposta dietro le quinte, ma non troppo, all’allora presidente della Repubblica in Italia Giorgio Napolitano da Gianni Letta nei riguardi di Silvio Berlusconi, condannato per frode fiscale nel 2013, e poi fatto decadere dal Senato con votazione addirittura palese nell’aula di Palazzo Madama. Quella era una condanna definitiva, come potrebbe diventare anche a madame Le Pen se disponesse ai suoi avvocati di non ricorrere in appello, come è stato invece annunciato. Una rinuncia potrebbe all’appello potrebbe peraltro spianare la strada anche emotivamente a un intervento dell’Eliseo.

Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi

Napolitano, a un cui appello ad una specie di solidarietà nazionale Berlusconi aveva risposto facendo partecipare il suo partito al governo delle larghe intese di Enrico Letta, fallito il tentativo di Pier Luigi Bersani di formane uno di “minoranza e combattimento”, appeso agli umori dei grillini debordati nelle elezioni di quell’anno; Napolitano, dicevo, pose come condizione per la grazia la richiesta ufficiale di Berlusconi e il suo sostanziale ritiro spontaneo dalla politica. Non se ne fece naturalmente nulla. Berlusconi scontò i suoi cosiddetti servizi sociali, tornò ad essere eletto al Senato e partecipò persino, al suo modo, cioè tra smentite e conferme, riunioni e incontri. Messaggi più o meno cifrati, ad un’altra edizione della corsa al Quirinale, alla scadenza del primo mondato di Sergio Mattarella. Cronaca, anzi storia della politica italiana di questo secolo, non del secolo scorso.

Dal Corriere della Sera di ieri

So che è improbabile una grazia di Macron a madame Le Pen, come fu impossibile quella di Napolitano a Berlusconi dodici anni fa. Eppure ci vorrebbe un segnale di inversione di tendenza, chiamiamola così, di fronte ad una crisi dei rapporti fra politica e giustizia che è ormai diventata un fenomeno senza frontiere, non so francamente se a discapito più della politica o della giustizia, perché anche quest’ultima ha da rimettere credibilità ed altro in un conflitto ormai globale. Un’altra guerra nelle guerre, senza pace e senza tregue, neppure a parole.

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Non è un pesce d’aprile il braccialetto elettronico al polso, o piede, di Marine Le Pen

Da Repubblica

Il braccialetto elettronico, non quello d’oro o di perle, al polso o al piede di Marine Le Pen non è un pesce d’aprile. E’ una notizia giudiziaria, arrivata una volta tanto non dall’Italia, dove abbiamo seri problemi, diciamo così, di rapporti fra la politica e la giustizia, o viceversa, ma dalla Francia. Dove -ha annunciato con un certo compiacimento la nostra Repubblica di carta-per la leader della destra è “arrivata la fine della corsa”: almeno quella fra due anni all’Eliseo. La ineleggibilità comminatale dal tribunale di Parigi nel contesto di una condanna a quattro anni per frode, avendo fatto mettere a carico del Parlamento europeo personale al servizio invece del suo partito in Francia, mette in effetti fuori “corsa” la candidata della destra all’Eliseo

Dall’Unità

“Le Pen fuori dai giochi”, ha titolato in rosso Piero Sansonetti sull’Unità aggiungendo in nero: “anche la Francia in mano ai giudici”. Come in Italia, ripeto. Ma pure negli Stati Uniti secondo il presidente Donald Trump, che pure è riuscito a tornare alla Casa Bianca nonostante l’attenzione, diciamo così, riservata ai suoi affari di ogni tipo, da quelli finanziari a quelli sessuali, dalla magistratura americana.

Abbiamo un po’ di globalizzazione giudiziaria, dopo o visto che quella economica non è andata molto bene.

Dal Messaggero

Scherzi a parte all’ombra del 1° aprile, in Francia abbiamo potuto comunque vedere e sentire, fra notiziari stampati e trasmessi, lo “stupore” del presidente del Consiglio in carica per la condanna di Marine Le Pen senza che si levassero proteste e simili contro di lui. Come invece temo che possa accadere alla premier italiana Giorgia Meloni per avere osservato che “nessuno può gioire” della condanna della leader della destra francese. Non parliamo poi del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che più e prima ancora della Meloni ha confermato la sua preferenza per politici battuti nelle elezioni, non in tribunale.

Peraltro ho personalmente il sospetto che nel Parlamento europeo non siano stati pagati o lo siano tuttora  solo francesi che si occupano dei loro partiti in patria ma anche altri, di nazionalità diversa. I magistrati italiani non sono ancora arrivati, spontaneamente o su denuncia, ad occuparsene. Potrebbero a questo punto esserne tentati.

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In gita sull’ambulanza della sinistra chiamata Partito Democratico

Da Libero

Non per sparare sulla Croce Rossa, come si usa dire, visto che il Pd è ormai come un’ambulanza di quella che fu la sinistra a vocazione o presunzione riformista, ma trovo imperdibile quello che ha raccontato o fatto capire del Nazareno in una intervista al Foglio il presidente del Copasir ed ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Che Matteo Renzi, ai suoi tempi, aveva arruolato d’ufficio tra i forlaniani, chiamandolo amichevolmente Arnaldo, ma in realtà nella Dc era stato andreottiano. E non si offenderebbe se qualcuno lo chiamasse Giulio.

Guerini, in un ufficio dove a suo tempo lavorò il tribunale dell’Inquisizione, ha così raccontato il voto recentemente espresso da solo alla Camera, pur dai banchi del Pd, a favore della mozione di Azione e +Europa per il cosiddetto riarmo europeo: “Se fossimo stati in diversi a votare sarebbe stato un problema”. Insomma egli ha votato con “deroga”, giustamente prospettata nella domanda dall’intervistatore, purché fosse solo, convincendo quindi gli amici, e le amiche, a starsene buoni. Cioè a non imitare i dieci eurodeputati su undici del Pd, compreso il presidente del partito Stefano Bonaccini, che precedentemente avevano votato a Strasburgo, sempre per il riarmo, rifiutando l’astensione critica ordinata da Roma personalmente dalla Schlein. E praticata da undici risultati in maggioranza, sia pure strettissima, nella delegazione grazie alla generosità raccontata da Lucia Annunziata. Che avrebbe voluto votare anche lei a favore rinunciandovi per non fare risultare in minoranza la posizione della segretaria. Alla quale pur deve, nonostante le tante preferenze raccolte sul piano personale, per carità, l’iscrizione come indipendente nelle liste del Pd, e quindi la sua elezione all’Europarlamento.

La segretaria del Pd Elly Schlein

Dobbiamo a Lorenzo Arnaldo Giulio Guerini anche il racconto, o la confessione, della cadenza almeno settimanale dei suoi confronti-non so se telefonici o anche fisici chissà dove, al riparo dalla curiosità altrui- con la Schlein. Che ha prestato sempre “attenzione” -ha avuto l’impressione Guerini- alle informazioni e alle opinioni che il suo collega -ancora- di partito le forniva di volta in volta per una certa, maggiore esperienza e dimestichezza con i problemi della politica estera, di difesa e di sicurezza. Guerini, d’altronde, proprio per le sue competenze è l’esponente obbligatoriamente d’opposizione al quale è stata conferita sin dall’inizio della legislatura la presidenza del “Comitato parlamentare -si chiama così- per la sicurezza della Repubblica”. Cui neppure i servizi segreti potrebbero o dovrebbero nascondere nulla.

Guerini, ripeto, ha ricavato la sensazione, quanto meno, dell’”attenzione” riservatagli dalla segretaria del partito. Che però non sembra essere bastata all’interessata per lasciarsi convincere a correggere, quanto meno, una linea la cui mancanza, contraddittorietà e quant’altro ha fatto avvertire all’ex senatore, ex capogruppo, ex tesoriere e tuttora tra i fondatori del partito Luigi Zanda la necessità di un congresso anticipato e straordinario. Al quale per statuto la segretaria dovrebbe arrivare dimissionaria, anzi sostituita con un segretario di cosiddetta garanzia.

Il compianto Giulio Andreotti

Probabilmente non se ne farà nulla e si deciderà fra due anni se fare il congresso, con tutte le sue regole e liturgie, alla scadenza ordinaria o persino posticipata, per lasciare alla segretaria la responsabilità del risultato sempre più incerto, a questo punto, delle elezioni politiche del 2027. Ma, volente o nolente, arroccata o no al Nazareno, per la Schlein e i suoi sostenitori, ma anche avversari, sarà nel Pd congresso continuo. Di quelli che di solito logorano, anche se il buon Andreotti era convinto -con la pratica fattasi guidando sette governi e non ricordo più esattamente quanti Ministeri, oltre alla Difesa e agli Esteri, i più noti- che il potere logora chi non lo ha. Alla fine, del resto, logorò anche lui, pur protetto dal laticlavio conferitogli da Francesco Cossiga.

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Scene di vita al Nazareno e dintorni raccontate da Lorenzo Guerini…

Dal Foglio

Scene di vita al Nazareno e dintorni, compresa la Camera, raccontate al Foglio in una lunga intervista dall’ex ministro della Difesa e ora presidente del Copasir Lorenzo Guerini, intitolata “Riarmare la sinistra”.  E non solo l’Europa, direi. Un titolo largamente autosufficiente, non proprio collimante con la linea adottata da Elly Schlein, la segretaria del Pd dove Guerini, sempre nell’intervista, si dichiara “in minoranza”.

Guerini al Foglio

Ne parla “spesso” con Elly Schlein?, ha chiesto l’intervistatore Simone Canettieri. “Certo, mi confronto con frequenza con lei. Almeno una volta a settimana. Anche per dirle, a volte, che non sono d’accordo. E trovo sempre un ascolto attento”, Per quanto infruttuoso, considerando la posizione che la segretaria del Pd continua a tenere sulla politica estera in questa straordinaria congiuntura internazionale.

Guerini sempre al Foglio

“Alla Camera -ha chiesto l’intervistatore ricordando un recente passaggio parlamentare- Lei è stato l’unico a votare la mozione di Azione e +Europa a sostegno del piano di von der Leyen: ha avuto una deroga in quanto dissidente con la linea Schlein?”. Una mozione, quella di Azione, che deve avere avuto un ruolo nella decisione della premier di intervenire al congresso del movimento di Carlo Calenda. “Se fossimo stati in diversi a votare a quella mozione sarebbe stato un problema”, ha risposto Guerini. Di cui pertanto -facendo peccato a pensar male ma indovinando, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, peraltro capocorrente di Guerini negli anni della Dc- si può supporre che abbia concordato con la Schlein il suo voto di dissenso da lei, purché solitario. Almeno in apparenza.

Dalla mia…postazione di lettura è tutto. E buona giornata.

Chi riesce a mettere la testa sotto la sabbia di Gaza

Dopo un giorno di riflessione, essendo stato tentato di non farlo per carità professionale, mi permetto di segnalare una foto della pagina 16 -ripeto, sedici- del Corriere della Sera di ieri sulla drammatica situazione di Gaza. Dove la disperazione ha rotto gli argini anche politici e restituito alla popolazione civile il coraggio di dimostrare fra le rovine delle loro case, delle loro scuole, dei loro ospedali, delle loro strade contro i terroristi di Hamas che  ancora vi governano

Dal Corriere della Sera

Più ancora della foto, tuttavia, vorrei segnalare la didascalia del Corriere. Che dice, testualmente: Decine di palestinesi sono scesi in strada martedì per manifestare contro Hamas e chiedere la pace. Circa 100 residenti hanno manifestato a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza settentrionale: alcuni portavano cartelli con la scritta “Stop alla guerra” e “I bambini in Palestina vogliono vivere”. Nel campo profughi di Jaballa, un’altra manifestazione, con decine di dimostranti che hanno scandito slogan come “Vogliamo mangiare”.

Una manifestazione a Milano per la Palestina di Hamas

Vi sembrano davvero “decine” o “circa 100”, come dice la didascalia -ripeto- del Corriere della Sera, i dimostranti ripresi contro Hamas? O non decine di migliaia, almeno? E perché tanta renitenza a raccontare le cose, anche a costo di tirarsi la zappa sui piedi per l’evidenza che hanno le immagini? Paura o rispetto di Hamas e di tutte le consorterie, chiamiamole così, sulle quali può contare anche in Italia, nelle sue piazze e purtroppo anche nei suoi giornali, quell’organizzazione terroristica che ha fatto di tutti gli sventurati abitanti di Gaza ostaggi, come degli ebrei catturati nel pogrom del 7 ottobre 2023. Che Hamas nasconde, vivi o morti, per trattare tregue e scambi di detenuti e prigionieri con Israele? Vallo a sapere. Quella didascalia è un po’ come la testa messa sotto la sabbia, che peraltro a Gaza è stata anch’essa sommersa dalle rovine e dalla morte.

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Affondo della Meloni alla Schlein sull’Europa hippy e disarmata

Dal Corriere della Sera

Non so se l’agenda le permetterà di correre sabato prossimo anche al congresso della Lega a Firenze, dove penso che l’alleato e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini l’avrà invitata, ma so che ieri Giorgia Meloni ha voluto accorrere al congresso di Azione, su invito di Carlo Calenda. E so, essendosi visto chiaramente dalle riprese televisive e dai resoconti giornalistici, che si è trovata un po’ come  a casa sua. Direi, maliziosamente, più di quanto porrebbe forse sentirsi il 5 aprile al congresso leghista, viste tutte le occasioni che Salvini non si lascia scappare per distinguersi, a dir poco, dalla pur amica e – ripeto- alleata premier.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno

“Giorgia d’Azione”, ha titolato con ironia compiaciuta la pugliese Gazzetta del Mezzogiorno. Di un’”azione” tale da avere superato Calenda, pur estraneo alla maggioranza di centrodestra, nel contrasto al Pd di Ella Schlein sul versante della politica estera, sempre più di attualità fra guerre che continuano e tregue che non reggono. L’Europa che la Meloni ha attribuito alle idee e alla linea della Schlein è una “comunità di hippy demilitarizzata”, che affida la sua sicurezza alla generosità della limitrofa, armatissima Russia di Putin. Che potrebbe avere fatto in questi tre anni di guerra in Ucraina le esercitazioni per altre, più invasive “operazioni speciali”, come le chiamano al Cremlino.

Elly Schlein d’archivio

Non mancano d’altronde nell’archivio fotografico della segretaria del Pd immagini di festose partecipazioni a gay pride, e non solo a raduni più politici come quello del 15 marzo scorso a Piazza del Popolo, a Roma, tra sventolii di bandiere arcobaleno ed europee,  e di manifesti di Ventotene dove si può ancora leggere il testo abbastanza datato, del 1941, di un’Europa auspicabilmente unita con la forza, a democrazia sospesa, e con la proprietà privata permessa di volta in volta. Altro che “accessibile a tutti”, come scrive l’articolo 42 della Costituzione della Repubblica italiana imprudentemente citata da +esponenti del Pd, fra i quali l’ex segretario Pier Luigi Bersani, per sostenere che in fondo quel manifesto lo aveva anticipato.  

DalFatto Quotidiano

         Per niente compiaciuta è stata invece la “Giorgia d’Azione” sottintesa al titolo del Fatto Quotidiano, che ha proposta una  Meloni che “benedice il Partito delle Armi”, tutto radunatosi fra partecipanti e ospiti del congresso di Calenda. Un partito che starebbe nascendo, o crescendo, tra vertici a Bruxelles, Londra e Parigi, tutti frequentati dalla premier italiana comunque convinta che, per quanto armata, anzi “riarmata” nel titolo di un piano intestatosi dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, l’Europa non possa e non debba fare a meno dell’alleanza con gli Stati Uniti, anche quella di Donald Trump, occidentale in senso lato. Una presidente, la tedesca von der Leyen, che ha appena apprezzato pubblicamente i rapporti in qualche modo privilegiati fra la Meloni e la Casa Bianca. Apprezzamento di cui la premier ha ringraziato altrettanto pubblicamente.

La ritirata elettorale di Elly Schlein…al solito passo svelto e allegro

Da Libero

Chissà se la segretaria del Pd Elly Schlein ha trovato il tempo di dare un’occhiata all’ultimo sondaggio elettorale di Ipsos. Che risale a giovedì scorso 27 marzo, due giorni dopo il martedì nero di Romano Prodi, costretto da un video galeotto ad ammettere “l’errore”, pur non scusandosene, di avere preso per i capelli -da “nonno”, ha cercato di scherzarci sopra con le sue solite metafore Pier Luigi Bersani- una giornalista colpevolmente curiosa di conoscerne l’opinione sul cosiddetto manifesto di Ventotene. Quello sventolato in Piazza del Popolo, a Roma, di una fattura e storia così controversa da essere stato parzialmente disconosciuto a suo tempo dal più famoso dei suoi estensori, Altiero Spinelli, per eccesso di europeismo, diciamo così. Egli  aveva auspicato, previsto e quant’altro l’Europa unita fra sospensione della democrazia e forti limitazioni, a dir poco, al diritto di proprietà privata.

Giuseppe Conte in recupero

Giovedì scorso -tornando al sondaggio di Ipsos– il Pd entusiasticamente portato da Elly Schlein nelle elezioni europee del 2024 al 24,1 per cento dei voti era sceso di più di due punti e mezzo, al 21,5. Sempre sotto la guida della Schlein, forse distrattasi nell’inseguimento a sinistra di Giuseppe Conte. Che proprio grazie a questo inseguimento, che lo ha reso e lo rende visibile più come concorrente che come alleato potenziale, e renitente del Pd, è potuto salire nello stesso periodo di 3,8 punti: dal 10 al 13,8 per cento. Roba da avere mandato forse di traverso il caffè anche a Beppe Grillo, che litigando col presidente del MoVimento 5 Stelle ne aveva l’anno scorso abbozzato il funerale al volante di un carro rigorosamente meccanico e di lusso. E pensare che proprio Grillo aveva voluto fondare il suo movimento il giorno di San Francesco. Di francescano gli è rimasta solo la data anagrafica.  

Lo stato di crisi del Pd, dietro l’allegria e il passo svelto della sua segretaria, è diventato così evidente che di recente l’ex senatore Luigi Zanda, tra i fondatori del partito, ne ha proposto un congresso anticipato e straordinario. Straordinaria come la congiuntura internazionale inimmaginabile al momento dell’elezione della Schlein.

Fra i destinatari della proposta di Zanda il principale sembrava essere il senatore, ex ministro ed anche ex segretario del Pd Dario Franceschini. Che fu tra gli sponsorizzatori della Schlein, pur eletta nei gazebo delle primarie, contro Stefano Bonaccini preferito dagli iscritti, coi voti degli “esterni”, in gran parte interni alle 5 Stelle. Ma anche Franceschini, benedett’uomo, ha preferito esporsi ultimamente con la proposta, a dir poco stravagante, del matronimico di Stato. Che significa l’attribuzione di ufficio del cognome della madre al figlio: una riforma riparatrice -ha detto sempre Franceschini- del patriarcato cui sarebbe riconducibile l’assegnazione del cognome del padre. “Ma questa è discriminazione”, è sbottata Anna Finocchiaro, piddina di origini comuniste, già ministra delle pari opportunità.

Del Pd già l’anno dopo la fondazione, mentre già maturava la crisi della prima segreteria, assegnata a Walter Veltroni, un impietoso Massimo D’Alema disse che era “un amalgama mal riuscito” di gente, anime, cose provenienti dal Pci, dalla sinistra democristiana e cespugli ambientalisti, liberali e radicali. Mai analisi si è francamente rivelata così rapida e riuscita. Lo stesso D’Alema, uscitone ai tempi di Matteo Renzi segretario e tornatovi con la Schlein, non ha voluto mai cimentarsi a raddrizzarne il corso, Ha preferito dedicarsi ad altri affari, l’ultimo dei quali è stato da lui stesso rivelato come incaricato dal presidente ucraino Zelensky di perorare fuori d’Europa, non fidandosene del tutto, la causa del suo popolo in guerra da più di tre anni con la Russia. D’Alema vi si è inutilmente prodigato prima in Brasile, da Lula personalmente, che lo ha invitato ad occuparsi piuttosto della Palestina, e poi in Cina.   

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Ursula von der Leyen vendica Meloni degli attacchi sui rapporti con Trump

Lilli Gruber ieri sera

         Puntuale come l’arrivo dell’ora legale, la presidente della Commissione dell’Unione Europea, la tedesca Ursula von der Leyen, che all’occorrenza sa farsi capire bene anche nella nostra lingua, ha vendicato la premier e ormai amica italiana Giorgia Meloni dalla rappresentazione che ne fanno gli avversari come di “un cavallo di Troja di Trump”, ha detto per esempio la segretaria del Pd Elly Schlein. Dietro alla quale è corsa, fra gli altri, Lilli Gruber nel suo salotto televisivo a la 7 titolando la puntata di ieri  sera con la domanda se la Meloni sia “vassalla di Trump”. E partecipando con gli altri ospiti  agli assalti, interruzioni e simili contro il direttore di Libero Mario Sechi. Al quale, diavolo di un sardo, non piace farsi allineare, o finire dietro la lavagna su ordine della maestra spazientita.

Ursula von der Leyen al Corriere della Sera

         “E’ un problema per l’Unione Europea l’ottino rapporto di Meloni con Trump?”, ha chiesto l’intervistatrice del Corriere della Sera e corrispondente da Bruxelles Francesca Basso. “Al contrario, penso che questo sia molto positivo”, ha risposto la presidente della Commissione. Che ha aggiunto: “Conosco Giorgia Meloni come leader forte e appassionata, con un ruolo molto importante a livello europeo. Ed è positivo che abbia un rapporto diretto. Più legami ci sono tra le due sponde dell’Atlantico, meglio è”.

Ursula von der Leuen al Corriere della Sera

         Con la Meloni, in particolare, Ursula von der Leyen condivide la necessità che l’Ucraina sia “trasformata in un porcospino d’acciaio completamente indigesto per qualsiasi tipo di invasore”.   

Ursulavon der Leyen al Corriere della Sera

         “L’obiettivo di Putin -ha detto la presidente della Commissione europea sulla guerra in corso da più di tre anni in  quella terra colpevole solo di confinare con la Russia e di avere aspirazioni europee- era conquistare Kiev in tre giorni e l’Ucraina in tre settimane. Tre anni dopo l’Ucraina è un Paese candidato ad entrare nell’Unione Europea ed è unita come non mai. L’obiettivo di Putin era quello di indebolire la Nato. Oggi la Nato conta altri due membri: Finlandia e Svezia. La resistenza dell’Ucraina e l’incrollabile sostegno internazionale dimostrano che l’aggressore non prevarrà”. E neppure Trump riuscirà forse a farlo prevalere pur con tutte le concessioni che gli ha fatto per aprire un vero negoziato di pace. Da cui non a caso ha appena escluso la provocatoria condizione posta da Mosca di mettere l’Ucraina sotto amministrazione controllata delle Nazioni Unite e trattare poi su un successore a Zelensky gradito al Cremlino. Anche Trump, vivaddio, ha una pazienza.

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Il flop del matronimico di Stato proposto da Dario Franceschini

Dal Dubbio

Il senatore Dario Franceschini, 67 anni da compiere in ottobre, il politico forse, dopo Giulio Andreotti, più prestato o a mezzadria con la letteratura, non a caso più volte ministro della Cultura, segretario del Pd per nove mesi, tra febbraio e novembre del 2009, giusto in tempo per partorire la segreteria di Enrico Letta, entrambi provenienti dalla scuola e dalla cultura democristiana; Dario Franceschini, dicevo,  è inconsapevole vittima di uno dei brocardi latini più noti dopo quello forse dalla “lex, sed dura lex”.

Il brocardo galeotto di o per Franceschini, per quanto lui prudentemente abbia evitato di richiamarvisi, da buon politico, è quello della “mater semper certa, pater incertus”. Un brocardo col quale hanno scherzato nelle Università generazioni di studenti di giurisprudenza dicendo che in fondo, a prendere quella massima alla lettera, potremmo sentirci un po’ tutti “figli di mignotta”, dicono a Roma. Pur con tutto il doveroso e rispettoso affetto, naturalmente, per le nostre mamme.

Franceschini, non so esattamente dove lavorando di più fra casa, Senato e l’officina, all’Esquilino, che egli ha trasformato in ufficio, spero col rispetto di tutti i regolamenti comunali e simili, ha motivato come un eccesso riparatore di un altro la sua proposta di assegnare d’ufficio al figlio il cognome della madre. Dopo tanto tempo in cui lo si è assegnato al padre nella solita concezione patriarcale della famiglia.

La segretaria del Pd Elly Schlein

Nonostante questa precauzione logica e- ripeto- politica, Franceschini ha raccolto reazioni più scettiche, o  negative, che compiaciute alla proposta formulata in una riunione del gruppo senatoriale del Pd.  Dove si è preferito occuparsi di questo problema, pur per contingenze legittime,  piuttosto che di altri magari più attuali, diciamo così, e difficili per le diverse opinioni esistenti al Nazareno: i problemi, per esempio, di politica estera. Di fronte ai quali l’ex senatore, sempre del Pd, Luigi Zanda avvertendo una certa incertezza o confusione, a dir poco, della linea perseguita dalla segretaria del partito Elly Schlein, non a caso disattesa da 10 dei 21 eurodeputati piddini in una recente e impegnativa votazione; Luigi Zanda, dicevo, ha proposto il ricorso ad un congresso anticipato e straordinario., anche a costo di provocare una crisi della segreteria. Tentazione, questa, dalla quale ad un certo punto è sembrata presa la stessa Schlein, con aria di sfida, sino a quando i soliti esperti statutari non si sono accorti -e non le hanno fatto notare- che un congresso straordinario comporta le dimissioni del segretario di turno e l’elezione di un altro di cosiddetta garanzia.

Al di là dei suoi racconti o delle sue visioni più o meno romanzate per rimanere nel campo letterario praticato da Franceschini con buoni risultati nelle librerie, la politica è fatta anche di questi accidenti. Fra i quali, ripeto, la proposta del cognome d’ufficio alla madre di ogni neonato a rischio di barzellette per quel maledetto – o benedetto, secondo i gusti- brocardo latino già ricordato della “mater semper certa, pater incertus”.

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