Il Conte alla guerra contro la Meloni decantato dal Corriere della Sera

Da Libero

Pur senza rinunciare, per fortuna e di frequente, alla sua solita ironia, temo che Fabrizio Roncone si sia fatto prendere un po’ la mano anche lui, più ancora di Marco Travaglio che vi ha partecipato fra i promotori, nel racconto sul Corriere della Sera della manifestazione romana e pacifista, almeno a parole, di Giuseppe Conte. “La prima” irruzione in piazza, ha osservato Fabrizio, da quando l’ex presidente del Consiglio e ora solo presidente di quel che è rimasto elettoralmente del MoVimento 5 Stelle se n’è davvero impadronito, liberandosi del ruolo ingombrante di garante di Beppe Grillo. Sotto le cui finestre romane, quelle dell’albergo dove il comico alloggia nelle sue trasferte capitoline, è quasi sfilato il corteo della pace contiana. O dell’abolizione della guerra, come fu quella della povertà trionfalmente annunciata dal balcone di Palazzo Chigi non più tardi di sette anni fa dall’allora vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio per avere Conte appena varato col suo governo il famoso reddito di cittadinanza. Partorito giocando sui decimali con l’Unione Europea per rimanere, almeno formalmente, nei famosi parametri comunitari del deficit.

Dal Corriere della Sera

Anche Roncone è rimasto shoccato- ripeto: shoccato, non scioccato- dal corteo o colpo d’occhio “inatteso, imprevisto, clamoroso” prodotto dall’iniziativa di Conte e dal suo attacco verbale, disponendo per fortuna solo di parole e non di moschetti, alla “menzognera” premier Giorgia Meloni. Ancora illusa, secondo Conte, di vivere una “luna di miele” col Paese che governa.

Francesco Boccia e Giuseppe Conte in ordine alfabetico

Illusa tuttavia, nel racconto sempre di Roncone, è anche Elly Schlein, la segretaria del Pd, nel considerarsi o lasciarsi considerare, persino nello statuto del suo partito, la candidata a Palazzo Chigi se dovesse mai realizzarsi l’alternativa al centrodestra che Conte ha fiduciosamente intravisto, anzi visto nascere dalla sua manifestazione. Naturalmente nella speranza, anzi nella convinzione di essere lui invece il predestinato al ritorno alla guida del governo alternativo, ripeto, a quello della Meloni. Una predestinazione esorcizzata dalla Schlein tenendosi personalmente fuori e lontano dal corteo e affidando la rappresentanza del Pd a una delegazione capeggiata dal presidente del gruppo del Senato Francesco Boccia. Che ha rischiato di trovarsi con la Boccia, al femminile, Maria Rosaria: quella che l’anno scorso aveva prima graffiato, forse anche incerottato e poi fatto dimettere o deporre il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Ora fiancheggia Rita De Crescenzo corsa a Roma contro le armi.

Il ritorno di Rocco Casalino

Un altro ritorno sulla scena, grazie al raduno di Conte, è stato quello del suo ex capo ufficio stampa a Palazzo Chigi Rocco Casalino, che non poteva certo perdersi lo spettacolo dell’ex premier “fresco e senza cravatta, messa al diavolo”. Un Rocco “radioso -ha raccontato Roncone- dello sfavillante casino grillino”: casino al minuscolo, essendo la maiuscola dovuta solo al cognome dell’interessato. Che nel 2019 inciampò pure lui, come l’allora premier, nella ricerca affannosa di una maggioranza per un terzo governo Conte, quando già Mario Draghi studiava, diciamo così, da successore.

Mao diceva che “grande è la confusione sotto il cielo”, ricavandone ottimismo per sé stesso. Qui, per stare all’immagine più casereccia di Roncone, grande è “il casino” delle opposizioni pur festosamente sfilate per le strade di Roma. Di cui lo stesso Roncone solo qualche giorno fa, prima di distrarsi un po’ seguendo e ascoltando il Conte dell’Esquilino e dintorni, aveva scrupolosamente elencato incidenti e contraddizioni in sole tre settimane di votazioni fra Parlamento europeo, Parlamento italiano e piazze sui temi non da avanspettacolo come sono quelli della difesa e della sicurezza. Che non possono essere appesi come caciocavalli a un so

ffitto, per quanta voglia si possa avere di scherzare. 

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Matteo Salvini a lunga scadenza alla guida del Carroccio leghista

Dal Corriere della Sera

Improbabile, a dir poco, presidente del Consiglio, pur candidato nella stessa denominazione del partito, Matteo Salvini resterà comunque segretario della Lega nella prossima legislatura, appena confermato per acclamazione dal congresso federale sino al 2029. Quando ha promesso di non riproporsi bastandogli e avanzandogli i 16 anni che saranno allora trascorsi dalla sua prima elezione. Al massimo, a livello di governo, potrebbe riuscirgli, essendosi ripromesso di “parlarne” con la premier Giorgia Meloni, di tornare a capo del Ministero dell’Interno, dove i suoi però lo vorrebbero già prima della prossima legislatura. Improbabile però anche questo.

Giorgia Meloni recentemente al congresso di Azione

A proposito della Meloni, l’”amica Giorgia”, come l’ha chiamata Salvini, non ha trovato il tempo e forse neppure la voglia di andare al congresso leghista di Firenze. Come ha fatto invece di recente a Roma andando a quello calendiano di Azione, che pure non fa parte, o non ancora, della maggioranza di governo. Vi si affaccia ogni tanto per votare leggi e simili che condivide, o semplicemente per fare dispetto a Matteo Renzi che aspira ad essere un pilastrino della improbabile -anch’essa- alternativa al centrodestra. Pilastrino, perché “il primo solido pilastro” lo ha prenotato o addirittura piantato Giuseppe Conte sgolandosi nella manifestazione di sabato ai Fori Imperiali e dintorni, indetta per fare della pace -ma più in particolare e fattivamente, del no al riarmo europeo- il primo obiettivo politico del suo movimento. E di una eventuale, eventualissima maggioranza su misura per lui.

Giorgia Meloni in videomessaggio a Firenze

La Meloni ha voluto o potuto limitarsi a mandare ai leghisti un breve videomessaggio di convenevoli, diciamo così, per chiedere di lavorare “pancia a terra” nel governo sino alla conclusione della legislatura, nel 2027 salvo anticipi, e riconoscere che “un congresso non è mai una perdita di tempo”. Ci mancherebbe altro, con quello peraltro che costano.

Di questa partecipazione a distanza della Meloni al congresso della Lega si vanteranno o si varranno Conte, Elly Schlein, Renzi eccetera per continuare a coltivare il sogno di una esplosione, anzi implosione della maggioranza che li obblighi magari a qualche accordo d’ufficio o d’emergenza. Come quelli che ai suoi tempi nel cosiddetto centrosinistra soleva fare, tra officine e cantieri, Romano Prodi senza ricavarne personalmente molti vantaggi, essendo entrambi i suoi governi durati meno di due anni ciascuno. E ancor meno -qualche giorno- la sua candidatura consolatoria al Quirinale gestita nel 2013 dall’allora segretario del Pd e presidente del Consiglio incaricato, o pre-incaricato, Pier Luigi Bersani.

Romano Prodi in videomessaggio a Bologna e Firenze

Anche Prodi è tornato ieri a farsi vedere e sentire, a Bologna e a Firenze, in un videomessaggio a manifestazioni di area che se dovevano  o volevano essere competitive col raduno romano di  Conte il giorno prima, sono fallite inorgogliendo ulteriormente il presidente del MoVimento 5 Stelle. O di quel che ne è rimasto elettoralmente.

Giuseppe Conte batte Matteo Salvini nella disciplina del salto nel vuoto

Dal Fatto Quotidiano

Giuseppe Conte e Matteo Salvini, una volta insieme nel governo col primo a Palazzo Chigi e l’altro al Viminale, si sono contesi ieri spazio e attenzione nei loro ruoli di capi di partito. Conte come presidente del MoVimento 5 Stelle, e promotore della manifestazione romana per la pace promossa da Marco Travaglio a “Oceano Pacifico”, Salvini come segretario della Lega al congresso federale a Firenze.

Salvini intervista Musk

Sul piano della visibilità, e forse anche della curiosità, è prevalso Salvini con quella sua sorpresa del collegamento con Elon Musk e con la profezia clamorosa che gli ha strappato di un’Italia, anzi di un’Europa  destinata a subire una terribile stagione terroristica. Di fronte alla quale impallidirà la paura appena procurata dalla guerra dei dazi dell’amico e superiore di Musk: il presidente americano Donald Trump.

Musk a voce e in immagini a Firenze come il vice presidente americano Vance al telefono nei giorni scorsi, sempre con Salvini, che ha voluto in qualche modo precederne l’arrivo a Roma in visita ufficiale. Il leader leghista è notoriamente in gara da tempo con la premier Giorgia Meloni per essere, apparire e quant’altro il più trumpista d’Italia, diciamo così.

Dal manifesto

Eppure, considerando anche i rapporti di forza elettorale che distanziano Salvini da Meloni tanto da non poterlo scambiare di certo per un inseguitore, Conte è stato ieri più protagonista del leader leghista.  Ha inciso di più sulla situazione politica. Lo ha fatto con quella sua manifestazione –“La prima buona”, ha titolato il manifesto- alla quale alla fine si è prestato come partecipe anche il Pd, con una delegazione ufficiale guidata, su incarico della segretaria Elly Schlein, dal capogruppo del Senato Francesco Boccia. E più ancora con quel suo discorso violento contro “la farlocca luna di miele costruita sulle menzogne” dalla Meloni. Che meriterebbe di finire “nei cannoni”, secondo i cartelli del pubblico. Disarmata del suo “elmetto”, sempre secondo la folla, insieme con l’amico e ministro che fa rima chiamandosi Crosetto.

 Conte si è incoronato da solo sullo sfondo della Roma imperiale leader dell’opposizione. E candidato di fatto alla guida dell’”alternativa” ormai “nata”.

Giuseppe De Rita al Messaggero

L’ex premier è così ostinato nelle sue ambizioni e nella sua autostima che avrà probabilmente riso leggendo ieri mattina sul Messaggero il giudizio che ha dato di lui e del suo pubblico Giuseppe De Rita. Che ha detto, in particolare: “Potrà esserci il vecchio partigiano comunista e la tiktoker napoletana che ha trascinato tutti in pullman a Roccaraso. Ci potrà essere di tutto, perché il pacifismo è l’aria che respiri. Siamo tutti paciosi e pacifisti. Ma una piazza di paciosi e pacifisti non avrà mai una linea politica. La parola pace non è traducibile in politica”.   

Più che avvicinarla, Conte ha allontanato l’alternativa nella quale si è avvolto come in una bandiera davanti a “100 mila” tifosi, come se li avesse contati personalmente uno per uno.

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Il diavolo veste Meloni, il giallo di Montanari e Saviano

Da Libero

I vignettisti, si sa, nelle poche volte in cui ammettono di avere esagerato invocano l’attenuante della loro professione. Che li porta a esasperare personaggi e situazioni di cui si occupano. E’ il loro mestiere, insomma.

Tomaso Montanari

Non so se il critico d’arte Tomaso Montanari, rettore dell’Università degli stranieri a Siena e non so cosa e quant’altro, e lo scrittore Roberto Saviano, in ordine rigorosamente alfabetico, ammetteranno mai di avere alquanto esagerato passandosi la palla, sia pure a distanza, in uno dei più celebri salotti televisivi. Dove hanno giocato una partita contro la premier Giorgia Meloni per via anche della guerra dei dazi di Trump. Alla quale la presidente del Consiglio italiano parteciperebbe da finta dissidente rispetto all’amico presidente americano, di cui ha detto che ha “sbagliato”. Anzi, sbaglia. Ma di cui in realtà sarebbe una sostanziale complice, o persino un’infiltrata nell’Unione Europea con i suoi richiami alla prudenza nelle reazioni comunitarie alle decisioni della Casa Bianca. E i suoi tentativi di “minimizzare”, come l’ha accusata anche il giornale Domani di Carlo De Benedetti, la guerra commerciale, per ora, dichiarata al mondo da Trump.

Nello scambio di critiche esplicite, di allusioni, smorfie eccetera il critico d’arte e lo scrittore specialista nel racconto delle mafie hanno inquadrato la guerra di Trump in una vasta azione, addirittura, di promozione della criminalità mondiale. Che saprà fare affari anche all’ombra e col motore dei dazi americani.

Roberto Saviano

La Meloni nella fantasia irriducibile di questi due avversari divisi fra l’arte e il giallo sarebbe praticamente al servizio non solo di Trump sul fronte dei dazi , ma anche di quei guerrafondai che al vertice dell’Unione Europea starebbero profittando di un’altra operazione di Trump, quella di una pace da imporre sostanzialmente all’Ucraina di Zelenski a vantaggio della Russia di Putin, per la prospettiva, quanto meno, di un riarmo della stessa Unione nel suo complesso. Che comporta nell’immediato quello dei singoli paesi, compresa naturalmente l’Italia.

Il riarmo italiano tuttavia, con tutti i progetti di cui si occuperebbero insieme la premier e il suo amico, collega di partito e ministro della Difesa Guido Crosetto, risponderebbe anche all’esigenza avvertita a Palazzo Chigi di affrontare a tempo debito con le dovute attrezzature speciali, e relativi effetti, le piazze affollate di disperati portati alla fame dalla politica di questo governo. Piazze di fronte alle quali dovremmo rimpiangere quelle più o meno pacifiste di questi giorni, anche ieri a Roma con la regia di Giuseppe Conte. Che temo si sia preso sul serio nella rappresentazione che ne fa ogni tanto Marco Travaglio, sul Fatto Quotidiano e dintorni, del migliore presidente del Consiglio nella storia d’Italia dopo Camillo Benso conte, al minuscolo, di Cavour.

Nella loro fantasia -se non vogliamo chiamarla mitomania- di critico dell’arte e di storico delle mafie, Montanari e Saviano hanno peraltro ridotto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a un fantoccio della Meloni per quel decreto legge che ha appena rafforzato i dispositivi e i modi della sicurezza. Un decreto legge che sia Montanari sia Saviano hanno duramente criticato nella loro partita televisiva anche per l’uso che se ne può fare appunto nelle piazze di domani: quelle dei forconi, degli assalti ai forni, ai bancomat e via immaginando, sino allo stesso Palazzo Chigi.

Quello che si verifica già da qualche tempo nelle strade e nei cantieri italiani, presidiati dalle forze dell’ordine a scapito delle periferie delle città, come ha lamentato di recente il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini occupandosi non di politica estera, come gli rimproverano spesso, ma delle infrastrutture di competenza del suo omonimo Ministero, è evidentemente solo l’antipasto del pranzo sognato dalle opposizioni. E non solo da Montanari e Saviano, che  d’altronde vi militano con un certo orgoglio.

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Giorgia Meloni alla guerra nella rappresentazione comica degli avversari

Dal Corriere della Sera

Altro che la compianta Marlen Dietrich, morta a più di novant’anni nel 1992 e riproposta oggi dal Corriere della Sera in foto inedite come “un angelo al fronte”, nella seconda guerra mondiale. Sono giorni, questi, in cui la premier italiana Giorgia Meloni viene vignettiscamente arruolata dagli avversari nelle truppe di Donald Trump per partecipare a suo modo – “minimizzando”, come l’ha accusata Domani, il giornale di Carlo De Benedetti- alla guerra dei dazi dichiarata dal presidente americano a tutto il mondo, compresa l’Italia della sua amica a Palazzo Chigi.

Da Repubblica

Amica al femminile come Trump “amico” al maschile, nella vignetta di Altan su Repubblica “sottolineato” dalla Meloni dopo avergli dato anche lei dal “cazzone” a distanza per una guerra commerciale che ha affondato le borse e insieme -secondo il presidente americano- dovrebbe fare “arricchire” le vittime.

Dal Foglio

Nella rappresentazione più benevola, quella del Foglio, la Meloni è raccontata o proposta sull’”altalena”. “Con L’Ue sui dazi, ma senza guerre commerciali. Sponda con Starner. L’ombra di Trump”, spiega o allude il sommarietto del titolo.

Dal Fatto Quotidiano

Si vedrà se, reduce dalla manifestazione di oggi promossa da Giuseppe Conte per la pace e contro la premier e gli altri “guerrafondai” d’Europa, reclamizzata a dovere sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio non si inventerà o lascerà inventare dal vignettista di turno una Meloni introdottasi in qualche deposito di formaggi italiani per rosicchiarli come una topina per conto di Trump.

A Otto e mezzo ieri sera

Intanto Roberto Saviano, catturato a Otto e mezzo, su la 7, da Lilli Gruber che la sera prima aveva cercato inutilmente di realizzare la stessa operazione con Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, ha cucito addosso alla premier con la sua fantasia letteraria l’abito di un mostro che sta affamando gli italiani e, prevedendone rivolte da reprimere nelle piazze, ha deciso di usare il riarmo europeo per potenziare  le truppe militari e d’ordine nazionali ad uso interno. E, in più, abusando forse della buona fede del pur renitente presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sarebbe riuscita a strappargli la firma a un decreto legge sulla sicurezza che consentirà repressioni con i fiocchi.

Mi sembra un po’ un’Italia di Carnevale, a Carnevale però bello che finito, come sta per finire anche la Quaresima. Un’Italia dove la Meloni di casco o elmetto ha indossato sinora solo quello dei vigili del fuoco partecipando alla cerimonia periodica del loro giuramento. Vigili del fuoco, ripeto.

Trump come Amleto, con la sua guerra dei dazi, e la Gruber come la Schlein contro Meloni

Dal Giornale

Di Trump e della terza guerra mondiale che ha appena avviato dai prati della Casa Bianca, sia pure in una versione commerciale in cui sono usati come missili i dazi, che in un solo giorno hanno comunque bruciato nelle borse più di 2500 miliardi di dollari, William Shakespeare direbbe dalla tomba come del suo Amleto che “c’è del metodo in sua follia”. O nella sua “falsa partenza”, come ha titolato Il Giornale.

Essere o non essere? Questo è il problema”, dice Amleto nel testo teatrale fra i più famosi e recitati nel mondo. Ma, come tutte le tragedie, anche questa di Trump si è già prestata a giochi forse ancora più sporchi di una guerra. Cioè al suo uso strumentale per avviare e condurre altre guerre nella guerra, a fini politici interni dei paesi coinvolti.

Otto e mezzo, ieri sera

Un esempio è il titolo scelto da Lilli Gruber, su la 7, per la sua puntata di Otto e mezzo di ieri sera: “Meloni assolve Trump e attacca l’Europa”. Un titolo al quale per tutta la puntata la conduttrice  ha cercato, per quanto inutilmente, di strappare il consenso del suo ospite nello studi:  Roberto Cingolani, l’amministratore delegato di Leonardo. Che per avere resistito alle domande e pressioni della Gruber, condividendo la prudenza adottata nelle reazioni dalla premier italiana, peraltro in sintonia reciproca col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si è sentito rinfacciare, diciamo così, i guadagni dell’azienda di Stato che lui amministra, producendo anche armamenti, con tutte le guerre in corso nel mondo.

Dal Foglio

Fra le pressioni oppositorie, diciamo così, della Gruber e la cautela della Meloni Cingolani ha preferito la seconda. Come ha fatto anche Il Foglio questa mattina titolando in rosso l’appello a “maneggiare i dazi senza isteria”.  Che sta notoriamente alla ragionevolezza come il diavolo all’acqua santa.

Le danze della destra e della sinistra italiane a Strasburgo

Al Parlamento europeo di Strasburgo si vota, anzi si balla, prevalentemente a tempo di valzer, più che a Vienna a Capodanno. Così almeno fanno le delegazioni italiane a coppie variabili.

Dal Dubbio

Sul tema non certo secondario della difesa e della scurezza europea, provate l’una e l’altra dalla guerra di più di tre anni in Ucraina e dai nuovi rapporti fra americani e russi- che vorrebbero riscrivere le carte geopolitiche disegnata 80 anni fa a Jalta concludendo la seconda guerra mondiale- le due più folte delegazioni italiane a Strasburgo, che sono i piddini di Elly Schlein e i fratelli di Giorgia Meloni, si sono scambiate le parti in meno di tre settimane. Quante ne sono trascorse fra la votazione del 12 marzo e quella dell’altro ieri, 2 aprile.

Il 12 marzo i fratelli e sorelle, diciamo così, di Elly Schlein si astennero criticamente su ordine telefonico della stessa Schlein, disatteo però da 10 su 21 che votarono a favore, a cominciare dal presidente del partito Stefano Bonaccini.

L’altro ieri, con pochissime eccezioni, i piddini hanno votato a favore, col consenso della Schlein, sempre via telefono perchè la segretaria del Nazareno non gradisce molto le scomode trasferte a Bruxelles o Strasburgo alla vigilia di eventi o scadenze importanti.

L’Europarlamento

I fratelli e sorelle di Giorgia Meloni il 12 marzo votarono a favore rispondendo appieno alle attese della presidente della Commissione Ursula von der Leyen. L’altro ieri invece si sono astenuti trovando la risoluzione troppo polemica, diciamo così, col presidente americano. Al quale in effetti la sicurezza europea non sembra stare molto a cuore, per quanto esista ancora la Nato a larga, anzi accresciuta partecipazione europea.

Forzisti, leghisti, pentastellati di Conte e sinistra radicale rossoverde sono rimasti sulle stesse posizioni: favorevoli i primi e contrari tutti gli altri, pur contrapposti fra loro -leghisti da una parte e contiani e simili dall’altra- nel Parlamento italiano rispetto al governo.

Dal Foglio di ieri

I leghisti tuttavia, sempre più in competizione interna con i forzisti, ai quali contendono fra voti locali e sondaggi il secondo posto nella coalizione governativa, hanno sfoderato questa volta un’altra arma ancora. Il vice segretario Andrea Crippa, non certo in disaccordo dal segretario, capitano e quant’altro Matteo Salvini, ha rivendicato al suo partito sul tema europeo l’eredità addirittura di Silvio Berlusconi. Al quale è succeduto il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani per ragioni naturali, col consenso più o meno costante e chiaro dei figli del defunto, ma del quale sono rimaste, diciamo così, negli archivi giornalistici le simpatie per Putin. E persino la condivisione, almeno iniziale, dei suoi giudizi negativi sul “signor” Zelensky, alla vigilia o ancora nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina. Quando il Cavaliere pensava che Putin potesse davvero liquidare la partita in pochi giorni rimuovendo Zelensky dal governo ucraino, vivo o morto, e mettendo “un altro” al suo posto.

Pubblicato sul Dubbio

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Nell’aula da ballo dell’Europarlamento, tra liscio, valzer e tango

Dal Corriere della Sera

Si sapeva, per carità, sin dalla nascita, anzi dal concepimento della seconda commissione europea di Ursula von der Leyen che sarebbe stata di maggioranze variabili. Giorgia Meloni aveva appena dissentito dal concepimento, appunto, avvenuto in un vertice a Parigi dopo le elezioni continentali dell’anno scorso e già trattava, neppure tanto dietro le quinte, con l’amica tedesca le nomine dell’allora ministro italiano Raffaele Fitto a commissario e vice presidente, ottenendo alla fine sia l’una che l’altra, a costo di parecchi mal di pancia tra Parigi, Madrid e Berlino.

Non si immaginava tuttavia che la variabilità sarebbe stata così frequente e su temi anche così importanti come la difesa dell’Europa nel nuovo contesto internazionale, fra guerre che continuano, tregue che non reggono e ricerche affannose ma ostinate,  da parte del presidente americano Donald Trump e di Putin al Cremlino, di nuovi equilibri e spartizioni di influenze e di territori 80 anni dopo gli accordi conclusivi della seconda guerra mondiale, a Jalta.

Non più tardi di ieri, a meno di un mese di distanza da un’altra analoga votazione, che il Corriere della Sera ha messo in evidenza all’interno con due rappresentazioni grafiche, un documento importante per la difesa e sicurezza europea è stato votato dal Pd e da Forza Italia, contrastato dalle 5 Stelle, dalla Lega e dalla sinistra radicale e un po’ meno, con l’astensione, dai fratelli e sorelle d’Italia di Giorgia Meloni. In tutto si sono avuti 399 voti favorevoli, 198 contrari e 71 astensioni.

La “copertina” del Fatto Quotidiano

“Il Pd unito sul sì”, ha voluto sottolineare nel suo titolo di copertina Il Fatto Quotidiano per chiudere a chiave, diciamo così, la delegazione del Nazareno, nonostante il dissenso di qualche esponente della delegazione, nel recinto dei guerrafondai utile alla propaganda di Giuseppe Conte in vista della manifestazione pacifista promossa dal suo partito per sabato a Roma. Pd “unito” e insieme, sempre a vantaggio delle posizioni politiche e polemiche di Conte, “contro Elly”. Cioè contro la segretaria del partito Schlein, che questa volta invece da Roma, diversamente dal 12 marzo scorso, ha accettato, disposto e quant’’altro il voto favorevole al documento e non l’astensione, disattesa il 12 marzo scorso da 10 dei 21 europarlamentari del Nazareno.

Se questo è accaduto sul tema della difesa e della sicurezza, chissà cosa potrà accadere, se e quando il tema arriverà in aula a Strasburgo, sulla guerra dei dazi che Trump ha ingaggiato praticamente contro tutto il mondo, compresa l’Europa. O addirittura soprattutto  contro un’Europa avvertita come parassitaria.  Che è divisa su come reagire e difendersi, appunto: unita o in ordine sparso, facendosi cioè dividere da Trump, risolutamente o mollemente, a breve o medio o lungo termine. A passo liscio, di valzer o di tango.

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Il soccorso di Antonio Di Pietro a madame Marine Le Pen

Dal Tempo di ieri

“Io sono stato parlamentare europeo ed è impossibile tracciare un confine sul lavoro che chiedi di fare ai tuoi collaboratori per il Parlamento di Bruxelles e quello per l’attività politica nel Paese di provenienza”. Sapete chi lo ha detto commentando e disapprovando la sentenza di condanna emessa a Parigi contro Marine Le Pen estromettendola, fra l’altro, dalla corsa all’Eliseo del 2025 per “ineleggibilità”? Che peraltro le impedirà sì la scalata alla Presidenza della Repubblica di Francia ma “farà vincere sicuramente uno dei suoi”, ha aggiunto e previsto l’ex eurodeputato italiano.

Romano Prodi e Antonio Di Pietro d’archivio

Ma chi è -ripeto- costui, le cui dichiarazioni sono state raccolte e diffuse da Augusto Minzolini sul Tempo? E’ nientemeno che Antonio Di Pietro, l’ex magistrato che conquistò le prime pagine dei giornali non solo italiani ma del mondo come il protagonista o il più emblematico attore delle indagini giudiziarie che decapitarono tra il 1992 e il 1993 la cosiddetta prima Repubblica, spianando involontariamente la strada alla seconda di un esordiente Silvio Berlusconi. Quello che, ormai insediato a Palazzo Chigi, lo stesso Di Pietro si propose al capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli, di interrogare per “sfasciarlo”. Cioè per sfacciare anche lui, come aveva tentato di fare, un po’ riuscendovi, con Bettino Craxi e un po’ fallendo con Romano Prodi. Di cui peralto sarebbe diventato poi due volte ministro dei lavori pubblici: nel 1996 e dieci anni dopo, nel 2006. Ma già lo stesso Berlusconi nel 1994 aveva tentato di portarlo al governo, quando era ancora magistrato, trattenuto dal già ricordato Borrelli, contrario anche alla nomina a ministro di un altro della sua squadra: Camillo Davigo.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

La testimonianza, a distanza,  a favore di Marine Le Pen è l’ultima sorpresa riservata da Di Pietro ai suoi ex colleghi ed estimatori, dopo la condivisione della riforma della giustizia targata Nordio -l’attuale ministro della Giustizia- per la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, il sorteggio dei rappresentanti dei magistrati nell’organo probabilmente doppio di autogestione e una corte speciale di giustizia per occuparsi delle loro vertenze.

Il tempo, come vedete, non passa sempre inutilmente. Riesce ad essere galantuomo, almeno ogni tanto.

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Cronache impietose da Politopoli, in particolare dai quartieri di opposizione….

Dal Corriere della Sera

La notizia non è, o non è solo, nell’assemblaggio, elenco e quant’altro dei “casini” che in tre settimane di intenso lavoro, diciamo così, le opposizioni sono riuscite a fare nell’impietoso, onesto e scanzonato racconto di Fabrizio Roncone. Che, pur avendone viste tante, producendo articoli di giornale e libri giustamente di successo, mi ha dato l’impressione -a leggerlo- di non averne visto di tanto “penoso” come in questi ultimi ventuno giorni -tre settimane, appunto- di “baruffe, contraddizioni, votazioni laceranti, viaggi strazianti (e un po’ comici), lacrime nell’aula di Montecitorio, sghinazzi, gravi gaffe di un ex premier, incerte ambizioni di un’aspirante premier, perfidie tra capi e capetti, certe volte anche meno di capetti, smarrimenti di leader dadaisti con partiti al 2% (o appena sopra)” eccetera eccetera. L’elenco infatti è ancora più lungo.

Fabrizio Roncone

La notizia sta piuttosto nel rilievo che certamente non per distrazione o capriccio il direttore del Corriere della Sera ha voluto dare al racconto del suo inviato, diciamo così, a Politopoli, questa volta in particolare nei quartieri, depositi, arsenali  officine -ve ne sono di esibite come uffici, per esempio quello di Dario Franceshini- delle opposizioni aspiranti all’alternativa al centrodestra al governo con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Dove -ha raccontato anche questo Roncone- c’è sempre qualche bottiglia di “bollicine” da stappare o comunque aprire per distrarsi, con le comiche delle opposizioni, dai problemi che sicuramente esistono anche nella maggioranza.

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

L’articolo di Roncone è stato sistemato all’interno del Corriere ma con un richiamo in prima pagina ben visibile, e più appetibile di un editoriale con quel titolo sulla “opposizione (a sé stessa)” che sarà stato invidiato, penso, dai giornali di area, diciamo così, di centrodestra. E perfino da quegli specialisti della titolazione sarcastica e sfottente che sono i colleghi del manifesto, frequentemente impietosi anche verso quell’aggettivo “comunista” della loro testata.

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