L’Ucraina avanza sui dazi nell’agenda della Meloni in partenza per la Casa Bianca

I dazi sospesi da Trump e la risposta rinviata dall’Unione Europea non hanno certamente tolto l’argomento dall’agenda della premier Gorgia Meloni, ormai in partenza per l’incontro di giovedì prossimo col presidente americano alla Casa Bianca. Una missione nella doppia, anzi triplice veste di amica “formidabile”, alleata e politicamente consanguinea, diciamo così, per l’appartenenza alla comune famiglia internazionale dei conservatori.

La strage della domenica delle Palme in Ucraina, nel raid russo a Sumy che ha provocato 35 morti e più di 100 feriti tra fedeli che stavano andando a messa, ha forse modificato le priorità dell’agenda della Meloni. Che ha definito quello del “bastardo”, come il presidente ucraino Zelensky ha chiamato Putin, “un attacco vile e orrendo”. Persino a Trump, paziente con Putin sino a capovolgerne il ruolo da aggressore ad aggredito pensando di strappargli una tregua vera, non la prosecuzione ancora più atroce della guerra; persino Trump, dicevo,  sembra sia sbottato contro “il limite ormai superato” dal presidente russo. Che fra un incontro e l’altro con gli emissari di Putin spediti al Cremlino continua ad ordinare stragi di civili e abbattimenti di infrastrutture ucraine non militari ma ospedaliere, scolastiche e ora anche chiese e dintorni. Un’autentica vergogna, suppletiva di quella già costituita da una guerra di aggressione.

Giorgia Meloni, a parte l’infortunio della “stanchezza” in cui incorse rispondendo telefonicamente ad un comico russo scambiato a Palazzo Chigi per un presidente africano, non ha mai esitato a confermare il sostegno all’Ucraina anche dopo il cambiamento di registro, di tono e quant’altro intervenuto negli Stati Uniti con l’avvicendamento fra Joe Biden e Donald Trump alla Presidenza. Un cambiamento al quale la Meloni, se fosse mai tentata di abbassare pure lei la guardia, potrebbe cedere solo al prezzo di una frattura nell’Unione Europea ancora più seria di quella attribuitale neppure tanto dietro le quinte sul fronte dei dazi. Dai quali la premier italiana ha dissentito quando Trump li ha aumentati sbandierando la sua solita firma a forma di torri davanti alle telecamere, ma senza drammatizzarli. Anzi protestando contro l’”allarmismo” degli avversari del presidente americano.

Sull’Ucraina e dintorni, diciamo così, la Meloni sarà costretta dal suo ruolo e dalle sue stesse convinzioni a fronteggiare Trump anche a costo di fargli perdere quel già poco di pazienza che ha maltrattando gli ospiti e reclamando baci ai suoi glutei imperiali, o quasi. Che neppure Michelangelo riuscirebbe a trasformare in un’opera d’arte.  

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L’allarmante abitudine all’odio e al suo incitamento nelle strade e piazze

La notizia, dati i tempi che corrono, purtroppo all’indietro verso gli anni Settanta del secolo scorso, non è tanto in quell’incitamento “spara a Giorgia” spruzzato con vernice viola a Milano sulla vetrina di una banca, nel contesto della solita manifestazione a favore della Palestina di Hamas e contro le forze dell’ordine, quanto nella solidarietà alla premier giunta solo dalla sua maggioranza politica e dai vertici parlamentari ma non dalle opposizioni, fatta eccezione per Matteo Renzi. Neppure da Elly Schlein, la segretaria del Pd accomunata dai dimostranti con le sue mani insanguinate ai politici ostili alla Palestina e, più in generale alla pace.

Un’altra notizia sta nel contributo particolare che l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nella sua veste attuale di presidente del Movimento 5 Stelle e di “pilastro dell’alternativa”, fornisce ormai, volente o nolente, al clima d’odio che si diffonde fra strade e piazze d’Italia. E persino in Parlamento sparando contro la premier e il governo parole come proiettili.

Della Meloni l’aspirante alla sua successione ha appena parlato in modo incendiario come della “beniamina dei poteri transnazionali”. Gli manca ormai solo di evocare pure lui, come le brigate rosse ai loro tempi nei deliranti documenti delle loro campagne di morte, il famigerato acronimo Sim, inteso come Stato imperialista delle multinazionali. Conte allora aveva poco più di dieci anni nella sua Volturara Appula, neppure dodici all’epoca del sequestro di Aldo Moro fra il sangue della scorta, come in un mattatoio, e poi anche del suo assassinio.

Mi chiedo sommessamente, e con tutto il rispetto personale e istituzionale dovutogli, se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ritenga di dovere spendere qualche parola di fronte anche a tanto scempio. Commesso a Milano e altrove in nome addirittura della pace e della libertà. Uno scempio che sulle prime pagine dei maggiori giornali arriva con l’evidenza di qualche incidente stradale. E su altre ormai neppure si affaccia, come oggi sulla Stampa, sul Fatto Quotidiano, sul Messaggero, sul Mattino, su Avvenire, su Domani, sul manifesto e addirittura sul Tempo di area governativa e sul Secolo d’Italia leggendo e diffondendo il quale è cresciuta la premier.

I 3 colori della maggioranza e gli 8 delle opposizioni, più dell’arcobaleno

Sono tre i colori nei quali una vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera ha raccolto, come nella bandiera italiana, la maggioranza e il suo governo. Assegnando il verde al vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini con l’indice contro il riarmo europeo, o come diavolo lo chiamano anche a Bruxelles, il bianco alla rassegnata e centrale premier Giorgia Meloni e il rosso al vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajani. Un rosso, in verità, di tonalità particolare, oltre che inedito per il successore di Silvio Berlusconi al vertice di quello il fondatore preferiva tingere o immaginare d’azzurro quando doveva parlarne cromaticamente.
Dell’opposizione, anziché del governo, il vignettista del Corriere si occuperà magari in un altro giorno o occasione. Ma i colori ai quali dovrà ricorrere sono, come vedremo, più del doppio di quelli applicati alla maggioranza. Sono sei, il doppio, quanti i documenti proposti alla Camera sui temi della difesa e della sicurezza. Ma fra le sei componenti dell’opposizione, parlandone generosamente al singolare e fingendo di prendere sul serio l’alternativa che perseguono al centrodestra, c’è un partito -naturalmente il Pd ora guidato da Elly Schlein- che fra Strasburgo e Roma, fra Parlamento europeo e Parlamento nazionale, si divide sino a tre quando vota, ripeto, sulla difesa e sicurezza. Esso vaga fra l’astensione, il sì e il no.
Così i colori dell’opposizione, presa sempre generosamente nel suo complesso, salgono ancora e superano persino i sette dell’arcobaleno. Che sono notoriamente rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto. Più che alla pace, generalmente associata ad essi, bandiere e striscioni dell’arcobaleno sono sventolati o stesi nelle piazze e nelle strade, dimostrando contro il governo, per contenervi neppure tutti i colori dell’opposizione. Un po’ come quelli delle maggioranze ai tempi prodiani dell’Ulivo e dell’Unione. E dei loro programmi che entravano nelle officine, nelle tipografie ed altro, sempre di memoria prodiana, con la sola copertina e ne uscivano con centinaia di pagine. Che servivano più a fare volume che a raccogliere impegni e progetti.
Non poteva finire diversamente da come finì l’avventura di Prodi: con quella che Clemente Mastella dalla sua attuale postazione di sindaco di Benevento ha ricordato come l’ultima vittoria del cosiddetto centrosinistra conseguita nel 2006 grazie ai suoi voti campani orgogliosamente di centro. Che gli valsero la nomina a ministro della Giustizia, sino a quando i soliti magistrati ne provocarono le dimissioni e, con esse, la fine della legislatura e dello stesso, presunto centrosinistra. La ciliegina sulla torta di Prodi, oggi più o meno conteso nostalgicamente dai salotti televisivi di tendenza di sinistra, fu messa nel 2013 dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani candidandolo al Quirinale in modo tale da procurargli una rivolta di “franchi tiratori” e la bocciatura.
In questo rapido sorvolo ricognitivo della politica italiana degli ultimi vent’anni e più non deve sorprendere la leggerezza, la disinvoltura, la comicità -diciamolo pure- di una sinistra che non sa analizzare sul piano politico il fenomeno mondiale di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca non assaltandola ma spintovi dagli elettori con un risultato riconosciuto per prima dalla sua concorrente. E, non sapendo fare analisi politica, essa ricorre alla psicanalisi dando praticamente del matto, o disturbato, o del “narcisista patologico” al 47.mo presidente degli Stati Uniti. Che è appena al terzo mese, poco meno, del suo mandato quadriennale, al netto di quelli trascorsi fra l’elezione e l’insediamento.
Di dibattiti televisivi a partecipazione di psicanalisti titolati e non, professionisti o dilettanti, donne e uomini, giovani e anziani, faremo alla fine un’autentica indigestione.

Pubblicato su Libero

L’autorete diagnostica di quel “narcisista patologico”

Quel “narcisista patologico” dato al presidente americano Donald Trump già nel titolo della puntata di ieri di Otto e mezzo su la 7 –a conduzione della solita Lilli Gruber col supporto scientifico della psicanalista Claudia Spadazzi, letterario di un ex magistrato, e scrittore di successo dopo una certa esperienza politica a sinistra, e di un giornalista di casa in quel salotto- è stato un assist, spero involontario,  al paziente. O imputato. Ne ha infatti limitato le responsabilità, volendone giudicare le sue decisioni alla Casa Bianca, per l’incidenza di una sua precaria salute mentale nell’azione alquanto contestata  di presidente, per giunta di seconda elezione, degli Stati Uniti.

E’ sempre un errore, sia di analisi sia di lotta politica, scambiare un fenomeno politico appunto -come ha il diritto di essere considerato un presidente eletto in libere elezioni, con tanto di candidati contrapposti e con un risultato non controverso, riconosciuto per primo dallo sconfitto, nel nostro caso una donna- per un fenomeno patologico, da corsia di ospedale. O quasi, visto che come ospedali i manicomi, nel bene e nel male, in Italia sono stati a suo tempo aboliti.

Anche il segretario della Dc Ciriaco De Mita, negli ormai lontani anni Ottanta del secolo scorso, dopo avere dovuto subire come effetto di uno sfortunato passaggio elettorale personale e del suo partito l’arrivo a Palazzo Chigi del suo più scomodo alleato, che era il leader socialista Bettino Craxi, cercò di liberarsene anzitempo dandogli praticamente del malato, oltre che dell’inaffidabile. O dell’inaffidabile perché malato. E facendo risalire i suoi presunti disturbi di comportamento e quant’altro al diabete. Gli capitò anche di succedergli nel 1988 ma durando solo un annetto, contro i quattro dell’altro.  

A cose fatte, e a tragedie politiche di entrambi consumate, in tutti i sensi per Craxi sepolto ad Hammamet, contestai quella circostanza a De Mita, ormai confinatosi nella sua ridotta quasi romantica di sindaco di Nusco. Fu l’unica volta, nel nostro lungo rapporto insieme amichevole e polemico, in cui egli mi diede onestamente ragione.

Le scuse che Giorgia Meloni si meriterebbe alla Casa Bianca da Trump

Lo stile, chiamiamolo così, impresso da Donald Trump alla sua seconda presidenza americana, ancora più spavaldo e ruvido della prima, fa escludere che egli si sia scusato con quella “formidabile” amica che pure è  la premier italiana Giorgia Meloni per averla infilata di fatto tra quelli che hanno già bussato, bussano e busseranno alla sua porta, alla Casa Bianca e dintorni, per baciargli i glutei. Come Massimo Gramellini sul Corriere della Sera ha tradotto al plurale scultoreo quello che volgarmente e al singolare Trump ha evocato parlando del suo deretano. Che pure Dante nella sua Divina Commedia vagando nell’Inferno e scrivendone in versi chiamò “cul fatto trombetta” del diavolo Barbariccia.

Alla Meloni, si sa, salvo improbabili rinunce o rinvii dell’interessata, Trump ha dato appuntamento per giovedì 17 aprile  per parlare anche dei dazi americani disposti sui paesi europei, Italia compresa, per quanto sospesi per 90 giorni fra il sollievo delle borse, almeno quelle continentali. 

Ormai Trump è diventato incontenibile ai danni dei suoi amici, veri o presunti, e anche di certi avversari, ugualmente veri o presunti. Veri, per esempio, come i cinesi o presunti, per consuetudine, come i russi, col cui presidente Putin egli vorrebbe ridefinire confini ed equilibri in occasione, o col pretesto, di una pace in Ucraina dopo più di tre anni di guerra.   

Della Meloni, per quanto in dissenso dichiarato dalla gestione dei dazi, non si può francamente dubitare che sia amica o persino “familiare” di Trump, data la comune e ostentata appartenenza alla famiglia, appunto, internazionale dei conservatori. O della conservazione di cui, al pari tuttavia della sinistra, del progressismo, compresa la variante “indipendente” di Giuseppe Conte, e simili, si può dire come della Libertà o della Patria, al maiuscolo. Nel cui nome è impossibile contare quanti delitti siano stati commessi.

Può essere un paradosso, come tanti altri che solo la politica riesce a produrre con abbondanza, la difficoltà in cui Trump. o più in generale, il trumpismo procura a chi vi si ispira o vi si riconosce. Ma è un paradosso anche la difficoltà degli avversari di Trump e del trumpismo di trarre profitto da questa situazione. Ne è testimonianza la rappresentazione appena fatta del Pd sulla Stampa da Marco Follini, che pure vi è passato nella sua esperienza post-democristiana.

Diviso anch’esso, come il complesso del cosiddetto “campo largo” del progetto di alternativa al centrodestra, sulle opzioni della politica estera e di difesa, il Pd è stato appena descritto nella “palude dell’imbarazzo” da Follini.  “L’ampiezza della base politico-ideologica del Pd, come si sarebbe detto un tempo, finisce per essere più un problema che una risorsa. Questione -ha osservato Follini- che risale alle origini, quando il partito nacque dall’intento di unificare sotto le sue bandiere le grandi correnti di pensiero del dopoguerra. E che ora però si affaccia su un mondo che non è più quello di allora”.

Pubblicato sul Dubbio

Il treno di Trump superato da quello di Papa Francesco….

Al netto delle guerre che l’uno deplora ogni volta che ne ha l’occasione e l’altro ha inutilmente promesso di fare terminare, conducendone peraltro una sua a livello commerciale, due uomini abbastanza avanti negli anni, di 88 l’uno e 79 l’altro, si contendono l’attenzione del mondo. L’uno è il Papa, che si fa chiamare Francesco, l’altro è il presidente americano Donald Trump, che ostenta la sua firma come un’ostia davanti alle telecamere.

Il primo già era riuscito a superare il secondo nei giorni del lungo ricovero in ospedale, a Roma, mentre l’altro giocava ancora a parole con i dazi annunciandone e infine ordinandone gli aumenti. Tutti pregavano per Francesco, sotto le sue finestre, a San Pietro e ovunque nel mondo dove è ancora permesso di andare in chiesa senza rischiare la morte o il carcere, perché accade anche questo, non dimentichiamolo, in questo terzo millennio, o secondo dopo Cristo.

Ma ancora più clamorosamente ed efficacemente, senza sprecare una sola parola, e lasciare la sua carrozzina, il Papa ha surclassato Trump, ancora intento a vantarsi dei suoi glutei offerti al bacio del mondo, con quei  simpatici, rivoluzionari pantaloni neri e poncho chiaro indossati al posto della tunica bianca di ordinanza.

Sarà pure il “treno” al quale lo ha paragonato con ammirazione e generosità Flavio Briatore, che difficilmente peraltro me prende uno per spostarsi fra residenze e affari, ma Trump mi sembra sceso al minimo livello della popolarità cui dovrebbe aspirare un politico. Anche i suoi elettori negli Stati Uniti lo stanno abbandonando, visto che continuano a perdere i loro risparmi in borsa pure dopo la ritirata dei 90 giorni di sospensione dei nuovi dazi che hanno invece ridato fiato e denari alle borse europee. E un treno, quello di Trump, destinato forse più al deragliamento che ad altro. Buon viaggio, mister president. E ben tornata, Sua Santità.

La fila vantata da Donald Trump davanti ai suoi glutei e dazi…..

Joe Biden, parlandone al passato pur da vivo, concluse la sua esperienza alla Casa Bianca anche sotto il tiro dell’accusa di essere ormai andato fuori di testa, oltre che gambe per quel suo incedere traballante a 82 anni neppure compiuti. Il suo predecessore e poi successore Donald Trump, all’inizio del suo secondo mandato ancor più che durante e a conclusione del primo, ha forse già superato Biden nel sospetto di una certa instabilità di vario genere, pur camminando spedito, e a 79 anni non ancora compiuti.

La vignetta della Gazzetta del Mezzogiorno

Più che alla Casa Bianca sembra di stare con lui all’Osteria Bianca per come riceve gli ospiti, e non solo il presidente ucraino Zelensky, o si appresta a riceverne. Come nel caso della pur amica e apprezzata premier italiana Giorgia Meloni, che andrà a trovarlo giovedì prossimo preceduta dalla descrizione fatta da Trump in persona di quanti, donne e uomini, bussano alla sua porta per parlare di dazi e contorni prestandosi anche al rito del bacio non alla pantofola ma ai glutei. Come il buon Massimo Gramellini, servendo educatamente  il suo caffe quotidiano ai lettori del Corriere della Sera, ha definito il deretano chiamato da Trump col suo nome più chiaro e scurrile. Con la u sostituita pudicamente con un asterisco nella vignetta di Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Ora bisogna stare attenti a invitare Trump all’estero. Se lo fosse in Italia anche per parlare al Parlamento in seduta comune come ha fatto ieri Re Carlo III d’Inghilterra, e altri prima di lui, fra i quali Papa Giovanni Paolo II, dalla bocca e dintorni, diciamo così, del presidente americano chissà cosa potrebbe uscire. E non più rientrare rimanendo a mezz’aria con la sospensione di novanta giorni appena applicata ai dazi. Il cui solo annuncio è costato tantissimo a tantissimi risparmiatori nel mondo.

Poveri Stati Uniti d’America, ma non solo loro purtroppo.

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Risate e zuffe incontenibili, esenti da dazi, sull’assalto di Trump al mondo

Un Emilio Giannelli particolarmente in forma con la sua matita di vignettista, senza aiuto alcuna del’intelligenza artificiale sbarcata anche in qualche giornale, ha inchiodato, trafitto, ridicolizzato e quant’altro il presidente americano Donald Trump sulla prima pagina del Corriere della Sera con una pallina da golf. Che, tirata nella solita posa di giocatore ricco e professionale, gli torna addosso nelle dimensioni e forme del globo terracqueo. Quello che lo stesso Trump vorrebbe mettere sottosopra con i dazi e con i suoi rapporti più o meno privilegiati con la Russia di Putin, costretta paradossalmente più di tre anni fa a difendersi dall’Ucraina, secondo le ricostruzioni recentissime della Casa Bianca, invadendola e cercando, sinora inutilmente, di ammazzarne o metterne in fuga il presidente Zelensky. Che sarebbe di scarso successo anche come attore, come disse di lui il presidente americano di riceverlo e strapazzarlo in diretta televisiva mondiale.

Dal Corriere della Sera

Ma oltre che dalla pallina da golf gonfiatasi come il globo terracqueo di memoria o clonazione meloniana, avendone parlato a suo tempo la premier italiana come del teatro della sua guerra agli scafisti che trafficano di migrati clandestini, Trump sembra ormai in difficoltà anche col suo entourage, con i suoi consiglieri, che si danno fra di loro del cretino, e chissà di cos’altro. Compreso l’ormai mitico Elon Musk, al quale in una vignetta sul Secolo XIX Stefano Rolli fa perdere la testa. Anzi, la Tesla, che rischia la rottamazione per effetto dei dazi che non a caso il suo proprietario ha rimproverato a Trump anche in pubblico, parlandone in particolare col vice presidente del Consiglio italiano, ministro delle Infrastrutture e soprattutto segretario della Lega.  

Delle difficoltà di Trump, vere o presunte che siano, comunque avvertite su buona parte delle prime pagina di una altrettanto buona parte dei giornali del mondo, potrebbero giovarsi dialetticamente,  diciamo così, anche le opposizioni italiane in varia misurq critiche col nuovo corso americano del palazzinaro, giocatore di golf e via elencando i suoi affari e hobby. Ma le opposizioni domestiche al governo italiano, i cui partiti si contendono i pilastri -li ha chiamati Giuseppe Conte- dell’alternativa al centrodestra quando ne verrà il momento, sono prese da un’altra o prevalente partita. Che è quella- personalissima, ossessiva- contro la Meloni che non sarebbe all’altezza né di alleata di Trump né di pontiere fra lui e l’Europa, e neppure la sola Italia. Se n’è addirittura messa in dubbio per qualche tempo, a crisi mondiale dei dazi già esplosa, la capacità di strappare un appuntamento alla Casa Bianca, appena annunciato invece per il 17 aprile. Della Meloni persino Il Foglio, che cerca ogni tanto di non sembrare prevenuto, ha titolato come di una dispensatrice di “valeriana”, e “senza parole”. Altri invece lamentano di averne sentite troppe e sbagliate.

La penultima versione di Giuseppe Conte è addirittura craxiana….

Sentite o leggete questo Marco Damilano sul Domani  di carta di Carlo De Benedetti a proposito della manifestazione pentastellata  di sabato scorso a Roma, sullo sfondo dei fori imperiali, per la pace e contro il riarmo europeo: “Dopo il successo della piazza, vinta la prova di forza, superata l’urgenza del primum vivere, la stessa del Psi di Craxi di mezzo secolo fa, per Conte arriverà il momento della trattativa con i compagni di strada, a cominciare dalla Schlein”. Sulla strada, in particolare, dell’alternativa al centrodestra, di cui l’ex premier si è intestato il “primo pilastro” sognando magari anche il ritorno a Palazzo Chigi dopo lo sfratto del 2021 che ancora gli brucia.

Conte, quindi, Giuseppe Conte, o Giuseppi al plurale della famosa benedizione di Donald Trump nella sua prima esperienza alla Casa Bianca, nel 2019 mentre l’amico a Roma archiviava il suo primo governo per formarne un altro con una maggioranza diversa, anzi opposta; Conte, dicevo, è stato paragonato da Marco Damilano al Bettino Craxi del 1976. Che  raccolse il Psi al suo minimo storico, cui l’aveva portato Francesco De Martino, e ne promosse la sopravvivenza e la ripresa, cominciata già nelle elezioni anticipate del 1979. E culminata nei due governi Craxi fra il 1983 e il 1987.

Bettino Conte, si potrebbe pensare e persino dire anche a costo di procurare un infarto a Giuseppe Conte. Cui penso che il paragone dell’ex direttore della penultima   edizione del vecchio Espresso con Craxi non possa essere piaciuta, pur condito col riconoscimento o l’auspicio di poter salvare il MoVimento 5 Stelle dal minimo storico raggiunto nelle elezioni europee del 2024, con quel meno del 10 per cento contro il 32,7 delle elezioni politiche del 2018. Da cui era uscito, come una sorpresa dall’uovo di Pasqua, il primo governo dell’allora quasi ignoto, per quanto professore universitario, Giuseppe Conte.

Craxi -vorrei ricordare all’acrobatico Marco Damilano, ma anche al suo editore di carta stampata- salvò il Psi facendogli, fra l’altro, adottare la linea alla quale il Pci della cosiddetta solidarietà nazionale si era sottratto fuggendo dalla maggioranza di ben due governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti: la linea, direi, di Comiso. Che io chiamo così dalla località italiana, e base americana, dove furono installati i missili del riarmo della Nato. Che si rivelò propedeutico al crollo del comunismo senza bisogno di sparare un solo colpo di pistola.

  Il riarmo è invece per Conte – e per il suo improbabile terzo governo subìto dalla Schlein-  una parolaccia, una bestemmia, pur essendo ormai la Russia di Putin una mezza riedizione, ma nuclearizzata fino ai denti, della Russia di Stalin. “Fuori la guerra dalla storia”, ha gridato sabato il popolo di Conte. Uno slogan che Mattia  Feltri oggi sulla Stampa definisce “il più cretino di sempre” perché questo “può essere soltanto l’obiettivo  di chi fuori dalla storia ci ha piantato le tende”. O i pilastri.

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Le quattro vite -anzi otto- di Antonio Di Pietro di Montenero di Bisaccia

Dal Dubbio

Altro che le quattro vite in 75 anni di età che Salvatore Merlo ha attribuito ad Antonio Di Pietro raccogliendone sul Foglio le confidenze in una giornata trascorsa con lui in campagna. In un posto del Molise che non compare “neppure nelle mappe di Google”. Come lo stesso Di Pietro aveva spiegato al vice direttore del Foglio dandogli appuntamento in un’altra località mappata, dove sarebbe andato a prelevarlo di persona per portarlo a casa. E raccontarsi a cuore aperto, seduto fra una zappa e un vecchio e ingiallito codice penale, Che “Tonino”, per gli amici, ma anche per il pubblico che sfilava una volta in corteo per lui, sfoglia ancora non più da magistrato ma da avvocato. Delle poche cause, mi è sembrato di capire, di cui accetta di occuparsi perché gli “interessano”. O, ancora di più, gli piacciono.

Dal Foglio di ieri

Altro che le quattro vite, dicevo, che lo stesso Di Pietro ha sintetizzato raccontandosi come magistrato, politico, avvocato e imputato, uscito sempre assolto, sia pure con qualche urticante giudizio sul suo stile. Assoluzioni che gli hanno procurato anche un po’ di denaro pagato dai malintenzionati avventuratisi ad attaccarlo, e persino a tramare contro di lui.

Sempre dal Foglio di ieri

Le vite di Di Pietro sono almeno il doppio di quattro, mancando o solo sottintendendo, o facendole intravvedere, l’infanzia trascorsa, sempre in campagna come adesso, ma fra le tessere d’iscrizione dei genitori alla Dc e ai collaterali coltivatori diretti. E poi quella di emigrato in Germania, da dove mandava i risparmi di falegname, operaio e quant’altro alla madre, che morendo glieli avrebbe fatti ritrovare moltiplicati in buoni di Stato. E poi ancora la vita di poliziotto, per non parlare di quella brevissima di segretario comunale.

Tutte vite -si è vantato Di Pietro, pur dimezzandole- trascorse senza indossare una sola “camicia rossa”, pere quante gliene avessero attribuite tante quando era il magistrato di punta, più famoso e esposto, delle già citate “Mani pulite” per sospetti favori, riguardi, distrazioni verso i comunisti. Che lui invece si vanta ancora di avere indagato e fatto arrestare come e forse ancora più degli altri. Ma se la cavarono meglio perché “più bravi”, come già una volta lo stesso Di Pietro, ormai ministro, riconobbe a Massimo D’Alema. Che di recente lo ha raccontato con orgoglio partecipando alla rappresentazione di un libro.

Francesco Saverio Borrelli e Antonio Di Pietro

D’altronde, prima che scoppiasse la vicenda Tangentopoli, quando personalmente lo conobbi a Milano pranzando con lui, con Fedele Confalonieri e il comune amico architetto Claudio Dini,  che poi avrebbe fatto arrestare; d’altronde, dicevo, quando lo conobbi i cronisti giudiziari ne parlavano come di un uomo di destra  con qualche simpatia personale per l’allora sindaco socialista di Milano, e comune amico anche lui, Paolo Pillitteri. Tanto di destra da essersi vantato di non avere aderito ad uno sciopero indetto dai magistrati lasciando aperto il suo ufficio in Procura, a Milano, e guadagnandosi l’attenzione e poi anche l’amicizia, almeno per un certo tempo, dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Contro il quale peraltro era stato proclamato quello sciopero, nonostante egli fosse anche non per scherzo o capriccio ma sul serio, per dettato costituzionale, presidente anche del Consiglio Superiore della Magistratura.

E meno male che allora non si sapeva quello che Di Pietro ha raccontato al vice direttore del Foglio dei rapporti col suo superiore Francesco Saverio Borrelli. Al quale dava rispettosamente non del Lei, ma del Voi. Del fascistissimo Voi, certificherebbe anche Antonio Scurati. Del resto, a “Mani pulite” ancora in corso, a suggerire all’appena incaricato Silvio Berlusconi la nomina di Antonio Di Pietro a ministro, in particolare dell’Interno, furono gli uomini dell’ancora Movimento Sociale, che avevano proposto anche Pier Camillo Davigo, pure lui della scuderia giudiziaria di Borrelli, al Ministero della Giustizia. Dove ora siede Carlo Nordio, pure lui ex magistrato, di cui Di Pietro condivide la riforma per la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri.

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