La partita un pò truccata, francamente, della missione di Vance a Roma

Giusto in tempo per Giorgia Meloni  di tornare da Washington a Roma, cambiare abito, da bianco a rosa, e ricevere a Palazzo Chigi il vice presidente americano Vance, pure lui reduce dall’incontro alla Casa Bianca fra la premier italiana e il presidente americano Trump, assistiti dai principali collaboratori. C’è qualcosa che francamente non va. Non torna nella logica del buon senso, o senso comune come Alessandro Manzoni chiamava quello di moda al momento, e quindi variabile.

Immagino che cosa si saranno detti la Meloni e Vance salutandosi alla Casa Bianca all’arrivo e alla partenza dell’ospite italiana. Semplicemente: a domani. Dio mio, perché non sono state evitata queste troppo ravvicinate missioni di Meloni a Roma e di Vance, e famiglia, in Italia? Separate solo dal fuso orario, o quasi.  

La risposta l’ha data quel sornione di Paolo Mieli, due volte direttore del Corriere della Sera e tanto altro, raccontando ieri sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber, con l’aria di chi la sa lunga, che la missione della Meloni alla Casa Bianca era stata anticipata a passo velocissimo per ridurre, con l’aiuto quindi di Trump, la portata di quella di Vance vissuta con un certo imbarazzo dalla premier per l’abilità del suo vice presidente leghista Matteo Salvini di intestarsela in qualche modo, stabilendo un rapporto diretto e sbandierato proprio con Vance. Verosimile, direi.

Contro la missione di Vance a Roma ha giocato anche l’intervento, peraltro programmato, al quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è sottoposto nell’ospedale Santo Spirito per stabilizzare il suo cuore con un pacemaker. Per quanto dimesso rapidamente, il capo dello Stato si è risparmiato da convalescente di ricevere al Quirinale il vice presidente americano. Di cui Mattarella non aveva condiviso alcune dichiarazioni fatte sull’Europa di recente da Vance parlandone in Germania. Lo ha sottolineato -sornione, informato ed altro come Paolo Mieli dalla Gruber- l’ex segretario generale della Camera dei Deputati Mauro Zampini scrivendone sull’Alto Adige della sua Trento.

L’ossimoro del nazionalismo occidentale per aiutare l’Ucraina

Il “nazionalismo occidentale” che la premier italiana Giorgia Meloni ha tirato fuori dal metaforico uovo di Pasqua aperto alla Casa Bianca, fra l’incontro col presidente americano Donald Trump e la conferenza stampa che ne è seguita, è in natura un ossimoro. L’Occidente è lontano ancora di più dal concetto e dalla pratica della Nazione di quanto non sia l’Europa pur nell’involucro dell’Unione delle 27 Nazioni che la compongono, direbbe la Meloni per il fastidio, o quasi, che avverte parlando o sentendo parlare di Paesi. Nazioni Unite, d’altronde, è anche l’ossimoro dell’omologa, enorme organizzazione mondiale che ha sede a New York.

Ma l’ossimoro adottato dalla Meloni è funzionale alla priorità che costituisce per lei la questione ucraina. Anche rispetto ai dazi che fra minacce, annunci, sospensioni e altro hanno prevalso nella rappresentazione dei rapporti fra l’America a gestione trumpiana e il resto del mondo, oltre all’Europa.

L’Occidente anch’esso “great again”, e “più forte”, che persegue la Meloni, ben oltre gli Stati Uniti promessi da Trump ai suoi elettori, è oggi minacciato dal rischio concretissimo di una pace in Ucraina più favorevole a Putin che a Zelensky. Del quale il presidente americano ha ribadito di non essere “un fan”, senza tuttavia insultarlo, come fece direttamente, sempre alla Casa Bianca., e soprattutto senza contestarne il ruolo di “aggredito” riconosciutogli dall’ospite. Aggredito, in particolare,  dalla Russia di Putin tornata all’imperialismo zarista, dopo il fallimento di quello sovietico. 

Una Ucraina umiliata da una pace più imposta che trattata, non certo garantibile da una forza di interposizione delle Nazioni Unite, con tanto di caschi blu, vista l’esperienza del Libano e dintorni in Medio Oriente, sarebbe una spina troppo grande nel fianco europeo.  

Se ne dovranno, o dovrebbero rendersene conto prima o dopo -speriamo più prima che dopo- i vari esperti o inviati di Trump nelle aeree geografiche e politiche dove gli Stati Uniti hanno incontrato più difficoltà del previsto sulla strada non della pace ma solo di una tregua. Esperti -temo anche per le storie che ne hanno raccontato i giornali- più di affari immobiliari e finanziari che di affari politici, o addirittura geo-politici.

In questa situazione, essendo in programma, dopo l’incontro alla Casa Bianca fra Trump e Meloni, un viaggio del presidente americano a Roma in cui potere inserire un incontro anche fra lui e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, come la premier italiana sembra avere proposto direttamente a Putin dietro le quinte, la questione ucraina potrebbe trovare finalmente l’occasione e la sede appropriate in cui essere trattata, diciamo pure negoziata, coniugando davvero pace e sicurezza. E mettendo un po’ d’ordine anche in un certo disordine avvertito nel vecchio continente con iniziative sovrapposte e persino concorrenti, alle quali ha partecipato anche la Meloni avvertendone e lamentandone i limiti.

Pubblicato sul Dubbio

Il Colosseo che Giuseppe Conte temeva di perdere….

Superato, per ora, solo da Nicola Fratoianni, al quale il bianco dell’abito indossato nell’occasione da Giorgia Meloni ha ispirato addirittura l’accusa di essere andata e arrivata alla Casa Bianca per fare “la cameriera” del presidente americano, Giuseppe Conte sul fronte delle opposizioni si è improvvisato questa volta arbitro, addirittura. Ed ha assegnato la vittoria della partita con due a zero a favore di Donald Trump. Il vecchio amico Trump, che nel 2019, anche allora alla Casa Bianca, pluralizzandone generosamente il nome, da Giuseppe a Giuseppi, lo aiutò a modo suo a restare a Palazzo Chigi, a Roma, pur cambiando, anzi rovesciando la maggioranza. Col Pd di Nicola Zingaretti, spinto da Matteo Renzi ancora domiciliato politicamente al Nazareno, al posto della Lega di Matteo Salvini. Il cui errore principale fu quello di avere preso sul serio Zingaretti, che si era impegnato fuori e dentro il suo partito a non muoversi dall’opposizione, nei rapporti con Conte, senza passare per le elezioni.

I debiti si pagano, diciamo così. E Conte ha pagato il suo assegnando appunto con un netto risultato la vittoria a Trump nella partita con la Meloni. Che tuttavia non è andata alla Casa Bianca per segnare alla porta del presidente, e in qualche modo ammiratore, americano ma semplicemente e più costruttivamente per preparare altre partite. Soprattutto quella fra lo stesso Trump e l’Unione Europea, magari con un incontro, a Roma o dintorni, fra il presidente degli Stati Uniti e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Dove penso -ad occhio e croce, magari sbagliando, ma spero di no- più ancora dei dazi, pur con tutta l’importanza che hanno, per carità, si possa parlare dell’Ucraina. E del rischio che corre di dovere subire una pace utile più all’imperialismo zarista, o post-sovietica, della Russia di Putin che alla sicurezza dell’Europa. E, più in generale, dell’Occidente che Meloni si è augurata alla Casa Bianca “grande di nuovo” -come Trump si è proposto di fare soprattutto per gli Stati Uniti- e “più forte”.

Sicuro com’è di essere anche spiritoso, oltre che ambizioso, pure di tornare a Palazzo Chigi dove ritiene ancor di essere stato tradito anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella mandando al suo posto Mario Draghi; sicuro, dicevo, com’è di essere anche spiritoso, Conte ha riconosciuto alla Meloni solo i merito avere evitato alla Casa Bianca di vendere “un pezzo del Colosseo” a Trump. Magari per lasciarlo tutto in intero a disposizione del presidente del MoVimento 5 Stelle, o di ciò che ne rimane, per altri raduni e comizi contro il governo in carica. Come quelli svoltisi il 5 aprile scorso.

In fondo la politica è fatta anche di qualche piccola soddisfazione, diciamo così, come quella presasi da Conte, appunto, tornando dalle parti del Colosseo non per andare a trovare Beppe Grillo, quando era ancora il garante e insieme fondatore del movimento pentastellato, e riceveva i suoi ospiti in un albergo con vista sui fori imperiali, ma per prenotare da solo e direttamente questa volta Palazzo Chigi, se e quando dovessero riuscire quelli che allo stato delle cose, per ammissione di alcuni anche nel Pd, sono solo i miracoli attesi da un fronte unitario di alternativa al centrodestra e di una sua vittoria in elezioni politiche, anticipate o ordinarie.

Poi, si sa, dal Colosseo alla sede della Presidenza del Consiglio si può anche correre a piedi, senza neppure la macchina, magari sognando anche la soddisfazione di passare davanti alla Meloni che chiede l’elemosina sotto  il balcone fatidico dell’altrettanto fatidico Palazzo Venezia. 

Un sogno, questo, che fa il paio con quello di Stefano Rolli che in una vignetta sul Secolo XIX ha fatto di un corrucciato e riconoscibilissimo Conte, al singolare, che vede e ascolta corrucciatissimo in televisione un Trump che moltiplica questa volta il nome della Meloni: Giorgi…

Pubblicato su Libero

I “great again” conciliabili di Trump e Meloni alla Casa Bianca

Agli Stati Uniti “di nuovo grandi” promessi, proposti, rivendicati e quant’altro da Donald Trump, che anche o soprattutto per questo ha riconquistato la Casa Bianca accusando i suoi predecessori di avere fatto regredire il loro paese, Giorgia Meloni nello studio ovale ha preferito la formula dell’Occidente” di nuovo grande”. Un obbiettivo da perseguire insieme: Trump e Meloni, gli stessi Stati Uniti e gli alleati fra i quali l’Italia è “speciale” per riconoscimento del presidente americano.  Great again.

Rientra in questa prospettiva dell’Occidente di nuovo grande il viaggio in Italia proposto dalla premier al presidente degli Stati Unii per avere, fra l’altro, l’occasione intravista nelle sue parole di un incontro anche con la presidente della Commissione dell’Unione Europea. Un viaggio a breve, si è capito delle intenzioni della Meloni, anche se sulla data l’entourage di Trump non ha voluto sbilanciarsi. 

Un Occidente di nuovo grande significa un Occidente più deciso a restare unito nella sua difesa. Cosa, questa, che non è minacciata tanto dai dazi quanto dal rischio, alimentato dall’approccio di Trump alla questione, di una pace in Ucraina, dopo più di tre anni di guerra, favorevole più a Putin che a Zelensky Più all’aggressore che all’aggredito, nella distinzione che la premier italiana ha tenuto a ribadire nella parte pubblica del confronto col presidente americano, quando entrambi si sono offerti alle domande dei giornalisti.

Di fronte alla distinzione fra aggressore e aggredito parlando della Russia e dell’Ucraina Trump si è guardato bene dal replicare contro la sua “fantastica” ospite, fra i pochi “leader mondiali” da lui apprezzati, la scenata riservata clamorosamente nella stessa Casa Bianca al presidente ucraino. Di cui tuttavia Trump ha ribadito la convinzione che abbia sbagliato. Ma ancora più sbaglierebbe Trump, nella convinzione della Meloni,  se davvero consentisse a Putin di praticare un imperialismo non più sovietico ma addirittura zarista contro una  terra che si sente europea, con una procedura in corso di adesione all’Unione, e che ha pagato con l’invasione  l’aspirazione ad entrare anche nella Nato.

La missione della Meloni alla Casa Bianca è stata compiuta con “disciplina e onore”, si potrebbe dire parafrasando l’articolo 52 della Costituzione un po’ troppo abusato nelle polemiche politiche quando viene imbracciato come un’arma contro il presidente del Consiglio e i ministri di turno.

Gli effetti dell’incontro alla Casa Bianca si vedranno nei fatti, hanno detto con un certo scetticismo i meno aggressivi degli oppositori o critici del governo, considerando anche l’imprevedibilità di Trump. Ma la presidente del Consiglio è stata della schiettezza necessaria in un passaggio così difficile della congiuntura internazionale. Non è fuggita, come l’accusano nei giorni pari e dispari Giuseppe Conte ed Elly Schlein rincorrendosi nell’aspirazione a Palazzo Chigi, né si è nascosta dietro formule evanescenti.

Le dimissioni improbabili, a dir poco, del presidente della Repubblica

Diavolo di un Messaggero che pure si scrive e si stampa a due passi dal Quirinale. “Mattarella verso le dimissioni già oggi”, hanno titolato in prima pagina pur risparmiando all’evento i caratteri di scatola che avrebbe meritato un annuncio del genere se vero, non nel contesto di un breve ricovero del Capo dello Stato all’ospedale Sant Spirito di Roma per l’impianto di un pacemaker di ormai ordinaria amministrazione per chi ha il cuore dai ritmi un po’ troppo imprevedibili.

Tranquilli, il Capo dello Stato ha continuato sì a “lavorare anche dall’ospedale”, sempre nel titolo del Messaggero, ma non per firmare le ultime carte della sua seconda Presidenza, dopo la prima del 2015-2022., ma per proseguire, non interrompere per chissà quale ragione un mandato che scadrà solo nel 2029.

I critici di Mattarella, che non mancano neppure in un quadro generalmente favorevole a lui, e gli aspiranti alla successione, anch’essi presenti fra quelli che sistematicamente gli fanno gli auguri per le feste comandane o personali, debbono pazientare. Soprattutto dopo e grazie al pacemaker appena installato.

Alla prova dei fatti la missione di Giorgia Meloni alla Casa Bianca

Non so se Emilio Giannelli volesse più fare ridere o inorridire i lettori del suo Corriere della Sera proponendo, per la visita odierna alla Casa Bianca, una Giorgia Meloni al bacio dei glutei ricavati sulla faccia del presidente americano allungando le sue guance. Uno spettacolo più osceno che ridicolo.

La missione della premier italiana in America ha scatenato anche la fantasia all’indietro dei cosiddetti analisti. Alcuni dei quali si sono avventurati a paragonarla a quella di Alcide Gasperi nel gennaio del 1947, avvolto in un cappotto prestatogli da amici e deciso a portare a casa un assegno di 50 milioni di dollari.  In cambio, fra l’altro, dell’impegno, mantenuto quattro mesi, di scaricare dal governo  socialisti e comunisti. I primi vi sarebbero tornati col centro-sinistra “organico”, e Aldo Moro presidente del Consiglio, nel 1964. Gli altri invece non vi sarebbero tornati mai più, rappresentando il Massimo D’Alema del 1998 a Palazzo Chigi non il Pci, finito tra le macerie del muro di Berlino, ma la seconda delle sue varie, successive edizioni.

Giorgia Meloni al ritorno da Washington non dovrà scaricare nessuno dei suoi alleati di governo. Né il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, più trumpiano o trumpista della premier, né il vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajani. Che è sì insofferente per ragioni di stile e di contenuto alle marce, retromarce, sceneggiate ed altro di Trump, ma altrettanto all’idea che si possa fare a meno degli Stati Uniti, pur nella versione trumpiana.

Per quanto difficile se finalizzata ad una mediazione fra le due rive dell’Atlantico, comunque coperta da un assenso della presidente della Commissione dell’Unione Europea Ursula von der Leyen, la missione della premier italiana è di per sé un passaggio importante per l’Italia in un momento non certo ordinario: nel bel mezzo di guerre che continuano e di un tentativo che accomuna un po’ Trump e Putin di ridisegnare spartizioni e influenze a 80 anni da quelle concordate a Jalta alla fine della seconda guerra mondiale.

Solo un autolesionismo da vignetta -magari di un’altra di Giannelli sul Corriere della Sera- potrebbe fare sognare in Italia  un fallimento della Meloni a Giuseppe Conte e ad Elly Schlein, che si inseguono nella corsa a Palazzo Chigi come candidati alla guida della pur improbabile alternativa al centrodestra.

Il pacemaker guadagnatosi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Dove non sono riusciti i fatti della politica, internazionale e interna, dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca proponendosi tregue e paci che non arrivano, spesso neppure a parole, hanno dunque provato i medici dell’ospedale romano di Santo Spirito, a pochi passi dal Vaticano, impiantando un pacemaker al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il cui problema sanitario sta nel ritmo troppo lento del suo cuore.

L’intervento era programmato, hanno annunciato e assicurato al Quirinale, dove il Capo dello Stato ha disbrigato i suoi affari d’ufficio, compresa un’udienza a Gianni Letta per festeggiarne i 90 anni, sino a qualche momento prima del ricovero in un clima per niente formale di ordinarietà.

Col cuore in qualche modo potenziato, comunque più protetto da quell’apparecchietto non più grande di una moneta da due euro, il presidente della Repubblica potrà fronteggiare meglio il più frequente, se non sistemico inconveniente del suo impegno istituzionale. Che è quello di trovarsi strattonato dalle opposizioni che, non avendo una leadership sicura, cercano di appoggiarsi al Capo dello Stato e di intrometterlo nella lotta politica contro il governo.

 Buon lavoro anche di resistenza, signor Presidente, alla vigilia peraltro dell’ottantesimo anniversario della conclusione vittoriosa di un’altra Resistenza, con la maiuscola.

Altro che dazi, è l’Ucraina il tema più difficile per la Meloni da Trump

Anche, anzi soprattutto Flavia Perina, la cui conoscenza della destra è maturata prima come militante e poi come direttrice del Secolo d’Italia, ha avvertito sulla Stampa, scrivendone da editorialista, il carattere tanto prioritario quanto difficile assunto dal dossier sull’Ucraina nell’agenda dell’incontro di domani della premier Giorgia Meloni alla Casa Bianca col presidente americano Donald Trump. La paura dei cui dazi è stata superata, con gli ultimi sviluppi della guerra in corso da più di tre anni, da quella di una pace praticamente imposta dallo stesso Trump all’Ucraina di Zelensky alle condizioni peggiori.

Dell’Ucraina, a parte la “stanchezza” sfuggitale in una telefonata carpitale da un comico russo scambiato per un presidente africano dai suoi uffici, la Meloni ha sempre preso le difese. E non per le pressioni esercitate su di lei -secondo analisi e retroscena cui si sono spinti i suoi avversari- dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari imparentatosi con una donna di quelle parti. Ma per convinzioni antisovietiche e poi altre, come vedremo, ereditate dalla militanza nella destra in cui è cresciuta la premier.

La Russia, dopo la caduta del muro di Berlino e di tutto il resto, non è più sovietica, per quanto guidata da un Putin formatosi nei suoi servizi segreti. Ma Trump, volente o nolente, sta facendo di tutto per assecondare l’ambizione neppure nascosta al Cremlino di recuperare una buona parte del potere e dell’influenza dell’epoca sovietica, appunto. E ciò in una concezione imperialistica della Russia ricondotta da Putin direttamente e orgogliosamente allo zarismo, senza più il successivo filtro ideologico e rivoluzionario del comunismo di Lenin e successori.

E’ un bel pasticcio, diciamo così, anche se Trump mostra o finge di non avvertirlo, per un’Europa i cui confini politici si sono allargati a paesi finiti ottant’anni fa, con gli accordi di Jalta conclusivi della seconda guerra mondiale, nell’area allora sovietica. Paesi che, a parte forse l’Ungheria del pur “patriottico” Orban, non hanno nessuna voglia di tornare indietro.  O solo di riprovarne la paura come confinanti. L’Ucraina ha pagato con l’aggressione di più di tre anni fa l’ambizione di aderire anch’essa alla Nato, avendo peraltro restituito alla Russia tutto l’arsenale nucleare depositato sul suo territorio dal Cremlino.

Lo scenario trumpiano, chiaramente indigesto già per una destra di tradizione missina, ancora di più lo è per una destra allargatasi ad aeree di cultura o provenienza democristiana e persino socialista. Di un socialismo che con Craxi si sentiva infangato dal comunismo. Che, del resto, alla fine preferì scommettere più sul soccorso giudiziario che sull’unità socialista proposta da Craxi ma avvertita come un’annessione.  Anche questo, in fondo, fa parte del complesso, scottante dossier ucraino della Meloni in missione dal suo amico Trump.

Pubblicato sul Dubbio

Le crociere galeotte dei magistrati sulle navi della Tirrenia e di Moby

Già coperti dal segreto istruttorio nella loro identificazione anagrafica, dei due magistrati coinvolti nelle indagini per corruzione ed altro, avendo viaggiato gratiscon un bel pò di ammiragli, altri graduati e funzionari civili su navi della Tirrenia e di Moby, non si sa neppure se siano fra quelli per i quali sono stati richiesti gli arresti domiciliari e/o la sospensione dagli uffici.

         Il coinvolgimento dei due magistrati nelle indagini genovesi cominciate due anni fa è stato comunque quello che ha fatto più notizia nei titoli di prima pagina dei giornali. Né poteva essere diversamente in un momento in cui la magistratura, nelle sue rappresentanze sindacali e istituzionali, si sente accerchiata dal governo con la riforma che separa le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici. E si lascia attribuire da una cultura e militanza giustizialista una “diversità” analoga a quella rivendicata per la sua parte politica da Enrico Berlinguer quando pose o scoprì la cosiddetta “questione morale” anche per motivare il ritiro della maggioranza di “solidarietà nazionale” realizzata fra il 1976 e il 1979 attorno a due governi monocolori democristiani guidati da Giulio Andreotti.

         Quella “diversità” attribuitasi o lasciatasi attribuire dalla magistratura contribuì anche a permetterle negli anni di “Mani pulite” il famoso e “brusco cambiamento dei rapporti fra politica e giustizia”, a vantaggio della seconda, riconosciuto pubblicamente dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla moglie di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte del marito ad Hammamet. Il leader socialista aveva ottenuto un trattamento di una “durezza senza precedenti” -parole sempre di Giorgio Napolitano- nei processi in tribunale e in quelli sommari che li avevano preceduti sui giornali e nelle piazze. Dove erano sfilati in migliaia, particolarmente a Milano, chiedendo all’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro e colleghi di sognare ancora di più con lo spettacolo manettaro.

         Si disse e si scrisse già allora dai pochi sottrattisi alle mode culturali, mediatiche e politiche del giustizialismo che se ne sarebbe usciti assistendo agli arresti dei magistrati fra di loro. Ci stiamo arrivando?

Ripreso da http://www.startmag.it

Dura a morire la leggenda di Craxi abbandonato dagli americani dopo Sigonella

Diego Gabutti ha raccontato a suo modo, colto e disincantato, gli anni Ottanta. Che “sconvolsero il mondo”, dice il sottotitolo del libro pubblicato da Neri Pozza editore: dall’attentato al papa polacco Giovanni Paolo II, per esempio, al crollo del comunismo che lo aveva ordito avvertendo il pericolo costituito per l’Unione Sovietica da quel pontificato. Forse ancor più del riarmo missilistico della Nato che avrebbe fatto collassare Mosca.

Per quanto preso dalla rievocazione scrupolosa e spesso originale   dei tanti fatti e personaggi di quel decennio, mi sono stupito- anche per un’esperienza diretta e personale che rivelerò alla fine-  dal credito che anche il mio amico Diego ha dato alla leggenda di  Bettino Craxi in qualche modo traditosi nei rapporti con gli Stati Uniti, sino a pagarne gli effetti nel decennio successivo, quando esplose il ciclone giudiziario di Tangentopoli. E il leader socialista si precluse la possibilità, pur maturata una volta caduto il comunismo, di fare prima e meglio di quanto sarebbe poi riuscito all’amico Silvio Berlusconi.

In particolare, secondo Gabutti che ne scrive al presente, Craxi nel 1985, pur reduce dalla vittoria referendaria sui tagli alla scala mobile, antinflazionistici ma contestatigli furiosamente dagli avversari, “la fa fuori del vaso” sfidando gli Stati Uniti di Ronald Reagan. Siamo alla famosa notte di Sigonella., a sequestro concluso della nave italiana Achille Lauro nelle acque del Mediterraneo.

I terroristi autori di quel sequestro al comando di Abbu Abbas, rimesso in riga da Yasser Arafat dopo un intervento di Craxi, ma non in tempo per evitare l’assassinio del passeggero americano, ebreo e paralitico Leon Klingoffer, furono imbarcati su un aereo egiziano per essere portati al sicuro in Tunisia. Ma i caccia americani intercettarono il velivolo e lo fecero atterrare nella base italiana di Sigonella, dove i marines in assetto di guerra lo circondarono per catturarne i passeggeri. Alla richiesta telefonica, diretta e notturna del presidente americano in persona il presidente italiano del Consiglio, dalla sua stanza d’albergo a Roma, “fa spallucce” -racconta sempre Gabutti al presente- e ordina che i Carabinieri circondino a loro volta i marines e impediscano loro la cattura dei terroristi e del comandante Abbas. Che, peraltro provvisto di un passaporto diplomatico egiziano,, non è neppure trattenuto in Italia per il processo, diversamente dai suoi sottoposti. Egli fu trasportato rocambolescamente a Roma per farlo fuggire altrettanto rocambolescamente al sicuro altrove.

Nel fare “spallucce”, pur erigendosi a garante della sovranità nazionale come ancora gli riconoscono anche gli avversari sopravvissuti alla sua morte, Craxi commette l’errore, sempre nel racconto di Gabutti al presente, di “non capire che talvolta l’uomo con la pistola non la scampa con l’uomo col fucile”. Reagan in persona, memore anche dell’aiuto ricevuto da Craxi nel già ricordato riarmo missilistico della Nato, si sarebbe poi chiarito e riconciliato con lui, prima scrivendogli e poi ricevendolo alla Casa Bianca. Nonostante questo, tuttavia,  Craxi alle prese con Tangentopoli, solo otto anni dopo, “si troverà senza un amico al mondo”, conclude Gabutti alludendo appunto all’abbandono da parte degli americani, o peggio.  In realtà, a tradirlo sarebbero stati alleati politici pavidi e persino compagni di partito collusi con gli avversari comunisti.

Parlavo una sera allo stesso Craxi nella sua casa di Hammamet di questa leggenda sugli anericani quando scattò l’allarme in una villa adiacente. In un attimo fummo protettivamente circondati da poliziotti armati sino ai denti. Che si ritirarono solo dopo che altri ancora si erano accertati dell’assenza di pericoli. Craxi mi chiese: “Tu pensi che io potrei stare così al sicuro qui senza il consenso e l‘aiuto degli americani?”. Cioè fidandosi solo delle pur ospitali autorità tunisine?

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it iil 20 aprile

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