Un Prodi furioso in soccorso a sorpresa della Schlein assente da Ventotene

Più che di un’analisi ha bisogno forse di una psicanalisi politica la scenata alla quale Romano Prodi, reduce da un’intervista al Corriere della Sera non proprio esaltante per la segretaria del Pd Elly Schlein, si è abbandonato contro la giornalista di Rete 4 Lavinia Orefici. Un Prodi più furioso del celebre Orlando di Ludovico Ariosto, al limite della scurrilità -con quel “cavolo” gridato contro la domanda della giornalista sulle polemiche intorno al manifesto europeista di Ventotene- e persino dell’incidente fisico. Almeno quello avvertito dalla giornalista, che ha lamentato di essersi sentita toccare una ciocca di capelli, fortunatamente senza perderla. Ne sono seguiti comunicati di protesta, appelli all’Ordine, dichiarazioni di solidarietà alla Orefici o a Prodi e via sguazzando in quello che si potrebbe definire un supplemento di uno spettacolo recente nell’aula di Montecitorio. Dove si è dovuta interrompere più volte la seduta per le proteste delle opposizioni contro la premier Giorgia Meloni che aveva citato un passaggio proprio del manifesto di Ventotene per non condividerlo, essendovi ipotizzata un’Europa “libera e unita” sì, ma a democrazia sospesa e con il diritto di proprietà messo a dura prova, diciamo così.

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“Ha mai sentito dirmi cose del genere?”, ha chiesto stizzito Prodi alla giornalista cercando poi di giustificare gli autori del manifesto per averlo scritto da confinati antifascisti a Ventotene nel 1941, in piena guerra dall’esito ancora tragicamente imprevedibile.  Ma oltre alla difesa dei compianti Altiero Spinelli, Enrico Rossi ed Eugenio Colorni premeva forse a Prodi la implicita difesa della segretaria del Pd Elly Schlein nelle proteste contro le critiche della Meloni al manifesto. Una difesa compensativa, riparatrice e quant’altro del dissenso, appena ribadito nell’intervista di Prodi al Corriere della Sera ancora fresca di stampa, rispetto alle scelte della Schlein alla guida del partito del Nazareno: dal mancato sì al piano europeo di riarmo alla evanescente alternativa al centrodestra.

La politica, si sa, è fatta di questi tatticismi. Poi ognuno, fuori e dentro il partito che vi è maggiormente interessato o coinvolto, usa ciò che ritiene più utile per analizzare persone e situazioni.

Da Libero

Di clamoroso o davvero sorprendente in questa storia c’è forse soltanto una certa scompostezza di Prodi, impostosi o distintosi in altre occasioni per una certa olimpica disinvoltura che ad altri sarebbe forse costata seri guai giudiziari. Penso naturalmente anche io alla vicenda, impietosamente ricordata dal direttore Mario Sechi su Libero, della seduta spiritica nella quale nel 1978 Prodi raccontò di avere sentito durante il sequestro di Aldo Moro una parola chiave di quella tragedia. Che era Gradoli, il nome non di un paesino dove furono inutilmente cercate poi tracce di Moro e dei suoi carcerieri, ma di una strada di Roma dove si trovava il covo delle brigate rosse usato da registi e autori  del sequestro. 

La segretaria del Pd come la Mariettina della ricotta perduta per strada

Da Libero

Vi ricordate la fiaba di Marietta, anzi Mariettina, la contadinotta che immaginava le fortune che avrebbe potuto fare vendendo al mercato la ricotta avuta in regalo da un pastore e sistemata in un cestello che portava baldanzosamente sulla testa? In un inchino mimato, pensando agli omaggi che avrebbe potuto ricevere standosene sul balcone di una bella casetta in campagna acquistata con i suoi guadagni, la poveretta perse la ricotta. Che non potette neppure mangiare per il fango nel quale era finita.

Chissà se Elly Schlein conosce questa fiaba, in una qualunque delle lingue che sa parlare, e che alterna come i passaporti dei quali è dotata. Ho tuttavia la sensazione che la stia vivendo nella sua esperienza di segretaria del Pd, eletta due anni fa grazie ai pastori grillini, chiamiamoli così, infilatisi nei gazebo per farla prevalere sul prescelto dagli iscritti, che era Stefano Bonaccini.

Presasi molto sul serio, come la Marietta con la ricotta, la segretaria del Pd ha immaginato fra qualche successo locale o sondaggistico di potere allestire in tempo per le prossime elezioni politiche un’alternativa vincente al centrodestra di Giorgia Meloni, estesa da Matteo Renzi a Giuseppe Conte.

Dario Franceschini

Non so se più stanco, deluso o preoccupato di averla a suo tempo aiutata nella scalata al Nazareno, un uomo come Dario Franceschini, di cultura e formazione democristiana che conosce il Pd come le sue tasche, ha recentemente consigliato alla Schlein dalla sua officina all’Esquilino, promossa eccentricamente ad ufficio, di togliersi dalla testa la ricotta. Cioè l’idea di potere affrontare e vincere le elezioni politiche con un’Armata Brancaleone come quella che lei “testardamente” persegue. Meglio andare alle elezioni separati, per fare ciascun partito il pieno dei voti, e tentare poi di mettersi insieme per governare.

Prodi e Schlein d’archivio

Manco per sogno, ha subito reagito un altro democristiano di origine controllata come Romano Prodi. Che, autore peraltro sfortunato di programmi di coalizione di più di 300 pagine, vista la brevità dei suoi due governi, ha detto alla Schlein -pur cresciuta nel Pd come una sua sostenitrice, insorta contro i franchi tiratori del partito che gli avevano impedito nel 2013 l’elezione al Quirinale- che quella di Franceschini è una strada quasi moralmente impraticabile in un sistema elettorale non più proporzionale.

Prodi, pur al netto dei soliti attacchi anche di villania gratuita alla Meloni, è appena tornato a tirare le orecchie alla Schlein in una intervista al Corriere della Sera contestandole la linea adottata sul riarmo dell’Europa. Il cui piano pure o soprattutto nella versione aggiornata di “Protezione 2030” sarebbe secondo lui “troppo prudente”. Altro che l’imprudenza avvertita dalla segretaria del Pd ordinando agli eurodeputati del Nazareno, anche a costo di spaccarne la delegazione, un’astensione critica.

Non parliamo poi, in tema dì Europa, i guai in cui la Schlein si è infilata contestando la contestazione, a sua volta, della premier Giorgia Meloni della parte del famoso manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 dai confinati antifascisti Altiero Spinelli, Enrico Rossi ed Eugenio Colorni, in cui l’”Europa libera e unita” viene immaginata in sospensione della democrazia e in regime sostanzialmente collettivistico.

La delegazione del Pd ieri alla tomba di Altiero Spinelli, a Ventotene

Se Elly …Mariettina Schlein ha davvero avuto la tentazione di raggiungere gli amici e compagni di partito a Formia per imbarcarsi con loro ieri per un pellegrinaggio politico riparatore alla tomba di Spinelli a Ventotene, prima ancora del maltempo è stata forse trattenuta dalle interviste del sindaco dell’isola Carmine Caputo, prima al Foglio e ancor più poi a Libero. Da buon, risoluto, orgogliosamente democristiano, pur senza avere la notorietà di Franceschini e di Prodi, e dell’ornai veterano del Parlamento Pier Ferdinando Casini, egli ha condiviso la contestazione della Meloni. Sino a dichiararsi pronto ad invitarla e ospitarla in una trasferta politica a Ventotene, a opinione naturalmente invariata sull’omonimo manifesto.

Pubblicato su Libero

Romano Prodi affonda il coltello nel burro di Elly Schlein

Dal Corriere della Sera

Che schiaffo a Elly Schlein, per quanto metaforico, l’intervista al Corriere della Sera nella quale Romano Prodi ha liquidato come “troppo prudente” il piano di riarmo europeo che la segretaria del Pd ritiene invece troppo imprudente, proponendone un “radicale cambiamento” nei giorni scorsi alla Camera. E ciò dopo avergli fatto negare dalla maggioranza del gruppo piddino nel Parlamento europeo -undici contro dieci- l’approvazione con la formula, peraltro poco coraggiosa, dell’astensione.

Neppure nella formulazione non più di “riarmo” ma di “Prontezza 2030”, appena uscita dal Consiglio europeo raccogliendo i disagi semantici anche della premier italiana Giorgia Meloni, e del premier socialista spagnolo Pedro Sanchez, il piano europeo è stato considerato da Prodi inadeguato alla situazione di pericolo, rischio e quant’altro in cui si trova il vecchio continente dopo la svolta nei rapporti fra gli Stati Uniti di Trump e la Russia di Putin.

Romano Prodi al Corriere della Sera

“Mi ha fatto un po’ sorridere -ha detto testualmente l’ex presidente del Consiglio, ma anche della Commissione di Bruxelles- la dichiarazione di essere pronti a cooperare nel 2030. E arrivati a quella data, che cosa succede? Non è solo una data lontana, ma manca totalmente l’indicazione di una volontà precisa sulla comune difesa. Sono passi ancora troppo prudenti. Una maggiore cooperazione senza contenuti non basta”. Parole, queste, destinate in Europa soprattutto a Ursula von der Leyen, l’ex ministra tedesca della Difesa al suo secondo mandato al vertice della Commissione europea, e in Italia alla Schlein. Nei cui riguardi l’ex premier, criticandone la linea, non si lascia distrarre più di tanto dal fatto che nel 2013, dodici anni fa, fu la più lesta e vivace nel difenderlo dai franchi tiratori del Pd che ne avevano impedito l’elezione al Quirinale. La Schlein allora promosse reclamò e quant’altro l’occupazione delle sezioni e sedi del partito.

Ancora Prodi al Corriere della Sera

Pagatole il tributo, diciamo così, di un altro attacco a Giorgia Meloni, da lui considerata una versione femminile di “Arlecchino servo dei due padroni”, che sarebbero Trump e la von der Leyen, Prodi ha contestato alla Schlein anche la gestione del partito, pur cercando di apparire estraneo alle beghe interne del Nazareno. “Io non entro -ha risposto ad una domanda sull’aria un po’ da congresso che spira al Nazareno, appunto- nel dibattito interno del partito. Ma dico che è urgente costruire un’alleanza che vinca alle prossime elezioni, un’alleanza progressista”. Di cui ha convenuto che non esistono i presupposti. “E’ per questo -ha insistito Prodi- che il governo non è caduto, nonostante lo stato in cui si trova. Perché esistono opposizioni, ma non un’alternativa di governo”.

Anche il sindaco moroforlaniano ha qualcosa da ridire sul manifesto di Ventotene

Da Libero

Carmine Caputo, già segretario del Comune di Ventotene, ne è sindaco da tre anni, eletto con 274 voti contro i 223 del notaio Gennaro Santomauro, il suo principale concorrente distanziato di “soli” 51 voti, dirà qualcuno leggendomi. Ma 51 voti sono tanti in un’isola di meno di 700 abitanti. non tutti elettori naturalmente perché al di sotto dei 18 anni non si vota. O non si vota ancora, per quanto a suo tempo Enrico Letta avesse proposto di far votare anche i sedicenni.

Civico di elezione, nel senso della lista nella quale si è proposto e ha vinto, il sindaco di Ventotene si è orgogliosamente confessato “democristiano” a Ginevra Leganza, del Foglio, che l’ha chiamato per saggiarne gli umori in vista dello sbarco, oggi nell’isola, della segretaria del Pd Elly Schlein e amici e compagni in trasferta politica. Per omaggiare la tomba di Altiero Spinelli oltraggiata, secondo loro, sia pure a distanza, dalla premier Giorgia Meloni citando un passaggio del manifesto suo e di Ernesto Rossi, scritto da antifascisti confinati nell’isola nel 1941, per un’Europa libera e unita sì, ma a democrazia sospesa e a regime sostanzialmente collettivistico. Dove la proprietà privata sarebbe stata o vietata o consentita solo entro limiti angusti.

D’altronde, ancora negli anni Settanta l’allora segretario del Psi Francesco De Martino, non ancora sostituito da Bettino Craxi armato di forbici per tagliare la barba a Marx, come gli rimproverò Eugenio Scalfari sulla Repubblica di carta, immaginava di privata per l’Italia solo la bottega del barbiere.

Democristiano dichiarato, dicevo del sindaco di Ventotene. “Io -ha detto, in particolare- sono nato democristiano, con Aldo Moro e Arnaldo Forlani, e morirò democristiano”. Un democristiano del tipo da me immaginato scrivendo giovanissimo di un Forlani che stava “con Fanfani nel cuore e con Moro nel cervello”. Forlani apprezzò avviando con me un rapporto di amicizia durato sino alla sua morte. Fanfani, allora presidente del Senato, apprezzò molto meno invitandomi ad una colazione di prima mattina per dirmi -o mandare a dire all’ancora formalmente numero due della sua corrente – che se avesse voluto accordarsi con Moro avrebbe potuto e saputo farlo direttamente. E così fece in effetti col famoso “patto di Palazzo Giustiniani” nel 1973 ponendo fine alla prima segreteria Forlani nella Dc e tornando lui al vertice del partito. Peraltro sparatissimo verso il referendum contro il divorzio che nel 1974 perse rovinosamente. Forlani invece se n’era tenuto lontano facendolo rinviare due anni prima, ricorrendo persino alle elezioni anticipate.

Elly Schlein d’archivio a Ventotene

Abituato a suo tempo a un partito complesso come la Dc, il sindaco di Ventotene, anche a costo di deludere l’ospite più illustre di oggi nella sua isola, si è ben stretta metaforicamente la fascia di sindaco addosso per omaggiare sì la memoria di Spinelli, apprezzare anche il soffietto televisivo di Roberto Benigni ma confessare anche  alla giornalista del Foglio di essersi riconosciuto nella dissociazione della premier Giorgia Meloni da un passaggio del manifesto di una Europa “libera e unita” solo a parole, dovendo convivere con la sospensione della democrazia e la proprietà confinata nelle botteghe dei barbieri, come ho divagato scrivendo del Psi di Francesco De Martino. 

Lacrime alla Camera

“Io non penso -ha convenuto il sindaco di Ventotene con la Meloni pensando al raduno romano del 15 marzo scorso- che tutti quelli che brandiscono il Manifesto in piazza l’abbiano letto”. E ancora, invitato a commentare il pianto del deputato del Pd Federico Fornaro nell’aula di Montecitorio dopo avere invitato la premier a “vergognarsi” della sua parziale lettura del manifesto di Aliero Spinelli, e di Enrico Rossi, e di Eugenio Colorni, il sindaco ha detto: “Penso che il dibattito parlamentare sia ipocrita”. A destra, secondo Carmine Caputo, ma anche a sinistra.

Onore al sindaco di Ventotene, un po’ meno, o per niente, ai suoi ospiti di oggi

Pubblicato sul Dubbio

La parola non piace ma resiste agli assalti. E il riarmo europeo va avanti

L’intestazione del piano di riarmo europeo voluta dalla presidente della Commissione di Bruxelles von der Leyen, che ha una certa conoscenza e pratica della materia essendo stata la ministra tedesca della Difesa, piacerà a pochi, o addirittura a nessuno dei leader incontratisi nella sessione ordinaria del Consiglio dell’Unione, ma il voto favorevole è stato unanime, col sì anche dell’Ungheria di Viktor Orban. Si è convenuto, in particolare, di “accelerare i lavori su tutti i piani per aumentare in modo decisivo la prontezza di difesa dell’Europa entro i prossimi cinque anni”.

Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen ieri a Bruxelles

Ci sarà rimasto forse male, informato di questo testo non so dove e come, il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini. Che tuttavia privatamente aveva già smentito alla premier Meloni un capogruppo parlamentare del suo partito che aveva escluso un mandato in tal senso. Così comunque sono andate le cose a Bruxelles con l’apporto della stessa Meloni, non credo troppo sofferto.

Saranno invece soddisfatti in Italia, trovando alimento alla loro linea e propaganda, le opposizioni più radicali, che hanno arruolato d’ufficio il governo italiano, pur a partecipazione leghista, fra i guerrafondai d’Europa, decisi peraltro anche ad ostacolare la pace che Trump e Putin insieme vorrebbero imporre all’Ucraina di Zelensky. Il quale non a caso è tornato a raccogliere anche in questa sessione del Consiglio europeo, questa volta però senza il consenso dell’Ungheria, l’appoggio, la solidarietà e quant’altro nella resistenza opposta da più di tre anni all’invasione russa.  

Queste sono le notizie da Bruxelles. Il resto è chiacchiericcio. Sotto, neppure dietro le quinte. Sottoscena più che retroscena.

Benigni in Eurovisione su Ventotene e dintorni ha affondato clamorosamente RaiMeloni

Dal Dubbio

Qualsiasi cosa si possa o si voglia pensare o scrivere, condividendo o dissentendo dal Sogno di Roberto Benigni mandato in onda in diretta Eurovisione dalla Rai l’altra sera, credo che non si possa decentemente ignorare o nascondere il nubifragio di RaiMeloni. Che è il soprannome dato alla Rai dagli avversari della premier, e con un certo compiacimento anche da alcuni suoi amici, da quando è in carica l’attuale governo. E persino da un po’ prima, quando con Mario Draghi ancora a Palazzo Chigi già  si avvertiva l’arrivo della leader della destra per la partita elettorale giocata a porta vuota dalle sinistre e dintorni più di due anni e mezzo fa. Lo stesso Draghi accolse la Meloni a Palazzo a braccia aperte, come si usa dire.

Benigni ha offerto al pubblico, che se lo era perso negli spezzoni dei telegiornali sul dibattito alla Camera in vista del vertice europeo di Bruxelles, uno spettacolo di difesa del cosiddetto manifesto di Ventotene sull’Europa “libera e unita” di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Che a Montecitorio la premier aveva qualche ora prima contestato per i passaggi nei quali l’Europa, piuttosto che libera e unita, era pensata a democrazia sospesa e a regime collettivistico, senza il diritto di proprietà a dintorni.

Senza scomporsi nelle urla e nelle proteste delle opposizioni nell’aula di Montecitorio, sino a doversene sospendere la seduta, Benigni ha allungato le sue ali protettive sulle buonanime di Spinelli e di Rossi, e anche del non menzionato Eugenio Colorni, come su Dante Alighieri da lui già recitato in altra occasione per la sua Divina Commedia. Ed ha generosamente definito l’Unione Europea prodotta anche dal manifesto di Ventotene “la più grande costruzione politica ed economica degli ultimi 5000 anni”. Cinquemila, ripeto in lettere. Una costruzione, peraltro, che ora quel matto del presidente americano Donald Trump, toccato pure lui dall’ironia di Benigni, avverte come una relativamente recente trovata sull’altra sponda dell’Atlantico per fregare gli Stati Uniti. Che pertanto avrebbero tutto il diritto di difendersene in ogni modo: dai dazi a una pace in Ucraina – dopo più di tre anni di guerra avviata dalla Russia- alle spalle, sulla testa e quant’altro dell’Europa, oltre che della stessa Ucraina.

Il cavallo morente della Rai

Non vi è stata diga, barriera di sacchi, catena di secchi e simili capace nella cosiddetta RaiMeloni, con tutte le costose strutture e direzioni esistenti, che abbia potuto prevenire e contenere il Benigni protettivo di Ventotene e di tutto il resto compromesso dalla premier con le sue parole, i suoi giudizi, i suoi gesti. Un disastro, ripeto, per RaiMeloni, Telemeloni e varianti dell’azienda pubblica di viale Mazzini. Dove d’altronde a vigilare, anche per il risanamento ambientale in corso dopo una lunga convivenza col pericolosissimo  amianto, è rimasto solo il pur imponente cavallo di bronzo, non a caso “morente” per definizione, dello scultore Francesco Messina.

Pubblicato sul Dubbio

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Il manifesto di Ventotene per la sinistra di oggi come la corazzata Potemkin per la sinistra dell’altro ieri

Da Libero

Nella caricatura che hanno finito per farne, spero involontariamente, i suoi tifosi fra lacrime, invettive, interruzioni di seduta alla Camera e tutto il resto di una sceneggiatura di opposizione abusivamente al singolare, il cosiddetto manifesto di Ventotene per una “Europa libera e unita” del lontano 1941, scritto quando essa era ancora sotto il ferro e il fuoco della seconda guerra mondiale, è diventato un po’ come la corazzata Potemkin nella letteratura e cinematografia sovietica. Sulla quale si rovesciò a suo tempo la “cagata pazzesca” di Paolo Villaggio nei panni di Ugo Fantozzi, scampati miracolosamente l’uno e l’altro al linciaggio tentato adesso contro la premier Giorgia Meloni. Che si è permessa di non riconoscersi, o almeno non del tutto, nell’Europa a democrazia sospesa, e collettivistica, sognata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Ma anche da Eugenio Colorni.

Giorgia Meloni al Quirinale

Dalla rivolta tragicomica contro la Meloni, sulla quale è stato subito sparso da qualche giornale anche “il gelo” del presidente della Repubblica al Quirinale, nel solito incontro conviviale prima dei vertici europei, si è fatto travolgere, o quasi, questa volta anche il buon Pier Ferdinando Casini dal Senato. Dove è ospite, con i suoi elettori personali di Bologna e dintorni, del Pd prima di Matteo Renzi, poi di Enrico Letta e ora di Elly Schlein, che da segretari del Nazareno hanno steso le liste dei candidati dove il mio amico Pierferdy ha potuto maturare quello che credo si possa ormai considerare il suo primato di longevità parlamentare.

Pier Ferdinando Casini

Neppure Casini, un moderato doc come un democristiano senza più la Dc, ha voluto perdonare alla premier Meloni dalle colonne del Corriere della Sera le distanze prese da Spinelli e amici, o compagni, Mi consola solo l’idea, sulla quale scommetto conoscendolo bene, che non si lascerà neppure tentare dalla curiosità di cercare e magari trovare anche lui in qualche anfratto preistorico del Colle Oppio, a Roma, davanti al Colosseo, la sede fisica e morale di un assalto fascistoide al manifesto di Ventotene. Che è stato stampato, distribuito e sventolato per la manifestazione di sabato scorso, sempre a Roma, in Piazza del Popolo, sotto la terrazza del Pincio.

Pierferdy non ha avuto bisogno di leggere ieri sul Foglio il comune amico Giuliano Ferrara per ricordarsi del saggio critico sul manifesto di Ventotene scritto da uno storico non certo di strapazzo come Ernesto Galli della Loggia. Che credo, modestamente, sia stata anche la fonte informativa e culturale della premier parlando appunto di quel manifesto alla Camera. E non lasciandosi intimidire o zittire dagli avversari.

C’è in questa pratica delle opposizioni, anche in questo passaggio della storia italiana, di unirsi solo nell’aggressione verbale al nemico di turno, uomo o donna che sia, anziano o giovane, celibe o coniugato, separato o convivente, qualcosa non so se di più comico o tragico. Sono abbastanza anziano per ricordarmi ancora dei “calci in culo” con i quali il pur forbito Palmiro Togliatti nel 1948 si proponeva di “cacciare” Alcide De Gasperi, forse anche per questo sulla strada della Beatificazione, dalla guida del governo. Che allora aveva ancora sede al Viminale, come anche il Ministero dell’Interno.

Francesco Saverio Borrelli

Il colpo a Togliatti non riuscì per le “piazze piene e urne vuote” lamentate da Pietro Nenni in edizione sfortunatamente frontista. E credo che non riuscirà, questa volta contro Meloni, neppure alle opposizioni attuali quando si tornerà a votare per il rinnovo, ordinario o anticipato che dovesse essere, delle Camere. L’elettore, per fortuna, è generalmente meno sprovveduto, meno avventato, meno distratto di quanto non credano gli esagitati della politica. E persino gli avventurieri. Se ne accorsero una trentina d’anni fa persino i magistrati che erano riusciti a ghigliottinare la cosiddetta prima Repubblica. E furono poi chiamati da Francesco Saverio Borrelli a “resistere, resistere, resistere” -tre volte- all’inatteso, imprevisto e imprevedibile Silvio Berlusconi.

Pubblicato su Libero

Il clamoroso fallimento di RaiMeloni e simili con lo spettacolo di Benigni in Eurovisione

Giorgia Meloni ieri alla Camera

Altro che RadioMeloni, TeleMeloni e simili, con cui si indica, persino già da prima della formazione del governo in carica, la dipendenza della Rai dalla premier e leader della destra italiana. Lo spettacolo di Roberto Benigni, chiamato Sogno, andato in onda in diretta -e in Eurovisione- ieri sera, alcune ore dopo le proteste alla Camera contro la presidente del Consiglio che aveva osato dissentire da alcuni passaggi del famoso manifesto europeo di Ventotene, ha smentito clamorosamente quella rappresentazione. O ha segnato altrettanto clamorosamente il fallimento del piano di conquista, se mai ci fosse stato davvero, della Rai da parte della Meloni.

Elly Schlein ieri alla Camera

Benigni è insorto -di sicuro più efficacemente, sul piano dello spettacolo, della segretaria del Pd Elly Schlein e degli altri oppositori  a Montecitorio- contro l’eresia, lo sfregio e quant’altro attribuito alla Meloni verso il cosiddetto manifesto di Ventotene del 1941. Cui una certa propaganda, non storiografia, riconosce  la paternità dell’Europa più dei trattati e altri accordi internazionali che ne hanno segnato il percorso reale, non immaginario. Un’Europa che Benigni, cui non si può rimproverare la comicità per essere la sua professione, ha definito “la più grande costruzione politica ed economica degli ultimi 5 mila anni”. Quel mitomane del presidente americano Donald Trump l’ha invece scambiata di recente per una mezza truffa ordita contro gli Stati Uniti alquanto recenti e giovani, direi infantili, rispetto alle migliaia di anni con cui gioca Benigni da storico.  

Il combinato disposto fra lo spettacolo della Camera, con proteste, sospensioni della seduta, insulti, minacce, pianti ed altro ancora e quello successivo del supercomico nazionale nella televisione pubblica è qualcosa che resterà a lungo negli annali delle commedie politiche. E salverà probabilmente la Meloni, nell’eco dell’odierno vertice europeo di oggi a Bruxelles, dalle difficoltà che potrà procurarle la sua posizione di equilibrio, mediazione, ponte e quant’altro fra il bisogno di sicurezza che avverte l’Europa di fronte al tipo di soluzione della guerra in Ucraina che va profilandosi e lo scarso interesse che mostra nei suoi riguardi il presidente americano Trump. Al quale sembra premere più un buon rapporto con Putin che con Bruxelles.  

Dall’Unità

In questa situazione c’è gente che si avvolge nel tappeto del manifesto di Ventotene e rispolvera -come hanno fatto oggi persino il mio amico Piero Sansonetti e amici o compagni sull’Unità– le foto in bianco e nero dei firmatari Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Enrico Rossi per poterne lamentare o immaginare un ritorno “al confino” fascista. Dai, Piero. Davvero pensi che siamo anche a questo tipo di traffico funerario?

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Buone notizie per Putin anche da Roma dopo la telefonata con Trump

Giorgia Meloni al Senato

Il Senato approva, è stato annunciato nell’aula di Palazzo Madama a proposito del documento proposto dalla maggioranza, diviso in ben 12 capitoli, a sostegno della linea esposta dalla premier Giorgia Meloni in partenza oggi, dopo un analogo passaggio alla Camera, per il Consiglio europeo. Le opposizioni hanno presentato tanti documenti quanti sono i gruppi che le compongono aspirando a diventare un’alternativa al centrodestra: documenti che non sono stati neppure votati dopo quello della maggioranza con 109 sì.

Dalla Stampa

Flavia Perina, già direttrice del Secolo d’Italia della destra di Gianfranco Fini, ha scritto sulla Stampa di una “palude tecnica” nella quale la Meloni si sarebbe “rifugiata” per conservare l’unità della maggioranza insidiata soprattutto dai leghi.   Una palude apprezzata in qualche modo sul Fatto Quotidiano, dove il direttore Marco Travaglio ha riconosciuto alla presidente del Consiglio il merito di essere “l’eccezione una volta tanto lodevole fra gli euromitomani” che fra Londra, Parigi, Bruxelles, Varsavia, Berlino vorrebbero ostacolare col riarmo del vecchio continente la pace in Ucraina e quant’altro potrà nascere dal nuovo rapporto fra Donald Trump e  Putin. Che priprio ieri si sono a lungo parlati per telefono con reciproco compiacimento.

Dall’Unità

Analoga a quella del Fatto Quotidiano è l’impressione ricavata dall’Unità di Piero Sansonetti, che ha sottolineato “la frenata” della Meloni sulla strada del riarmo pur condiviso da fratelli e sorelle dell’Europarlamento votando qualche giorno fa a favore del piano che porta il nome della presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen.

C’è molta tattica di sicuro, paludosa come quella rimproverata alla Meloni sulla Stampa, nelle reazioni mediatiche e politiche al voto del Senato e a quello prevedibile di oggi alla Camera. Ma la premier ha voluto certamente ritagliarsi col suo intervento e gli atti parlamentari successivi un suo spazio distinto e distante -avrebbe forse detto la buonanima di Francesco Cossiga- dai suoi omologhi nell’Unione Europea. Uno spazio, a sua volta, il più vicino possibile a Trump e alla tela che egli sta cercando di tessere con Putin.

Mario Draghi, pure lui al Senato

Tutto è un po’ strano, ed anche opaco, in questo passaggio di clima e forse anche di epoca nello scenario internazionale. Lo deve avere avvertito anche l’ex premier Mario Draghi -pure lui al Senato, ma in un’altra aula- dopo avere riproposto le sue note analisi, da consigliere o quasi della presidente della Commissione europea, sul colpo di reni che l’Europa dovrebbe darsi anche in materia di difesa. Ad un certo punto egli ha preferito interrompere l’interlocuzione con i senatori delle commissioni Esteri e Difesa, ma anche altri, vedendoli stanchi e distratti, presi più dai loro orologi che dalle sue parole. Un’altra buona notizia, forse, per Putin a Mosca.

Il “ritorno” di Giorgia Meloni in Parlamento per il Consiglio europeo

Giorgia Meloni, dopo essersi concessa l’ultima evasione, chiamiamola così, incontrando ieri a Palazzo Chigi il re di Giordania, ha dunque finito di fuggire o nascondersi, secondo la rappresentazione fattane dalle opposizioni una volta tanto unite, o quasi: dalla segretaria del Pd Elly Schlein all’ex presidente del Consiglio e ora solo del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.

Dal Corriere della Sera

 La premier non ha potuto sottrarsi alle comunicazioni e alle votazioni, oggi al Senato e domani alla Camera, propedeutiche alla sua partecipazione, giovedì, al Consiglio Europeo. Che si riunisce in un contesto internazionale davvero straordinario, mentre Trump e Putin trattano la pace in Ucraina, dopo più di tre anni dalla guerra d’invasione cominciata dalla Russia, come se fossero loro due a disporne davvero, a prescindere non solo della stessa Ucraina ma anche dell’Unione Europea che ha avviato da tempo le procedure per associarla.

Dal manifesto

Ma più del ritorno in Parlamento, che avviene non per la loro azione ma solo per gli adempimenti istituzionali del governo alla vigilia dei Consigli europei, le opposizioni non hanno potuto strappare oltre alla Meloni secondo loro recalcitrante. Ma soprattutto, salvo imprevisti dell’ultima ora, non possono godersi lo spettacolo di una maggioranza che si divide nel voto sulle comunicazioni della premier, come sicuramente si divideranno invece le opposizioni. Se non addirittura il principale dei partiti di opposizione che è il Pd, spaccatosi pochi giorni fa nel Parlamento europeo sul riarmo proposto dalla presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen. Spaccatosi, in particolare, fra dieci europarlamentari favorevoli e undici astenutisi su ordine telefonico arrivato dal Nazareno, a Roma. Sarebbero stati undici contro dieci se Lucia Annunziata, convinta anche lei dichiaratamente del sì, non avesse avvertito la generosa delicatezza -non di più- di non fare trovare formalmente in minoranza nella delegazione del Pd la linea dettata dalla segretaria del partito, alla quale deve la candidatura da indipendente nelle liste che l’hanno portata al Parlamento europeo.

Elly Schlein in piazza a Roma sabato scorso

La maggioranza di governo, per carità, ha i suoi problemi anch’essa, di marca soprattutto leghista, nello scenario internazionale modificato dai rapporti in via di cambiamento fra gli Stati Uniti del presidente Donald Trump e la Russia di Putin, con annessi e connessi non solo ucraini. Ma sono problemi che Meloni riesce a gestire, disponendo evidentemente di una leadership che manca alle opposizioni, e persino -ripeto- al principale partito, il Pd, della ipotetica alternativa al centrodestra. Sembra una commedia, magari pirandelliana, ma è semplicemente la cronaca dei fatti.  

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