Il biscotto referendario di giugno immerso nella scaramanzia

         Debbono essere ben deboli, nonostante la loro diffusione mediatica e politica in funzione antigovernativa, gli argomenti contro il ricorso all’astensione nei referendum abrogativi del mese prossimo su lavoro e cittadinanza per vanifcarne il risultato con l’affluenza alle urne di metà degli elettori prescritta dalla Costituzione, se si sta facendo ricorso adesso più alla scaramanzia che alla ragione, o al diritto.

         La raccomandazione a preferire “il mare” al voto – si dice e si scrive- per vanificare il 9 giugno 1991 il referendum contro le preferenze plurime costò caro a Bettino Craxi. Corse alle urne il 62,50 per cento degli elettori e il sì all’abrogazione raccolse il 95,57 dei voti contro un misero  4,43 del no.  

Dopo meno di tre anni il leader socialista, che pensava di potere tornare a Palazzo Chigi, fu politicamente decapitato con la cosiddetta prima Repubblica e costretto a rifugiarsi da esule- o da latitante, secondo gli avversari in toga e senza- nella sua casa di Hammamet, in Tunisia, per scampare all’arresto per Tangentopoli.

         Ma Craxi in quel referendum non fu il solo a consigliare il mare alle urne. Gli fece compagnia il leader emergente della Lega Umberto Bossi, che nel 1994 avrebbe vinto le elezioni con Silvio Berlusconi e portato al governo, dove tuttora è con Matteo Salvini, il suo partito pur in odore, o puzza, allora di tentazioni scissioniste, col Nord chiuso nella sua ricchezza e il Sud nella sua povertà. “Forza Etna”, scrivevano con la vernice nera i leghisti sui ponti delle autostrade.

         Scaramanzia per scaramanzia, scommessa per scommessa, guferia per guferia, diciamo così, la sponsorizzazione dell’astensione in quel referendum di 34 anni fa non è quindi di lettura unica.

         Più che la sconfitta referendaria costò carissima politicamente, umanamente, fisicamente a Craxi la scelta degli avversari comunisti, con la sostanziale complicità anche di una parte dei suoi alleati di governo, e persino compagni di partito, di liberarsene cavalcando indagini e processi per il finanziamento illegale della politica, e altri reati presuntivamente annessi. Una decisione che la sinistra a sua volta ha pagato caramente perdendo la sua identità, almeno quella generosamente garantista che le era stata prima attribuita, e vivendo ora praticamente di espedienti, come i referendum di giugno. Che sono stati prodotti da in conflitto interno al Pd, fra massimalismo e riformismo, ed estesosi fuori.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 17 maggio

Al repertorio di Donald Trump mancava solo l’aereo regalatogli dal Qatar

         Mentre in Italia ci stiamo, anzi si stanno scontrando maggioranza e opposizioni sul diritto del presidente del Senato Ignazio La Russa di sentirsi ancora militante politico, sino a sostenere pure lui il diritto conclamato di tutti i cittadini di votare ma anche di non votare per un referendum abrogativo, dall’altra parte dell’Atlantico, negli Stati Uniti, mi pare che sia passata come una notizia normale, di ordinaria amministrazione, quella di un lussuoso palazzo volante -un Boeing 747 8- che il Qatar ha deciso di donare al presidente Donald Trump. Il quale potrà adattarlo, a spese degli Stati Uniti, ad aereo presidenziale e trattenere poi per sé, regalandolo ad una propria fondazione o “Libreria”, quando non sarà più presidente. Magari, allora, non per volare, dati i costi, ma solo per salirci sopra ogni tanto, ricordare i bei tempi andati, organizzare convegni o riunioni conviviali, godersi visioni cinematografiche e quant’altro.

         Le decisioni, le iniziative, gli scherzi che Trump si concede, travestendosi anche da papa in fotomontaggi e anticipando -con i glutei che ha- l’elezione di uno statunitense davvero a Pontefice, producono abitualmente il finimondo. Questa volta l’annuncio delle “trattative” in corso fra gli Stati Uniti e il Qatar per la consegna del regalo al presidente Trump ha solo sorpreso. E forse più al qua che al di là dell’Atlantico, magari per non disattendere l’appello di Papa Leone XIV a disarmare almeno le parole, visto che non si riesce a disarmare gli eserciti.  Buon viaggio e buon divertimento, signor presidente.

Il caso di Ignazio La Russa conforme ai precedenti del Senato

Se non si tratta di malafede, dalla quale è inutile difendere o difendersi per la evidenza del pregiudizio, ma di ignoranza intesa come non conoscenza di fatti e uomini, mi permetto di raccontare da questa modesta postazione a quanti stanno contestando al presidente del Senato Ignazio La Russa la sua militanza politica ciò che accadeva fra maggio e giugno di 52 anni fa a Roma. Ne fui allora cronista e testimone diretto. Ma ve ne ripropongo il racconto al presente.

         E’ in carica il governo della cosiddetta “centralità” realizzato da Giulio Andreotti e Giovanni Malagodi dopo le elezioni anticipate del 1972, provocate dalla rottura del Psi guidato da Francesco De Martino con la Dc guidata da Arnaldo Forlani dopo l’ascesa di Giovanni Leone al Quirinale con i voti determinanti della destra.

         I repubblicani di Ugo La Malfa, insofferenti del ritorno alla “centralità”, variante forlaniana del “centro”,   delle vecchie coalizioni di governo di Alcide De Gasperi e successori, si ritirano dalla maggioranza col pretesto dei contrasti sulla scelta del sistema con cui introdurre anche in Italia la televisione a colori, peraltro non considerata dal Pri una esigenza prioritaria.

         In una situazione di pre-crisi di governo si svolgono e si concludono a livello provinciale e regionale i preparativi del tredicesimo congresso nazionale della Dc, convocato a Roma per il 6 giugno e destinato a concludersi il 10.

         Pur ad elezione ormai avvenuta dei delegati pronti a confermare Forlani a Piazza del Gesù e Andreotti a Palazzo Chigi, il presidente del Senato Amintore Fanfani invita, o convoca, a Palazzo Giustiniani i colleghi capicorrente della Dc. Viene raggiunto un patto che prende il nome della sede dell’incontro che il congresso scudocrociato dopo qualche giorno ratificherà con un documento che praticamente rovescia le indicazioni dei precongressi.

         In  esecuzione di quel patto Forlani, cresciuto come delfino politico di Fanfani, viene sostituito alla segreteria del partito dallo stesso Fanfani per guidare lo scudocrociato l’anno dopo nella clamorosa sconfitta referendaria contro il divorzio.  Andreotti viene sostituito da Mariano Rumor a Palazzo Chigi. Aldo Moro, destinato alla presidenza della Camera, è bloccato dal rifiuto rumorosamente opposto nel suo ufficio di Montecitorio dal   socialista Sandro Pertini alla richiesta di De Martino di dimettersi per liberare il posto.

         E Andreotti e Forlani, in ordine rigorosamente alfabetico? Si arrendono, o allineano, a loro modo. Il primo aggiornando silenziosamente i suoi diari e mettendosi nell’attesa non lunga di un ritorno a Palazzo Chigi. Dove riprenderà a lavorare dopo tre anni, stavolta con l’appoggio anche dei comunisti. Forlani si accomiata dal congresso democristiano con un discorso di replica in cui discetta del “trasformismo del diavolo”. Fanfani, cereo mentre lo ascolta, non glielo perdonerà mai, ma non per questo Forlani lo ostacolerà nel ritorno alla Presidenza del Senato per altre due volte, sino al 1987. Quando sarà lo stesso Fanfani a rinunciarvi per fare il suo ultimo governo, elettorale, voluto da Ciriaco De Mita per liberarsi di Bettino Craxi a Palazzo Chigi.

         Ora Ignazio La Russa, colpevole di condividere in modo trasparente l’astensione scelta dal suo partito per fronteggiare, cioè vanificare, i referendum di giugno su lavoro e cittadinanza praticamente prodotti dalle gare interne al Pd e alla improbabile coalizione alternativa al centrodestra, è alla sua prima Presidenza del Senato. Potrebbe aspirare ad altre due, dati i precedenti di Fanfani che furono accettati dalla sinistra perché funzionali, a quei tempi, al suo interesse politico.

         Fanfani arrivò alla sua prima esperienza di presidente del Senato a soli 60 anni. La Russa ne ha 78. Ma la vita, si sa, si è allungata. Auguri, signor presidente.

Pubblicato su Libero

Processo a Papa Francesco dal segretario di Papa Benedetto XVI

         Che i rapporti con Papa Francesco non fossero stati buoni si sapeva, essendosi deteriorati in pubblico, diciamo così, fra libri, udienze, retroscena e destinazioni prima in Germania e poi, come Nunzio Apostolico, in Lituania, Estonia e Lettonia. Ma è ugualmente clamorosa la decisione del già segretario particolare di Papa Benedetto  XVI e prefetto della Casa Pontificia anche all’inizio del Pontificato di Francesco, l’arcivescovo tedesco Georg Ganswin, di annunciare polemicamente “finita” con l’elezione di Leone XIV “la stagione dell’arbitrarietà” ,in cui “le istituzioni della Chiesa” sarebbero state vissute o avvertite come “lebbra”. Istituzioni anche murarie, visto il rifiuto di Francesco di abitare nel Palazzo Apostolico come tutti i suoi predecessori, preferendogli un albergo, sempre dentro le mura del Vaticano, pur chiamato religiosamente Santa Marta: lo stesso, peraltro, nel quale si confinò il Papa dimissionario ed emerito morendovi.

Sono parole pesanti, quelle del segretario di Papa Ratzinger, sul Pontefice appena sepolto bella Basilica romana di Santa Maria Maggiore, distante dalla tomba di Benedetto XVI in Vaticano, omaggiata con altre ieri dal nuovo Papa. La cui elezione ha ugualmente “sorpreso” e indotto tre volte alla “speranza” chi fu il più stretto collaboratore del predecessore di Francesco.

Anche per il veicolo scelto -credo- per diffondere questi giudizi, pubblicati sul Corriere della Sera, il più diffuso quotidiano in Italia, si avverte la sensazione, magari esagerata ma giornalisticamente passabile, di un processo a Francesco. Controcorrente rispetto alla vasta e popolare emozione provocata dalla sua morte e ai richiami devoti del nuovo Papa, lo statunitense Robert Prevot, al suo predecessore. Che, chiamandolo due anni fa a Roma dal Perù per affidargli l’importante dicastero dei Vescovi, lo aveva messo in una postazione e in una dimensione a favorevole per la successione.

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Il Conclave raccontato, si fa per dire, dal cardinale Pietro Parolin

         Entrato Papa e uscitone cardinale secondo le abitudini del Conclave, promosse a regola nella concezione generale, nonostante le eccezioni che pure ci sono state a questo riguardo nelle elezioni del Pontefice, Pietro Parolin ha ringraziato a modo suo, scrivendone al Giornale di Vicenza, la “umanamente comprensibile tifoseria” dei suoi corregionali, corsi anche in Piazza San Pietro a sostenerne la promozione. Ma l’elezione del Papa -ha avvertito Parolin, peraltro confermato per il momento, almeno, Segretario di Stato del Vaticano- avviene in “una logica diversa” dalla tifoseria, appunto: una logica “di fede e di Chiesa”. Tanto che il Papa, pur eletto dai cardinali “confratelli”, come li ha chiamati Robert Francis Prevot, ora Leone XIV, si sente anche lui scelto dallo Spirito Santo.

         Di quanto avvenuto nel breve Conclave per la successione a Francesco, il cardinale Parolin ha voluto rivelare, convinto evidentemente di non violare la segretezza necessaria, e non rischiare quindi la scomunica, il “lungo e caloroso applauso” seguito nella Cappella Sistina, sotto il Giudizio Universale di Michelangelo, all’accettazione dell’elezione da parte del nuovo Papa. E anche, o soprattutto, “la serenità” mantenuta dall’eletto: una serenità- ha ricordato Parolin attingendo alla sua memoria- conforme a quella manifestata a suo tempo per la soluzione di “una questione spinosa che riguardava la Chiesa in Perù”. E di cui lo stesso Parolin dovette occuparsi “all’inizio del mio servizio come Segretario di Stato”. Quando fra i cattolici peruviani fu tentata l’organizzazione di un dissenso dal papa argentino Josè Bergoglio.

         A quell’esordio nella collaborazione con la Segreteria di Stato Parolin ha voluto aggiungere la testimonianza, nella conduzione del Dicastero dei vescovi da parte di Prevost cbiamato a Roma due anni fa, di “conoscenza delle situazioni e delle persone, pacatezza nell’argomentazione, equilibrio nella proposta delle soluzioni, rispetto, attenzione e amore per tutti”.

         Del contributo personale dato all’elezione di Leone XIV, per quanto anche lui votato già nella prima votazione con fumata nera, il cardinale Parolin non ha voluto scrivere o parlare. O non ha potuto perché avrebbe rischiato, in questo, di violare davvero il segreto del Conclave. Egli ha così lasciato, volente o nolente, il campo ai vaticanisti e simili, avventuratisi però a prevedere – in una logica di “tifoseria”, per ripetere una parola dello stesso Parolini- addirittura la preclusione del Papato a un italiano dopo l’occasione mancata in questa occasione.  

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Un affare per il Papa statunitense l’anatema di Steave Bennon

         Smentito e rimosso dallo staff di Donald Trump all’epoca della sua prima esperienza alla Casa Bianca, per quanto poi generosamente graziato nelle vicende giudiziarie, Steave Bennon ha visto e denunciato come “la scelta peggiore” l’elezione del connazionale Robert Prevost a Papa. Che invece Trump si era affrettato ad apprezzare, pronto a baciare l’anello al dito di Leone XIV. E forse anche qualcosa d’altro vista l’immaginazione che si scatena nel linguaggio del presidente americano quando incontra o solo sente, o interpreta persone del suo livello istituzionale, diciamo così.

         “La scelta peggiore”, ha detto Bannon di Prevost perché -ha spiegato Laura Loomer sulla scia del suo ispiratore o modello-  il nuovo Papa altro non sarebbe che una “marionetta marxista”, per quanto vestito di bianco nei panni di Leone XIV. Ma completato di rosso -potrebbe replicare la scatenata bannoniana, o bannista- per i paramenti di questo colore che il nuovo Pontefice, diversamente dal predecessore argentino, ha voluto sovrapporre alla tonaca pontificia.       

I giornali, forse più quelli al di qua che al di là dell’Atlantico, hanno voluto dare al giudizio di Bannon un rilievo obiettivamente sproporzionato a quello che meritava e merita. O che meriterebbe al contrario, considerando l’anatema di Bannon dopo la prima reazione invece entusiasta di Trump un segno incoraggiante di ottimismo di fronte alla rappresentazione diabolica del presidente americano e, più in generale, del trumpismo. Nei panni del diavolo Trump ha forse smesso di riconoscersi.

         Lo Spirito Santo è sceso, a suo modo, anche su Bannon per fargli dare un contributo ad una più realistica rappresentazione della presidenza americana in corso, dopo l’elezione di Prevost a Papa. E la benedizione che Trump gli ha praticamente chiesto.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Lo Spirito Santo a stelle e strisce ha spiazzato Trump

Oltre che Santo, con la maiuscola dovutagli per fede, lo Spirito del Conclave per la successione a Papa Francesco è stato sarcastico. O quanto meno spiritoso, come d’altronde Francesco raccomandava a tutti di essere cercando spesso di dare il buon esempio, anche a costo di qualche gaffe, a dire il vero. Come quella volta in cui, contraddicendo le sue stesse aperture agli omosessuali dubitando di poterli giudicare, si lamentò con i vescovi della “troppa frociaggine” che anche lui aveva avvertito nei seminari.

         Il primo Papa americano -o statunitense, come precisano quanti hanno considerato e considerano come primo il sudamericano Josè Bergoglio- ha già fatto da vivo il miracolo di fare ridere di Donald Trump, e non solo indignare o temere. Ridere per la rapidità con la quale dalla Casa Bianca, o ovunque fosse in quel momento, il presidente degli Usa ha annunciato la sua soddisfazione per il connazionale salito al vertice della Chiesa, dove lui si era goffamemte immaginato con quel fotomontaggio visto in tutto il mondo. E apparso a molti come una provocazione al Conclave non ancora cominciato, oltre che al buon gusto.

         Ma la soddisfazione, il compiacimento, persino l’entusiasmo, come tutte le cose di Trump, hanno rotto il muro del suono con la sostanziale richiesta al Papa di un incontro che non gli sarà di certo negato. Ma durante il quale Leone XIV -il nome europeo in cui Robert Francis Pivot ha voluto avvolgersi e riconoscersi- vorrà e potrà lasciare baciare dall’ospite non più dell’anello pontificio al dito. Umiliazioni di quelle che Trump attribuisce spesso ai suoi interlocutori reali o immaginari, addirittura in fila per baciargli i glutei, sono escluse.

         Penso fiduciosamente che questo Papa, primo o secondo americano che voglia o debba essere considerato, si farà gradire da fedeli e non credenti.  E a chi lo teme per il vantaggio che potrà ricavarne il meno o per niente apprezzato Trump vorrei ricordare l’incidente in cui incorse la buonanima di Giancarlo Pajetta nei corridoi della Camera commentando nel 1978 con i cronisti parlamentari l’elezione a Papa appena avvenuta del primo e sinora unico polacco: Karol Jozef Wojthyla. Il famoso e sempre urticante deputato del Pci lo segnalò sarcasticamente, diciamo così, come un rompi…scatole per chi in Vaticano avrebbe dovuto subirne la guida. Giovanni Paolo II ruppe in realtà   qualcosa, ma di tutt’altro genere e dimensione come il comunismo sovietico.

         Pur costretto a compiacersene e ad offrirsi, ripeto, una volta tanto lui alla devozione del bacio, Trump ha finalmente trovato -o di già, visto che è tornato alla Casa Bianca da meno di quattro mesi- un americano, oltre che un Papa, a dir poco problematico per le ambizioni sinora coltivate o minacciate dall’inquilino di quella magione.  Un Papa che gli potrebbe tuttavia essergli utile nel perseguimento di quella “pace disarmata e disarmante” – ha detto Leone XIV- che il presidente americano si è accorto di non potere costruire da solo, avendo dato francamene la sensazione di perseguirla solo negli interessi degli Stati Uniti, se non addirittura personali nel mondo pur globalizzato degli affari.

Pubblicato sul Dubbio

La politica italiana si è ormai abituata al Papa straniero

La buonanima di Giovanni Spadolini prendeva le misure del Tevere ad ogni cambiamento di Papa per valutare le distanze fra il Vaticano e la politica italiana. Le aveva prese da storico e continuò a prenderle anche da politico, arrivato a Palazzo Chigi al secondo anno del Pontificato del primo e unico polacco giunto al vertice della Chiesa. Due anni nei quali anche per effetto del clima cambiato con Karol Wojthyla nella concezione della forza del comunismo-   passando dalla rassegnazione alla resistenza e alla vittoria- era andata esaurendosi la politica italiana della cosiddetta solidarietà nazionale. Che era peraltro costata la vita ad Aldo Moro, uno dei suoi artefici, ucciso il 9 maggio di 47 anni fa dalle brigate rosse

         Testimone non indifferente, pur dopo la caduta del comunismo, con quei gesti pubblici a favore di Giulio Andreotti, della fine della cosiddetta prima Repubblica italiana, Giovanni Paolo II permise al cardinale Camillo Ruini di sottrarsi al boicottaggio della seconda Repubblica che aveva esordito con l’arrivo di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, su designazione quasi diretta degli elettori. Fu proprio Ruini infatti, secondo rivelazioni fatte poi da lui stesso, che rifiutò l’aiuto chiestogli dall’allora Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro per fare cadere il primo governo di centrodestra, quasi strozzandolo nella culla.

         Benedetto XVI, come volle chiamarsi il tedesco Joseph Ratzinger succedendo al polacco nominatosi Giovanni Paolo II, fu eletto nel 2005 mentre Berlusconi, tornato a Palazzo Chigi dopo l’interruzione della sua prima avventura di governo, cercava appunto di governare fra ostacoli interni ed esterni alla coalizione.

         Il Papa non gli fu di certo ostile, noto per le sue frequentazioni da cardinale, partecipe anche di incontri, dibattiti, convegni promossi da protagonisti dell’area conservatrice di centrodestra: per esempio, Gaetano Rebecchini, Giuliano Ferrara, Marcello Pera.

         All’arrivo dell’argentino Josè Bergoglio, chiamatosi Francesco nel 2013 succedendo al dimissionario Benedetto XVI, la politica italiana era un po’ nella palude della transizione fra il centrodestra originario a trazione berlusconiana a un centrodestra a trazione prima salviniana e poi meloniana. Una palude nella quale la sinistra tentò inutilmente di intrufolarsi scambiando per compagni, ad esempio, persino quei qualunquisti, non di più, che hanno finito per dimostrarsi i grillini. Che pur di resistere con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi fra il 2018 e il 2021 hanno cambiato maggioranze con una disinvoltura pitonesca.

         Il compianto Papa Francesco, che aveva visto anche di peggio nella sua Argentina, ha seguito al suo modo l’evoluzione del centrodestra dalla trazione berlusconiana a quella meloniana. E non si è lasciato certamente intimidire o paralizzare dalle campagne più o meno professionali dell’antifascismo e simili manifestando le sue simpatie per la prima donna italiana, e di destra, alla guida del governo.  

         Ho già intravisto nei soliti salotti televisivi, e fra le righe e le allusioni di certe analisi sulla carta stampata, segni di sofferenza, a dir poco, per l’elezione del primo americano -o nordamericano, come preferite- a Papa a meno di tre mesi dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, affettatosi a chiedergli praticamente, e con un misto di orgoglio e di umiltà,udienza a Roma. Che Gorgia Meloni intanto ha restituito alla centralità addirittura dei tempi, in cui lei non era neppure nata, della firma dei trattati europei.

         Lo so. Gli ossessionati dell’antimelonismo -per niente tentati da uno sguardo oltre il loro naso, pur  mentre cambia la geopolitica, e si fa fatica a creare quella “pace disarmata e disarmante” appena predicata da Leone XIV, come ha scelto di chiamarsi Robert Francis Prevost- non si daranno pace. E vedranno mostri dappertutto. Ma dovranno darsene e farsene una ragione.

Pubblicato su Libero

Un americano è diventato Papa davvero, per la prima volta

         Un americano è dunque diventato Papa davvero, e per la prima volta.  Non per scherzo, come si era proposto il presidente Donald Trump travestendosi da Pontefice, convinto di fare lo spiritoso, ma sul serio, ripeto. Nei panni di uno entrato veramente e solamente in Conclave come un cardinale, Robert Francis Prevost, e uscitone col nome di Leone XIV. Non come l’italiano Pietro Parolin, entrato in Conclave come presidente e il Papa più probabile e uscitone come cardinale. Ora si vedrà se col nuovo Pontefice egli continuerà, o riprenderà, a fare il Segretario di Stato del Vaticano. O dovrà o potrà fare altro.

         Fra le probabilità avute da Parolin di uscire Papa dal Conclave, sopravvissute per un’oretta alla fumata bianca della votazione, ci sono stati anche i tempi brevi dell’elezione del successore di Francesco: brevi come furono quelli degli altri Segretari di Stato arrivati al vertice della Chiesa. Moltissimi, a cominciare dai fedeli corregionali veneti presenti in piazza e raggiunti da microfoni e telecamere, già esultavano prima che i tempi delle procedure del Conclave potessero consentire l’annuncio del nome del nuovo Papa e il suo arrivo sulla Loggia delle Benedizioni della Basilica di San Pietro per l’esordio in pubblico e la sua prima benedizione ai fedeli dopo avere invocato una pace “disarmante e disarmata” in un mondo purtroppo di guerre.

         C’è qualcosa sempre di intensa emozione in queste occasioni, riprovata a casa vedendo le immagini televisive e ormai lontane degli ultimi predecessori di Leone XIV. Ma questa volta l’intensità è stata forse maggiore, almeno per chi ha potuto vedere le immagini di Papa Prevost e ascoltarne le parole davvero in diretta. Non parliamo poi del pubblico accorso in piazza per godersi meglio lo spettacolo.

         Per le dimensioni dei Paesi e delle aree di provenienza il primo Papa americano può aver fatto notizia, ed esserlo ancora, più del primo Papa polacco, o del primo Papa tedesco, o del primo Papa argentino.  Anche, ripeto, del primo Papa polacco, giunto a Roma non solo da “un paese lontano”, come disse lo stesso Giovanni Paolo II la sera dell’elezione, ma da un paese a regime comunista, con tutto quello che significava allora il comunismo sovietico. Che crollò anche per effetto di quell’evento, per quanto Stalin a suo tempo avesse irriso alla forza della Chiesa chiedendo di quante truppe militari disponesse.

         Ho già sentito esultare nei soliti salotti televisivi per l’elezione di un Papa americano che non si può confondere col presidente Trump. Il quale tuttavia è stato il primo a compiacersi dell’elezione di Prevost e di fatto a chiedergli di incontrarlo felicemente. Richiesta che non credo proprio verrà lasciata cadere da Leone XIV. 

Ripreso da http://www.startmag.it  

Quella fumata nera, non bianca ma neppure gialla, dal Conclave

         Siamo messi male come giornalisti, peggio del comunemente condiviso o temuto, se persino un quotidiano generalmente compassato come La Stampa ha avvertito e titolato “Intrighi Cardinali” al Conclave che ha esordito con un ritardo. E’ quello di due ore rispetto alle previsioni, sempre di noi giornalisti per quanto supportate da qualche improvvido tecnico, nella emissione del fumo nero dal comignolo della Cappella Sistina per annunciare l’esito pur scontatamente negativo della prima votazione sul successore di Papa Francesco.

         Il fumo è stato, ripeto, nero. Inconfondibilmente nero. Non bianco come quello che avrebbe annunciato l’avvenuta elezione. Ma neppure giallo, come lo hanno visto, anch’essi titolandovi, altri giornali. Giallo, appunto, da intrighi e simili.

         Eppure bastava moltiplicare per 133, quanti sono gli elettori al Conclave, i minuti ragionevolmente necessari a ciascuno per pregare, votare e depositare con la formula di rito la scheda per capire che occorressero ben più della sola ora presasi da cronisti, fotografi, telecamere, seriosi commentatori ospiti dei vari studi per cominciare a scrutare il comignolo della Sistina e vedervi ogni tanto solo qualche piccione, trovandovi ispirazioni francamente al di sotto delle circostanze,  Roba semplicemente da ridere scambiata per informazione.

         Speriamo naturalmente che oggi vada meglio, in tutti i sensi, con le quattro votazioni programmate dietro quelle porte chiuse ieri nella solennità e segretezza del Conclave. Sulle quali il Cardinale Giovanni Battista  Re, decano del Sacro Collegio ma escluso dal voto per l’età, non ha potuto apporre un cartello ripetitivo dei “doppi auguri”, formulati nella Basilica di San Pietro al concelebrante della messa  propiziatoria Pietro Parolin nella triplice veste, in verità, di presidente del Conclave, di Segretario di Stato uscente del Vaticano e di candidato alla successione a Papa Francesco.

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