Scherzi a parte, ecco i rischi degli astensionisti referendari

Convinto della legittimità, almeno logica, dell’astensione chiesta, consigliata e quant’altro nell’esercizio del diritto di voto referendario, specie dopo la motivazione datane a suo tempo da Giorgio Napolitano, sia pure come presidente emerito e non più effettivo della Repubblica, confesso di essere stato sorpreso da una rilevazione- se non vogliamo chiamarla scoperta- di quel rabdomante di leggi, decreti e pandette che è il simpatico, brillante costituzionalista Michele Ainis.  

         “Chiunque investito da un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse” …si adopera a “costringere” gli elettori in favore di questa o quella lista o “indurli all’astensione” è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni, ha riportato Ainis su Repubblica di qualche giorno fa dall’articolo 98 della legge elettorale in vigore dal 1948. Il testo è stato introdotto nel 1970 anche nella legge che disciplina il referendum abrogativo. Tutti quindi fuori legge gli auspici astensionistici espressi da investiti di “pubblico potere o funzione civile”, a cominciare dal presidente in carica del Senato, seconda carica dello Stato eccetera eccetera Ignazio La Russa. E per fortuna che Napolitano morendo l’ha fatta franca.

         Lo stesso Ainis tuttavia ha riconosciuto a conclusione della sua epifania legislativa, chiamiamola così, che “sarebbe una richiesta becera”  quella delle “manette per La Russa e i suoi colleghi” anche perché “le carceri sono già fin troppe affollate”, oltre che perché “quelle norme punitive sono figlie di un tempo ormai trascorso, quando il dovere del voto era preso sul serio, quando la Costituzione stessa era una cosa seria”, come se adesso non lo fosse più, pur se ancora ritenuta da qualche nostalgico, evidentemente,  come la più bella del mondo. Quelle norme quindi sono diventate “anacronistiche” ed andrebbero abolite “come accadde nel 1993- ha scritto sempre Ainis- rispetto alle sanzioni dettate per i cittadini non votanti”. “I legislatori siete voi, non noi”, ha scritto sempre Ainis rivolgendosi beffardamente  agli onorevoli deputati e senatori in carica. Ma in fondo anche a se stesso e ai noi tutti perché, pur abituati come siamo in tanti ormai a disertare le urne, anche senza che nessuno ce lo imponga, suggerisca, consiglia e quant’altro, potremmo metterci insieme in cinquecentomila, con la facilità consentita da internet e dintorni, per promuovere un referendum abrogativo e liberarcene.

         Ridiamoci sopra, non potendo piangerci addosso anche per questo, oltre che per tante altre cose più strane e drammatiche che ci tocca vedere e persino vivere, in Italia e fuori. Magari consolati dal Papa ancora fresco di elezione e intronizzazione.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.staetmag.it il 24 maggio

Lo sgambetto di Donald Trump agli oppositori di Giorgia Meloni

         Quel diavolo del presidente americano ne ha combinato un’altra delle sue, volendo sentirlo o vederlo con le orecchie o con gli occhi della cosiddetta sinistra italiana. Cosiddetta perché stento a considerarla tale davvero al livello emotivo e logico al quale è scesa.

         Dopo due ore trascorse al telefono con Putin per cercare di convincerlo a trattare seriamente per la fine della guerra in Ucraina, cominciata con l’invasione russa più di tre anni fa, Trump ha voluto riferirne di persona, sempre per telefono, al presidente ucraino Volodimyr Zelensky, al presidente francese Emmanuel Macron, al premier inglese Keir Starmer, al cancelliere tedesco Friedrich Merz, al presidente finlandese Alexander Stubb, alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen  e alla premier italiana Giorgia Meloni. Cosa, quest’ultima, che ha spiazzato, indispettito, insospettito le opposizioni in Italia. Che avevano deciso, annunciato e deriso l’isolamento della Meloni e dell’Italia in Europa per via della mancata o rifiutata partecipazione all’ultima riunione dei “volenterosi” datisi appuntamento in Albania per discutere dell’Ucraina, appunto. Dopo averne discusso più volte nei mesi scorsi puntando anche su un invio protettivo di truppe europee in Ucraina senza un mandato dell’Onu, d’altronde improbabile per il veto di cui dispone la Russia nel Consiglio di Sicurezza.

         Piuttosto che riconoscere alla Meloni l’attenzione, il riguardo eccetera guadagnatisi a livello internazionale dopo due anni e mezzo di governo, le opposizioni hanno praticamente accusato Trump di averla voluta tanto temerariamente quanto amichevolmente tirarla fuori dall’isolamento. E la Meloni di essersi aggrappata alla fune del presidente americano come un’acrobata nel grande circo equestre della politica internazionale, senza rete di sicurezza. O con una rete immeritata.

         Se le opposizioni parlamentari, mediatiche, diciamo pure culturali si sono ridotte, e ridotto la politica interna italiana a questi livelli, ripeto, la Meloni non avrà neppure bisogno di fare campagna elettorale, quando ne sarà arrivato il momento, per rimanere dov’è. E magari anche per salire più in alto, sempre quando ne sarà arrivato il momento.

Ripreso da http://www.startmag.it

La partecipazione di Gentiloni al congresso sotterraneo del Pd

Già ministro degli Esteri, presidente del Consiglio e commissario europeo, in ordine rigorosamente cronologico che serve anche a volergli attribuire una certa competenza quando lo si sente parlare o lo si legge occupandosi della politica estera italiana, Paolo Gentiloni ha scritto un curioso articolo su questo argomento. Curioso e neppure improvvisato nella cornice verde assegnatagli dalla Repubblica per sottolinearne anche graficamente, almeno a noi del mestiere, l’aggiornamento eseguito dall’autore fra la prima e l’ultima edizione. Magari, nel nostro caso, dopo avere assistito, con l’altro ex eccellente che è Romano Prodi, alla cerimonia di intronizzazione di Papa Leone XIV ed essersi informato della successiva attività di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

         “La debolezza sul palcoscenico internazionale” è il titolo assegnato al commento di Gentiloni, dove tuttavia la debolezza, appunto, è solo un “rischio” che correrebbe la presidente del Consiglio dopo che, pur ignorata o sottovalutata o fraintesa dalla segretaria del Pd Elly Schlein, cui lo stesso Gentiloni appartiene, “la postura di politica estera fin qui era stata un suo punto di forza, capace di rassicurare il tradizionale sistema di alleanze del nostro Paese”.

         Ora invece, sempre secondo Gentiloni, sorpreso, contrariato e quant’altro dalle distanze non prese ma ribadite dalla Meloni rispetto alla tentazione, quanto meno, dei cosiddetti “volenterosi” d’Europa di inviare truppe on Ucraina anche senza una copertura dell’Onu, “il governo farebbe bene a dichiarare la nostra chiara volontà di contribuire all’impegno comune per l’Ucraina nelle sedi più adeguate”. Anche perché “in ballo, oltre al nostro interesse nazionale, c’è il profilo geopolitico dell’Europa che verrà”, ha avvertito il pluri-ex.

         Quale possa o debba essere “l’impegno comune per l’Ucraina” e in quali “sedi più adeguate” è rimasto tuttavia nella penna o nel computer di Gentiloni, prima e dopo l’aggiornamento della ribattuta di Repubblica. E non è un inconveniente da poco per un uomo dell’esperienza dell’ex premier e tutto il resto. O è la furbata, chiamiamola così, del Gentiloni raccontato nelle cronache e nei retroscena dei giornali come un possibile successore della Schlein alla segreteria del Pd, se e quando verrà il momento di sostituirla. In certe corse, si sa, specie in un partito complesso, a dir poco, come quello al Nazareno, che ha preso il meglio o il peggio, come preferite, della sinistra democristiana e del Pci; in certe corse, dicevo, la chiarezza o compiutezza delle analisi e delle prospettive politiche non è un obbligo.

         Ecco, l’intervento di Gentiloni su Repubblica mi è apparso personalmente funzionale più al congresso sotterraneo e continuo che si sta svolgendo nel Pd, anche a livello referendario, da quando l’autorevole ex senatore e capogruppo Luigi Zanda ne ha chiesto inutilmente uno palese e anticipato, che ad una comprensione di ciò che sta accadendo non solo in Italia, non solo in Europa ma nel mondo. Anche con l’elezione dello statunitense Robert Francis Prevost a Papa.

         Nel suo racconto del “rischio” di una “debolezza” della Meloni in politica estera, dopo la “forza” riconosciutale nei primi due anni e mezzo di governo, Gentiloni ha anche sospettato che l’assenza della premier italiana dal recente vertice albanese dei “volenterosi” d’Europa non sia stata voluta ma imposta col rifiuto di invitarla per inaffidabilità.  

         Ma, chiarito bene o male l’equivoco su una permanente disponibilità di Francia, Germania, Gran Bretagna, Polonia, in ordine alfabetico, di mandare truppe in Ucraina anche senza un mandato dell’Onu, improbabile col veto di cui dispone Mosca, mi chiedo perché debba essere il governo italiano a cambiare posizione, chiarire e via dicendo e non invece la presunta controparte in questo che ormai non è più un racconto. E non so neppure cos’altro, se non si vuole scendere al livello del turpiloquio.

Pubblicato su Libero

Il ponte della Meloni a Palazzo Chigi fra Usa e Unione Europea

         Nel giorno dell’abbraccio del nuovo Papa col mondo in Eurovisione dal sagrato della Basilica di San Pietro, e della sua scelta -di grande significato politico in questa congiuntura internazionale- di dedicare al presidente ucraino Zelensky la prima udienza da intronizzato, la premier italiana Giorgia Meloni ha voluto e saputo concretizzare materialmente a Palazzo Chigi il ruolo impostosi -e anch’esso di rilievo in questa congiuntura internazionale- di ponte fra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Unione Europea di Ursula von der Leyen.

         Con quest’ultima e con Vance, il vice di Trump venuto a Roma per rappresentare il suo paese alla cerimonia di intronizzazione del connazionale Leone XIV, la premier italiana ha presieduto un vertice dedicato non solo alle questioni bilaterali di Europa e Stati Uniti ma anche alle altre, comprese le guerre che continuano pur tra accenni o parvenze di trattative.

         Ciò non è bastato naturalmente alle opposizioni per rinunciare alle “parole armate”, lamentate a livello ancora più ampio dal Papa, e proseguire nella demonizzazione del governo italiano. La segretaria del Pd Elly Schlein è corsa nel salotto televisivo di Luca Fazio per continuare ad accusare la Meloni di avere isolato il Paese. Matteo Renzi sul Foglio ha annunciato che “l’’incantesimo è finito” e che le cancellerie di tutto il mondo, a cominciare evidentemente  dalla Casa Bianca per finire al Cremlino e forse anche a Pechino, hanno scoperto che “Giorgia Meloni non è stabile ma immobile”.

         L’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni, che qualcuno sogna prima o poi al Nazareno al posto della Schlein, si è adeguato a suo modo all’”asse anti Meloni” sparato dalla Stampa nel titolo di prima pagina. Egli ha riconosciuto su Repubblica, testualmente e diversamente dai suoi compagni di parte o di area, che “la postura di politica estera fin qui era stata un punto di forza della presidente del Consiglio, capace di rassicurare il tradizionale sistema di alleanze del nostro Paese”. “Ma ora, come d’improvviso, rischia di essere un  suo serio punto di debolezza”, ha aggiunto Gentiloni, non so se riuscendo a farsi perdonare dalla Schlein, Pier Luigi Bersani, Renzi, Conte, Fratoianni, Bonelli e “campisti” vari, di maggiore o minore larghezza, l’immagine di un rischi temuto al posto di una realtà o catastrofe certa, assoluta. Anche quell’”improvviso”, al posto di continuo e simili, potrebbe non rispondere ai canoni dei soprannominati campisti, ripeto. Chissà.

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Torna, anzi continua il rapporto “strategico” fra Germania e Italia

Preceduto da una smentita opposta dal vice cancelliere socialdemocratico Lars Klingbeil al giornale Die Welt, che aveva attribuito alla sua parte politica una esclusione dell’Italia, negli accordi sul nuovo governo di Berlino, dalla rosa degli alleati “strategici” della Germania, l’incontro del cancelliere Friederich Merz con la premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi ha chiuso del tutto la questione.

         “L’Italia è per noi un partner strategico irrinunciabile nella politica europea ed estera”, ha dichiarato il cancelliere tedesco. Dell’incontro la premier italiana ha detto che “è stato molto operativo, la smentita più efficace alla presunta assenza di interesse del governo tedesco a un rapporto con l’Italia”.

         Resta da chiarire in quale trappola sia caduto nei giorni scorsi il giornale tedesco autore del falso scoop. Se in una trappola di dissidenti socialdemocratici o di dissidenti del partito popolare, interessati entrambi a creare difficoltà al governo. Ma più in particolare a Merz, non a caso eletto dal Parlamento a cancelliere nella seconda votazione, dopo la maggioranza mancata nella prima.

         Nell’incontro fra la Meloni e Merz, favorito come altri avvenuti ieri a Palazzo Chigi, dall’arrivo di capi di Stato e di governo a Roma per la Messa odierna di intronizzazione di Papa Leone XIV, si è avuta anche la conferma -ma non nella chiave polemica usata nei riguardi della Meloni dal presidente francese Emmanuel Macron- che i cosiddetti “volenterosi” dell’Europa non pensino più di mandare un contingente militare in Ucraina a sostegno di Zelensky. Ipotesi dalla quale la premier italiana si è sempre dissociata, ritenendo che la competenza di un simile intervento possa essere solo dell’Onu ed evitando quindi di partecipare al recente vertice dei “volenterosi” in Albania. Peraltro mentre in Turchia si avviavano incontri diretti, pur in un clima di confusione e ambiguità, fra russi e ucraini.

         Se, come hanno precisato insieme Macron e Mez, sia pure con spirito diverso verso la premier italiana, in Albania i “volenterosi” di Francia, Germania, Polonia e Gran Bretagna non hanno più parlato di invio di truppe in Ucraina significa che evidentemente vi hanno rinunciato. Dopo che in questa direzione si era ripetutamente pronunciato proprio Macron.

         Si vedrà ora se le opposizioni al governo Meloni continueranno o rinunceranno anch’esse alle polemiche sull’isolamento che la premier avrebbe procurato all’Italia non unendosi ai “volenterosi” in Albania, o non procurandosi l’invito a partecipare all’incontro. Una rinuncia, quella delle opposizioni, improbabile visto anche l’attacco nuovamente sferrato alla Meloni oggi da Giuseppe Conte sul Corriere della Sera. Eppure il Papa ha recentemente raccomandato, parlandone più in generale, di “disarmare le parole”.

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Bettino Craxi nelle analisi e nei ricordi di Spenser Di Scala

Con Spenser Di Scala, morto a 84 anni, di origini italiane ravvivate da frequenti ritorni nel nostro Paese, è scomparso negli Stati Uniti lo storico americano che ha saputo conoscere, analizzare e raccontare meglio oltre Oceano i 18 anni, all’incirca, del potere di Bettino Craxi in Italia, fra il 1976, quando assunse la segreteria del partito socialista al minimo storico cui l’aveva portato Francesco De Martino, al 1994. Governando nel frattempo direttamente l’Italia da Palazzo Chigi fra il 1983 e il 1987. E vincendo, fra l’altro, lo storico referendum contro i tagli anti-inflazionistici alla scala mobile dei salari promosso dalla Cgil su commissione del Pci di Enrico Berlinguer, morto in tempo per non viverne personalmente la sconfitta.

Quella sconfitta della Cgil a trazione comunista segnò, prima ancora del successo di Craxi, la ripresa del primato della politica nei rapporti col sindacato. Esattamente l’opposto di quello che vorrebbe ora la sinistra, e più in particolare la Cgil, sempre quella, con i referendum dell’8 e 9 giugno prossimo su lavoro e cittadinanza.  

Giuseppe Scanni ha voluto ricordare su Facebook l’amico riproponendo una bella intervista concessa da Spenser Di Scala a Fabio Ranucci nel decimo anniversario della morte di Bettino Craxi in terra tunisina. Che fu anche l’occasione colta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per testimoniare alla vedova i meriti politici del marito e “la durezza senza uguali”, e perciò ingiusta, subita nelle indagini e nei processi giudiziari e mediatici per la cosiddetta Tangentopoli. Frequentata da tutti come città e pratica delle tangenti illegalmente usate dai partiti per il loro finanziamento ma alla fine identificata soprattutto nel partito socialista craxiano. Il tutto -avvertì onestamente Napolitano- in un rapporto fra la giustizia e la politica improvvisamente e “bruscamente cambiato”.

Quel riconoscimento e monito di Napolitano, a lungo leader dell’ala riformista del Pci, cadde purtroppo nel vuoto a sinistra. Neppure ai tempi della segreteria di Matteo Renzi, che preferì esplicitamente la memoria di Enrico Berlinguer a quella di Bettino Craxi, il Pd è riuscito a rileggere con la decenza di una chiara autocritica gli anni della demonizzazione suicida del Psi autonomista e anticomunista.

Un solo o principale “errore” fu contestato a Craxi, a dieci anni dalla morte, da Spencer Di Scala. “Aver personalizzato -disse- eccessivamente la politica del partito più vecchio e glorioso d’Italia. Fino ad arrivare alla implosione. Ciò a prescindere dalle inchieste di Tangentopoli. In questo Paese, tra l’altro, c’è il problema che non si riesce a scindere la politica e le istituzioni dal personaggio”. Solo in Italia? Ci sarebbe da chiedere a Spenser Di Scala se fosse ancora vivo, pensando a presidenti americani di segno politico opposto come Obama e ancor più Trump. Che si spera contenibile anche con la felicemente imprevista elezione del papa americano Robert Prevost.

I benefici effetti del Papa portato dallo Spirito Santo…americano

Più passano i giorni, più Papa Prevost chiamatosi Leone XIV si fa conoscere ed apprezzare, rivelandosi peraltro un uomo di grandissima comunicazione, più viene la voglia pur blasfemica di chiedersi se lo Spirito Santo sceso sul Conclave che lo ha eletto in quattro votazioni, o tre fumate, e in un giorno non sia o non sia diventato pure lui americano.

         Questo Papa è arrivato in tempo, con tutti i suoi paramenti sacri, anche quelli dismessi dal predecessore argentino chiamatosi Francesco volendone assumerne e rappresentarne l’umiltà, per mettere l’America -come la chiamiamo generalmente parlando degli Stati Uniti- al riparo dallo shoc procurato dalla seconda elezione Di Donald Trump. E dai primi mesi, o settimane, di esercizio del suo mandato quadriennale.

         E’ in fondo sempre frutto dello Spirito Santo americano anche il fatto che una volta tanto, pur essendosi lasciato travestire da Papa durante la cosiddetta Sede Vacante, il presidente Trump si sia contenuto nella reazione all’evento nella Cappella Sistina. Non facendo travestire dai suoi vignettisti o simili il Papa da Trump, con un ciuffetto giallo magari sporgente dallo zucchetto bianco, ma compiacendosi della sua elezione e chiedendogli un po’ la benedizione, con quell’incontro auspicato per conoscersi direttamente e felicemente.

         Quanto darei per sapere cosa abbia davvero pensato, e magari detto il Papa al suo segretario peruviano Edgar Rimaycuna della reazione di Trump alla sua elezione, o almeno di quella manifestata in pubblico.

         Mi permetto comunque di credere che ci sta stato lo zampino del Papa nel rapido e sapiente recupero mediatico del suo pensiero, pubblicamente espresso, all’epoca dell’avvio della cosiddetta “operazione speciale” ordinata da Putin al Cremlino più di tre anni fa per “denazificare” l’Ucraina. E normalizzarla in una quindicina di giorni come una sostanziale appendice della Russia, dopo essersi già presa la Crimea. Il non ancora Papa né cardinale Prevot vide in quella operazione ciò che effettivamente era: una ripresa dell’imperialismo sovietico. Che d’altronde era già stato servito  da Putin quando faceva carriera nei servizi segreti dell’Urss, poi dissoltasi tra le rovine del muro di Berlino.

         Trump invece vi ha visto ancora di recente, e da presidente degli Stati Uniti, un’aggressione o quasi dell’Ucraina ad una Russia giustamente preoccupata delle aspirazioni di Zelensky all’adesione alla Nato. Evocata purtroppo anche dal compianto Papa Francesco parlando del “cane” che abbaiava alla Russia.

         Ora le cose sono state rimesse, diciamo così, al loro posto in Vaticano. Forse è la volta che tornino ad essere rimesse al loro posto anche alla Casa Bianca. E non per fare entrare l’Ucraina nella Nato, viste le condizioni o precondizioni delle trattative più o meno in corso per chiudere questa guerra, ma almeno per restituirle il diritto alla vita, protetto ormai anche dalla compartecipazione americana all’estrazione e gestione delle cosiddette “terre rare”. Una circostanza, questa, di sicurezza per l’Ucraina forse ancora migliore della Nato, coi tempi che corrono anche per l’alleanza atlantica.

Pubblicato sul Dubbio

In attesa dell’incontro di Meloni con Merz sui rapporti fra Germania e Italia

Nel quadro geopolitico scosso da guerre, militari e commerciali, e dalla imprevedibilità, a dir poco, delle decisioni, iniziative e quant’altro del presidente americano Donald Trump, deciso a cambiare gli assetti internazionali a vantaggio almeno dei suoi interessi, visto che quelli degli Stati Uniti potrebbero non coincidere oltre il suo secondo e ultimo mandato alla Casa Bianca, l’esclusione dell’Italia, insieme con la Cechia, dai paesi, anzi alleati, “strategici” per la Germania potrebbe anche essere considerata una notizia minore. Qualcosa di interno al cortile, piuttosto che all’Unione Europea di cui Germania e Italia sono fondatrici.

         L’esclusione, rivelata dal giornale tedesco Die Welt, è stata strappata al nuovo cancelliere Friederich Merz dai socialdemcratici, pur ridimensionati elettoralmente, nelle 144 pagine del programma prodotte in 62 giorni di trattative. Probabilmente, anzi auspicabilmente, la premier italiana Giorgia Meloni troverà il modo di parlare anche di questo con Mez in arrivo a Roma per   la messa di insediamento di Papa Leone XIV, domenica a San Pietro.

         Il ministro degli Esteri d’Italia, e vice presidente del Consiglio Antonio Tajani, uno dei vice presidenti del partito popolare europeo di cui fa parte il cancelliere tedesco, ha definito “sciocchezza colossale” quella compiuta nei riguardi dell’Italia, addebitandone tuttavia la responsabilità ai socialdemocratici e chiedendo, sfidando eccetera la sinistra italiana, in particolare il Pd della Schlein, a dissociarsene.

         Ma questo, francamente, appartiene all’abitudine di gettare la palla fuori dal campo in cui si gioca. Prima ancora della critica, certamente auspicabile, della Schlein ai socialdemocratici tedeschi, viene l’esigenza che Tajani, anche per la sua militanza politica comune con l’amico Merz, e il governo nel suo complesso chiedano chiarimenti e se la prendano col cancelliere che pur di fare il suo primo  governo ha ritenuto di poter rinunciare alla natura “strategica” dei  rapporti di amicizia e di alleanza con l’Italia.  

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Autorete del fantasma alla Camera nella partita contro la premier

         I radicali, francamente, hanno dato di meglio e di più anche nelle iniziative più dirompenti, come quando l’indimenticabile Marco Pannella si imbavagliava davanti alle telecamere per protestare contro lo spazio che gli lesinavano la Rai e i partiti che praticamente la gestivano. Riccardo Magi forse ha pensato di imitarlo, e persino superarlo, travestendosi nell’aula di Montecitorio da fantasma, e procurandosi l’espulsione, per protestare contro lo spazio informativo che sarebbe, secondo lui, negato ai referendum di giugno su lavoro e cittadinanza. E anche contro il boicottaggio che sarebbe l’incoraggiamento all’astensione da parte del centrodestra persino nella persona del presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato e tutto il resto che segue abitualmente a questo rinfaccio, chiamiamolo così.

         Ma al povero Magi è sfuggito il contesto politico nel quale egli ha deciso di fare irruzione come un fantasma, guastando la festa alle opposizioni che ritenevamo di poter mettere in difficoltà la premier Giorgia Meloni, in una seduta di cosiddetta “question time”, addebitandole le liste di attesa negli ospedali e i massacri a Gaza compiuti da Israele pur in reazione al pogrom del 7 ottobre 2023, da cui è cominciata, o ripresa,  l’ennesima guerra in corso da quelle parti.

         Quel telo infilatosi addosso da Magi, per le circostanze appunto della protesta, ha materializzato anche agli occhi di chi ha avuto l’occasione di vederlo nei telegiornali e altrove un altro fantasma: quello dell’alternativa al centrodestra perseguita da opposizioni che non trovano un tema su cui essere davvero d’accordo: divise fra di loro, e all’interno di ciascuno dei partiti del campo a larghezza variabile.

         Sino a quando le opposizioni continueranno a fare quello che fanno, per sostanza e metodo, La Meloni potrà dormire tranquilla, almeno per la sopravvivenza del suo governo e della sua maggioranza, pur con tutti gli scricchiolii, per carità, che si avvertono. Lo riconoscono ogni tanto anche esponenti qualificati, in particolare, del Pd persino rischiando di finire nell’agenda nera che la segretaria sfoglierà quando potrà o dovrà stilare le liste dei candidati del Nazareno alle elezioni. Che in mancanza del voto di preferenza risulteranno eletti nell’ordine in cui sono stati proposti nelle liste. O nei collegi uninominali secondo la loro consistenza elettorale largamente valutabile in anticipo, con pochi imprevisti.

         Le opposizioni sono state sfortunate nello scontro di ieri alla Camera con la premier anche per la circostanza a lei favorevole dello spread -il famoso “signor Spread”, che misura la febbre dei mercati e la salute finanziaria del Paese- sceso per la prima volta dal 2021 sotto la rassicurante quota 100.

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L’alternativa a trazione Landini, non Schlein nè Conte

Due parole, o annotazioni, sul raduno referendario promosso per lunedì prossimo a Roma, in Piazza Vittorio, dalla Cgil di Maurizio Landini. Cui hanno annunciato la loro adesione il Pd di Elly Schlein, il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, la sinistra rossoverde di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli e + Europa di Benedetto Della Vedova. Uniti nel sostegno ai referendum dell’8 giugno su lavoro e cittadinanza minacciati dall’astensione preferita dal centrodestra, con la sola eccezione di Maurizio Lupi, per vanificarlo, essendo prescritta la partecipazione del quorum della maggioranza più uno degli aventi diritto al voto per renderne valido il risultato.

         La prima annotazione è proprio nella provenienza sindacale della proposta di mobilitazione in piazza, per cui i partiti del sì all’abrogazione risultano subalterni, volenti o nolenti. E non è uno spettacolo consolante per la politica. O per il primato assegnatole dalla Costituzione con maggiore evidenza dell’antifascismo evocato pur senza una esplicitazione nei 139 articoli che la compongono. “Tutti i cittadini -dice invece l’articolo 49- hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Anche in materia, naturalmente, di lavoro e cittadinanza.

         La seconda annotazione è sull’occasione mancata anche questa volta per elevare sopra la dimensione di qualche elezione locale una convergenza delle opposizioni per delineare davvero il fronte di un’alternativa realistica al centrodestra. Ci sono Schlein e Conte, e Fratoianni, Bonelli e Della Vedova, ma non la gamba moderata. Né di Carlo Calenda, ormai scambiato dai suoi peggiori avversari per una riserva del centrodestra, né di Matteo Renzi. Che pur di guadagnarsi il pedrigree, diciamo così, dell’opposizione cerca di scavalcare tutti nelle offensive di carattere personale dei giorni pari e dispari contro la premier Giorgia Meloni. Si è metaforicamente intrufolato, con interrogazioni dei suoi parlamentari, anche nei regali da lei ricevuti in due anni e mezzo di governo per cercare di coglierla in fallo su qualcuno di oltre 300 euro di valore non devoluti allo Stato.

         Vedo che anche il generalmente fiducioso o ottimista Pier Luigi Bersani, reduce da una fatica letteraria che gli ha procurato un aumento delle già abbondanti partecipazioni ai salotti televisivi, ha cominciato a preoccuparsi davvero -parlandone, per esempio, agli amici del Fatto Quotidiano– di un’alternativa più da sogno che da realtà.

Prima o dopo il simpatico ex segretario del Pd e mancato presidente del Consiglio di un suggestivo governo di “minoranza e combattimento”  troverà nel ricordo delle metafore del padre qualcuna -magari animalesca, come quella della mucca al Nazareno o del giaguaro smacchiabile sullo scoglio- da applicare all’alternativa.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 18 maggio

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