L’ossimoro di cui avrebbe bisogno la Schlein per vincere davvero

Per carità, Elly Schlein, Matteo Renzi e il pur silenzioso -mi pare- Giuseppe Conte hanno le loro ragioni per essere soddisfatti dei risultati del primo turno delle elezioni amministrative di fine maggio. Che porta ormai il nome o la sigla di Genova, la maggiore delle città in cui si è votato. Dove il cosiddetto campo largo dell’alternativa ha vinto senza passare per il ballottaggio, chiudendo la lunga fase degli otto anni di opposizione in un Comune storicamente e politicamente di sinistra.

         La Schlein ha un motivo in più, e di partito, per cantare vittoria, avendo conquistato il  suo Pd , da solo, la testa della classifica facendo recedere al 12 per cento i fratelli d’Italia della Meloni che a livello nazionale contano sul 30 per cento nei sondaggi. Per cui la segreteria del Nazareno ha potuto rivendicare la concretezza delle urne e contrapporla alle consultazioni telefoniche, e simili, vantate dalla maggioranza che governa.

         La parte favorevole, per la Schlein,  dell’analisi e del racconto di questo turno elettorale amministrativo – peraltro incoraggiante per le opposizioni anche per una buona affluenza alle urne, almeno rispetto alle ultime tendenze, che potrebbe riflettersi sulle elezioni referendarie dell’8 e 9 giugno gravate dal cosiddetto quorum- finisce tuttavia qui. Non può andare oltre.

         A livello nazionale, nella prospettiva di elezioni persino anticipate, cui la Schlein ha recentemente annunciato di sentirsi pronta, parlandone anzi al plurale, il modello Genova -se lo vogliano chiamare- così avrebbe bisogno di una circostanza a dir poco paradossale. Un ossimoro, direi. Per sottrarsi alla competizione interna al campo largo – derivante dall’ambizione di Giuseppe Conte di tornare a Palazzo Chigi per riprendere, secondo i suoi estimatori, l’avventura del “migliore presidente del Consiglio d’Italia dopo Camillo Benso di Cavour”- la segreteria del Pd dovrebbe inventarsi, e preparare dietro le quinte, una soluzione o lista civica nazionale simile a quella genovese della campionessa di lancio del martello Silvia Salis. Ma una soluzione civica a livello nazionale è materialmente impossibile. Sarebbe come pretendere la quadratura del cerchio, o viceversa. Le liste civiche sono locali.

         Si torna pertanto al punto di partenza. Che è quello recentemente indicato non da me, modesto cronista, ma da un vecchio frequentatore, attore ed esperto della politica come l’ex capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda, cresciuto anche nella franchezza del padre, già capo della Polizia, e di Francesco Cossiga. Che ha ricordato alla Schlein, quasi una figlia per ragioni età, con  i suoi 82 anni e mezzo rispetto ai 40 della “giovane e donna” segretaria del Pd, che la sua “rivale” è la presidente del Consiglio in carica da ormai più di due anni e mezza ma il suo “nemico” è Conte, pur ridotto a Genova al 5 per cento, uno per ogni stella del suo movimento, e a livello nazionale attorno al 15.

Pubblicato sul Dubbio

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Più che una vittoria, è un cappio quello della Schlein a Genova

         Anche se alle urne sono andati più di un milione di elettori, pari per fortuna al 56 per cento degli aventi diritto al voto, sparsi in 126 Comuni di varie regioni d’Italia, dal Nord al Sud, il turno amministrativo del 25 e 26 maggio porta il nome soprattutto di Genova, la maggiore delle città interessate. E anche quella di cui si attendeva con più interesse nazionale il risultato, dopo che il sindaco di centrodestra Marco Bucci era stato eletto a governatore della regione e il Comune era tornato ad essere contendibile dalla sinistra per otto, lunghi e anomali anni di opposizione, rispetto alle tradizioni storiche e politiche della capitale ligure. E vi è tornata con l’elezione della giovane “dirigente sportiva” Silvia Salis, come la campionessa di lancio del martello ha preferito definirsi, aggiungendo “progressista” a chi le ha chiesto a quale partito si sentisse più vicina. Progressista neppure “indipendente”, come si proclama sotto la guida di Giuseppe Conte quel che resta -il 5 per cento- del Movimento 5 Stelle partecipe alla coalizione, o “campo largo” della sinistra aspirante all’alternativa nazionale al centrodestra guidato dalla premier Giorgia Meloni.

         Per quanto ridotto tuttavia al 5 per cento, il movimento post-grillino, chiamiamolo così, è risultato determinante per la vittoria di una coalizione dove il Pd ha preso il 29 per cento, la lista civica della Salis l’8,3 per cento, i rossoverdi il 6,9 per cento.

         A Genova per rendere fattibile o commestibile il cosiddetto campo largo della sinistra comprensivo di Conte   hanno dovuto ricorrere alla soluzione “civica”, cioè locale, della Salis. Ma a livello nazionale, dove l’espediente civico non esiste in natura, che cosa dovrà e potrà fare la segretaria del pur maggiore partito della coalizione, Elly Schlein?  Che su Genova ha cantato vittoria dicendo che il centrodestra vince nei sondaggi e la sinistra nelle urne. Ecco la domanda che, considerandola prematura, pur dichiarandosi al tempo stesso “pronta alle elezioni”, anche anticipate, la Schlein nella sua euforia di vincitrice non si pone. O non vuole lasciarsi porre, specie dopo l’imbarazzo, a dir poco, in cui l’ha messa qualche giorno fa il compagno di partito Luigi Zanda ricordandole in una intervista, cioè pubblicamente, che la sua “rivale” è Giorgia Meloni ma il suo “nemico” è Giuseppe Conte. Con l’ambizione neppure tanto nascosta che l’ex premier ha di tornare a Palazzo Chigi, essendosi convinto della qualifica attribuitagli dall’amico ed estimatore Marco Travaglio del “ migliore capo del governo italiano” dopo la buonanima di Camillo Benso conte, al minuscolo, di Cavour.

         Il guaio, per la Schlein, è che in questo ragionamento di Zanda, con l’esperienza che lui ha maturato tra famiglia e politica, non c’è solo un elemento personale, certo. C’è anche, o ancor di più, un elemento politico, appunto. Che la segretaria del Pd può pure esorcizzare fingendo di ignorarlo, o prendendo tempo, ma resta il suo maggiore problema.

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Storie incresciose di ordinaria follia mediatica e politica

         “Mobilitazione per Gaza”, ha annunciato a caratteri di scatola la Repubblica di carta raccogliendo e rilanciando le iniziative propostesi dalle opposizioni in tutta Italia -fatta eccezione forse per Napoli, distratta dai festeggiamenti dello scudetto- a favore di quella terra martoriata da più di un anno e mezzo di guerra. Che è stata  provocata da chi ha costruito sotto case, ospedali, scuole, chiese, mercati, campi profughi eccetera gli arsenali contro il diritto alla vita di Israele e, più in generale, degli ebrei.  

         Mobilitazione per Gaza, ripeto. E perché non anche per l’Ucraina, da più di tre anni sotto attacco della Russia di Putin. Che ogni tanto, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, mostra qualche pur lontano interesse a trattative per la pace ma senza rinunciare ai massacri, che infatti continuano. Ed hanno prodotto necessariamente, per estensione del territorio e popolazione, fra militari e civili, compresi i bambini, più morti che a Gaza.  Perché? Forse perché gli ucraini sono davvero quelli che vengono avvertiti al Cremlino, cioè figli di nazisti incalliti e puttane? Scusate la parolaccia.

         Curioso mondo davvero, visto che questa specie di monopartitismo a favore della Gaza, trasformata dai terroristi di Hamas in una terra di ostaggi, è diffusa non solo in Italia, ma un po’ dappertutto. Persino in Israele, con manifestazioni contro il governo e chi lo presiede gestendo il passaggio forse più tragico e pericoloso per una comunità diventata Stato non in una casa da gioco ma nelle Nazioni Unite, come spesso mostra di dimenticare persino il segretario generale portoghese ora in carica.

         Curiosa anche questa Italia che si riconosce forse nella “sorpresa” espressa dal Corriere della Sera, sempre in prima pagina, anche se a caratteri meno vistosi, per un intervento televisivo del ministro della Giustizia Carlo Nordio sulla natura “irragionevole” del caso Garlasco, che contende a Gaza l’interesse mediatico. Irragionevole -ha spiegato Nordio- perché Alberto Stasi fu a suo tempo condannato per il delitto della fidanzata Chiara Poggi dopo essere stato due volte assolto. E perché, se risultasse innocente, non vi sarebbero magistrati perseguibili, potendo e dovendo costoro rispondere solo se in malafede, senza conoscere né leggi né carte dei processi di cui si sono occupati.

         Vedrete se qualcuno, magari al solito Fatto Quotidiano, non smetterà di sfottere Nordio chiamandolo “Mezzo litro” per dargli del “litro”, tutto intero, o del “fiasco”.  

Intanto il presidente del sindacato delle toghe, Cesare Parodi, ha detto al Foglio che i detenuti ingiustamente se la sono cercata, spesso o sempre, per non avere collaborato abbastanza con gli inquirenti. Che dal canto loro sono sempre sovraccarichi di lavoro perchè sotto organico. Questa è la magistratura, almeno quella associata.  

La motosega di Luigi Zanda sulle ambizioni della movimentista Schlein

         Sembrava che Luigi Zanda ci avesse rinunciato per rassegnazione, non avendo raccolto molti né convinti sostegni nel Pd la sua proposta di un congresso anticipato, e straordinario, per dare finalmente una linea di politica estera al partito e alla sua segretaria, Elly Schlein, magari sostituendola dopo essere arrivata al vertice col consenso più degli esterni, ammessi alle primarie conclusive del precedente congresso, che degli iscritti. Un consenso previsto da uno statuto che per questa stravaganza tenne fuori dal Pd esponenti storici e prestigiosi del precedente Pci come Emanuele Macaluso. Che era cresciuto nel mito della militanza.

         Sembrava, dicevo. Perché Zanda, tra i fondatori del partito del Nazareno, già capogruppo al Senato e tesoriere, 82 anni e mezzo compiuti, più del doppio dei 40 della Schlein, non ci ha invece rinunciato. E, intervistato non dal Domani del suo amico Carlo De Benedetti ma dalla Stampa, più ospitale e diffuso, è tornato ieri alla carica. Con la solita franchezza cresciuta all’epoca della sua collaborazione con Francesco Cossiga, egli ha riconosciuto sì alla Schlein “due qualità importanti “, che sono quelle di “giovane e donna”, ma insufficienti a guidare quello che peraltro non sarebbe più un partito ma “un movimento”. Dove disgraziatamente, ma forse anche inevitabilmente per le regole che lo disciplinano, non vi è “alcuna opposizione interna”, essendoci “nel gruppo dirigente solo fedelissimi”. Ed essendo “lei a fare liste elettorali” e a “chiudere il cerchio”.

         Sulle prospettive della Schlein di arrivare prima o poi a Palazzo Chigi Zanda è stato impietoso con la sua motosega. “Non ci sono di mezzo -ha detto- solo i voti da conquistare, ma anche Giuseppe Conte, che è politicamente molto ambiguo”. Contemporaneamente infatti Conte ha risposto al Foglio, che gli chiedeva delle primarie attribuite ai propositi della Schlein per scegliere a suo tempo il candidato delle opposizioni alla guida del governo: “C’è ancora tanto tempo…”. Altro che elezioni anticipate.

         Ma quella che più preoccupa Zanda è l’ambiguità dell’ex presidente del Consiglio sul tema prioritario della politica estera in questa congiuntura internazionale. “Lui -ha detto Zanda- è alleato della destra quando governa e nemico quando sta all’opposizione”. Poi “sta con la sinistra quando vuole fare il premier, nemico invece quando pensa gli faccia ombra”. Come è stato “amico di Grillo quando gli serviva, nemico quando ha raggiunto il suo scopo” impadronendosi del suo partito.

         La conclusione di Zanda è tagliente e oracolare per la Schlein: “Il suo avversario politico è Meloni ma il suo nemico è Conte”.

Quel fantasma vagante sui tetti del Nazareno e dintorni

         Anche se lo vedo spesso impegnato nei processi televisivi alla premier Giorgia Meloni, ai quali viene invitato su ogni rete, vorrei chiedere a Pier Luigi Bersani di rovistare fra le metafore ereditate dal padre, e quelle da lui inventate con l’umorismo che non gli si può negare, una applicabile alla giovane segretaria del suo ritrovato Pd Elly Schlein. Grazie alla quale lui e altri fuggiti ai tempi di Matteo Renzi sono tornati al Nazareno.

         Non gli chiedo di attingere al repertorio zoologico delle mucche nei corridoi e negli uffici del Pd, o dei tacchini sul tetto, o dei giaguari e simili da smacchiare sugli scogli, perché francamente non vi trovo adatta la segretaria pluricromaticamente vestita.   Ma ci sarà pure qualcosa di metaforicamente appropriato ad una donna dalle ambizioni e dalla fantasia crescenti, spintasi di recente, fra retroscena giornalistici e interviste, a preparare liste di ministri da portare al Quirinale ed appuntamenti elettorali, per un rinnovo anticipato delle Camere. Senza l’inconveniente referendario di giugno, con quel quorum del 50 per cento più uno di partecipazione degli elettori aventi diritto al voto necessario per abrogare una legge. Un inconveniente che, trascinata dal segretario della Cgil Maurizio Landini e da altri aspiranti al cosiddetto campo dell’alternativa al centrodestra, la Schlein ha deciso di sfidare su lavoro e cittadinanza.

         “Non siano nemmeno così lontano”, si è appena consolata la Schlein raccontando al Corriere della Sera di avere “visto un sondaggio in cui si prevede una partecipazione più alta del 40 per cento”. Che pure dista, a quindici giorni dal voto, di una decina di punti dal quorum, o dal batticuore, come dicono gli ansiosi o spiritosi, o entrambi. Di solito in queste circostanze è meglio tacere che parlare. Come non seppe fare nel 2016 Matteo Renzi, che in un referendum pur senza quorum – contro la riforma costituzionale da lui fermamente voluta e fatta approvare in Parlamento, sotto molti aspetti apprezzabile, che era riuscita a spaccare anche la caserma di Repubblica diretta da Eugenio Scalfari- si spese baldanzosamente una vittoria poi mancata. E probabilmente compromessa da quell’impegno, sconsigliatagli in privato al Quirinale da Sergio Mattarella, alla rinuncia alla politica in caso di sconfitta. Poi ridimensionato alle dimissioni solo da presidente del Consiglio, conservandosi per un altro anno, non di più, la segreteria del Pd.

         Di unico, come referendum vinto grazie alla promessa o minaccia del presidente del Consiglio di dimettersi “un minuto dopo” averlo eventualmente perduto, rimane nella storia della Repubblica italiana quello del 1985 sui tagli alla scala mobile dei salari, promosso l’anno prima contro Bettino Craxi dalla Cgil di Luciano Lama su commissione dell’ancora segretario del Pci Enrico Berlinguer. Altri tempi ora rimpianti anche da Matteo Renzi, che allora aveva solo dieci anni. E adesso riconosce allo scomparso leader socialista di essere stato “il migliore presidente del Consiglio per visione e modernizzazione, come De Gasperi e Fanfani”. Ci sarà rimasto male Giuseppe Conte, abituato dai suoi ammiratori a considerarsi “il migliore presidente del Consiglio dopo Cavour” nella storia italiana.

         Ma torniamo alla Schlein, alle sue ambizioni elettorali, ed anche alla sua vana scommessa di portare alle urne referendarie di giugno almeno tutto il suo partito. E alla metafora che si meriterebbe da un Bersani finalmente tornato davvero al suo buon umore. Non una mucca, non un tacchino, non un giaguaro, ma forse un fantasma sui sui tetti del Nazareno e dintorni, avvolto nel lenzuolo prestato, dopo l’uso fattone a Montecitorio, dal referendario radicale Riccardo Magi sino a procurarsi l’espulsione dall’aula. Un fantasma alla guida di un’opposizione che non io ma il dichiaratamente antimeloniano Roberto D’Agostino ha appena definito non sulla sua Dagospia ma sul Corriere “più masochista che mai”.

Pubblicato su Libero

                                     

        

La paradossale emula di Donald Trump in Italia è Elly Schlein

         Poco o niente, di certo, rispetto al presidente americano Donald Trump e alle sue intemerate, fra strapazzamenti ai malcapitati ospiti, di ogni colore politico e di pelle, che pur arrivano alla Casa Bianca da lui invitati, minacce o annunci di nuove guerre, inutili promesse di pace per quelle in corso, e dazi che vengono e vanno montati su missili di carta e di parole che pure bastano e avanzano per abbattere i risparmi degli incolpevoli clienti e simili delle Borse di tutto il mondo, comprese quelle americane, di casa per questo signore col ciuffo. Che per fortuna non è più il solo a rappresentare a livello universale gli Stati Uniti, dopo l’elezione del connazionale Robert Francis Prevost a Papa. Grazie allo Spirito Santo, assicurano anche i suoi elettori cardinali.

         Poco o niente, dicevo, rispetto alla baldanza crescente, in Italia, della segretaria del Pd Elly Schlein. Che dal suo banco di Montecitorio fa a gara con Giuseppe Conte ad assaltare, per ora solo a parole, il governo e la donna che lo presiede. E sui giornali prima si lascia raccontare alle prese con la lista dei ministri che intende portare per iscritto al Quirinale e di persona a Palazzo Chigi, dopo il giuramento, e poi si confessa pronta con altri, quindi “pronti”, ad elezioni anticipate rispetto alla scadenza ordinaria del 2027. Così ha appena detto al Corriere della Sera alla fine di una intervista fattale da Maria Teresa Meli, pensando evidentemente -con quel plurale, ripeto- di potersi portare appresso tutto il suo complicato, a dir poco, partito democratico almeno di nome, tanto comunque  da farsi eleggere il segretario più dagli esterni e passanti ai gazebo che dagli iscritti, E  tutti gli aspiranti, pur divisi da qualche veto più o meno reciproco, al cosiddetto “campo dell’alternativa” al centrodestra.

         Per ora tuttavia la signora del Nazareno, chiamiamola così, in tutte le edizioni cromatiche del suo abbigliamento, è attesa alle prove referendarie dell’8 e 9 giugno promosse con la Cgil di Maurizio Landini, e imprudentemente elevate -credo coi tempi che corrono- a prova della capacità di mobillitazione elettorale. Che la stessa Schlein, peraltro, nella già ricordata intervista al Corriere della Sera, ha rivelato di essere valutata nei sondaggi, a una quindicina di giorni dal voto, attorno al 40 per cento, Contro  il 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto necessario per rendere costituzionalmente valido il risultato di tanto sforzo.

Le due facce della medaglia orribile dell’odio verso gli ebrei

         Fra gli effetti, e anche le cause, come vedremo, dell’agguato mortale negli Stati Uniti a una coppia di ebrei -Varon Lischinsky e Sarah Milgrim-  dipendenti per giunta dell’ambasciata israeliana c’è la riproposizione, spuntata fra salotti televisivi, giornali e internet e aule parlamentari, della distinzione fra l’antisionismo e l’antisemitismo. Con la tendenza, la finalità e quant’altro di comprendere il primo, sino a giustificarlo attribuendone per giunta la colpa al capo del governo israeliano che lo starebbe alimentando a Gaza e nel mondo con la conduzione della guerra seguita al podrom del 7 ottobre 2023, e di deplorare senza riserve solo il secondo.

         Per antisionismo si intende l’ostilità allo Stato ebraico -deciso, ammesso e quant’altro dalle Nazioni Unite- e per antisemitismo l’ostilità agli ebrei in quanto tali. Che si meriterebbero la morte con tutte le sue premesse e dimensioni, persino di carattere universale come la Shoah.   

         E’ orribilmente sofistica e criminale questa rappresentazione dei fatti.  Per cui basterebbe peraltro gridare alla libertà della Palestina – come ha fatto l’uomo fermato negli Stati Uniti dopo l’uccisione della coppia diplomatica- per comprendere e persino giustificare ogni nefandezza. Anche il sequestro dei palestinesi effettuato dai terroristi di Hamas installando sotto le loro case, le loro, scuole, i loro ospedali, le loro strade arsenali e postazioni della loro guerra allo Stato “sionista” di Israele. E uccidendo  chi, fra i palestinesi, trovasse il coraggio di protestare non solo in privato ma anche in pubblico, mettendosi in corteo tra le macerie della loro terra e lasciandosi riprendere da qualche telecamera.

         Antisionismo e antisemtismo dopo la nascita di uno Stato con tutti i bolli delle Nazioni Unite, sono semplicemente e criminalmente le due facce della stessa medaglia. Che è quella dell’odio per gli ebrei.

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Il penultimo Matteo Renzi riabilita la memoria di Bettino Craxi

“Craxi è stato il miglior presidente del Consiglio per visione e modernizzazione, come De Gasperi e Fanfani…Quel suo non tirare a campare mi rappresenta…Chi vuol essere troppo riformista ne paga le conseguenze….Ha sentito sulle spalle il peso di una responsabilità storica e di non essere riuscito a restituirla…In sedicesimo ci ho provato anch’io”. Parole di Matteo Renzi appena pronunciate nel teatro Rossini di Roma partecipando alla presentazione del libro dello storico Andrea Spiri sulle “lettere di fine Repubblica”, selezionate fra le tante del leader socialista morto più di 25 anni fa in terra tunisina. Dove aveva dovuto rifugiarsi, nella casa delle sue vacanze, arrivandovi con regolare e valido passaporto, per non perdere in qualche carcere italiano, accusato di finanziamento illegale dei partiti e reati più o meno connessi, quella libertà che “equivale alla mia vita”, come volle che si incidesse sulla tomba che lo custodisce nel cimitero cattolico di Hammamet affacciato sul mare.

         Dovrei compiacermi dei giudizi di Renzi sul Craxi tutto politico, oltre che su quello   della finale vicenda giudiziaria già citato dal senatore di Scandicci di recente a Palazzo Madama parlando dei problemi propri, di familiari e amici con la giustizia. Dovrei compiacermene non foss’altro per avergli a suo tempo chiesto personalmente di richiamarsi anche politicamente a Craxi, rispondendo come destinatario ad una delle sue lettere elettroniche. E ottenendo come risposta una cortese promessa di rifletterci sopra e un altrettanto cortese ringraziamento.

         In fondo Renzi non ci ha impiegato molto da quello scambio di messaggi. Ma moltissimo, forse troppo rispetto ai tempi della politica italiana, dopo avere contribuito alla demonizzazione di Craxi dicendo da segretario del Pd e, se non ricordo male, anche da presidente del Consiglio di preferire al ricordo del suo “opportunismo” quello della “generosità”, onestà e quant’altro di Enrico Berlinguer. Che, non facendo in tempo a vederne la crisi per l’intreccio fra politica e giustizia, anzi per il prevalere della seconda sulla prima, aveva cercato ancora in vita di procurargliela      sfidandolo per interposta Cgil di Luciano Lama in un referendum abrogativo di alcuni pur modesti tagli o rallentamenti anti-inflazionistici della scala mobile dei salari. Una sfida che si concluse l’anno dopo, nel 1985, col 54,3 per cento dei contrari all’abrogazione e il 45,7 per cento dei sì. E un’affluenza alle urne del 77,9 per cento degli elettori aventi diritto al voto. Cifre da capogiro nei tempi referendari che corrono, e che il segretario della Cgil Maurizio Landini ha voluto sfidare l’8 e il 9 giugno prossimo su un terreno analogo, quello del lavoro, con l’aiuto promozionale, nella raccolta di firme e altro, della segretaria del Pd Elly Schlein, del presidente del Movimento 5 Stelle ed ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e di altri aspiranti all’alternativa al governo in carica di centrodestra. Compreso Renzi, pur deciso nelle parole a difendere acrobaticamente  dall’assalto il suo jobs act. Diavolo di un uomo.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 maggio

Trump battuto sulle prime pagine italiane dal delitto di Garlasco

         Da quando è stato rieletto, prima ancora di tornare fisicamente alla Casa Bianca, il presidente americano Donald Trump ha quasi permanentemente occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, compresi quelli italiani. Persino nei giorni della morte, dei funerali e della successione a Papa Francesco, lasciandosi travestire da Pontefice, che è poi diventato il connazionale Robert Francis Prevost chiamandosi Leone XIV.

         Sottoposto in televisione, particolarmente nel salotto di Lilli Gruber, a visite e consulti di natura psicologica, anzi psichiatrica, pur a distanza, Trump è scampato per un pelo alla definizione di “matto del mondo”, Dal quale forse il mio amico Mattia Feltri sulla Stampa si è trattenuto solo perché sta rischiando il processo in qualche tribunale italiano, dove notoriamente può accadere di tutto, più che altrove, per avere dato del “matto del Paese” al vice presidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e segretario della Lega Matteo Salvini. Che non è evidentemente un uomo spiritoso, per quanto ogni tanto si  finga.

         Ebbene, dopo una così lunga, ostinata esposizione mediatica, fra guerre che voleva far chiudere e che invece si sono ulteriormente inferocite, come in Ucraina, pur tra apparenze, cenni e simili di trattative, Trump ha trovato almeno sulla stampa italiana qualche concorrente. Sono i magistrati di Pavia e i carabinieri di Milano che hanno scalato in pochi giorni le prime pagine per le indagini rumorosamente riaperte su un delitto di 18 anni fa a Garlasco. Dove fu uccisa la giovane Chiara Poggi finendo condannato il fidanzato Alberto Stasi per avere la Cassazione bocciato l’assoluzione in appello, dopo quella in primo grado.

         A contendergli adesso la responsabilità è, suo malgrado, Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara che è invece convinto della sua estraneità  nonostante le impronte esibite a mezzo stampa e televisione dagli inquirenti. Ed anche reperti di diari o simili in cui dopo il delitto di Garlasco egli si dichiarava autore di “cose orribili, inimmaginabili”.

         La solita guerra in corso tra innocentisti e colpevolisti, tanto di Stasi quanto di Sempio, durerà presumibilmente parecchio, visti i tempi e anche i metodi della giustizia italiana. Una guerra anch’essa orribile, come le “cose” genericamente attribuitesi da Sempio. Che, se dovessero essere, rivelarsi, confermarsi vere non comprendono solo la morte della povera Chiara ma il carcere di Stasi.  Risarcibile -secondo i calcoli effettuati dagli esperti e finiti anch’essi sulle prime pagine dei giornali- con 4 milioni di euro. Quasi otto miliardi delle vecchie lire. Ma miliardi, appunto, fasulli. Di conio estinto. Che neppure la fantasia di Trump riuscirebbe a rianimare, pur nell’intenzione del presidente americano di mettere sottosopra il mondo.

I prosciutti appesi nella salumeria politica di Matteo Renzi

         Cinquant’anni (soltanto) compiuti l’11 gennaio scorso, sbrigativo nella carriera politica come pochi diventando, rispettivamente, presidente della provincia, sindaco di Firenze e presidente del Consiglio senza passare prima per un assessorato o un sottosegretariato, o un ministero. O segretario del Pd senza essere mai stato il vice di un altro, come in genere accade in un partito, a meno che uno non se lo crei apposta, come gli è poi toccato col suo di oggi. Il senatore Matteo Renzi è anche di una produttività comunicativa  da primato. Fra libri, interviste, dichiarazioni, discorsi al Senato, lettere elettroniche agli amici e simpatizzanti -tutte con “un bacio” conclusivo- arrivate ieri al numero 1036, conferenze gratuite, credo, di presentazione dei suoi scritti e conferenze retribuite in ogni parte del mondo, per non parlare dei suoi prodotti televisivi, che non sono mancati, l’ex premier davvero non conosce, ripeto,  rivali o semplici concorrenti.

         Di parole Renzi ne ha prodotte, produce e produrrà -ci scommetto- di insuperabili per quantità e anche brillantezza, gli va riconosciuto. Esse si prestano a tutti i gusti, come le parti di quell’animale di cui non mi piace il nome, né al maschile né al femminile. Ma di cui si dice comunemente che non si butta niente: dai prosciutti agli zampetti, persino al sangue.

         Il repertorio di Renzi è ultimamente molto duro contro la prima donna che ne ha preso il posto a Palazzo Chigi. Alla quale ha recentemente concesso, parlandone al Corriere della Sera, di essere “fotogenica”. Per tutto il resto respingente, a cominciare dalla capacità sinistra -opposta alla destra che pure lei rappresenta- di influenzare le redazioni dei giornali che se ne occupano senza insultarla, come fa lui.

         Ma se questo è il repertorio contro la Meloni, l’ex premier non ha rinunciato ad altri. Di Giuseppe Conte, per esempio, col quale pure vorrebbe allearsi per mandare a Palazzo Chigi Elly Schlein, almeno in prima battuta, si vanta ancora di averlo prima salvato e poi abbattuto come premier per sostituirlo, a suo tempo, con Mario Draghi. Che era stato improvvidamente scambiato dal pentastellato ancora di adozione per un uomo stanco degli anni trascorsi alla guida della Banca Centrale Europea.

         Di Maurizio Landini, il segretario generale della Cgil con aspirazioni politiche neppure nascoste, ma della stessa Schlein che cerca dall’esterno del Pd di sostenere, Renzi condivide anche il comune impegno referendario dell’8 e 9 giugno, con tanto di delegati della sua Italia Viva agli appuntamenti fotografici di opportunità o convenienza. Ma facendo propaganda per il no all’abrogazione del suo famoso jobs act.

         Questo Renzi insomma è tutto e il suo contrario. Tutto prosciutto e tutto zampino. Ottiene  pochi voti ma si muove e parla come se li avesse raccolti tutti lui, lasciando le briciole agli altri che governano al suo posto per inconvenienti di aritmetica elettorale. Un fenomeno, davvero.

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 maggio

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