Come si manipola Mattarella nelle priorità avvertite per le guerre in corso

         Chi ha appreso ascoltando i telegiornali o sfogliando i giornali del discorso letto da Sergio Mattarella ai diplomatici stranieri accreditati al Quirinale, e invitati al concerto dell’orchestra del teatro San Carlo di Napoli per il settantanovesimo compleanno della Repubblica, si è fatta l’idea che egli abbia parlato delle guerre a Gaza e in Ucraina. In ordine significativamente alfabetico, dovendosi escludere la casualità in un intervento del Capo dello Stato. Invece no.

         Il presidente della Repubblica ha parlato prima dell’Ucraina e poi di Gaza. E non credo solo per il rispetto della loro anzianità, chiamiamola così, essendo quella in Ucraina in corso da più di tre anni e l’altra da meno di due.  L’una cominciò con l’invasione russa annunciata come un’operazione speciale di brevissima durata per “denazificare” il paese limitrofo. L’altra per la reazione di Israele al pogrom del 7 ottobre 2023, in cui furono macellati 1200 fra civili e militari ebrei e rapiti 250 da nascondere a Gaza per farne ostaggi come tutta la popolazione civile di quella terra, sotto le cui abitazioni, scuole, ospedali, chiese, piazze e strade i terroristi palestinesi di Hamas avevano costruito e mantengono tuttora quel che resta, almeno, delle loro postazioni militari contro Israele.

         Le priorità datesi da Mattarella nel suo intervento al Quirinale sono state quindi rovesciate dall’informazione radiotelevisiva e stampata, una volta finito il concerto e uscito il capo dello Stato dal salone delle feste salutando le autorità istituzionali e di governo, invitate anch’esse sul Colle.  Non mi sembra un rovesciamento di poco conto. E’ in fondo conforme al clima mediatico e politico in cui due piazze. di Milano e di Roma, sono state programmate per il 6 e il 7 giugno per occuparsi entrambe di Gaza, divise solo dalla valutazione dell’antisemitismo, temuto più a Milano che a Roma.  Nessuno ha promosso una piazza per occuparsi anche della “martoriata Ucraina”, secondo la formulazione del Vaticano rovine.

         E’ solo in una vignetta -quella di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, nel campo cioè dell’ironia, satira, paradossalità e simili- che la sfilata militare del 2 giugno è stata intestata ai “reparti di sostegno a Kiev”.

La malattia ormai cronica dell’odio ostentata come forza

Dell’odio il dizionario della lingua italiana scrive come di “una risoluta ostilità che implica di solito un atteggiamento istintivo di condanna associata a rifiuto, ripugnanza verso qualcosa, oppure un costante desiderio di nuocere a qualcuno”. Più che un sentimento, direi, una malattia, che può essere personale e persino sociale. Come la promossero i comunisti e simili teorizzando ed esercitando la lotta di classe. Che induceva sull’Unità del Pci persino il simpatico Fortebraccio, l’ex deputato della sinistra democristiano Mario Melloni, a liquidare come “lor signori” quelli di cui non condivideva le opinioni. “Ma non è odio”, mi assicurò una volta che ne discutemmo. “E’ rispetto”, aggiunse sorridendo. Ma io tenni il punto, non messo alla porta della stanza in cui ci stavamo confrontando solo per il rispetto che mi ero guadagnato da Mario con le simpatie morotee in articoli che non gli erano sfuggiti.

         L’odio, ripeto, è una patologia, personale e sociale. Non ha pertanto avuto torto Giorgia Meloni ad avvertire e denunciare un “clima malato” nella maledizione di quel cosiddetto insegnante -pensate un po’ a cosa e come si è ridotta la scuola in Italia- le ha mandato augurandole di perdere la figlia come Martina Carbonaro ad Afragola. Poi, ma una volta scoperto anche per altre navigazioni estemporanee in internet, il professore si è scusato, ma tenendo a rivendicare orgogliosamente la sua opposizione al presunto regime in atto. 

Quella dell’odio è quindi una malattia persino ostentata, neppure “nascosta nella moltitudine”, come si è generosamente augurato Mario Sechi in modo forse scaramantico, vista la paura che egli avrebbe diritto di avere sentendosi dare, per esempio, del “bastardo” su un cosiddetto social per quello che scrive e dice.

         E’ la paura, per esempio, che una sera di fine dicembre del 1989 avvertii varcando l’ascensore che doveva portarmi al mio ufficio di direttore del Giorno, a Milano e vidi affissa su uno specchio la riproduzione stampata di una foto del dittatore romeno Nicolae Ceausescu appena ucciso. E sotto questa domanda, sempre stampata, su un foglio bianco: “Quando verrà il turno di Francesco Damato, l’amico di Craxi?”. Nell’ascensore, ripeto, di quello che a Milano si chiamava “il palazzo dei giornali”, in Piazza Cavour.

         Ma non finì li. Dal giorno dopo cominciarono ad arrivare al mio telefono di casa, per quanto non reperibile nell’elenco degli abbonati, messaggi laconici e minacciosi del tipo: “Il garofano sarà reciso”. Come antipasto dell’esecuzione una notte fu versata e infiammata della benzina nell’androne del palazzo dove abitavo, a due passi dal Duomo.

         Il Questore di Milano m’informò di una scorta che avrei dovuto accettare, come ai tempi del terrorismo a Roma, quando lavoravo nella redazione romana del Giornale. Poi egli venne a trovarmi personalmente in ufficio per informarmi anche della richiesta avanzata alla magistratura di mettere sotto controllo la mia utenza telefonica. Ma qualche giorno dopo tornò, a dir poco imbarazzato, per comunicarmi il diniego giudiziario e rafforzarmi la scorta. Mi ero insomma cercata tutta quella esposizione, chiamiamola così, a potevo pure subirne gli inconvenienti. E i malintenzionati, a dir poco, a non essere scoperti.

         Se questa è stata non l’unica, im verità, ma una delle mie personali esperienze con la paura, una volta persino come imputato di divulgazione di segreto di Stato consistente in un documento finito fra gli allegati dei rapporti conclusivi della commissione parlamentare d’inchiesta sule connessioni internazionali del terrorismo, vi lascio immaginare le paure alle quali sono destinati nella nostra bella Italia, nel settantanovesimo compleanno della Repubblica, quanti hanno la disavventura di governare. Anzi, di governare, per quanto vincitori di regolari elezioni, senza il consenso di “lor signori”, come diceva pur allegramente l’indimenticabile e già citato Fortebraccio.

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E poi dicono che non è odio contro la premier Giorgia Meloni

         Più che la premier -o il premier che lei preferisce sentirsi dare al maschile, con o senza il permesso della Crusca- Giorgia Meloni è l’ossessione dei suoi critici, o avversari, o nemici. Vi si è appena un po’ iscritto anche il senatore a vita, ex presidente del Consiglio e tanto altro Mario Monti. Che, dopo averle riservato anche momenti di astensione per tenersi sopra le parti, ha rimesso i panni dell’editorialista del Corriere della Sera e le ha contestato oggi di avere “investito molto”, cioè troppo, “del proprio capitale politico su Donald Trump”, finendone rovinosamente “subalterna”.

         In compenso, tornando sull’Olimpo del laticlavio, Monti si è risparmiato, e ha risparmiato alla Meloni, la partecipazione -magari nel solito salotto televisivo di Lilli Gruber- al processo mediatico e politico  contro di lei persino per la morte orribile della quattordicenne Martina Carbonaro, ad Afragola. Davanti al quale la Gruber le ha contestato di essersi dichiarata “disarmata”, anziché correre al Quirinale e farsi firmare un decreto legge per introdurre obbligatoriamente a scuola l’ora di ’educazione affettiva, con tutti gli stanziamenti eccessivi, magari sottratti al riarmo, che sul piano militare Meloni preferisce notoriamente al disarmo nella rappresentazione che ne fanno le opposizioni. Un’ora, quella scolastica dell’educazione affettiva o similare, che dovrebbe prevenire, impedire, supplire e quant’altro alle distrazioni e persino oscenità delle famiglie.

         E’ un processo, quello alla Meloni, al quale ha voluto partecipare per internet da un computer del Ministero della Pubblica Istruzione un dipendente, presunto professore, augurante alla piccola Ginevra, la figlia della premier e del suo ex compagno Andrea Giambruno, la stessa fine di Martina, assassinata a colpi di pietra dal fidanzato respinto.

         Una volta tanto le reazioni alla maledizione di questo demente internettiano sono state bipartisan, come si dice comunemente, anche se a prima a vista, scorrendo le agenzie e leggendo le dichiarazioni solo degli amici e alleati della Meloni, a cominciare dai presidenti delle Camere, vi confesso di avere temuto una solidarietà solo di parte. Poi è arrivato tutto il resto, compresa la telefonata del Presidente della Repubblica.

         Tutto bene, quindi? Per niente. Francamente alcune solidarietà non mi sono sembrate sincere o affidabili per l’ostinazione con la quale la Meloni viene additata all’odio per le idee che ha e per quelle che non ha ma le attribuiscono quanti non l’hanno vista arrivare a Palazzo Chigi due anni e mezzo fa. Come Elly Schlein dice di se stessa da quando scalò la segreteria del Pd facendosi votare dagli esterni più che dagli iscritti, E se ne vedono e avvertono ogni giorno gli effetti al Nazareno e dintorni.

La verità di Vincenzo De Luca sulla tragedia di Afragola….

         Se avessi Vincenzo De Luca a portata di fazzoletto, fresco di bucato, glielo passerei personalmente sulla faccia per pulirlo degli spruzzi di caffè sputatigli addosso questa mattina da Massimo Gramellini, nella sua rubrica quotidiana della prima pagina del Corriere della Sera.  

         Già mostrificato, all’interno e all’esterno del suo partito, per efficienza amministrativa e franchezza politica e umana, imitato da un Crozza sotto sotto sempre meno sfottente e più ammirato della sua vittima, sino a riderne per primo, il presidente uscente della regione Campania, contro una cui ricandidatura, anzi rielezione, si è addirittura mobilitata, su ricorso del governo, la Corte Costituzionale dirimpettaia del Quirinale; già mostrificato,  dicevo, il povero De Luca ha osato chiedersi quello che -ci scommetto- ci siano chiesti tutti seguendo in televisione o sui giornali il delitto di Afragola. O il femminicidio, avendo riguardato una donna, anzi un’adolescente, se non una bambina di 14 anni, fidanzata da due con un diciassettene che l’ha uccisa a colpi di pietra, non volendo essere lasciato per la sua violenza, l’ha nascosta in una scatola e ha partecipato sfrontatamente alle ricerche.

         Incredulo di un fidanzamento fra una dodicenne avvenente, abbigliata e truccata come una diciottenne, e un quindicenne nella cognizione sostanzialmente collaborativa delle famiglie, il povero De Luca si è procurato da Granellini non solo una sputata di caffè, ma anche una sarcastica lezione civica, morale eccetera eccetera.

         In questo sempre più curioso paese che è l’Italia di fronte ad un fatto orribile come quello di Afragola è più facile, mediaticamente e politicamente più utile processare non la famiglia, in senso stretto e  lato, ma la scuola, che non avrebbe saputo o persino voluto, impedita anche dal governo indigesto in carica, sostituirsi ai genitori e ai nonni in quella che viene chiamata “educazione affettiva”. Non ho parole, letteralmente. E neppure più il fazzoletto pulito per averlo buttato nel frattempo  per rabbia nella pattumiera.

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Due piazze, a Milano e Roma, per Gaza, nessuna per l’Ucraina

         Le due piazze di Milano e di Roma  del 6 e 7 giugno, chiamiamole così anche se a Milano si tratta di un teatro e a Roma di una piazza vera e propria, sono originariamente apparse, a torto o a ragione, in competizione sulle finalità. La seconda intestatasi dal Pd, dalle 5 Stelle e dalla sinistra rossoverde per solidarizzare con i palestinesi sterminati dagli israeliani a Gaza, piuttosto che dai terroristi di Hamas nascosti con le postazioni missilistiche ed altre armi, e con gli ostaggi ebrei catturati nel pogrom del 7 ottobre 2023, sotto le case, le scuole, gli ospedali, le chiese, i mercati, le strade di una incolpevole popolazione civile trasformata in scudo umano. L’altra intestatasi da un riesumato terzo polo per solidarizzare -si era capito- con gli ucraini da più di tre anni sotto le bombe dei russi, in  una guerra cominciata o annunciata come operazione speciale per “denazificare”, testualmente, un paese governato da un ebreo presuntivamente rinnegato come Zelensky.

         Ebbene, chi aveva avuto questa impressione ha scoperto di essersi sbagliato perché i promotori della piazza di Milano hanno finito, volenti o nolenti, per trovarsi competitivi con la manifestazione di Roma, per quanto successiva, sullo stesso terreno. Quello di Gaza. I milanesi per accentuare la responsabilità dei terroristi palestinesi nella tragedia e deplorare l’antisemitismo, i romani per accentuare o scaricare tutta la responsabilità della tragedia sugli israeliani, più in particolare sul capo del governo Nethanyau e su chi glielo permetterebbe pur criticandolo, come anche la premier italiana Giorgia Meloni, il suo vice presidente del Consiglio forzista Antonio Tajani e in fondo pure l’altro vice presidente, leghista, Matteo Salvini.  Per non parlare naturalmente degli americani di Trump, non diversi in questo da quelli di Biden.

         Le due piazze ritrattesi come un elastico in una stessa guerra, quella – ripeto- di Gaza, l’una dichiaratamente contraria all’antisemitismo e l’altra silente o ambigua, potranno più facilmente contendersi lo stesso pubblico. Il Pd, per esempio, potrebbe dividersi fra Milano e Roma, anche se a Roma ci sarà la segretaria Elly Schlein e a Milano una presenza della minoranza cosiddetta riformista, battuta congressualmente a suo tempo nelle primarie aperte agli esterni, come i grillini accorsi nei gazebo per risparmiare a Giuseppe Conte la scomodità di interloquire con Stefano Bonaccini, preferito dagli iscritti al partito.

         E’ proprio la promiscuità delle due piazze, ormai più gemelle che antagoniste. che tuttavia le indebolisce entrambe. Ne aumenta la confusione e le riduce all’ennesimo passaggio del congresso occulto che si sta svolgendo nel Pd, in mancanza o nella impossibilità di un congresso vero, trasparente, vincolante. E fanno entrambe un torto immeritato, direi anche orribile, agli ignorati ucraini. O un favore a Putin, che francamente non lo meriterebbe dopo quelli ricevuti da un Trump pur altelenante nei suoi umori per una pace in Europa che gli sfugge continuamente di mano, come un’anguilla.   

Ripreso da http://www.startmag.it  

La coppia…scoppiatissima di Donald Trump ed Elon Mask

Mi permetto una lettura un po’ andreottiana della rottura, celebrata sui giornali di tutto il mondo, del rapporto una volta simbiotico fra Donald Trump ed Elon Musk. Una rottura che qualcuno, in verità, al di là e al di qua dell’Atlantico aveva messo nel conto anche dopo il sostanziale incarico di governo conferito dal presidente americano al maggiore, o fra i maggiori finanziatori della sua campagna elettorale per il ritorno alla Casa Bianca. Un uomo dotato di forbici più concrete di quelle ostentate in cartone dai grillini in Italia al loro arrivo in Parlamento, che intendevano aprire come una scatola di tonno. In cui alla fine sono affogati anche loro rinunciando di fatto al limite dei due mandati. La carne, si sa, è debole.

         La buonanima di Giulio Andreotti diceva notoriamente che a pensare male si fa peccato ma s’indovina. Non sempre, magari, ma spesso. Il mio cattivo pensiero, la mia malizia su Musk consiste nel forte, fortissimo sospetto ch’egli abbia rinunciato almeno alla dimensione dei suoi rapporti con Trump non tanto per gli interessi compromessi dalle scelte dirompenti del presidente americano, che procura alle Borse, con la maiuscola, avventure da ottovolante, quanto per la sensazione avvertita di perdere non dico l’esclusiva ma almeno l’intensità della sua influenza alla Casa Bianca,intesa in senso molto largo.

         Musk, il ricchissimo e persino sfrontato amico e finanziatore di Trump ha forse sentito spirare da Roma correnti e quant’altro sfavorevoli al suo peso. Ma una Roma intesa non certo come Palazzo Chigi, dove lavora e opera una estimatrice e amica di Musk come la premier Giorgia Meloni. Che anche in quelle occasioni in cui le è capitato di dissentire da lui lo ha fatto con la comprensione, la bonarietà e simili di un’amica appunto. Parlo della Roma dell’altra riva del Tevere, la Roma del Vaticano, del Palazzo Apostolico tornato alle sue complete tradizioni dopo i dodici anni alberghieri, diciamo così, di Papa Francesco. Che, magari finendo anche per costare di più al Vaticano con la sua residenza nella Casa Santa Marta, aveva ritenuto di vivere in modo davvero francescano, non solo di nome, la sua esperienza pontificia.  

         L’elezione dello statunitense Robert Francis Prevost a Papa con quel nome di Leone XIV che evoca sì il tredicesimo della Rerum Novarum, ma anche il primo, santo e Magno che volle e seppe fermare Attila, deve aver fatto riflettere Musk, anche senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale sulla influenza che potrebbe avere il nuovo Papa su Trump.

Riuscito a incuriosire Papa Francesco, sino ad essere ricevuto da lui con alcuni dei figli, Musk deve aver capito che col successore la musica è cambiata o può cambiare anche per lui. Che per non ascoltarla, o non subirne gli effetti, potrebbe solo tentare, con tutti i mezzi che ha a disposizione, di trasferirsi su Marte.

Pubblicato sul Dubbio

L’intervento a gamba tesa di Sergio Mattarella sul Consiglio d’Europa

         Più ancora del richiamo ai magistrati, ricevendo circa 600 esordienti, al loro dovere di “essere e apparire, apparire ed essere irreprensibili e imparziali”, e non esenti da critiche e controlli, mi ha personalmente colpito, delle ultime sortite o iniziative del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’incontro voluto al Quirinale col Capo della Polizia Vittorio Pisani. Al quale ha voluto ribadire la fiducia personale e istituzionale alle forze dell’ordine sospettate invece da una commissione del Consiglio d’Europa di comportamenti razzisti.

         Il richiamo ai magistrati è in fondo routine per la consuetudine con la quale Mattarella li riceve anche lui, come i predecessori,  all’inizio della loro carriera e li incoraggia ad essere quelli che non sempre purtroppo riescono ad essere e apparire, ripeto, una volta usciti dal tirocinio. Sino a scambiarsi per esempio, per un  “potere” che non sono, inquadrandoli la Costituzione in un “ordine” con carriere ancora uniche fra giudici e inquirenti ma ormai destinate alla separazione prevista da una riforma all’esame del Parlamento.

         L’udienza a Parisi e la solidarietà ribadita alla Polizia superano la routine per diventare un sostanziale intervento a gamba tesa del Capo dello Stato contro un Consiglio d’Europa che ogni tanto, se non sempre, abusa della quasi omonimia con l’Unione Europea e i suoi organismi. E, più che promuovere la democrazia, i diritti e l’eredità culturale europea e la ricerca di soluzione ai problemi sociali dei paesi che lo costituirono nel 1949, scambia lucciole per lanterne ed emette giudizi a dir poco temerari. Come è appena accaduto, anzi si è ripetuto sulla Polizia italiana alle prese con la difesa e la garanzia dell’ordine pubblico.

         So bene che a Strasburgo, dove ha sede il Consiglio d’Europa tra sventolii di bandiere, prati, uffici e quant’altro finanziati dall’Italia come dagli altri undici paesi che ne fanno parte, quanto le stelle che ne incorniciano il simbolo grafico, hanno giù fatto o faranno spallucce, diciamo così, all’iniziativa del presidente della Repubblica Mattarella. E Mattarella, dal canto suo, farà finta di non accorgersene, pago di avere lanciato il suo segnale o richiamo. Ma resta il problema pur sollevato o riproposto dalla Lega con la solita urticante franchezza -partecipe comunque della maggioranza e del governo-  della utilità di un “ente” superato dall’Unione Europea sopraggiunta con compiti e finalità più concrete e operative. Un ente, ormai, più dannoso che altro per gli equivoci che provoca. O di cui continua a vivere.

Un po’ come -mi scusi l’amico Renato Brunetta che lo presiede- il Consiglio dell’Economia e del Lavoro in Italia, sopravvissuto ad una organica e ragionevole riforma costituzionale che l’aveva soppresso. Ma poi fu bocciata dagli elettori per l’antipatia e la paura che si era procurati l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi gestendone con troppa, solita baldanza il  passaggio referendario.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il silenzioso contrappasso di Beppe Grillo a Genova e dintorni

Beppe Grillo non ha speso una parola, nel blog personale o altrove, sul 5,1 per cento su cui si è ridotto il MoVimento 5 Stelle nella sua Genova. Dove non so neppure se abbia votato domenica scorsa, o non sia rimasto a casa come nelle regionali di ottobre.

Dio solo sa, come si dice abusandone con tutti i grattacapi che Gli procura questo mondo di matti, quanto poco mi sia piaciuto in passato il comico tonitruante.

         Tutto cominciò una quarantina d’anni fa, quando mi capitò, forse per il troppo sole preso al mare in giornata, di appisolarmi una sera nelle prime file di un teatro all’Argentario dov’ero andato a vederlo, con tanto di biglietto pagato.  Diavolo di un uomo, se ne accorse e mi svegliò indicandomi dal palco all’ilarità del pubblico.

         Poi vennero i tempi, ancor prima dell’esplosione o implosione di Tangentopoli, delle denunce teatrali e simili contro Bettino Craxi e i socialisti da parte di un Grillo convinto che fossero solo o soprattutto ladri, avventuratisi sino in Cina per rubare.

         Poi ancora vennero i tempi del Grillo ormai più politico che comico, deciso a scalare il Pd tentando di iscrivervisi in una sezione in Sardegna. E avventuratosi nella fondazione di un suo partito riesumando il qualunquismo morto e sepolto di Guglielmo Giannini. Che col suo Uomo qualunque, appunto, era riuscito a incuriosire persino Palmiro Togliatti. E a compiacersene a tal punto da essere rifiutato dagli elettori di Napoli quando la Dc tentò, con la solita generosità, di recuperarlo ospitandolo come indipendente nelle sue liste, una volta esaurita la moda politica del commediografo.

         Grillo, ancora a capo del movimento fondato col compianto Gianroberto Casaleggio, è riuscito a guadagnarsi invece nella seconda Repubblica l’interesse di Mario Draghi, imprudentemente spintosi nella sua esperienza a Palazzo Chigi a pensare di poterlo usare per frenare il suo predecessore Giuseppe Conte. Che non si accontentava più di essere rappresentato nel governo dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio: Luigi of Maio, per gli inglesi.  Insoddisfatto del giovanotto, l’ex presidente del Consiglio cominciò a non gradire neppure Grillo, praticamente deposto infine da garante del movimentocon procedure che potrebbero ancora prestarsi a ricorsi giudiziari. Ai quali tuttavia i bene informati hanno riferito che il comico voglia rinunciare, preferendo tornare più al teatro, alla televisione e dintorni che alla politica.

         In questa nuova fase della sua vita debbo confessarvi che sono addirittura tentato dalla solidarietà verso di lui. Mi preoccupa di più il Conte della scalata a Palazzo Chigi in combinazione e insieme competizione con la segretaria ancora del Pd Elly Schlein. Che non si è accorta, per quanto avvertita in una intervista alla Stampa dell’ex senatore e fondatore del partito Luigi Zanda, di avere Giorgia Meloni come “avversaria” ma Conte come “nemico”.

         Merita qualche comprensione il Grillo ostaggio -quasi per contrappasso dopo tanti ammiccamenti sarcastici e spietati alle manette- della giustizia, rigorosamente al minuscolo. Che, pur nella ordinarietà ormai delle sue abitudini, tiene ancora sotto processo di primo grado, a Tempio Pausania, il figlio Ciro, difeso dal padre con la solita energia che qualche effetto politico gli ha procurato, per una vicenda cumulativa di sesso risalente a ben sei anni fa.

Ma in qualche modo Beppe Grillo è anche ostaggio del ricordo del movimentoche lui prima ha creato, pur nel giorno di San Francesco emblematico della povertà, e poi ha perduto senza neppure una liquidazione.  Il colmo per un genovese, d’anagrafe e di vita.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 2 giugno

Il “campo largo” di Genova già non regge più nelle piazze

         E’ dunque confermato. Il “campo largo” festeggiato a Genova lunedì, che d’altronde Giuseppe Conte ha sempre considerato una formula giornalistica, preferendo chiamarlo “giusto” perché più consono alla dimensione variabile da lui preferita per tenersi mani libere con gli altri, è già svanito nel ricorso alle piazze.

         Sabato 7 giugno, per quanto sia anche il giorno del silenzio elettorale per i cinque referendum su lavoro e cittadinanza, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli si sono dati appuntamento a Roma come “ingazati”, nella definizione del Foglio. Insoddisfatti cioè dell’azione e posizione assunte dal governo in Parlamento con un dettagliato discorso del ministro degli Esteri e vice presidente del Consiglio Antonio Tajani. E decisi a riproporre le loro richieste di una rottura dei rapporti diplomatici con Israele e del riconoscimento del virtuale Stato palestinese, dal Giordano al mare. E tutto ciò che questa dimensione comporterebbe per gli ebrei, già trattati come meriterebbero, evidentemente, dai terroristi palestinesi di Hamas il 7 ottobre 2023. Un giorno, il 7, sinistramente scelto dalla sinistra per la manifestazione di giugno, utile anche all’esposizione mediatica di quello schieramento alla vigilia, ripeto, di referendum su altri temi ma complementari all’opposizione al governo.

         Il cosiddetto terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi, in ordine alfabetico, improvvisamente ritrovatosi  rinunciato momentaneamente all’ex, si è dato appuntamento in piazza a Milano il giorno prima per solidarizzare anche con l’Ucraina da più di tre anni invasa, bombardata, eccidiata.- si potesse dire- dai russi e alleati nord-coreani e simili mandati sul campo.

         “Ingazati e utopisti”, li ha definiti e contrapposti Il Foglio considerando evidentemente un’utopia il ritorno della pace e della sicurezza nell’Ucraina che Putin non tollera né libera né autonoma perché composta e persino guidata da nazisti e figli di puttana, pronti ad “abbaiare” alla Russia, come si lasciò scappare persino il compianto Papa Francesco, anche senza diventare mai soci della Nato, come ha promesso e garantito dalla Casa Bianca il presidente americano Donald Trump. Che non sta ancora all’Alleanza Atlantica come il diavolo all’acqua santa.

         Dal campo largo, quindi, al campo diviso. Su temi dirimenti come quelli di Gaza e dell’Ucraina, pur in un mondo fatto di una “guerra mondiale a pezzi” avvertita dal compianto Papa Francesco, pur se da lui non sempre ben valutata nelle responsabilità, sino a ritrovarsi una volta con Putin pur parlando sempre della “martoriata Ucraina”. Ora difesa con più chiarezza da Leone XIV.

Ripreso da http://www.startmag.it

Giuseppe Conte punge il palloncino della vittoria cantata a Genova

         Qualche parola o rigo di stampa per prendere onestamente atto che Giuseppe Conte ha esplicitato meglio il primo silenzio opposto ai risultati elettorali del turno amministrativo di domenica e lunedì scorsi, particolarmente a Genova con la vittoria netta, senza ballottaggio, della “civica” Silvia Salis a sindaco. Un silenzio che sembrava segno di fastidio o di indifferenza, pur avendo i contiani pentastellati partecipato alla coalizione di cosiddetto centrosinistra, o semplicemente “progressista”, come preferiscono chiamarla la stessa Salis e l’ex premier. Un fastidio opposto all’entusiasmo della segretaria del Pd Elly Schelin, ora ancora più “pronta” di ieri ad elezioni politiche, magari anticipate per cercare di liberarsi prima di Giorgia Meloni. Sotto la quale “non c’è niente”, ha appena scritto sulla Stampa Angelo De Angelis in una forma di sessismo rovesciato, diciamo così. E come se sotto la Schlein ci fosse qualcosa di più, o di meglio, secondo i gusti.

         Giuseppe Conte ha sgonfiato non dico le vesti ma il palloncino della vittoria elettorale cantata dalla Schlein, orgogliosa della sua “ostinazione unitaria” di organizzare e magari anche guidare un’Armata Brancaleone contro la Meloni. Lo ha sgonfiato, Conte,  ammonendo che “la sommatoria numerica non funziona”, evidentemente o specialmente a livello nazionale. “Qui -ha aggiunto l’ex premier nostalgico della sua esperienza a Palazzo Chigi- non si vince con il campo largo, campo stretto, campo alto, campo basso, giusto, morto, campo santo….”. Si è dimenticato di aggiungere, lasciandolo nella ovvietà, che non si vince senza di lui nel ruolo epico attribuitogli da Marco Travaglio del “migliore capo del governo italiano dopo Camillo Benso di Cavour”.

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