L’affare politico di Conte in piazza e per le strade in nome di Gaza

         La foto più significativa, emblematica, plastica del corteo sfilato per le strade di Roma a favore di Gaza, e contro il governo “codardo” -ha detto la segretaria del Pd parlando poi sul palco di piazza San Giovanni- è quella in cui l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è collocato, o addirittura è stato collocato al centro dello striscione maggiore portato dai leader dei partiti rappresentati e da altri partecipanti alla manifestazione.

         Per effetto di quella collocazione e del gioco cromatico, di cui pure la segretaria del Pd Elly Schlein si considera o è considerata particolarmente esperta da quando lei stessa ha raccontata di avere una consulente per gli abiti che indossa, Giuseppe Conte in quella foto è la persona che si vede di più e meglio. La  Schlein si vede meno, stretta fra Nicola Fratojanni e Angelo Bonelli. Poi la segretaria del Nazareno ha cercato di rifarsi sul palco degli oratori primeggiando negli attacchi al governo per un appoggio ai palestinesi di Gaza contraddetto da un rapporto ambiguo con Israele, senza  rompere le relazioni, col ritiro dell’ambasciatore, e riconoscere lo Stato della Palestina. Che peraltro dovrebbe estendersi -nelle grida dei suoi sostenitori- dal fiume Giordano al mare, spazzando via gli ebrei. Di cui è contestato il diritto persino di vivere, come hanno fatto i terroristi di Hamas col pogrom del 7 ottobre 2023. Non servirebbe più ricordarlo, tanto evidentemente lo si considera ordinario, diciamo pure scaduto come certi prodotti lasciati per sbaglio o per truffa sugli scaffali dei negozi.

         Essere orgogliosi di una manifestazione del genere solo perché non si sono verificati disordini fra i trecentomila convenuti,  non sono state bruciate bandiere o fotografie, pupazzi e quant’altro della premier Giorgia Meloni e di qualche ministro, mi sembra francamente esagerato. Se fossi non dico un dirigente cosiddetto riformista del Pd ma solo un suo elettore, mi sentirei imbarazzato da quella foto che non poteva mostrare meglio il ruolo di Conte prevalente su quello della segretaria del Nazareno. Dove peraltro nessuno ha avuto il coraggio, il buon senso, l’onestà, la decenza di proporre e organizzare, sempre in nome della pace, a favore dell’Ucraina.  Eppure da più di tre anni muoiono anche lì civili, bambini, donne, e non solo militari, per una guerra scatenata da Putin per “denazificare” un paese che ha il solo torto di confinare con la Russia dello zar di turno. Scaduti come i tempi della campagna referendaria alla quale si è partecipato in Piazza San Giovanni, in pieno “silenzio elettorale”, incitando al voto pur essendo pienamente legittima l’astensione.  Anche questa evidentemente è mercanzia, diciamo così, scaduta. Sono tutti  stracci da buttare. Argomenti desueti. 

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La piazza esonerata dal silenzio elettorale e dall’antisemitismo…..

         Pur in un percorso accorciato per rischiare di meno inconvenienti, incidenti e quant’altro temuti dalla stessa sinistra promotrice, il corteo che si è data oggi la destinazione di Piazza San Giovanni, a Rona, è inzuppato come un biscotto in una mistura di sì espliciti e impliciti.

Espliciti come i sì a Gaza, alla Palestina dal fiume al mare, a una certa  comprensione del pogrom del 7 ottobre 2023, da cui pure è nata la guerra in corso in Medio Oriente che Israele non è intenzionato a perdere, per quanto una vasta letteratura mediatica e politica, diciamo così, ne abbia già annunciata e certificata la sconfitta. Impliciti come i sì che non possono essere pronunciati nel silenzio imposto dalla vigilia elettorale per i cinque referendum su lavoro e cittadinanza di domani e lunedì. Sono, in particolare, i sì all’abrogazione delle norme praticamente contestate al governo in carica, anche se approvate a suo tempo, per esempio il cosiddetto jobs act, dal governo di Matteo Renzi, presidente del Consiglio e contemporaneamente segretario del Pd. E soprattutto i sì alla partecipazione, dipendendo la validità dei referendum dall’affluenza alle urne della maggioranza degli elettori aventi diritto al voto e decisi ad esercitarlo sino in fondo. Cioè a votare davvero. Non come ha annunciato di voler fare con “furbizia, spregiudicatezza, vergogna” ed altri anatemi delle opposizioni la premier Giorgia Meloni.  Pizzicata da un avvocato, Luigi Li Gotti, pronto a denunciarla per il rifiuto delle schede al seggio con un esposto alla Procura della Repubblica di Roma, come già fece nei mesi scorsi per il rimpatrio in Libia del generale Almasri.

La miscela di sì espliciti e impliciti produce una piazza politicamente tossica. E un “sabato nero”, come ha titolato impietosamente Il Riformista di Claudio Velardi e, a suo tempo, di Emanuele Macaluso. Un sabato in cui “Pd, M5S e Avis sfilano tra ambiguità su Hamas e pro-Pal violenti”, che “ripeteranno gli stessi slogan che hanno scatenato il 7 ottobre” 2023 una mattanza di ebrei competitiva con la Shoah.  

Doppio batticuore referendario per Meloni, ora a rischio anche di esposto

Fresco di compiacimento per la libertà restituita a Giovanni Brusca legittimamente, per carità, dopo venticinque anni soltanto di pena detentiva, di cuiquattro in libertà vigilata, per avere azionato, fra l’altro, l’esplosione nella strage di Capaci del 1992, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e tre dei quattro uomini della scorta, l’avvocato Luigi Li Gotti si è proposto un’altra delle sue iniziative clamorose. Ha segnalato il rischio che la premier Giorgia Meloni ha deciso di correre, con aria da sfida, annunciando il rifiuto astensionistico delle schede dei cinque referendum di domani e lunedì su lavoro e diritto cittadinanza. Un rifiuto che, per la visibilità dell’interessata e per i tempi del silenzio elettorale ancora in corso, potrebbe tradursi in un reato di propaganda.

         Tallonato dal conduttore della trasmissione televisiva con la quale era collegato, la Piazza pulita di Corrado Formigli, su La 7, l’avvocato Ligotti ha sorriso della possibilità di ripetere contro la Meloni l’esperienza dell’esposto alla Procura della Repubblica di Roma, qualche mese fa, per il caso del rimpatrio in Libia del generale Almasri, brevemente trattenuto in Italia per un arresto chiesto per crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja.

         Derivò da quell’esposto di Li Gotti, girato dal capo della Procura di Roma in persona Francesco Lo Voi al tribunale dei ministri, un procedimento ancora in corso. Che potrebbe pertanto ripetersi questa volta, a meno che la premier non rinunci al suo percorso referendario, come Formigli le ha praticamente suggerito interloquendo con Li Gotti. 

         E’ facile slittare nelle polemiche su questo tipo di eventi, reali o presunti. E’ facile perdere il controllo della frizione e finire intrappolato in una vertenza giudiziaria. Cerco pertanto di tenermene alla larga per prudenza, anche a rischio di farla scambiare per vigliaccheria. Ma, considerando che quella dell’esposto alla Procura della Repubblica di turno è anche una pratica di politici ancora in attività, e non ex come il sottosegretario alla Giustizia del secondo governo di Romano Prodi, fra il 2006 e il 2008, non mi sembra improprio, esagerato e quant’altro, persino penalmente rilevabile, parlare di una certa tendenza all’opposizione per via giudiziaria. Con i magistrati a volte contenti, a volte per niente, ma portati spesso a spiegare, motivare, giustificare la loro partecipazione come atto dovuto.

         Non mi sembra, francamente, un bel dire o un bel fare, specie nei tempi ormai abituali di conflitto fra giustizia e politica e di tentativi di venirne a capo con riforme di natura perfino costituzionale, come quella pendente in Parlamento e ormai intestata al ministro della Giustizia. Che si chiama Carlo Nordio. Non Carletto Mezzolitro Nordio, come all’anagrafe gestita col solito sarcasmo da Marco Travaglio sul suo giornale e nei salotti mediatici che frequenta.

Pubblicato sul Dubbio

Meloni minacciata a Piazza Pulita di un altro esposto giudiziario da Luigi Li Gotti

Vuole riprovarci l’avvocato Luigi Li Gotti, sottosegretario alla Giustizia nel secondo  governo di Romano Prodi, fra il 2006 e il 2008, noto come il difensore dei pentiti di mafia ma più di recente per l’esposto alla Procura della Repubblica sull’affare del generale Almasri, rimpatriato in Libia, e il procedimento giudiziario che ne è seguito a carico della premier Gorgia Meloni, e non solo lei.  Egli ha minacciato una iniziativa analoga, in un collegamento con la trasmissione Piazza Pulita condotta da Corrado Formigli. Al quale ha spiegato, mandandolo in brodo di giuggiole, e facendogli pregustare lo scenario giudiziario, se davvero la premier andrà al seggio elettorale domenica o lunedì prossimo per non votare rifiutando le schede dei cinque referendum abrogativi.  Come ha annunciato di fare per esercitare il suo diritto all’astensionismo.

Date la visibilità della premier, la sua ascendenza sul pubblico e la circostanza di tempo del suo gesto, in perdurante silenzio elettorale, chiudendosi la campagna referendaria questa sera, la Meloni sarà imputabile secondo Li Gotti del reato di “propaganda”. Propaganda dell’astensione, per quanto legittima, quale sarebbe stata e sarebbe quella del sì e del no all’abrogazione delle norme impugnate su lavoro e cittadinanza

Se nessuno interverrà di ufficio contro la premier provvederà l’avvocato Li Gotti ad allertare la magistratura, come già fece -ripeto- per il caso del generale libico arrestato su mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità, rapidamente scarcerato e rimpatriato con un aereo di Stato.

Richiesto in qualche modo dal conduttore  se lo farà davvero e invitata la premier a distanza a pensarci sopra, l’avvocato ha risposto con una risata quanto meno ammiccante. Lasciando intravvedere uno scenario non so, francamente, se più da commedia pirandelliana o da tragedia shakesperiana, da esibizionismo politico o golpismo travestito dalla solita via giudiziaria al tentativo di sovvertire gli equilibri derivati da libere elezioni. 

D’altronde già la cosiddetta prima Repubblica fu rovesciata per via più giudiziaria che politica, o prima giudiziaria e poi politica, con grande gaudio delle opposizioni che poi non riuscirono neppure a trarne tutti i vantaggi ai quali aspiravano, non avendo messo nel conto il fattore B, cioè Berlusconi. Meditate, gente. Meditate scendendo i gradini dell’alfabeto.  

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Tafazzi veste ora di rosso assaltando e denigrando la sicurezza

         Tafazzi, il campione immaginario, sinonimo dell’autolesionismo, non dovrebbe vestire più in nero, con la sospensione in bianco della calzamaglia. Nella situazione politica italiana, con la destra al governo da più di due anni e mezzo e i “fratelli d’Italia” della Meloni in vantaggio sul Pd di Elly Schlein, avventuratosi sulla strada referendaria anche per liberarsi degli errori contestati alla passata conduzione renziana del Nazareno, Tafazzi dovrebbe vestire di rosso. E riservarsi il nero, magari, per la sospensione a protezione degli zebedei colpiti non più da una bottiglia vuota di plastica, come nel repertorio originario, ma da una pietra sempre più appuntita.

         L’offensiva parlamentare e di piazza contro il decreto chiamato “sicurezza”, e appena approvato con la conversione definitiva in legge al Senato a larga maggioranza, fatta di 109 sì e 69 no, produrrà più vantaggi che svantaggi elettorali al governo, secondo una linea di tendenza ormai consolidata. E non solo in Italia, come ha riconosciuto e ammonito ieri sera Beppe Severgnini a Otto e mezzo, nel silenzio una volta tanto della conduttrice Lilli Gruber partecipe e per niente moderatrice della formula “tutti contro uno” di quel salotto televisivo dell’opposizione.   

         Un tafazzismo, quello delle opposizioni politiche, che è aggravato dai fiancheggiatori che ne amplificano mediaticamente la propaganda con i numeri e le derisioni. I numeri, per esempio, di Repubblica e del Fatto Quotidiano sui 14 nuovi reati che sarebbero stati introdotti con l’ultimo decreto, o forse penultimo temendone ancora altri, e avrebbero portato a 62 il bilancio complessivo. Attribuito al governo in generale e al ministro della Giustizia in particolare. Ministro del quale è stato arricchito il nome dal solito Marco Travaglio chiamandolo Carletto Mezzolitro Nordio. Testuale. La prossima volta, magari, il ministro sarà sfottuto come Carlo Litro Nordio. O Carlo Fiasco Nordio.

         In giapponese chiamano questa pratica harakiri. In inglese e francese suicide. In italiano si dice suicidio. Ma anche tafazzismo, per tornare all’inizio di questo racconto, più che commento.

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Il quorum del referendum abrogativo come il dito puntato verso la luna

La campagna per i cinque referendum abrogativi di domenica e lunedì prossimo su lavoro e cittadinanza va concludendosi come al solito più sul cosiddetto quorum di partecipazione al voto che sui loro contenuti. Al solito, perché è da una quarantina d’anni che accade più o meno così.

         Già nel 1985, quindici anni dopo l’approvazione della legge di disciplina dei referendum abrogativi, undici dopo la battaglia storica sul divorzio, l’insospettabile referendarista Marco Pannella, non condividendo l’abrogazione dei tagli anti-inflazionistici alla scala mobile dei salari contestati dalla Cgil su commissione del Pci, propose l’obiettivo di fare mancare il quorum della partecipazione della maggioranza degli aventi diritto al voto.

         Ne fu tentato anche l’allora presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi. Che però, una volta intuito o informato che una vittoria del sì sarebbe stata utilizzata dal segretario della Dc Ciriaco De Mita per promuovere la crisi di un governo durato già troppo rispetto alle abitudini e ai tempi dello scudo crociato e delle sue correnti, alzò coraggiosamente la posta. O prese di contropiede l’alleato insofferente e annunciò, pochi giorni prima del voto, che si sarebbe dimesso “un attimo dopo” l’eventuale sconfitta referendaria. Il risultato fu che il sì all’abrogazione prevalse nella Nusco di De Mita e altrove, ma vinse largamente il no a livello generale. E con un’alta affluenza alle urne.

         Sei anni dopo, nel 1991, da segretario socialista soltanto, e non più presidente del Consiglio, ancora fiducioso tuttavia di potere tornare ad esserlo, egli preferì puntare sulla mancanza del quorum per difendere dall’abrogazione il voto plurimo di preferenza alla Camera. E perse, firmando praticamente da solo la sconfitta pur avendovi partecipato il nascente leader leghista Umberto Bossi.

         Ciò dovrebbe indurre alla prudenza chi punta alla mancanza del quorum domenica e lunedì prossimo, compresa naturalmente la premier Giorgia Meloni. Che ha dato appuntamento ai fotografi per riprenderla nell’attimo in cui, varcata la soglia del suo seggio elettorale, non ritirerà le schede per votare. Cioè le rifiuterà per raddoppiare il senso della sua astensione. Ma, diversamente da Craxi nel 1991, la Meloni può contare adesso sull’abitudine ormai presa dagli elettori in una trentina d’anni di disertare le urne referendarie, ancor più delle urne per il rinnovo delle Camere e delle amministrazioni locali.

         E’ un’abitudine favorita un po’ da un certo abuso dell’arma referendaria, anche a grappoli, e un po’ anche da una curiosa, paradossale, difesa contro-tendenza delle prerogative del Parlamento. A sostegno delle quali i costituenti nel 1947 introdussero sì l’istituto del referendum abrogativo, non condiviso dal Pci di Palmiro Togliatti, ma stabilendo appunto il quorum della partecipazione, non potendo né dovendo risultare facile all’elettorato sostituirsi alle Camere nel disfare le leggi da esse approvate, o lasciate invariate nei testi ereditati dalle precedenti.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag,it l’8 giugno

Beppe Grillo come un volatile sul MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte

         Le cronache riferiscono di ulteriori cambiamenti di umore di Beppe Grillo. Che, dopo essere apparso stanco e rassegnato a quel mezzo esilio procuratogli da Giuseppe Conte nel MoVimento 5 Stelle privandolo del ruolo di garante, sembra invece deciso a usare tutte le carte bollate disponibili per rivendicare proprietà e altro del partito fondato a suo tempo con Gianroberto Casaleggio. Sarebbe una vertenza in vista anche delle elezioni regionali d’autunno.

         Di tutto questo però non vi è traccia, almeno sino al momento in cui scrivo, sul  blog personale di Grillo. Che preferisce occuparsi, per esempio, delle “lezioni degli uccelli sul riutilizzo dei rifiuti”. A meno che il comico non si senta un volatile nei rapporti col movimento che si è a lungo identificato con lui.

Il traffico diplomatico a Palazzo Chigi fra distrazioni e attacchi delle opposizioni

         Le tre o quattro ore di confronto, a Palazzo Chigi, al netto o al lordo della cena conclusiva, fra la padrona di casa e il presidente francese Emmanuel Macron sono bastate e avanzate per i titoli sul “patto”, o sulla “tregua” o sul “chiarimento” intervenuto nei rapporti fra i due Paesi, e governi, dopo le frizioni, a dir poco, delle settimane scorse. Non sono però bastate per ridurre i pregiudizi delle opposizioni politiche e mediatiche alla premier Meloni, riprocessata ieri sera, per esempio, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, su la 7, perché troppo “equilibrista” e sfuggita ad una conferenza stampa congiunta con l’ospite.

Non sono mai sufficienti, evidentemente, le prestazioni o esibizioni della presidente del Consiglio italiano sul terreno diplomatico, per quanto intensi siano in questo campo il traffico a Palazzo Chigi e i viaggi all’estero della Meloni.  Che ritorna abitualmente “pazza” di fatica, come lei stessa ha avuto occasione di dire di recente nei giardini del Quirinale partecipando alla festa dei 79 anni della Repubblica. E raggiungendo a piedi il giorno dopo la postazione delle autorità per la sfilata militare e civile del 2 giugno.

Nelle iniziative diplomatiche della Meloni -per non parlare della politica interna e, in questi giorni, dei referendum del “battiquorum”, su lavoro e cittadinanza, per le opposizioni che pure li hanno promossi- c’è sempre qualcosa di troppo o troppo poco, secondo i casi.

Eppure il documento congiunto emesso dopo il lungo confronto fra la Meloni e Macron non è stato e non è né banale né reticente. Quel “sostegno incrollabile all’Ucraina” ribadito dopo la polemica diretta e indirettta sul ruolo, finalità e modalità dei vertici, incontri e quant’altro fra i “volenterosi” non è di poco conto. Ma forse quel “sostegno incrollabile” altri avrebbero voluto espresso anche ai palestinesi ostaggi del terrorismo di Hamas, che combatte pervicacemente contro Israele nascondendosi nei sotterranei armatissimi delle case, scuole, ospedale, chiese, strade e piazze della popolazione civile palestinese, allontanata con la forza anche dagli aiuti umanitari

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La miscela di odio e ignoranza rovesciata e accesa sulla Meloni

Otre all’odio c’è dell’ignoranza nella campagna politica e mediatica contro Giorgia Meloni, accusata ora di “furbizia”, nel migliore dei casi, e di “vergogna”, nel peggiore, per avere annunciato che domenica o lunedì prossimo si presenterà alla sua sezione elettorale per non ritirare, con la visibilità del suo ruolo, le schede dei referendum abrogativi su lavoro e cittadinanza. Cioè per esercitare il suo diritto di astenersi. Che non si è arrogata, come parrebbe da certi attacchi, ma è scritto nell’articolo 75 della Costituzione in vigore dal 1948.

         “La proposta soggetta a referendum- dice questo benedetto articolo- è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. La maggioranza, ripeto, degli aventi diritto. Che come ogni dritto si può esercitare o no.

         Negli attacchi alla Meloni per la scelta legittima dell’astensione c’è ignoranza sia di una norma costituzionale sia dell’istituto del referendum abrogativo. Che fu disciplinato con apposita legge 22 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione perché non aveva mai scaldato i cuori, diciamo così, del partito comunista. Che Palmiro Togliatti, non il nonno o bisnonno della Meloni, fra i cosiddetti padri costituenti, non aveva condiviso per la cultura “parlamentarista” che vantava. Cioè per la prevalenza che dava al Parlamento.  Dove non a caso, in particolare alla Camera, egli poi preferì sempre aggiungere o accoppiare la carica di capogruppo a quella di segretario del partito.

         Fu proprio il parlamentarismo del partito comunista che portò di fatto, politicamente e culturalmente, al quorum introdotto nell’articolo 75 per la validità di un referendum abrogativo di una legge, o parte di essa, in vigore per essere stata a suo tempo approvata dalle Camere. Un quorum non richiesto per nessun altro tipo di elezioni: dalle politiche alle amministrative. E ai referendum cosiddetti confermativi di modifiche alla Costituzione.

         Non avrò l’autorità, per amor del Cielo, con la maiuscola, di ricordare tutto questo ai costituzionalisti che, tra dichiarazioni, articoli, interviste, da casa, ufficio o salotto televisivo di turno attaccano la Meloni ma avrò -vivaddio- il buon senso di poterlo fare. O la conoscenza sufficiente di un giornalista che ha vissuto l’esperienza del referendum abrogativo, rimasto -ripeto, e non a caso- sulla carta per più di vent’anni, tanto era stato concepito con sofferenza dai costituenti.

         I comunisti, certo, poi si convertirono all’applicazione dell’articolo 75 della Costituzione, reclamata e ottenuta dai democristiani quando divennero minoranza in Parlamento sulla introduzione del divorzio. E maturarono una volontà di rivincita referendaria, riconosciuta loro dagli alleati laici di governo, destinata però alla storica sconfitta del 1974. Quando col tappo della bottiglia di champagne della famosa vignetta di Giorgio Forattini saltò in aria non solo l’allora segretario della Dc Amintore Fanfani ma anche o soprattutto il ruolo davvero centrale del suo partito. Che da quel momento imboccò la strada lungo la quale non dispose più da sola della guida del governo, per esempio.

         Un’avventura analoga sul fronte dell’opposizione capitò o si procurò il Pci , sotto la guida di Enrico Berlinguer, imponendo di fatto una decina d’anni dopo alla Cgil di Luciano Lama di promuovere un referendum abrogativo dei tagli anti-inflazionistici alla scala mobile dei salari, dopo averne inutilmente contestato il percorso parlamentare. E fatto indossare dall’allora presidente socialista del Consiglio, sempre nelle vignette di Forattini, gli stivali e la camicia nera di Benito Mussolini. Il Pci rimediò l’anno dopo, nel 1985, quando già Berlinguer era morto, una batosta politica forse anche peggiore della Dc col divorzio. O comunque analoga.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 giugno

La sfida della Meloni alla propaganda del sì doppio ai referendum

         Uscire da casa l’8 o il 9 giugno  prossimo non per andare al mare  ma -magari prima di andarvi- per raggiungere la propria sezione elettorale, varcarne la soglia e non ritirare le schede dei referendum, e quindi non votare, significa rifiutarle. Significa per un presidente del Consiglio, vista la sua funzione e quindi la sua visibilità, come nel caso di Giorgia Meloni, che ha tenuto peraltro ad annunciarlo pubblicamente, rafforzare l’esercizio del diritto di astenersi. Persino ostentarlo. Esattamente l’opposto del titolo dato da Lilli Gruber alla sua puntata televisiva Otto e mezzo di ieri sera: “Meloni si astiene ma non lo dice”. Come “non lo dice”? Piuttosto, per essere coerente con se stessa, che ha tenuto ad annunciare che lei invece voterà, sperando evidentemente di essere imitata, la Gruber avrebbe dovuto accusare, processare e quant’altro la premier di avere annunciato sin troppo la sua astensione. O no? La faziosità, come per altri versi l’odio di cui tanto si parla in questi giorni per le scomposte contrapposizione politiche, rende davvero ciechi. O ridicoli, se preferite una variante del concetto meno penalizzante e tragica.

         Una faziosità aggravata dall’ignoranza pretendendo che sia un dovere l’esercizio del diritto referendario di tentare “l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”, come dice l’articolo 75 della Costituzione, rimasto peraltro invariato in 77 anni. Un diritto e non un dovere sempre per quel benedetto articolo della Costituzione quando non prevede ma stabilisce, a sostegno quindi di chi volesse praticare l’astensione, che “la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. Siamo alle prese col famoso “quorum”. O “battiquorum”, come lo avvertono i promotori e sostenitori di un referendum abrogativo.

         Dobbiamo dare dei matti, degli sprovveduti, dei fascisti -per cavalcare il linguaggio delle opposizioni attuali- ai compianti padri della Costituzione? Fra i quali peraltro c’era un tale di nome Palmiro e di cognome Togliatti, contrario all’istituto del referendum abrogativo. Tanto contrario da essersi adoperato perché la validità fosse condizionata dal quorum, appunto. Tutti gli altri tipi di elezioni, dalle politiche alle amministrative e ai referendum cosiddetti confermativi di modifiche alla Costituzione, sono privi di quorum, o di batticuore.  

         Mi scuso della pedanteria di questo ragionamento, come potrebbe apparire a qualcuno, ma in genere è consigliabile sapere ciò di cui si parla. Vale anche per i cosiddetti costituzionalisti che stanno partecipando -vedo- alle proteste contro” la furbizia” o addirittura “la vergogna” dell’annuncio della premier su come voterà, cioè non voterà domenica o lunedì prossimo, sfidando la propaganda del sì.

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