Aldo Moro a 47 anni dal delitto firmato dalle brigate rosse

Per quanto non competitivo, di certo, con il Conclave per l’elezione del successore di Papa Francesco, il 47.mo anniversario della morte di Aldo Moro – crivellato di colpi nel bagagliaio di un’auto dai brigatisti rossi che l’avevano sequestrato il 16 marzo 1978 sterminandone la scorta in via Fani, a Roma, e trattenuto prigioniero per 55 giorni sino al 9 maggio- conserva tutta la sua drammaticità. Non foss’altro per i misteri nei quali è ancora avvolta, nonostante tutte le indagini giudiziarie e parlamentari che ne sono seguite, la più grave, clamorosa tragedia politica della Repubblica italiana assaltata dal terrorismo rosso, accomunato per le sue trame misteriose a quello nero delle stragi di una decina d’anni prima.

         La morte recente di Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle brigate rosse con Renato Curcio, ha fornito un’occasione preziosa per riproporre i misteri del “caso Moro”, dal quale ingenuamente qualche giorno fa ho visto proporre dall’ottimista di turno di separare lo statista democristiano morto sul campo del suo impegno politico per mano, certamente, del terrorismo ma ancor più, forse, degli avversari non armati.

         Claudio Martelli visse quella tragedia accanto al leader socialista Bettino Craxi, fra i pochi ad opporsi a viso aperto alla linea della fermezza adottata dal governo e dalla maggioranza di “solidarietà nazionale” di quei tempi, quando si rese conto che essa avrebbe solo procurato le fine di Moro. Dalla cui linea politica egli poteva pur sentirsi politicamente danneggiato per la preminenza riconosciuta ai comunisti nel campo della sinistra.

Scrivendone e parlandone a quasi mezzo secolo di distanza, Martelli si è impietosamente ricordato degli organigrammi “di sangue” di cui  durante il sequestro Moro si parlava nei palazzi romani del potere dietro  le quinte, ripeto, della linea delle fermezza. Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti veniva immaginato al Quirinale al posto di Giovanni Leone, prossimo alla scadenza ordinaria del mandato presidenziale che fu peraltro anticipata di sei mesi, dopo e per effetto dell’epilogo del sequestro del presidente della Dc. 

Ma c’era anche chi al Quirinale immaginava destinato l’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, che non ce l’aveva fatta sette anni prima.  Alla segreteria della Dc veniva immaginato Giovanni Galloni, alla presidenza del partito Benigno Zaccagnini, al posto di Moro, e a Palazzo Chigi l’allora ministro degli Esteri Arnaldo Forlani. Che alla Farnesina aveva tentato inutilmente di aiutare Moro procurando alle brigate rosse il riconoscimento virtuale di un appello del segretario generale dell’’Onu, come Paolo VI aveva fatto chiedendo loro “in ginocchio” di rilasciare il presidente della Dc, ma “senza condizioni”.

Il già ricordato Franceschini seguiva il sequestro Moro dal carcere, dove era finito quattro anni prima. Poco più di vent’anni dopo, uscitone dopo un percorso di dissociazione e intervistato da Maurizio Belpietro, avrebbe riproposto i suoi già noti sospetti sulla natura assunta dalle “sue” brigate rosse, accusandole di essersi lasciate “strumentalizzare” da altri anche o soprattutto col rapimento e l’assassinio di Moro.

Pubblicato sul Dubbio

Dal Conclavicchio dunque, e finalmente, al Conclave per il successore di Francesco

         Dal Conclavicchio al Conclave, dunque. Dalle chiacchiere, come le hanno chiamate al Foglio forse scusandosi di avervi partecipato, alle votazioni dei cardinali sotto chiave nella Cappella Sistina di Michelangelo per l’elezione del successore di Papa Francesco. La prima è stata fissata per le ore 17 di oggi.

         Del nuovo Papa si conosce di certa mentre scrivo solo la cornice architettonica, che è la finestra già addobbata ma chiusa della Basilica di San Pietro che si aprirà per l’annuncio della sua elezione e dei suoi nomi di anagrafe e di adozione pontificia.

         Il più citato fra i cosiddetti papabili -più di novemila volte, secondo calcoli mediatici forse in difetto- è stato in questa lunga vigilia il Segretario di Stato del Vaticano Pietro Parolin. Che se n’è detto “turbato”, parlandone forse anche per ribadire le smentite già fatte opporre a voci di malori avuti proprio in questi giorni. Il suo sarebbe il primo ritorno di un italiano al vertice della Chiesa dopo il polacco Giovanni Paolo II, il tedesco Benedetto XVI e l’argentino Francesco.

         Creato cardinale da quest’ultimo nel 2014, Parolin era stato già promosso alla Segretaria di Stato da Nunzio apostolico in Venezuela dallo stesso Francesco subito dopo la sua elezione, nel 2013.

         Settant’anni compiuti il 17 gennaio scorso, dei quali quarantacinque di sacerdozio, il cardinale Parolin si è trovato probabilmente in vantaggio alla vigilia del Conclave per la circostanza di conoscere la Chiesa più di altri, fra i grandi elettori, a causa delle funzioni a suo tempo affidategli da Papa Francesco. Il suo pertanto sarebbe il primo e unico Conclave.

         Una lunga tradizione vuole che, salvo eccezioni, chi entra Papa in Conclave ne esca ancora cardinale. La sua sarebbe quindi un’elezione eccezionale.

Si aggroviglia l’affare giudiziario del Ponte sullo stretto di Messina

         Apprendiamo dal Fatto Quotidiano -e da chi sennò?, vista la sua specialità, competenza e quant’altro in affari giudiziari- che l’ancora procuratore aggiunto dell’Antimafia e Antiterrorismo Michele Prestipino, per quanto privato delle indagini che conduceva o cooordinava    sui pericoli d’infiltrazioni mafiose nella costruzione del Ponte sullo stretto di Messina, continua ad essere attenzionato, quanto meno, dalla Procura della Repubblica di Caltanisetta. La cui competenza, contestata dall’avvocato difensore, sembrava invece già passata a Roma. Dove lo stesso Prestipino e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, ora presidente del consorzio che dovrà realizzare il Ponte, si erano incontrati il primo aprile a Roma, appunto, in un ristorante per parlare del progetto nel quale è impegnatissimo il governo: in particolare, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.

         A quel pranzo aveva partecipato anche un collaboratore e consulente di De Gennaro, Francesco Gratteri. Che, finito pure lui sotto intercettazione, non si sa se già prima o dopo l’incontro conviviale con Prestipino, ha alluso -non citato esplicitamente- alle notizie ricevute da Prestipino parlandone al telefono con Raffaele Ungaro, un ex manager dell’Eni che si occupa anche lui della costruzione del Ponte sullo stretto di Messina.

         Perché alla Procura di Caltanisetta, che si era assegnata la competenza di questo affare avendo sotto intercettazione De Gennaro per vicende del 1992, relative all’assassinio di Paolo Borsellino e della strage, continuino ad occuparsi di Prestipino e della sua presunta violazione del segreto d’ufficio e sostanziale favoreggiamento della mafia non si sa. E speriamo che non sia un reato chiederselo, ammesso naturalmente che le informazioni del Fatto Quotidiano siano fondate.

         Poiché le domande o le curiosità sono come le ciliegie, una tirando l’altra, a questo punto viene voglia anche di chiedersi se, sotto sotto, in fondo in fondo, chi rischia di più in questo affare giudiziario sia davvero il magistrato Prestipino o il suo amico ed ex collaboratore nella lotta alla mafia De Gennaro. Da solo o anche in compagnia di chi si occupa con lui della costruzione del Ponte di Messina. E se l’obbiettivo finale non sia proprio questo benedetto Ponte, do cui sono in tanti a non volere l’avvio della costruzione, pur annunciato “vicino” di recente dall’ostinato, ostinatissimo Salvini.

Trump rovina a Putin la festa militare del 9 maggio a Mosca

         Tornato rapidamente coi piedi per terra dopo l’evasione travestito addirittura da Papa, il presidente americano Donald Trump si è lasciato intervistare per esprimere il sospetto – con un “forse” messo tra le parole- che sia impossibile una pace in Ucraina a causa del troppo odio personale e reciproco fra Putin e Zelensky, e i rispettivi generali.

         Pur attribuendone la colpa ad entrambi, e quindi riservandosi un’altra, disperata mediazione dopo quelle fallite nei primi cento giorni della sua seconda presidenza, Trump ha tolto lo sgabello sotto i piedi più a Putin, scambiato in precedenza per l’aggredito e non per l’aggressore, che a Zelensky. Al quale del resto egli è appena tornato a fornire, direttamente o indirettamente, armi per la resistenza all’invasione russa. D’altronde, ormai gli Stati Uniti sono diventati praticamente soci dell’Ucraina nella estrazione e nello sfruttamento delle cosiddette terre rare: una cosa che protegge l’odio di Zelensky, più dell’adesione alla Nato adombrata all’Ucraina dai soci europei e dagli stessi americani.

         La sortita del nuovo presidente degli Stati Uniti, dopo lo strapazzamento di Zelensky nell’ufficio ovale e il recupero dei rapporti nella Basilica di San Pietro, a Roma, in occasione dei funerali di Papa Francesco, ha rovinato a Putin la festa “patriottica” del 9 maggio a Mosca. E ciò anche se Trump dovesse decidere di partecipare lo stesso alle celebrazioni militari degli 80 anni trascorsi dalla conclusione della seconda guerra mondiale, che fu segnata dall’arrivo delle truppe allora sovietiche a Berlino prima degli americani.

         Il riconoscimento o condivisione della tesi sempre sostenuta da Zelensky che la Russia avesse cominciato la sua “operazione speciale” più di tre anni fa per prendersi tutta l’Ucraina, e non solo una sua parte, ha messo o restituito Trump al fronte occidentale. E restituito Putin al suo ruolo di rapace, in continuità con Stalin e col ritratto di uno zar che egli ha voluto appena  esibire alle sue spalle in un apologetico servizio televisivo russo, ripreso fra casa e uffici  al Cremlino.  

Donald Trump travestito da Papa fa perdere la testa a Rosy Bindi

         Le impalcature nella Cappella Sistina mostrateci dai telegiornali documentando i lavori per attrezzarla ancora una volta al Conclave hanno retto, senza bisogno di un miracolo, magari il primo del compianto Papa Francesco, alle scosse di sorpresa e di protesta provocate dal presidente americano Donald Trump lasciandosi travestire da nuovo Pontefice. Un passo avanti, per clamore ed altro ancora, rispetto alla statua d’oro attribuitasi nel regno immobiliare e vacanziero da realizzare sul territorio di Gaza, raso praticamente al suolo nella guerra provocata da Hamas col progrom del 7 ottobre 2023.

         Un passo avanti anche nella realtà, oltre che nell’immaginazione, rispetto a quella foto generalmente considerata storica che, ai funerali di Papa Francesco, ha roitratto il presidente americano nella Basilica di San Pietro in un incontro di riconciliazione e riparazione col presidente ucraino Zelensky. Dal quale, prima ancora di tregue, trattative e quant’altro, è nato l’accordo fra i due sull’uso delle cosiddette terre rare.

Questo accordo  potrebbe in termini di sicurezza valere per l’Ucraina, in una ridefinizione dei confini e altro con la rapace Russia di Putin, più dell’adesione alla Nato tanto temuta al Cremlino da prevenirla e bloccarla più di tre anni da con una invasione chiamata “operazione speciale”. Ora con le terre rare gestite in associazione da americani e ucraini la sicurezza intravista da Zelensky nel famoso articolo 5 del trattato della Nato potrebbe in qualche modo rivelarsi meno stringente di quella derivante dalla protezione diretta dei loro affari e interessi da parte degli Stati Uniti.

 Al Cremlino, fra traffici fisici, telefonici e simili fra Putin in persona e inviati, delegati, fiduciari di Trump, si stanno rendendo forse conto di una situazione sfuggita di mano e reagiscono con strappi e ambiguità di comportamenti, decisioni e minacce che Zelensky, da parte sua, alimenta riuscendo con le sue sole parole a gettare nel panico e nella rabbia registi e operatori della sfilata a Mosca del 9 maggio celebrative dalla vittoria “patriottica” nella seconda guerra mondiale. Che tuttavia era cominciata con un accordo fra Hitler e Stalin per la spartizione della Polonia.

Nel suo piccolo, per quanti sforzi faccia Gorgia Meloni di difenderne e aumentarne il ruolo, l’Italia è stata portata dalla solita sinistra, incapace anche del senso umoristico che Papa Francesco raccomandava ai suoi interlocutori, di costruire sul fotomontaggio di Trump neppure benedicente, con quel solo dito levato, la figura dell’Antipapa. Con tutto ciò che ne conseguirebbe nei sogni e nelle ossessioni di Rosy Bindi, che ha avuto questa esplosione…di intuito. “Più bella che intelligente”, aveva in qualche modo preconizzato a suo tempo Vittorio Sgarbi, ora purtroppo in depressione.

Dietro e sotto gli attacchi sessisti lamentati dalla Meloni

         Mentre le agenzie diffondevano il lungo testo di una intervista nella quale la premier Giorgia Meloni ha, fra l’altro, lamentato la “vergognosa indifferenza” riservata agli “attacchi sessisti” che riceve da tempo, non bastando quelli politici, circolavano già nelle redazioni dei giornali notizie strappate alla Presidenza del Consiglio da una interrogazione parlamentare del renziano Francesco Bonifaci sui regali ricevuti dalla stessa Meloni. Accatastati ormai così numerosi in una stanza al terzo piano di Palazzo Chigi, diventata naturalmente “un forziere” nella immaginazione del Fatto Quotidiano, che si sta cercando un altro deposito, non essendo prevedibile, neppure ai più ottimisti degli oppositori muniti però ancora di un barlume di ragione, una interruzione del governo in carica prima della scadenza ordinaria della legislatura, fra due anni.

         I regali a una donna, peraltro né vecchia né brutta come la premier italiana, sono naturalmente, direi, più intriganti di quelli a un uomo. E la fantasia nel nostro caso si è ben scatenata fra monili, spille, anelli e persino scarpe di pitone blu, con stiletto e tacco di una nota stilista, sfuggite ai sogni e ai mercati della pitonessa più famosa della politica italiana che resta la ministra (ancora) del Turismo ed altro Daniela Santanchè. Alla quale si deve, in questa storia delle scarpe pitonate alla Meloni, la convergenza fantasiosa e sfottente di due giornali diversi, anzi opposti come il già citato Fatto Quotidiano e Il Foglio.

         E’ sessismo, in fondo, anche questa voglia di frugare fra i 273 regali ricevuti dalla Meloni e depositati per ora a Palazzo Chigi: frugare nella speranza di trovare o solo fare intravedere aspetti pruriginosi della vita, delle abitudini, delle preferenze, dei rapporti e persino delle tentazioni di una giovane donna, ora anche single, alla guida del governo. Tentazioni anche velenose, e magari penalmente rilevabili in qualche  esposto come quelle sottintese nelle richieste alla presidente del Consiglio di “chiarire” se e su quanti dei regali ricevuti abbia già scelto di rispettare il dovere di rinunciarvi personalmente oltre i trecentomila euro di valore ciascuno per destinarli alla collettività.  Magari organizzando una bella asta per rimpinguare il fondo destinato ad aiutare gli italiani in bolletta elettrica o, più generalmente, energetica.

         Scommetto che prima o poi finirà per intingere i suoi biscotti in questa miscela anche la segretaria del Pd Elly Schlein fra un attacco e l’altro dei giorni pari e anche dispari alla premier della quale vorrebbe prendere il posto, sorpassando all’ultima curva Giuseppe Conte.

Anche gli avvocati, come il governo, nel mirino dei magistrati

Il presidente pur moderato dell’associazione nazionale dei magistrati Cesare Parodi -moderato almeno all’anagrafe, diciamo così, delle correnti e delle loro denominazioni ufficialio di fatto- ha allertato colleghi e attigui sui pericoli che corrono questa volta non per la riforma in cantiere parlamentare che porta il nome dell’attuale guardasigilli Carlo Nordio. Ed  è temuta dalle toghe contrarie alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Ma per l’attuazione della riforma Cartabia di tre anni fa sul concorso degli avvocati e  loro ordini regionali alla valutazione dei magistrati e relativi uffici con i quali hanno a che fare.

         Gli avvocati ambrosiani hanno appena attivato una piattaforma elettronica e riservata per raccogliere le segnalazioni e immetterle su un percorso di valutazione di una commissione interna dell’Ordine, Immediato è stato l’allarme di Parodi. Che ha accompagnato “l’interesse”, bontà sua, per la piattaforma con la preoccupazione “per il possibile utilizzo strumentale”.  Le modalità comunicative “in qualche misura -ha spiegato, protestato e quant’altro il presidente del sindacato delle toghe- non consentono una immediata interlocuzione con le controparti, un immediato chiarimento e una precisa e dettagliata conoscenza esatta di quelli che possono essere gli addebiti o le critiche che vengono formulate”.

         “Noi -ha continuato e insisitito Parodi- non temiamo le critiche ma  vogliamo essere nelle condizioni di poter argomentare in termini tempestivi ed efficaci su quello che ci viene addebitato” perché “il clima dei tempi purtroppo non ci consente di escludere che questa iniziativa, volta a garantire una trasparenza democratica di valutazione sul nostro lavoro, possa essere utilizzata, al contrario, per finalità dirette a distorcere ulteriormente quella che è l’immagine della magistratura”. Danneggiata evidentemente dai soliti detrattori che ne scrivono e ne parlano, e legiferano, piuttosto che dagli errori e dalle abitudini prese dai magistrati nell’esercizio delle loro funzioni da quanto riuscirono ,più di trent’anni fa, a cambiare “bruscamente” gli equilibri nei rapporti con la politica. E mi scuso per l’ennesima volta con la buonanima di Giorgio Napolitano per l’insistenza con la quale ricordo la certificazione che lui fece da presidente della Repubblica scrivendone ad Anna Craxi nel decimo anniversario della morte del marito Bettino. Che era stato la maggiore vittima sopravvissuta brevemente e male a quella tragedia. 

         Ma torniamo ai magistrati di oggi e al loro presidente Parodi. Che -ripeto- sente minacciati i suoi colleghi dalle procedure pur “trasparenti” adottate dagli avvocati per la partecipazione alla valutazione delle toghe e dei loro uffici, anche amministrativi, riconosciuta loro dalla ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia nella riforma della giustizia da lei proposta al Parlamento, e approvata, quando le capitò di fare la ministra nel governo di Mario Draghi.

         Pur nel lodevole proposito, per carità, di determinare rapidi chiarimenti e magari anche perdite di tempo -la strada dell’inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni- Parodi teorizza il diritto suo e dei suoi colleghi di interferire nelle valutazioni, che dovrebbero essere autonome, degli ordini degli avvocati.

         Non per essere malizioso -anche se a pensare male si fa peccato ma s’indovina, come diceva la  buonanima, pure lui,  di Giulio Andreotti- ma per mettere le mie osservazioni sul piano delle “possibilità” evocate o temute da Parodi, la conoscenza dei soli nomi degli avvocati avventuratisi, diciamo così, sul percorso delle segnalazioni li esporrebbe al rischio di ritorsioni  nelle cause alle quali sono interessati professionalmente. E’ una “possibilità”, ripeto, forse più reale e concreta di quella prospettata o temuta dal presidente dell’associazione nazionale dei magistrati ai danni della reputazione e altro dei suoi colleghi.

Pubblicato su Libero

La rivincita dei garantisti nell’affare giudiziario di Prestipino e De Gennaro

Da garantista dovrei compiacermi delle difficoltà, dello sconcerto, dello spiazzamento in cui si sono trovati in questi giorni fior di giustizialisti occupandosi della vicenda giudiziaria del procuratore ancora aggiunto dell’Antimafia Michele Prestipino e dell’ex capo della Polizia e altro Gianni De Gennaro.

         Quest’ultimo, intercettato per fatti risalenti al 1992, e al depistaggio subìto dalle indagini sulla strage che era costata la vita a Paolo Borsellino e alla scorta, ha funzionato da microspia in una conversazione avuta il primo aprile scorso in un ristorante di Roma, accompagnato da un consulente, con Prestipino, appunto. Che conduceva e coordinava indagini, sottrattegli ora dal  superiore Giovanni Melillo, sui possibili intrecci fra la malavita organizzata e la realizzazione del progetto del ponte sullo stretto di Messina. Di cui De Gennaro si occupa come presidente del consorzio istituito per la realizzazione dell’opera.

         La storia di entrambi, che hanno a lungo combattuto in ruoli diversi la mafia, non ha loro risparmiato l’amarezza, chiamiamola così, di incorrere nel sospetto -esplicito per Prestipino, raggiunto da un avviso di garanzia, e implicito per De Gennaro- di comportamenti penalmente rilevanti. De Gennaro, si presume, avendo interesse ad avere notizie utili a cautelare la realizzazione del ponte dalle intromissioni affaristiche della malavita organizzata. Prestipino condividendo forse le preoccupazioni dell’amico e cercando di aiutarlo anche in questo suo nuovo compito. E sottovalutando il rischio della rivelazione di segreto d’ufficio con aggravante mafiosa contestatagli dalla Procura di Caltanisetta perché titolare dell’indagine per la quale è ancora intercettato De Gennaro.

La competenza dell’affare giudiziario, subito avvertito come malaffare, che sarebbe stato quel pranzo di lavoro, di amicizia e quant’altro è già stata riconosciuta a Roma, ma l’errore del primo passo falso resta, a mio avviso, indicativo di come in Italia si gestisca e amministri la giustizia, per quanto in un sistema, per carità e per fortuna, di garanzie.

Da garantista, dicevo a proposito delle garanzie, dovrei sorridere divertito dello choc avvertito da giornali abituati a privilegiare il sospetto agli argomenti della difesa. E persino a criticare, come ho letto, la decisione di Prestipino di farsi assistere adesso dall’avvocato del maggiore, o fra i maggiori imputati di quel processo chiamato “Mafia capitale” in cui egli aveva sostenuto il ruolo di accusatore. Non vi è cosa, personalmente, più rivoltante di vedere identificato l’avvocato col suo imputato di turno.

Per quanto tuttavia tentato da un compiacimento ritorsivo, spero nella mia ingenuità ormai senile che i giustizialisti sappiano finalmente cogliere l’occasione per un esame di coscienza. E per un contributo, pur tardivo, alla restituzione della cronaca giudiziaria a quella che per altri versi  è stata definita in questi giorni “la sobrietà”.

Pubblicato sul Dubbio

A Roma, San Giovanni, dalla festa del lavoro alla festa agli ebrei

         Va bene, anzi benissimo la festa del lavoro, sul quale d’altronde è fondata la Repubblica nata dalla Resistenza. Che è stata evocata cantando la Bella Ciao dei partigiani nel concertone del 1° maggio nella storica piazza romana di San Giovanni, gioiosamente riempita dai sindacati.

         Meno bene, anzi malissimo l’occasione sfruttata dal gruppo dei Patagarri per cantare e gridare lo slogan della Palestina libera. In nome del quale si vuole, fra le armi di Hamas e gli incitamenti delle piazze non solo italiane, fare la festa agli ebrei. Una fine non metaforica ma fisica, sterminandoli o sequestrandoli per usarli come ostaggi nella guerra contro Israele.

         Nel protestare contro questa infamia, promossa dal gruppo musicale al diritto artistico e sociale di “prendere posizione anche a costo di dividere”, il capo della comunità ebraica di Roma Victor Fadlun ha deplorato anche la circostanza dell’uso, da parte dei musicisti, di un canto della “nostra cultura”. Si è trattato, in particolare, di un brano che risale al 1917, a sostegno delle prime comunità ebraiche in Palestina.

         Più che “dividere”, quindi, al concertone romano del 1° maggio si è finito per provocare.

         Non mi risulta, almeno sinora, che qualcuno si sia scusato. E non mi faccio alcuna illusione che lo farà, almeno con sincerità.

Sotto il plastico del ponte …mafiosabile sullo stretto di Messina

Michele Prestipino, il procuratore ancora aggiunto della Direzione Antimafia e Antiterrorismo, anche se già privato dal suo superiore Giovanni Melillo delle indagini di cui si occupava per mettere il costruendo Ponte sullo Stretto di Messina al riparo dalla malavita organizzata, ce la farà probabilmente a difendersi in via preliminare dall’accusa di avere rivelato segreti d’ufficio al prefetto Gianni De Gennaro. Che aveva l’inconveniente un mese fa  di parlare con lui in un ristorante romano avendo fra le mani inconsapevolmente un telefonino ad alta pericolosità, trasformato un una microspia dalle intercettazioni disposte per altre indagini nelle quali egli è coinvolto, riguardanti fatti del 1992, all’epoca delle inchieste depistate sull’assassinio di Paolo Borsellino. Seguito alla strage di Capaci, che era già costata la vita a Giovanni Falcone, alla moglie e a quasi tutta la scorta.

         Anche se già caduto nelle grinfie di qualche critico che gli ha contestato, nella peggiore tradizione giustizialista, di avere scelto come suo difensore l’avvocato di un imputato nell’affare giudiziario di “Mafia Capitale”, da lui gestito nella Procura di Roma, Prestipino ha opposto dubbi di legittimità sia per l’intercettazione del suo interlocutore, disposta -ripeto- per altro, sia per essere stato già chiamato a rispondere a Caltanisetta, che si occupa appunto di De Gennaro, anziché a Roma. Dove il reato di Prestipino sarebbe stato commesso.

         Da buon garantista, al netto di tutte le volgarità che mi toccano con i tempi che corrono in Italia da più di 30 anni, dovrei fare gli auguri a Prestipino come al suo avvocato. Tanto più perché la mafiosibilità, chiamiamola così, del ponte di Messina, da cui sono caduti Prestipino e il suo amico De Gennaro, più un assistente di quest’ultimo, è metafisica più che fisica.   Quel ponte, allo stato delle cose, è solo un plastico. I suoi cantieri sono più nelle aspirazioni, sogni e quant’altro del vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, e del prefetto De Gennaro, presidente del consorzio che dovrebbe realizzarlo, che nella realtà.

         Di certo o di maggiore visibiltà in questa storia è lo sconcerto, a dir poco, che essa ha creato fra quelli che la buonanima di Leonardo Sciascia chiamava “i professionisti dell’antimafia”. Imbarazzati dal dovere accomunare anche loro, nei racconti e nelle analisi, due personaggi a lungo accomunati con ruoli diversi ma sullo stesso fronte antimafioso. Due uomini -ha scritto Luigi Abbate su Repubblica del magistrato Prestipino e dell’ex capo della Polizia e dei servizi segreti De Gennaro- che nella loro “resistenza” alla mafia “hanno vinto molte battaglie” senza avere “mai cantato vittoria”. Una resistenza per questo “silenziosa”, e senza neppure la maiuscola dell’altra di cui si sono appena celebrati gli 80 anni dalla conclusione.

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