La crisi partorisce parlamentari in affitto, prestito e comodato d’uso…

           Come per riscattare il suo partito dal sospetto di fare il doppio gioco da una parte chiedendo al capo dello Stato il reincarico del presidente del Consiglio dimissionario per un governo più solido e dall’altra sostenendo il recupero di Matteo Renzi, che tornerebbe a destabilizzare la maggioranza per la sua natura di scorpione sulla rana della celebre favola, Nicola Zingaretti ha prestato la senatrice di cui avevano bisogno i “volenterosi” ed “europeisti” per costituire a Palazzo Madama  il nuovo gruppo voluto da Giuseppe Conte. Che aspira a diventare così numeroso da rendere non più determinanti i parlamentari renziani.

        La senatrice prestata da Zingaretti a Conte è la triestina Tatjana Roic. Che si è improvvidamente vantata del suo patriottismo politico, diciamo così, parlando di un “sacrificio” compiuto per “il bene del Paese” e assicurando che la sua “casa” continuerà ad essere il Pd. Dove quindi conta di tornare dalla trasferta non appena saranno arrivati al nuovo gruppo i senatori mancati sinora.

        La franchezza della Roic, che ha raccontato anche date e modalità della missione affidatale dal partito, è stata pari allo sgomento che deve provare adesso lo stesso Zingaretti. Il quale rischia di passare non dico alla storia, addirittura, ma alle cronache parlamentari sì per l’introduzione dell’affitto o del comodato d’uso dei rappresentanti del popolo. Costoro, oltre ad essere da tempo nominati, adesso possono essere anche prestati da una parte all’altra. Ormai c’è una sconcertante gara a demolire la credibilità dell’istituto parlamentare.

      A questo punto temo che Silvio Berlusconi farà sempre più fatica a smentire i maliziosi che gli hanno già attribuito una spintarella d’incoraggiamento, sotto sotto, alla sua ex segretaria di fiducia Mariarosaria Rossi: la senatrice unitasi alla maggioranza nell’ultima votazione di fiducia a Conte e affrettatasi naturalmente ad arruolarsi nel nuovo gruppo degli europeisti del Maie-Centro Democratico, contribuendo con la Roic a farlo nascere in tempo per esordire al Quirinale nelle consultazioni per la soluzione della crisi. E al tempo stesso riuscendo ad impedire di fatto, e a grande sorpresa, l’adesione della senatrice Alessandrina Lonardo, la moglie di Clemente Mastella che pretendeva il nome del movimento di famiglia “Noi campani” nella intestazione del nuovo gruppo.

            Persino il navigatissimo Eugenio Scalfari in un intervento eccezionalmente feriale su Repubblica ha dato ormai a Conte ben poche possibilità di rimanere a Palazzo Chigi. E intrufolandosi a suo modo nelle consultazioni di Sergio Mattarella ha proposto una sua soluzione alla crisi che Marco Travaglio ha definito sul Fatto Quotidiano “la più demenziale del mondo” per la piega che sta prendendo, ben diversa dalle sue indicazioni, speranze, direttive ai grillini e quant’altro. In particolare, Scalfari per sottrarre la crisi alle “carezze e ceffoni” di Renzi ha proposto al presidente della Repubblica di richiamare da Bruxelles Paolo Gentiloni, ora commissario europeo all’Economia, e restituirgli il palazzo consegnato a Conte nel 2018.

            Avremmo così un magico ritorno alla legislatura scorsa, quando sottraendosi alle spinte dell’amico Renzi, ristrettosi nei panni di segretario del Pd dopo la sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale firmata come presidente del Consiglio, il conte -stavolta al minuscolo- Gentiloni spalleggiò Mattarella nel rifiuto delle elezioni anticipate. Che avrebbero scongiurato la cocente sconfitta elettorale dell’anno successivo al Pd rimasto a Renzi dopo la scissione dei Bersani, D’Alema, Speranza e compagni.

 

 

 

 

 

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Quell’incontro tanto lungo quanto galeotto di Conte alla Camera con Fico

           Significheranno pure qualcosa i 75 minuti trascorsi dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte col presidente della Camera Roberto Fico, contro i dieci o poco più bastati per l’incontro con la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati per le visite informative di rito in apertura finalmente formale della crisi. Il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli.

             Conte ha avuto al Senato, non alla Camera, i problemi che alla fine lo hanno costretto a desistere dai tentativi di superare la crisi senza neppure aprirla, sostituendo nella maggioranza i parlamentari determinanti di Matteo Renzi, passati dalla fiducia all’astensione critica, con altri “volenterosi” provenienti dall’opposizione di centrodestra o ex grillini. E’ alla presidente del Senato pertanto che il presidente dimissionario del Consiglio avrebbe dovuto sottrarre più tempo per informarsi, ad esempio, del nuovo gruppo dei “responsabili” in cantiere, e da lui prospettato a Mattarella per accreditare la propria candidatura al reincarico per un governo che ha già chiamato di “salvezza nazionale”. O, se avesse voluto profittare polemicamente dell’occasione, per chiedere alla sua interlocutrice se fosse soddisfatta delle sue dimissioni, dopo tutte le urticanti uscite della signora contro di lui. Che sono state solitamente incassate da Conte in un silenzio compensato dagli attacchi dei suoi sostenitori per la neutralità violata dalla presidente forzista del Senato.

            Dal presidente grillino della Camera invece Conte ha avuto sempre dichiarazioni e altri messaggi di incoraggiamento, o di comprensione per le circostanze eccezionali che lo hanno costretto con una certa frequenza a ricorrere troppo spesso, per esempio, ai decreti legge o, peggio ancora, ai decreti del presidente del Consiglio dei Ministri che disciplinano materie delicatissime senza passare per il vaglio parlamentare.

            Non credo che i 75 minuti trascorsi con Fico siano serviti a Conte per ringraziarlo delle carinerie ricevute: a cominciare dalla prima risalente al 2018, quando al termine di un’esplorazione affidatagli al Quirinale il presidente della Camera riferì incoraggiando il presidente della Repubblica verso la formazione di un governo grillo-leghista, a maggioranza gialloverde. Che toccò appunto a Conte dirigere, sia pure sotto il controllo stretto dei vice presidenti Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

            La lunghezza del colloquio di Conte con Fico si spiega solo con la necessità più che comprensibile di raccogliere notizie attendibili su quel magma che è diventato il movimento 5 Stelle, dove il presidente della Camera non è certamente l’ultima ruota del carro. Egli è probabilmente informato dei tormenti politici, delle tensioni e di quant’altro dei grillini più del reggente Vito Crimi e dell’ex capo Di Maio. Del cui congiunto “Conte o elezioni anticipate” il presidente del Consiglio temo che non si fidi troppo. Egli sa bene di essere “nelle mani” non solo di Renzi, come ha titolato Repubblica, e dei “pugnalatori” del Pd, come ha titolato Il Fatto Quotidiano con le foto del ministro Lorenzo Guerini e del capogruppo del Senato Andrea Marcucci, ma anche dei grillini, appunto. Che pure con lui, come su tante altre cose, non sono più quelli di prima, specie se il sostegno al presidente dimissionario del Consiglio dovesse davvero costare lo scioglimento delle Camere dove essi siedono ancora in tanti. 

 

 

 

 

 

 

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Lo zampino della giustizia, alla fine, anche in questa crisi di governo

La crisi di governo appena consegnata nelle mani del capo dello Stato è stata di una tale anomalia nella sua gestazione che è francamente difficile trovarne una simile nella lunga storia, ormai, della Repubblica. Quella che forse gli assomiglia in qualche modo di più riguardò il primo governo  pentapartito di Bettino Craxi, nel 1986. Essa maturò nella convinzione pubblicamente espressa dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita che il leader socialista fosse “inaffidabile”: la stessa cosa detta questa volta da Conte e dai suoi sostenitori su Matteo Renzi per la rottura ostinatamente cercata col presidente del Consiglio.

Craxi reagì con ostinazione, pure lui, alla smania di De Mita di sloggiarlo da Palazzo Chigi essendo già durato quasi tre anni, ben oltre le abitudini della Dc e dei suoi uomini. Figuriamoci la sofferenza nei riguardi di un non democristiano.

La resa dei conti fra Craxi e De Mita fu alla fine rinviata per il rifiuto di Giulio Andreotti di succedere al leader socialista in quella occasione, come avrebbe voluto il segretario della Dc. La crisi riscoppiò otto mesi dopo, il 9 aprile 1987, scegliendo tuttavia De Mita come ragione principale non più o non tanto la rivendicazione di Palazzo Chigi, che sapeva troppo di potere, quanto il rapporto con la magistratura. La miccia fu insomma il tema della giustizia contro cui ha finito per sbattere in questi giorni anche Conte per via della relazione annuale del guardasigilli Alfonso Bonafede al Parlamento. Su cui ora, per la sopraggiunta crisi, mancheranno il temuto dibattito e le ancor più temute votazioni fra Camera e Senato.

Adesso è la prescrizione il tema principale dello scontro, fra la versione breve voluta da Bonafede e in vigore ormai da più di un anno, conteggiabile sino al primo grado di giudizio, oltre il quale essa scompare, e la compensazione, quanto meno, reclamata dai garantisti  con la definizione di tempi certi che rendano effettivamente “ragionevole” la durata dei processi assicurata nell’articolo 111 della Costituzione. Allora lo scontro si consumò rovinosamente sul referendum già indetto per la responsabilità civile dei magistrati, promosso dai radicali, sostenuto dai socialisti e contrastato dal sindacato delle toghe e da tutte le sue sostanziali appendici politiche.

Piuttosto che fare svolgere quel referendum ad esito scontato a favore dei promotori, la Dc di De Mita, con l’aiuto del Pci dietro le quinte, preferì ricorrere alle elezioni anticipate per rinviarlo, sia pure all’autunno dello stesso anno. Ma il tempo bastò ed avanzò perché partiti e correnti favorevoli ai magistrati si accordassero per neutralizzare la prova referendaria con una legge che poi continuasse, nella pratica, a mettere in sicurezza le toghe dal rischio di rispondere davvero dei loro errori, di tasca propria e non dello Stato.

E’ opinione largamente diffusa che chissà quante crisi siano scoppiate sui temi della giustizia, come apparve, per esempio, con la caduta del secondo governo Prodi, e lo scioglimento anticipato delle Camere nel 2008, dopo le dimissioni del guardasigilli Clemente Mastella per protesta contro l’arresto della moglie, sottoposta a indagini che sarebbero costate la sopravvivenza del partito di famiglia. Ma è lo stesso Mastella a negare tuttora questa rappresentazione dei fatti attribuendo quella caduta di Prodi alla estrema sinistra rappresentata dal senatore Franco Turigliatto.

In realtà, la magistratura ha ghigliottinato sì una Repubblica intera, la prima, ma mai nel vero senso della parola un governo, se non forse nel 1993 il primo di Giuliano Amato. Che fu delegittimato politicamente affondandone con minacciate dimissioni nella Procura di Milano la cosiddetta “uscita da Tangentopoli”, tentata con un decreto legge cui l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro negò la firma. Essa piuttosto -sempre la magistratura- è riuscita dopo a  fare  ancora di più e di peggio condizionando gli sviluppi degli equilibri  politici con l’indebolimento di protagonisti, leader e attori e il conseguente rafforzamento degli avversari di turno.

La stessa caduta del primo governo di Silvio Berlusconi, dopo poco più di sei mesi dalla nascita, avvenne nel 1994 per l’indebolimento procurato al presidente del Consiglio dal famoso avviso a comparire della Procura di Milano per corruzione quando già Umberto Bossi aveva  però azionato il congegno della crisi sul tema delle pensioni. Ma ancor prima -va detto- lo stesso Bossi aveva obbligato il Cavaliere di Arcore a subire lo stop imposto dai magistrati milanesi al decreto legge, pur già regolarmente firmato da Scalfaro, per la restrizione del ricorso alle manette nelle indagini preliminari.

Molti anni dopo, nel 2011, sarebbe arrivata la tempesta giudiziaria sulle feste di Berlusconi ma il suo ultimo governo era già agli sgoccioli politici per un’altra tempesta: quella finanziaria proveniente dagli Stati Uniti e abbattutasi su tutta l’Europa. Che avrebbe portato a Palazzo Chigi Mario Monti.

 

 

 

 

 

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Finito il sequestro della crisi di governo, riconsegnata al capo dello Stato

            Il sequestro della crisi di governo da parte del presidente del Consiglio, se Dio vuole, è finito con quella che Domani, il nuovo quotidiano di Carlo De Benedetti, ha definito “la resa di Conte”. Che non è negata neppure dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, sostenitore dell’avvocato pugliese anche nella resistenza alle dimissioni dopo aver perduto un pezzo della maggioranza, quello renziano, e nel tentativo di sostituirlo rapidamente con un gruppo numericamente adeguato di “volenterosi” provenienti dall’opposizione, prevalentemente di centrodestra.

            Travaglio è stato, dal suo punto di vista, addirittura catastrofico nella valutazione dello scenario di una crisi finalmente formalizzata. Egli ha indicato già col titolo di prima pagina il finale della partita: il ritorno “a casa” di Conte e l’ascesa al Quirinale, magari dopo un turno anticipato di elezioni politiche e la vittoria del centrodestra, dell’odiato B inteso naturalmente come Silvio Berlusconi. Cui Matteo Salvini avrebbe già “prenotato” la poltrona oggi di Sergio Mattarella.

            A questa catastrofe in prospettiva, sempre dal suo punto di vista, Travaglio ne ha descritto un’altra di accompagnamento, nell’editoriale su “Conte alla rovescia”, scrivendo che “i poteri marci, con giornaloni e onorevoli burattini al seguito, non potevano perdere l’ultima occasione di mettere le zampe sui 209 miliardi del Recovery fund”. E ciò avverrebbe “piazzando a Palazzo Chigi l’ennesimo prestanome”. Così tutti i possibili successori di Conte, non potendosi ritenere scontato -come vedremo- un suo reincarico, sono bollati: marionette dei “poteri marci” che gli amati grillini non sono evidentemente riusciti a rottamare nei quasi tre anni della legislatura di cui ancora si considerano “la colonna”, come si è appena vantato il reggente Vito Crimi reclamando un nuovo governo di Conte. Che tuttavia, a leggere Il Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa, non si fida più neppure del Movimento 5 Stelle. La cui situazione interna in effetti è a dir poco caotica, temendo tutti a morte quelle elezioni anticipate che invece reclamano come minaccia per chi contesta il loro ruolo ancora centrale nel Parlamento eletto nel 2018.

            Ora che la crisi ha preso finalmente la strada giusta per essere gestita dal titolare voluto dalla Costituzione, che è il capo dello Stato, si può forse sperare che non sia terminato solo il sequestro, come dicevo, ma anche l’avvelenamento dei rapporti politici verificatosi con quelle che Claudio Tito su Repubblica ha definito “grandi manovre” di Conte tradottesi in “piccoli numeri”. Che peraltro si sono rivelati insufficienti a garantire il primo appuntamento che il governo, scampato alla sfiducia pochi giorni fa al Senato, aveva col Parlamento tra domani e dopodomani: il voto sulla relazione  annuale del guardasigilli e capo della delegazione grillina Alfonso Bonafede relativa allo stato della giustizia in Italia.

            Ora dei numeri si occuperà realisticamente il presidente della Repubblica, a proposito del quale il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda ha scritto, fra l’altro, che “non è scontato” il conferimento del “nuovo incarico” che si aspetta Conte. Cui potrebbe mancare addirittura la designazione dei pochi “volenterosi” raccolti durante il sequestro della crisi o rimasti sospesi per aria.

 

 

 

 

 

 

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Da Agnelli a Conte: la staffetta repubblicana dei due Avvocati

C’era una volta, ai tempi della cosiddetta e tarda prima Repubblica, diciamo fra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, “l’Avvocato”, con la maiuscola persino a parlarne, accentuando la voce sulla prima vocale. Era naturalmente Gianni Agnelli, compiaciutissimo di una professione attribuitagli coram populo ma mai davvero esercitata. Erano compiaciuti, in fondo, anche gli avvocati patrocinanti in ogni grado della giurisdizione di una colleganza inventata mediaticamente perché procurava vantaggi pure a loro.  “L’Avvocato” padrone della Fiat dava solidità anche alla professione forense, oltre alle macchine, ai guadagni e al potere che la sua azienda produceva e diffondeva.

Era diventato, “l’Avvocato”, anche un modello di vita per tanti che neppure lo conoscevano ma ne imitavano l’orologio sopra il polsino della camicia, il foulard preferito alla cravatta, le scarpe a stivaletto pur a lui imposte dai postumi di un incidente giovanile d’auto e, più in generale, quella specie di distacco che  ostentava parlando di tutto e di tutti dall’alto in basso. Egli era riuscito a fare breccia persino nella sinistra con la teorizzazione degli interessi della sua Fiat coincidenti con quelli generali del Paese, per cui doveva essere conveniente a tutti assecondarli: oggi con un incentivo, domani con una sovrattassa sulle auto della concorrenza, quando a Torino, per esempio, non erano ancora bene attrezzati per il deasel, e doman l’altro con qualche strada o autostrada preferita ad una scuola o ad un ospedale.

Anche i rapporti  di Agnelli con la politica sapevano di basso visto dall’alto. Chiunque andasse a proporgli di fondare un partito contando sulla sua popolarità internazionale, fosse pure un professore universitario titolato come capitò a Giuliano Urbani nel 1993, fra i marosi di Tangentopoli, veniva dirottato cortesemente verso altri: nel caso di Urbani verso Silvio Berlusconi. In compenso egli autorizzava i fratelli a giocare in partiti diversi: la sorella Susanna, per esempio, nel Pri e il fratello Umberto nella Dc.

Una solta volta “l’Avvocato” sembrò cedere ad una tentazione ai confini, diciamo così, della politica. Fu quando Giulio Andreotti, desideroso di accreditare il più possibile all’estero la “solidarietà nazionale” col Pci, che ne appoggiava i governi monocolori, pensò di farlo ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti. Il “divo” dovette rinunciarvi molto a malincuore non per le resistenze del nominando ma per le barricate metaforicamente allestite dai diplomatici di carriera.

Ora, nei nostri tempi di emergenze diverse da quelle gestite da Andreotti, con la pandemia al posto del terrorismo, “l’Avvocato”, sempre con la prima vocale maiuscola e pronunciata con una certa enfasi, è un altro: Giuseppe Conte. Ma è un avvocato vero, con tanto di studio e di cause sostenute nei tribunali fra una lezione universitaria e l’altra di diritto.

Conte è un avvocato prestato dai grillini nel 2018 alla politica cominciando dal posto quasi più in alto di tutti, ad eccezione del Quirinale: la Presidenza del Consiglio, a Palazzo Chigi. Dove egli ha fatto rapida esperienza, diventando politicamente addirittura “un figlio ’entrocchia”, come lo ha recentemente definito con simpatia, non con malanimo, un politico navigato come l’ex o post democristiano Clemente Mastella. Che con l’ex collega di partito Bruno Tabacci, il post-comunista Goffredo Bettini ed altri ancora rimasti prudentemente dietro le quinte cercano di aiutarlo nella fatica di Sisifo di arruolare “volenterosi” di varia provenienza con i quali sostituire nella maggioranza di governo i renziani che ne sono usciti.

Come ad Agnelli, anche a lui è toccato di dovere cambiare soci, che in politica si chiamano alleati, per superare impreviste difficoltà. Agnelli imbarcò e tenne nella Fiat addirittura i libici al comando di Gheddafi, usandone i soldi, come Conte ha imbarcato nella sua maggioranza prima la Lega di Matteo Salvini e poi il Pd di Nicola Zingaretti e ancora di Matteo Renzi, messosi poi in proprio nella maggioranza con Italia viva.

Diversamente da Agnelli, però, Conte non sembra proprio pregiudizialmente chiuso alle sollecitazioni di allestire un proprio partito contando sulla popolarità guadagnatasi da presidente del Consiglio. Ne sono circolati in questi giorni persino i nomi possibili: da Insieme a Italia ‘23, che indica l’anno della conclusione ordinaria della legislatura, anche se ogni tanto i giornali gli attribuiscono, a torto o a ragione, la conversione alle elezioni anticipate, almeno come deterrente contro chi lo vorrebbe detronizzare cavalcando ogni occasione a portata di mano, o di piede: prima la votazione di fiducia al Senato, risicata ma comunque ottenuta, e ora quella, sempre nel periglioso Senato, sulla relazione annuale del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Al quale peraltro Conte deve in qualche modo l’approccio col mondo grillino già nella scorsa legislatura, quando in vista delle elezioni entrò nella lista di un potenziale governo monocolore pentastellato come semplice ministro della Pubblica Amministrazione.

 

 

 

 

 

 

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Anche i grillini a pezzi, oltre al Pd, per la gestione della crisi-non crisi di Conte

             Volente o nolente, non so se per avere sopravvalutato se stesso o per avere sottovalutato le difficoltà degli alleati rimastigli formalmente accanto dopo la rottura con Matteo Renzi, un pò cercata e non solo subìta, Giuseppe Conte ha ridotto “a pezzi” anche i grillini, oltre al Pd segnalato ieri in un titolo di prima pagina dal pur amichevole Fatto Quotidiano. Che oggi titola sul presidente del Consiglio a 48 ore forse da una crisi questa volta formale, con tanto di dimissioni e passaggio della parola e delle decisioni al capo dello Stato lasciato da troppo tempo alla finestra. E attribuisce sempre a Conte ciò che ieri contestava invece al vice segretario del Pd Andrea Orlando: la richiesta al guardasigilli e capo della delegazione pentastellata al governo, Alfonso Bonafede, di un aiuto. Che consisterebbe nella presentazione imminente alle Camere di una relazione sullo stato della giustizia che tenga conto della fragilità, a dir poco, della maggioranza e conceda qualcosa ai garantisti che da più di un anno aspettano una compensazione della prescrizione breve, ora prevista sino al primo grado di giudizio.

            In particolare, ciò che i garantisti ancora presenti nella maggioranza, cioè buona parte del Pd, quelli usciti sinora astenendosi, cioè i renziani, e quelli dell’opposizione corteggiati faticosamente per prenderne il posto da “volenterosi” vogliono che finalmente il guardasigilli garantisca davvero, e non più a parole, la determinazione precisa della “ragionevole durata” dei processi stabilita genericamente nella Costituzione. Se il termine fosse, nel complesso di tutti i gradi di giudizio, cinque anni le tensioni potrebbero ridursi. Ma bisognerebbe intendersi bene anche su cosa accadrebbe, e con chi potersela prendere, se i magistrati non riuscissero a rispettare una simile scadenza.

            Bonafede, già salvatosi una volta dalla sfiducia individuale promossa contro di lui in Parlamento dal centrodestra con la sostanziale condivisione dei renziani sino al ripensamento dell’ultimo istante, gode dell’appoggio e dell’abbraccio dell’ex capo del movimento grillino Luigi Di Maio, almeno in una foto d’archivio riproposta sulla sua postazione telematica dal ministro degli Esteri.  Che continua anche a rilasciare dichiarazioni sull’alternativa fra Conte e Bonafede da una parte e le elezioni anticipate dall’altra senza però convincere molti dei grillini. Alcuni dei quali sono usciti anche allo scoperto, ben consapevoli della possibile decimazione del Movimento 5 Stelle e perciò sensibili a maggiore realismo e responsabilità, anche riaprendo a Renzi. Se n’è reso conto lo stesso Bonafede, di cui Il Messaggero ha riferito in prima pagina, con buone informazioni, il rifiuto o la paura di diventare il capro espiatorio di questa curiosa crisi non crisi gestita con ostinazione da Conte. Che pure deve a lui l’adozione grillina che l’ha portato a Palazzo Chigi.

            La politica, come hanno imparato anche quelli che vi sono arrivati di recente scalandone con troppa rapidità e generosità elettorale i gradini, non ha notoriamente fra le sue regole la gratitudine. Forse è esagerata la brutale definizione di “sangue e merda” datane una volta da uno dei protagonisti dell’epoca tarda della cosiddetta prima Repubblica, l’allora ministro socialista Rino Formica, ma certo la politica non è un pranzo di gala. E di sangue ne ha visto scorrere davvero: quello, per esempio, di Aldo Moro nel 1978, dopo lo sterminio della scorta. Il delitto fu firmato dalle brigate rosse, ma non senza complici politici.  

 

 

 

 

 

 

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Conte manda “a pezzi” il Pd nell’affannosa ricerca di volenterosi e quant’altro

              Quella di Giuseppe Conte doveva essere, dopo la rottura con Matteo Renzi, una corsa per l’allargamento della maggioranza ai “volenterosi” di varia provenienza, prevalentemente dal centrodestra ma anche dall’area degli ex grillini e dello stesso partito renziano, ma strada facendo la velocità si è ridotta. Così anche la sua “influenza” sui senatori indecisi, per usare il termine che ha acceso la fantasia ironica del vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX.

             Il presidente del Consiglio non ha potuto essere aiutato più di tanto da quanti si sono offerti nella ricerca di appoggi sostitutivi dell’ormai odiatissimo Renzi: né Clemente Mastella, né il più paludato Bruno Tabacci, né il vecchio ma volenterosissimo Eugenio Scalfari. Che proprio oggi sulla Repubblica, pur non perdendo l’occasione per ripetere la sua devozione laica a Papa Francesco, si è vantato  di avere avuto e di avere “la chance di dare un aiuto a Conte” perché “se lo merita e buona parte dei problemi italiani dipende da lui”.

            Fra questi problemi ce ne sono di grandissimi -come la pandemia e la campagna di vaccinazione ostacolata dai ritardi delle aziende farmaceutiche, che avranno adesso la possibilità di sperimentare Conte anche come avvocato, e non solo come presidente del Consiglio- e di apparentemente modesti ma pur sempre importanti sul piano politico, come i rapporti di Palazzo Chigi coi partiti alleati di governo. Fra i quali c’è un Pd che proprio a causa delle difficoltà di Conte sta andando o è già andato “a pezzi”, come ha ammesso e denunciato in rosso sulla prima pagina l’amichevole Fatto Quotidiano.

            “Il 27 – spiega sempre in prima pagina il giornale di Marco Travaglio- IV (spaccata) e Udc votano sulla giustizia con FI-Lega-FDI. Il n.2 dem chiede al guardasigilli fantomatici “segnali” e mezzo Pd riapre a Renzi”. Che è il capo di IV intesa come Italia viva, per fortuna non come la scomparsa Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Il “n 2 dem” è naturalmente il vice segretario piddino Andrea Orlando, che da ex ministro della Giustizia conosce bene il pasticcio combinato dal suo successore grillino Alfonso Bonafede inserendo nella legge “spazzacorrotti” della maggioranza gialloverde la prescrizione breve. Essa finisce con il primo grado di giudizio e reclama la necessità, snobbata -diciamo così- da Bonafede, di garantire davvero con una riforma  la “ragionevole durata” dei processi imposta dalla Costituzione. Chiedere che vi si provveda finalmente significherebbe lanciare a Bonafede, “Fofò per gli amici, “fantomatici segnali”. Mi sembra quanto meno curioso.

             L’improbabilità che Bonafede, peraltro capo della delegazione grillina al governo, superi la votazione annunciata per mercoledì al Senato sulla sua relazione annuale sullo stato della giustizia in Italia è tale che se ne sta tentando un rinvio, ma solo di un giorno. Nel frattempo si spera, anche nel Pd, o in una sua “metà”, che il presidente del Consiglio si renda finalmente conto di non potercela fare ad allargare la maggioranza con le procedure della crisi-non crisi sinora praticate e si decida alle dimissioni per l’apertura di una crisi vera e propria, da lasciare gestire al presidente della Repubblica, nella prospettiva magari anche di un suo terzo governo, negoziato su nuove basi, e non chiuso ermeticamente, a più mandate, a Renzi. Lo ha suggerito al presidente del Consiglio anche il buon Tabacci ricordandogli che “dobbiamo dire messa con i frati che abbiamo”, compreso evidentemente frà Matteo di Rignano.

 

 

 

 

 

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Niente quiete dopo la tempesta del voto risicato di fiducia al Senato

              Senza volere arrivare al “panico” attribuito dal Foglio a Giuseppe Conte, collaboratori e amici pur dopo il successo che si sono troppo presto attribuito dando Matteo Renzi per isolato, spacciato e quant’altro, non credo proprio che sia stato confortante a Palazzo Chigi leggere sul Corriere della Sera del sondaggio appena effettuato dall’Ipsos di Nando Pagnoncelli. Che ridimensiona alquanto la popolarità di Giuseppe Conte abbassando al 40 per cento il favore alla prosecuzione del suo ormai abborracciato governo e portando l’auspicio di un’”alternativa” ad un altrettanto 40 per cento, per cui si può ben parlare di un paese spaccato a metà.

            Non è meno sconfortante il risultato del sondaggio di Alessandra Ghisleri, che sulla Stampa ha riferito di un 53 per cento degli italiani per niente soddisfatto della maggioranza ormai raccogliticcia del governo: una percentuale aggravata, per il presidente del Consiglio, da una forte partecipazione -il 35,9%- di elettori abituali del Pd. All’interno del quale, come anche fra gli stessi grillini secondo alcune cronache politiche, aumentano le paure, le preoccupazioni, le tensioni per l’irrigidimento dei rapporti di Conte con i renziani scampati ormai alla decimazione annunciata o attesa alla vigilia del voto di fiducia al Senato. Ma anche o soprattutto per le crescenti difficoltà incontrate dal presidente del Consiglio e dai suoi emissari nel tentativo di allargare a “responsabili”, “volenterosi” e quant’altri del centrodestra la maggioranza, o ex grillini, almeno entro i dieci o quindici giorni promessi all’impaziente Sergio Mattarella al Quirinale.

            Che la ricerca dei “volenterosi” -ancor prima che quelli eventuali dell’Udc non fossero sorpresi e traumatizzati dalle dimissioni del loro segretario Lorenzo Cesa, finito sotto indagine giudiziaria in Calabria per associazione a delinquere aggravata col metodo mafioso-  fosse di assai improbabile successo lo hanno del resto capito persino nella redazione del Fatto Quotidiano, dove gli estimatori di Conte si sprecano quanto gli ossessionati da Renzi. Il vignettista Vauro Senesi ha oggi chiuso Conte, affaticato dalla velocità della sua corsa d’inseguimento di chissà chi, in un cilindro che gira a vuoto.

            Più che allargarsi, d’altronde, la maggioranza relativa e stringata raccolta dal presidente del Consiglio al Senato martedì scorso già rischia di ridursi mercoledì prossimo di fronte alla relazione del capo della delegazione grillina al governo Alfonso Bonafede, guardasigilli e scopritore politico dell’avvocato di stanza a Palazzo Chigi, sullo stato della giustizia e sulla riforma assai divisiva che ha in mente di portare avanti. L’ostinato e sostanziale rifiuto di modificare la prescrizione breve, sino alla sola sentenza di primo grado, introdotta come una supposta nella legge nota come “spazzacorrotti” e in vigore ormai da più di un anno, ha già indotto quella specie di matricola della nuova maggioranza che può considerarsi la moglie di Clemente Mastella, la senatrice Alessandrina Lonardo, ad avvertire che l’esperienza familiare nei tribunali le impedisce di votare la relazione di Bonafede.

            Problemi di garantismo sono avvertiti anche da Riccardo Nencini, il “fine intellettuale” che, corteggiato in aula al Senato, ha ridato a Conte il suo voto di fiducia  scartando l’astensione da cui pure era tentato per non rompere con i renziani. Grazie ai quali nel 2019 egli aveva potuto costituire un gruppo autonomo col doppio nome del Psi e di Italia viva.

 

 

 

 

 

 

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La vicenda Gratteri-Cesa conferma il passo ritmato della giustizia e della politica

Resterà comunque a carico di Lorenzo Cesa, anche se dovesse finire fra i tanti indagati o imputati prosciolti o assolti del mancato ministro della Giustizia Nicola Gratteri, la pratica purtroppo ricorrente della giustizia “ad orologeria”. A proposito della quale il meno che si possa dire, volendone avere rispetto e non correre il rischio di guai di ogni tipo, è che certa magistratura è sfortunata per la frequente coincidenza di retate, arresti e avvisi di garanzia con passaggi politici di una certa importanza. A Cesa, dimessosi da segretario dell’Udc per essere stato infomato delle indagini a suo carico per associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso, era capitato in questi giorni di  partecipare alla cerchia dei “volenterosi” cercati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte per l’allargamento della maggioranza. “Ma aveva rifiutato”, si è giustificato Gratteri mostrando di non leggere i giornali, che riferivano di contatti ancora in corso dopo un primo rifiuto, appunto.

Nel 1989 un orologio di puntualità elvetica volle che l’esplosione di Tangentopoli con l’arresto del socialista Mario Chiesa in flagranza di reato, come teneva sempre a sottolineare l’allora capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli, avvenisse nelle prime battute di una campagna elettorale che sembrava destinata, secondo i progetti dei vertici politici della maggioranza di quel tempo, nel ritorno di Bettino Craxi a Palazzo Chigi e nell’ascesa al Quirinale di Arnaldo Forlani.

All’inizio della nuova legislatura lo stesso o un altro orologio di uguale puntualità volle che i fascicoli giudiziari degli ex sindaci di Milano Paolo Pillitteri e Carlo Tognoli arrivassero e fossero sfogliati nella giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera, con tutte le fughe di notizie del caso, mentre i partiti della maggioranza confermata dalle urne, sia pure con margini ridotti, si apprestavano a formalizzare la designazione del leader socialista alla guida del nuovo governo. Cui il nuovo capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro sbarrò la strada dopo avere inusualmente allargato le consultazioni di rito a Borrelli ricavandone l’impressione, quanto meno, che Craxi stesse vicino al coinvolgimento in Tangentopoli, formalizzato tuttavia sei mesi dopo.

Nel 1994, agli esordi della cosiddetta seconda Repubblica inaugurata a Palazzo Chigi da Silvio Berlusconi quello stesso orologio o un altro volle che gli umori antigovernativi di Umberto Bossi, incoraggiati al Quirinale da Scalfaro in persona, incrociassero le indagini della Procura di Milano per corruzione sul presidente del Consiglio, avvisato dell’inchiesta a mezzo stampa mentre presiedeva a Napoli un summit sulla malavita. Seguì a breve la crisi perseguita dall’ormai ex alleato leghista.

Un’altra spinta ad una crisi in gestazione contro Berlusconi sarebbe arrivata nel 2011 dalla vicenda giudiziaria dei suoi personalissimi  passatempi sessuali, così come la condanna definitiva per frode fiscale, in una sessione estiva della Corte di Cassazione, arrivò in tempo nel 2013 per indebolire le cosiddette larghe intese cui Berlusconi aveva appena contribuito col governo di Enrico Letta.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

I centristi forse si salvano dalla ragnatela di Conte grazie a Cesa

            Sbaglierò ma la rapidità con la quale si è dimesso da segretario dell’Udc, una volta gestita con l’amico Pier Ferdinando Casini, mi ha dato l’impressione che Leonardo Cesa abbia voluto approfittare del nuovo inciampo giudiziario nella sua lunga esperienza politica per tirarsi fuori dalla ragnatela di Giuseppe Conte. Che sta cercando di catturare come insetti i centristi post democristiani, come quelli post liberali, post socialisti riformisti e altro ancora per allargare quel che di relativo, assai relativo, specie al Senato, gli è rimasto della maggioranza improvvisata attorno al suo secondo governo nell’estate del 2019, dopo la rottura con Matteo Salvini. Adesso il presidente del Consiglio sta facendo i conti, al plurale, con l’altro Matteo della politica: Renzi.

            Cesa ha buone ragioni d’altronde per nutrire la fiducia che ha subito espresso o confermato nei riguardi della magistratura dimettendosi da segretario del partito più noto fra le schegge di quella che fu la Democrazia Cristiana, pensate un po’, di Alcide De Gasperi, Attilio Piccioni, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Giulio Andreotti, per fermarci ai morti, e non tutti. Oltre ad essersela cavata, sia pure fortunosamente, nella tempesta lontana di Tangentopoli grazie alla saggia e ostinata condotta processuale del compianto Gianni Prandini, che pure lui aveva contribuito in modo decisivo a fare arrestare, Cesa può contare questa volta sulla facilità all’errore del magistrato che in Calabria gli ha contestato l’associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso.

              Si tratta di Nicola Gratteri, le cui retate con manette o semplici avvisi di garanzia, che mediaticamente spesso si equivalgono, perdono abitualmente per strada un bel po’ di indagati e imputati. L’infortunio più recentemente certificato di questo magistrato d’accusa, che peraltro Matteo Renzi avrebbe voluto nel 2014 ministro della Giustizia nel suo governo, trattenuto con fermezza dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, è l’assoluzione dell’ex presidente della Calabria Mario Oliverio.

            A Cesa può essere capitato, come ad ogni segretario di partito, di incontrare “gente di ogni tipo”, ha detto rammaricandosene la senatrice Paola Binetti. Che nei giorni scorsi era stata non aperta ma apertissima alla ragnatela di Conte, chiedendo solo un po’ più di tempo per finirci dentro. Ora, scoppiata quella che sui giornali è diventata “la bomba Cesa”, la senatrice si è fatta più prudente ed ha ripiegato su una “riflessione” più lunga, impostale però  dalla furia solita degli altrettanto soliti grillini. Che si sono levati come un sol uomo, pur divisi come sono tra di loro, contro la contaminazione che rischiano accettando nella coalizione di governo persone non solo come Cesa ma anche come la Binetti, appunto.

            Povero anche Conte, verrebbe da dire pensando ai condizionamenti che deve subire sotto le 5 stelle, cui deve il suo approdo a Palazzo Chigi. Ma la comprensione è relativa come la maggioranza che gli è rimasta al Senato perché di suo c’ha messo molto, anzi moltissimo, nell’aumento della confusione e delle tensioni politiche in corso facendo a gara con Matteo Renzi nell’esasperazione dei contrasti. Egli ha tuttavia l’aggravante di essere stato colto con le mani nel sacco, diciamo così, di un piano superficialissimo e pasticciato di utilizzo dei fondi europei della ripresa, contestatogli a ragione dal suo alleato, ora ex. Ma non è detto che il realismo della precarietà non costringa entrambi a ricontattarsi sull’orlo delle elezioni.

 

 

 

 

 

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