La vicenda Gratteri-Cesa conferma il passo ritmato della giustizia e della politica

Resterà comunque a carico di Lorenzo Cesa, anche se dovesse finire fra i tanti indagati o imputati prosciolti o assolti del mancato ministro della Giustizia Nicola Gratteri, la pratica purtroppo ricorrente della giustizia “ad orologeria”. A proposito della quale il meno che si possa dire, volendone avere rispetto e non correre il rischio di guai di ogni tipo, è che certa magistratura è sfortunata per la frequente coincidenza di retate, arresti e avvisi di garanzia con passaggi politici di una certa importanza. A Cesa, dimessosi da segretario dell’Udc per essere stato infomato delle indagini a suo carico per associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso, era capitato in questi giorni di  partecipare alla cerchia dei “volenterosi” cercati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte per l’allargamento della maggioranza. “Ma aveva rifiutato”, si è giustificato Gratteri mostrando di non leggere i giornali, che riferivano di contatti ancora in corso dopo un primo rifiuto, appunto.

Nel 1989 un orologio di puntualità elvetica volle che l’esplosione di Tangentopoli con l’arresto del socialista Mario Chiesa in flagranza di reato, come teneva sempre a sottolineare l’allora capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli, avvenisse nelle prime battute di una campagna elettorale che sembrava destinata, secondo i progetti dei vertici politici della maggioranza di quel tempo, nel ritorno di Bettino Craxi a Palazzo Chigi e nell’ascesa al Quirinale di Arnaldo Forlani.

All’inizio della nuova legislatura lo stesso o un altro orologio di uguale puntualità volle che i fascicoli giudiziari degli ex sindaci di Milano Paolo Pillitteri e Carlo Tognoli arrivassero e fossero sfogliati nella giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera, con tutte le fughe di notizie del caso, mentre i partiti della maggioranza confermata dalle urne, sia pure con margini ridotti, si apprestavano a formalizzare la designazione del leader socialista alla guida del nuovo governo. Cui il nuovo capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro sbarrò la strada dopo avere inusualmente allargato le consultazioni di rito a Borrelli ricavandone l’impressione, quanto meno, che Craxi stesse vicino al coinvolgimento in Tangentopoli, formalizzato tuttavia sei mesi dopo.

Nel 1994, agli esordi della cosiddetta seconda Repubblica inaugurata a Palazzo Chigi da Silvio Berlusconi quello stesso orologio o un altro volle che gli umori antigovernativi di Umberto Bossi, incoraggiati al Quirinale da Scalfaro in persona, incrociassero le indagini della Procura di Milano per corruzione sul presidente del Consiglio, avvisato dell’inchiesta a mezzo stampa mentre presiedeva a Napoli un summit sulla malavita. Seguì a breve la crisi perseguita dall’ormai ex alleato leghista.

Un’altra spinta ad una crisi in gestazione contro Berlusconi sarebbe arrivata nel 2011 dalla vicenda giudiziaria dei suoi personalissimi  passatempi sessuali, così come la condanna definitiva per frode fiscale, in una sessione estiva della Corte di Cassazione, arrivò in tempo nel 2013 per indebolire le cosiddette larghe intese cui Berlusconi aveva appena contribuito col governo di Enrico Letta.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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