Benvenuti, si fa per dire, nella collaudata Repubblica di Odiopoli

            Hanno giustamente fatto scandalo gli insulti a Giorgia Meloni che sono costati una meritatissima sospensione al professore universitario Giovanni Gozzini, purtroppo non nuovo a questi infortuni. Che non sono solo di lingua, ma – lasciatemelo scrivere – anche di testa. E che hanno spinto, fra l’altro, Walter Veltroni sul Corriere della Sera a lamentarsi del troppo odio che da troppo tempo circola anche in politica. Esso si vende a modico prezzo non a chili, non a quintali ma temo ormai a tonnellate.

             Ho letto qualche giorno fa di un conto bancario di 65 mila euro di Ottaviano Del Turco scambiato per un deposito milionario pur di contestare al titolare il diritto riconosciutogli dal competente organismo del Senato di percepire il vitalizio di ex parlamentare a causa delle sue gravissime condizioni di salute, nonostante una condanna definitiva subìta per “induzione indebita” contestagli negli anni in cui era presidente della giunta regionale abruzzese ed entrò in conflitto col re della sanità privata locale. Un immobile del valore di 250 mila euro, di  proprietà sempre di Del Turco, è stato spacciato per una ricchezza inaudita, sempre allo stesso scopo. Neppure sulla soglia della morte, tra tumore, morbo di Alzheimer e non so cos’altro, si finisce di essere odiati dagli avversari in questo allucinante paese che è diventato l’Italia.

            Solo la pratica dell’odio e del dileggio permanente del nemico di turno può spiegare anche la graticola sulla quale ogni giorno Il Fatto Quotidiano, ormai fuori dalla grazia di Dio per le penose condizioni politiche del già carissimo movimento pentastellato, prima del presunto o scoperto impazzimento di Beppe Grillo, mette il governo di Mario Draghi. Del quale se i ministri sono mostri, tecnici o politici che si vogliano considerare, i sottosegretari appena nominati, compreso evidentemente il capo della Polizia Franco Gabrielli destinato alla delega dei servizi segreti, sono “sottomostri”, prodotti non nelle ore serali così abituali anche per le sedute consiliari dell’ultimo governo di Giuseppe Conte, ma nelle “tenebre”.  E non fra le solite discussioni, i soliti contrasti, i soliti conteggi e maneggi partitici e correntizi, ma nella più biasimevole “rissa”. E i più antipatici di questi “sottomostri” vengono selezionati per il fotomontaggio di giornata su cui potere sputare, o su cui fare allenare solitariamente il sospeso professore Gozzini.

             I malcapitati colleghi di Repubblica, colti in flagranza di chissà quale reato scrivendo che il nuovo governo ha fatto “pulizia sul Recovery Plan” con un taglio di 14 miliardi di euro in progetti “senza copertura finanziaria”, colpevolmente concessi dall’ex ministro dell’Economia al “piano Ciao” del “riganese” Matteo Renzi; i malcapitati colleghi di Repubblica, dicevo, sono diventati “repubblichini” nella prosa editoriale di Marco Travaglio. E nessuno ha nulla da scrivere e da dire, sinora neppure nel giornale fondato da Eugenio Scalfari, che esce non in una Salò tornata agli anni di Benito Mussolini ma a Roma: la Roma di Sergio Mattarella e di Mario Draghi.

             Per fortuna è scampato all’attenzione della prima pagina del Fatto Quotidiano il povero Antonio Catricalà, un grande servitore dello Stato uccisosi a casa per depressione e rimpianto forse con troppo dolore da mostri e sottomostri, o dai loro capi, a cominciare naturalmente dal solito “pregiudicato” e “amico dei mafiosi” di nome Silvio e di cognome Berlusconi.

 

 

 

 

 

 

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Si può scivolare disgraziatamente anche sull’antirazzismo

            Lì per lì mi sono sentito un verme leggendo su Libero la protesta, anzi l’indignazione di Azzurra Barbuto per il silenzio caduto sull’autista del conducente dell’auto del contingente delle Nazioni Unite morto per primo nell’assalto che è poi costata la vita all’ambasciatore d’Italia nella Repubblica del Congo Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, addetto alla sua sicurezza. Le cui salme sono state accolte a Roma dal presidente del Consiglio. Silenzio sull’autista, ignorato anche nelle espressioni di cordoglio e di esecrazione delle autorità italiane solo perché congolese e nero. Si chiamava Mustapha Milambo, si è poi saputo.

           Mi sono sentito un verme per avere appena scritto anch’io dell’orribile fine dei nostri due connazionali ignorando quella dell’autista. Ma poi mi sono ripreso dal colpo, o dal senso di colpa, quando ho letto le motivazioni dell’indignazione della giornalista di Libero. Secondo la quale “i neri, per i buonisti, meritano misericordia solo in qualità di migranti clandestini, allorché si tratta di accoglierli per poi scaricarli sulle strade come spazzatura, o quando c’è da inginocchiarsi in tv o nelle aule parlamentari per rendere omaggio alla memoria di George Floyd, afroamericano soffocato la scorsa estate da un poliziotto durante un arresto”.

            Eh no, cara e indignata signora. A queste condizioni, cioè con queste motivazioni e questi abbinamenti, non ci sto. E non avverto nessun senso di colpa, o almeno nessun senso di colpa maggiore di quello che dovrebbero avvertire ufficiali, funzionari e quant’altri delle Nazioni Unite e del governo congolese per non avere avvertito il bisogno di rivelare subito l’identità, cioè nome e cognome, dello sfortunato autista morto ammazzato per primo nell’ennesimo episodio di violenza brutale per prevenire i quali sono impiegati in quel lontano Paese ventimila caschi blu e spesi ogni anno un miliardo di  dollari. Ce lo ha raccontato Domenico Quirico sulla Stampa scrivendo giustamente della missione di pace più costosa e tradita disposta a New York nel palazzo di vetro più famoso del mondo. Del resto, neppure la signora di Libero scrivendone ha potuto fare il nome dell’autista ucciso.

           Non saranno gli argomenti di Azzurra Barbuto a farmi pentire, da “buonista” come la signora ha liquidato chi non la pensa come lei sulla vicenda congolese e dintorni,  o  non si allinea alla sua sensibilità, di sostenere il dovere di soccorrere i migranti di colore, diciamo così, che spesso finiscono sulla strada come “spazzatura” fuggendo spontaneamente dai luoghi di raccolta, e non cacciati da aguzzini di Stato.

          Né mi pento di avere condiviso l’indignazione che meritava la morte di George Flojd, procurata in terra americana, cioè nell’Occidente libero e virtuoso, da un poliziotto indegno della divisa che portava, con la complicità di colleghi della stessa risma.

          Vanno bene le lacrime, anche quelle di circostanza, e quel di più di commozione, anticonformismo e altro ancora che si avverte nelle polemiche giornalistiche e politiche, ma ci deve pur essere un limite, oltrepassato il quale certa moneta è solo farlocca. O la carità diventa pelosa.

 

 

 

 

 

 

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Soccorso…anagrafico di Antonio Di Pietro ai ribelli grillini

I guai dei grillini sono come le matrioske. Ciascuno di essi ne contiene altri. I procedimenti di espulsione avviati contro i parlamentari che hanno negato la fiducia al governo di Mario Draghi hanno messo in crisi anche il collegio dei tre probiviri. Una dei quali -Raffaella Andreola- ha contestato la legittimità del reggente scaduto del movimento 5 Stelle, Vito Crimi. Che invece ha fatto subito da spalla a un Grillo furente e buttafuori, riproponendosi nell’urticante definizione di “gerarca minore” affibbiatagli dal compianto e storico direttore e conduttore di Radioradicale Massimo Bordin. Erano i tempi in cui Crimi da sottosegretario di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi era mobilitato contro l’emittente creata da Marco Pannella.

Il rischio di espulsione, dopo la novantina di uscite o cacciate dal movimento grillino sui 335 eletti nel 2018, ha diviso i dissidenti in due parti: una decisa a resistere anche nei tribunali alle lamentate violazioni delle regole, sperando di trovare il famoso giudice a Berlino della favola attribuita a Bertold Brecht, l’altra tentata da altre destinazioni fra Camera e Senato, ma soprattutto al Senato, dove il regolamento e i numeri calzerebbero meglio per accasarsi in un altro gruppo utilizzando qualche sigla in disuso, diciamo così, anche a costo di imitare il tanto odiato Matteo Renzi. Che, non cacciato ma uscito spontaneamente dal Pd con un bel po’ di parlamentari al seguito, numericamente sufficienti a costituirsi in gruppo autonomo ma inevitabilmente sprovvisti di una sigla sottopostasi al voto nelle precedenti elezioni politiche, chiese e ottenne ospitalità dal pur ormai lillipuziano Psi di Riccardo Nencini.

Con l’istinto e la rapidità dei felini  della sua terra molisana i ribelli grillini hanno visto materializzarsi davanti a loro, direttamente o attraverso i titoli dei giornali, Antonio Di Pietro. La cui Italia dei Valori, da non confondere naturalmente con l’Italia Viva di Renzi, pur avendo entrambe lo stesso acronimo che dannatamente può spingere all’errore quando se ne parla, è relegata ormai tra le frattaglie d’archivio del Senato. Ma potrebbe risultare utile ai dissidenti grillini, specie a quelli che ancora ricordano gli eccellenti rapporti d’amicizia e di lavoro avuti a suo tempo da Di Pietro con il cofondatore del movimento delle 5 stelle Gianroberto Casaleggio.

Non mancarono tentativi immediati di approccio di Di Pietro al movimento grillino per affinità di giudizio sulla classe politica, in genere, e di aspirazioni a misure radicali di contrasto, ma i vertici pentastellati erano talmente lanciati e sicuri di sé che fecero sostanzialmente spallucce al molisano ormai in crisi di consensi. E poi, essi sembravano francamente attratti più che dagli ex, dai magistrati ancora in servizio, come il pubblico ministero di Palermo Nino Di Matteo. Che spopolava come ospite fra i grillini, pur essendo destinato a procurare loro cocenti delusioni o imbarazzi, per esempio contestando pubblicamente come consigliere superiore della Magistratura il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che gli aveva offerto la direzione del Dipartimento penitenziario all’arrivo in via Arenula ma poi preferì un altro. Poco mancò che la faccenda non costasse il posto all’allora guardasigilli, una volta esploso il caso, per la solita tempestività con la quale Renzi lo cavalcò, salvo rinunciarvi, sempre come al solito, all’ultimo momento.

Ora non so quale dei due Di Pietro esistenti nelle rievocazioni delle sue imprese giudiziarie sia più adatto alle esigenze abitative, chiamiamole così, dei ribelli grillini. Già, perché c’è un Di Pietro originario, quello che fece indossare ai suoi tifosi nel 1992 magliette da sogni di manette contro il “cinghialone” Bettino Craxi e tutti gli altri socialisti accusati o solo sospettati di pratiche tangentizie, e un Di Pietro derivato dopo molti anni da una sua stessa ricostruzione delle mitiche indagini “mani pulite” sull’Espresso. Secondo la quale  Craxi fu quasi vittima involontaria, casuale, di quell’inchiesta, essendosi  limitato a praticare come tutti gli altri il finanziamento illegale della politica ed essendo stato invece un altro -l’allora presidente del Consiglio in persona Giulio Andreotti- l’obiettivo grosso delle ricerche condotte da Di Pietro come sostituto procuratore della Repubblica a Milano. Era sull’Andreotti punto sostanziale di riferimento delle imprese che si spartivano gli appalti, specie nei territori controllati dalla mafia, che Di Pietro pensava di poter mettere clamorosamente e metaforicamente la mani addosso.

Il trauma di questa rivelazione fu tale dalle parti del Fatto Quotidiano che il povero Di Pietro dovette prestarsi ad una intervista suppletiva per precisare che sì, Craxi non era stato il solo a praticare il finanziamento illegale della politica ma era stato comunque il peggiore, per cui avrebbe meritato la fine riservatagli dai tribunali misti dei magistrati e del popolo. E così le cose tornarono tutte al loro posto, almeno -ripeto- da quelle parti mediatiche.

 

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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Smettiamola, per favore, di fare i salamelecchi alle Nazioni Unite

            Fra le corrispondenze, le analisi e i commenti al nuovo sangue italiano versato nelle foreste del Congo, dopo i tredici aviatori fatti a pezzi e gettati in un fiume a Kindu l’11 novembre 1961, vorrei segnalarvi l’editoriale di Domenico Quirico sulla Stampa per essenzialità e autorevolezza professionale, viste le tante guerre che è capitato all’autore di seguire e raccontare rischiando anche la pelle.

            A proposito delle circostanze in cui  è toccato questa volta di morire al giovane ambasciatore Luca Attanasio e all’ancor più giovane carabiniere Vittorio Iacovacci, vittime certamente degli “ultimi affiliati al Califfato”- come li chiama Quirico- che volevano probabilmente solo sequestrarli per ricavarne altri finanziamenti al terrorismo variamente operoso, ma anche delle carenze di scorta e altro della missione delle Nazioni Unite, si rimane senza fiato a leggere queste righe quasi scolpite, più che stampate: “I rivoluzionari e i ribelli sono in realtà banditi, i governativi indossano uniformi ma si battono non per la paga, che nessuno gli dà, ma anche loro per il bottino, le donne da violentare”. “E i soldati dell’Onu?”, si chiede Quirico  commentando così la loro missione: “la più grande e fallimentare operazione di pace della storia”, con “ventimila uomini e un miliardo di dollari l’anno”. “Da vent’anni -ha raccontato Quirico con meritoria franchezza- sono lì, frustrati spettatori di una pace metafisica che non c’è, caschi blu arruolati in Paesi ancor più poveri di questo, mercenari della miseria”, a dispetto – aggiungerei- della ricchezza delle riserve naturali delle loro terre.

            Ai tempi della strage di Kindu, dove anche i militari italiani si muovevano sotto le insegne dell’Onu, a guidare il governo a Roma era Amintore Fanfani, destinato a presiedere dopo soli quattro anni con disinvolto compiacimento l’assemblea generale dell’Onu. A presiedere oggi il governo italiano è Mario Draghi, che presentandosi alle Camere ha tenuto a indicare nelle Nazioni Unite, oltre che nei vincoli europei e atlantici, un caposaldo della politica estera del nostro Paese. C’è solo da augurarsi che anche su questo, oltre che su altri terreni, il nuovo presidente del Consiglio voglia e sappia ora stupire per “discontinuità”, diciamo così, gli italiani da troppo tempo condannati ai danni del conformismo. Cui appartiene anche questa fiducia sostanzialmente illimitata nelle Nazioni Unite, nonostante i tanti fatti che gridano vendetta: dai Balcani al Congo. E scusate se non è poco.

            Non vorrei che su questo cocente terreno il presidente del Consiglio si trovasse scavalcato dai pur malmessi grillini. Che una volta tanto sarebbero anticonformisti a ragione. Essi si trovano peraltro nella insperata e forse anche immeritata circostanza di avere un loro uomo alla testa del Ministero degli Esteri. A meno che Luigi Di Maio, catalogato come un “governista di ferro” nella toponomastica attuale del suo MoVimento, non decida pure lui di mettere la testa sotto la sabbia, come uno struzzo qualsiasi.

 

 

 

 

 

 

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Secchiata d’acqua fredda e verità di Gentiloni su Conte e dintorni

            Il sospiro di sollievo del commissario italiano a Bruxelles ed ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, raccolto -credo al telefono- dal direttore della Stampa Massimo Giannini, deve essersi rovesciato come una secchiata d’acqua fredda, e di verità, addosso a Giuseppe Conte. E a chi, sotto le cinque stelle ma anche altrove, per esempio nel Pd, lo rimpiange e, magari, si commuove come il suo portavoce Rocco Casalino nel rivedere le foto del commiato da Palazzo Chigi con la fidanzata.

            “Con Draghi rinasce l’Italia”, ha detto Gentiloni, e gridato La Stampa su tutta la prima pagina. “Ora Bruxelles si fida di Roma”, ha aggiunto il commissario europeo all’economia quasi liberandosi di un incubo che, a dire il vero, aveva in qualche modo manifestato anche durante la crisi, quando si lavorava per una terza edizione del governo Conte. Ma a Roma avevano fatto finta di non sentire e capire né i compagni di partito di Gentiloni, a cominciare dal segretario “ombra” Goffredo Bettini, né i pentastellati arroccati attorno al presidente del Consiglio dimissionario come ad un’immagine sacra nel pieno di una spaventosa tempesta.

            Il nuovo presidente del Consiglio “non dice nulla e piace a tutti”, ha scritto desolato lo storico dell’arte Tommaso Molinari sul Fatto Quotidiano -e dove sennò ?- ma  vorranno pur dire qualcosa gli effetti benefici che si sono già avvertiti col suo arrivo alla guida del governo, anche se c’è chi soprattutto a sinistra, più che a destra, dalle parti di Giorgia Meloni e “fratelli” schieratisi presto all’opposizione, spera magari di vederlo naufragare nella lotta alla pandemia. “Alla destra si perdona sempre tutto e subito, alla sinistra niente”, ha osservato il politologo Piero Ignazi su Domani, desolato come Molinari per altro verso sul giornale di Marco Travaglio, pensando al ruolo aumentato dei leghisti di Matteo Salvini e dei forzisti di Silvio Berlusconi.

            Naturalmente la secchiata di acqua fredda e di verità rovesciatasi addosso a Conte con le parole e i giudizi impliciti di Gentiloni, a questo punto, su entrambi i governi da lui presieduti, non frenerà minimamente l’ex guardasigilli grillino Alfonso Bonafede. Che ha riproposto sul Fatto Quotidiano – e dove senno?, anche questa volta- di affidare al professore e avvocato amico il compito di “rifondare” e capeggiare, si presume, il tormentatissimo MoVimento 5 Stelle. E ciò anche per smentire due ex grillini come Luigi Paragone ed Emilio Carelli, che ne hanno appena parlato, intervistati da Libero, come del “nulla” o dell’”inferno”.

            Eppure una ricetta più semplice e immediata per la rifondazione, rigenerazione e quant’altro del movimento di Grillo è stata indicata proprio sul Fatto Quotidiano con “la cattiveria” di giornata sulla prima pagina. Eccola: “A proposito di espulsioni, fanno prima se dai 5Stelle vanno via Crimi e Di Maio, restano tutti gli altri”, compreso Bonafede evidentemente, ospitato con tanta generosità dal giornale di Travaglio anche ora che non è più il ministro della Giustizia e tanto meno il capo della delegazione grillina al governo. Egli partecipa a suo modo a quella trasformazione del movimento che, pur sospetta agli occhi di Travaglio, ha così rappresentato nel suo editoriale su Repubblica l’ex direttore Ezio Mauro: “Grillo, l’antistato diventa sistema”. Vasto programma, avrebbe detto il sempre compianto generale Charles De Gaulle.

 

 

 

 

 

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In aumento la polvere delle cinque stelle, e il timore di ricadute su Draghi

            In un MoVimento, con le maiuscole anagrafiche, spaccato ormai su tutto, e col suo “garante” ridotto al “solo che ride” nella tragedia generale, secondo la impietosa rappresentazione vignettistica sulla prima pagina del già amico Fatto Quotidiano, non poteva rimanere unito solo il collegio dei probiviri. Dove infatti Raffaella Andreola ha preso le distanze dagli altri due colleghi e ha denunciato la violazione delle regole commessa dal reggente peraltro scaduto Vito Crimi attivando le procedure di espulsione di quanti hanno negato la fiducia parlamentare al governo di Mario Draghi. I quali rischiano pertanto di essere aggiunti arbitrariamente alla novantina dei 338 parlamentari eletti nelle liste delle 5 Stelle e già usciti di loro o cacciati dal movimento nei meno dei tre anni trascorsi dalle elezioni politiche del 2018.

            Siamo a un un bilancio che dice da solo di quali dimensioni sia la crisi del pur ancora maggiore partito rappresentato in Parlamento. Che ha condizionato la vita dei primi due governi dell’accidentata legislatura in corso, ma ha perduto buona parte del suo potere contrattuale nel governo Draghi per l’ampiezza della maggioranza che il nuovo presidente del Consiglio ha voluto e saputo raccogliere attorno a sé grazie anche alla forte investitura d’emergenza ottenuta dal capo dello Stato.

            Alla crisi del MoVimento, sempre con le maiuscole anagrafiche, corrisponde il malessere, a dir poco, del giornale che è stato abitualmente il suo punto di riferimento, a volte persino di ispirazione, diretto da Marco Travaglio. Che, sempre più deluso dall’uscita repentina di scena di Giuseppe Conte, di cui ormai scrive al passato sulla sua Repubblica anche il buon Eugenio Scalfari, ha già messo una scopa nelle mani del successore Draghi nel solito fotomontaggio di prima pagina per accusarlo di nascondere i problemi sotto il tappeto e di praticare lo sport, chiamiamolo così, dei rinvii già contestato a Conte dagli avversari. E che ne hanno provocato alla fine la caduta: altro che i complotti dei “poteri forti”, e avidi dei fondi europei della ripresa, lamentati dai nostalgici dei precedenti governi. Nell’ultimo dei quali peraltro si è appena scoperto che l’ex deputato grillino Alessandro Di Battista, insorto in difesa degli amici ora sotto procedura di espulsione, contava di poter entrare se a Conte fosse riuscito il tentativo di una terza riedizione della sua esperienza a Palazzo Chigi.

            Nervoso più del solito per la piega presa dalla politica con l’arrivo di Draghi, il direttore del Fatto Quotidiano ha reagito con particolare fastidio al sospetto avanzato in una recente intervista dall’ex direttore e ora editorialista del Corriere della Sera Paolo Mieli che al nuovo presidente del Consiglio possano derivare noie giudiziarie per iniziativa dei soliti magistrati, in particolare pubblici ministeri, molto accreditati e sostenuti, appunto, dal Fatto. Ma nella polemica che ne è seguita Travaglio si è un po’ tradito, diciamo così, scrivendo che i precedenti delle nuove parti politiche della maggioranza, liquidate come “magna magna” o colluse la mafia, potrebbero giustificare le sorprese temute da Mieli. E concludendo, testualmente, che se lo stesso Mieli “sa qualcosa di indagini già aperte e tenta di screditarle o bloccarle preventivamente, lo dica e lasci perdere il Fatto”. Che evidentemente vuole gustarsi lo spettacolo pseudogiudiziario senza farselo guastare da nessuno.

 

 

 

 

 

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Le illusioni grilline, di governisti e antigovernisti, sulla guardasigilli Cartabia

            Ridotti come ormai sono alla frutta, trattati persino sul Fatto Quotidiano come stalinisti adusi alla pratica delle epurazioni, evocate in particolare dal vignettista Vauro Senesi in difesa dei pentastellati dissidenti sotto procedimento di espulsione, i cosiddetti governisti grillini si consolano arroccandosi nella difesa della prescrizione breve introdotta dall’ex guardasigilli Alfonso Bonafede. Che dall’anno scorso smette di essere conteggiata, cioè finisce, con qualsiasi sentenza di primo grado, anche di assoluzione, per cui la pubblica accusa ricorrente avrebbe un tipo infinito a disposizione per continuare a tenere sotto processo l’imputato.

            In questo arroccamento i governisti -sempre loro, ma stavolta con la condivisione a sorpresa degli antigovernisti del già citato Fatto Quotidiano con titoletti e commenti del suo direttore in persona, Marco Travaglio- manipolano la nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale, attribuendole la difesa e il salvataggio della riforma Bonafede, chiamiamola così.

            Il salvataggio sarebbe avvenuto, in particolare, con un ordine del giorno concordato in mezz’ora fra la Cartabia e gli esperti di tutti i partiti della nuova maggioranza che, rinviando il problema alla riforma del processo penale, farà ritirare gli emendamenti al decreto legge sulle cosiddette mille proroghe, all’esame del Parlamento per la conversione, su cui renziani e forzisti puntavano prima della crisi dell’ultimo governo Conte per modificare subito la prescrizione breve in vigore -ripeto- da più di un anno.

            Peccato per i governisti, ma anche per gli antigovernisti del Fatto che hanno deciso di coprirne bugie o illusioni, che la notizia diffusa sull’iniziativa della nuova guardasigilli sia semplicemente falsa nella sua parzialità. La faccia nascosta, diciamo così, dell’accordo strappato dalla Cartabia con quell’ordine del giorno che toglie la prescrizione dal convoglio delle mille proroghe è lo sblocco della riforma del processo penale ferma in commissione alla Camera da mesi per il rallentatore, chiamiamolo così, imposto formalmente dai problemi più urgenti imposti dalla lotta alla pandemia.

            Ebbene, quella riforma adesso dovrà procedere, concedendo al massimo un altro mese, da marzo ad aprile, per la presentazione degli emendamenti, perché finalmente si traduca in termini precisi e vincolanti di legge la generica “durata ragionevole dei processi” stabilita nel 1999 da una modifica all’articolo 111 della Costituzione. A quel punto l’imputato avrà davvero una garanzia perché i processi decadranno col mancato rispetto della loro durata massima. E i magistrati che ne risulteranno responsabili dovranno ragionevolmente risponderne, se qualcuno non vorrà soccorrerli come in passato è accaduto, di fatto, con la loro responsabilità civile. Che fu sancita a larghissima maggioranza nel referendum del 1987 e poi disattesa dalla legge ordinaria di disciplina del vuoto creatosi nel codice col risultato referendario.

            L’epoca degli espedienti, dei trucchi, degli imbrogli, comunque li si vogliano chiamare, potrebbe finire davvero con l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi e di Marta Cartabia al Ministero della Giustizia. E’ almeno augurabile. 

 

 

 

 

 

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Fondatore, garante, elevato e ora anche epuratore: il destino di Beppe Grillo

            Più che di espulsioni, annunciate peraltro in un contesto di tale confusione statutaria che dovranno probabilmente occuparsene i tribunali, è tempo ormai di epurazioni sotto le 5 Stelle. Ai 15 senatori ribelli, che hanno negato la fiducia al governo di Mario Draghi e sono finiti con le loro foto su qualche giornale come ricercati, si sono aggiunti i 31 deputati grillini che li hanno imitati a Montecitorio. E sono 46, se sappiamo ancora fare di conto.

            Il povero Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano non si dà pace. Eppure dovrà darsela perché ho la sensazione che Beppe Grillo da epuratore non si lascerà fermare dalle sue proteste e dalla sua urticante ironia. Che ha già fatto un’altra vittima della mania di storpiare i nomi a persone e cose non gradite. Il Movimento 5 Stelle, per esempio, è diventato sul giornale una volta adorante Movimento 5 Sedie. Che non è male, bisogna ammetterlo, dal punto di vista naturalmente dell’arrabbiatissimo censore, sorpreso da tanto attaccamento “incoerente”, in rosso, alle poltrone del governo e del sottogoverno.

            Da spettatore divertito dei suoi spettacoli, al termine dei quali spesso il comico lo intratteneva a cena e gli anticipava notizie, non osando sospettare che gli desse direttive, Travaglio è ora diventato uno storico di Grillo, scrivendone al passato, ma conservandone comunque una memoria non all’altezza delle sue abitudini di archivista, capace in ogni momento della giornata di citare anche a memoria il casellario giudiziario del malcapitato di turno e una raccolta accuratissima delle sue frasi più celebri, significative, inchiodanti e quant’altro.

            Questa volta il direttore del Fatto Quotidiano è stato surclassato sulla Stampa, nella felice rubrica del Buongiorno, da Mattia Feltri. Che ha restituito a Grillo queste perle degli anni neppure tanto lontani in cui non potevi nominare un partito diverso dal suo MoVimento senza procurargli il voltastomaco. Sentite: “Povero paese dove si discute di alleanze…Noi non ci alleiamo con nessuno…..La demolizione è cominciata, li mandiamo tutti a casa…..Sono io il garante contro la scilipolitizzazione della politica…..alleanze è una parola terribile….non faremo mai alleanze, né a destra né a sinistra….è un principio inderogabile….pensare che faremo alleanze è come pensare che un panda mangi carne cruda, è contro natura….non ci alleiamo, sarà la rete a controllare”. E giù a questo punto un lunghissimo e pur incompleto elenco, temo, dei partiti, partitini, cespugli, movimenti con i quali i grillini si sono alleati in questa legislatura fantasmagorica: un elenco da “pagine gialle”, secondo il titolo felicemente dato al Buongiorno  di questo venerdì 19 febbraio 2021.

            La “sicilipolitizzazione” della politica lamentata a suo tempo da Grillo deriva naturalmente dall’ex parlamentare dipietrista Domenico Scilipoti, Mimmo per gli amici, che conquistò le prime pagine dei giornali nel 2010 contribuendo a salvare l’ultimo governo di Silvio Berlusconi dall’assalto alla baionetta degli amici e seguaci dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini. Che nei mesi precedenti aveva sfidato il Cavaliere a “cacciarlo” dal partito che insieme avevano improvvisato, ma dove l’ambizioso leader della destra aveva preso l’abitudine di condurgli una lotta sordida, sino a cinguettare contro di lui con qualche magistrato in pubblici incontri. In questi giorni Scilipoti è stato visto e sentito nei corridoi del Senato felice di Draghi come Grillo.

 

 

 

 

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Da De Gasperi a Draghi, ma anche dai qualunquisti ai grillini

Anche Mario Draghi, come altri che lo hanno preceduto a sorpresa alla guida del governo senza alcuna provenienza partitica, ha dovuto assistere in educato silenzio alle solerti ricerche dei suoi antenati, o soli padri, nonni e bisnonni. Il più gettonato in questo tutto nel passato è stato Alcide De Gasperi, il cui compito di “ricostruzione” dell’Italia uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale è stato indicato come precedente o modello della ricostruzione del Paese devastato questa volta dalla pandemia. Ma anche dalla crisi dei partiti subentrata alla caduta delle ideologie e al sopravvento della magistratura -e che magistratura, viste le testimonianze e le denunce in corso di Luca Palamara- sulla politica.

Purtroppo non sono abbastanza anziano per vantarmi di avere visto e sentito De Gasperi in Parlamento e a Piazza del Gesù, la sede della sua Democrazia Cristiana, e di tentare quindi un paragone anche visivo e fonico fra lui e Draghi. Posso solo condividere la coincidenza fra le ricostruzioni spettate all’uno e all’altro e la loro comune e lodevole ripugnanza, avendo letto il primo e ascoltato il secondo, alla retorica e alla prolissità.

Fra i due, a dispetto di certe apparenze che potrebbero far pensare il contrario, ritengo che De Gasperi abbia raccolto una eredità migliore di quella  ricevuta da Draghi accettando il compito assegnatogli dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Pur tra le rovine della guerra De Gasperi fu in grado di contare, avendoli sia come alleati sia come avversari, secondo gli sviluppi anche della situazione internazionale, su partiti organizzati e su politici non improvvisati in qualche salotto televisivo ma spesso formatisi nella clandestinità e in prigione per il loro antifascismo. L’antipolitica con la quale egli dovette fare i conti fu quella del commediografo Guglielmo Giannini, che col suo fronte dell’Uomo Qualunque non voleva dalla politica “rottura di scatole”, secondo un famoso slogan, e si fermò nelle elezioni politiche del 1946  al 5,3 per cento dei voti, portando 30 deputati all’Assemblea Costituente. Nelle elezioni successive del 1948 era già sceso al 3,8 per cento. In quelle ancora successive del 1953, dopo avere tentato un aggancio con Palmiro Togliatti, che pure aveva sino al giorno prima definito “verme, farabutto e falsario”, Giannini finì candidato indipendente nelle liste della Dc nella sua Napoli, mancando il seggio E così avvenne nel 1958, sempre nella sua Napoli, ma nelle liste monarchiche di Achille Lauro.

A Draghi invece è capitato di dover fare i conti col comico Beppe Grillo e col suo MoVimento 5 Stelle, cresciuto come un fungo fra il 2013 e il 2018, sino a diventare il partito di maggioranza relativa, come la Democrazia Cristiana nella cosiddetta prima Repubblica e Forza Italia di Silvio Berlusconi o il Partito Democratico di Walter Veltroni e poi di Matteo Renzi nella seconda Repubblica, o forse anche terza, secondo i conti di alcuni politologi che si sentono già sulla soglia della quarta.

Del movimento grillino disinvoltamente passato in meno di due anni e mezzo da destra a sinistra come L’Uomo Qualunque della buonanima di Guglielmo Giannini, l’ex presidente della Banca Centrale Europea ha dovuto ereditare nel suo governo un certo numero di ministri che Giannini non ebbe mai. Ed ha dovuto anche prestarsi ai loro spettacoli, a cominciare dalle secchiate di vernice verde rovesciategli addosso da Grillo in persona per coprire il colore nero precedentemente applicato all’uomo delle banche usuraie, dei poteri “forti” e affamatori del popolo e altre diavolerie del genere.

Comprensivo dei problemi identitari e d’altro tipo ancora dei grillini, Draghi non solo ne ha salvato un po’ di ministri, ma ha dovuto cortesemente elogiare il predecessore a Palazzo Chigi Giuseppe Conte e proporsi per certi versi come un suo continuatore, scommettendo sulla disattenzione delle ritrovate o nuove componenti della maggioranza costituite dall’Italia Viva di Matteo Renzi, dalla Lega di Matteo Salvini, da Forza Italia di Berlusconi e dalla Più Europa di Emma Bonino.

Neppure questo tuttavia è bastato a contenere più di tanto i dissidenti pentastellati che hanno negato la fiducia a Draghi, o gliel’anno accordata in lacrime di sofferenza. E da cui il presidente del Consiglio non è minacciato proprio grazie alle dimensioni della nuova maggioranza che ha potuto raccogliere attorno al suo governo. Il guaio però è che i cosiddetti governisti del MoVimento di Grillo sono così condizionati dalla dissidenza interna da avere infarcito di aggettivi a dir poco equivoci la loro fiducia, sino all’eplosione goliardica del capogruppo al Senato Ettore Licheri. Che ha gridato nell’aula di Palazzo Madama, rivolto direttamente al presidente del Consiglio, che deve aspettarsi da tutto intero il movimento grillino “rotture di scatole”, in un sussulto qualunquistico che non è stato proprio il migliore viatico del governo pur entrato per fortuna nella pienezza dei poteri con la fiducia anche della Camera.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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I grillini promettono a Draghi di “rompergli le scatole”, parola del capogruppo al Senato

              Per competere a suo modo con i colleghi del  MoVimento che dopo di lui avrebbero parlato o votato come dissidenti contro Mario Draghi -15 su 92 eletti, secondo i calcoli del compiaciuto Fatto Quotidiano–  il capogruppo dei grillini al Senato Ettore Licheri ha definito “vigile”, “attento” e non ricordo come altro ancora l’appoggio della sua parte politica al nuovo governo, come se quella ai due governi precedenti di Giuseppe Conte fosse stata distratta o incauta. Ma, preso dalla foga del discorso, come un avvocato -quale lui è davvero- in un tribunale per difendere il cliente o un pubblico ministero per accusare l’imputato, Licheri ad un certo punto ha buttato il cuore e la parola oltre l’ostacolo e ammonito il presidente del Consiglio che tutto il gruppo 5 Stelle gli avrebbe “rotto le scatole”, testuale.

            Draghi dai banchi del governo, spesosi così bene nel discorso programmatico e nella replica di tono apparso degasperiano a qualche suo estimatore, ha sorriso ma non troppo, spero non cominciando a pentirsi di avere risposto all’appello drammatico del presidente della Repubblica accettando di formare il governo delle emergenze sanitaria, sociale ed economica, svincolato da ogni formula politica giù sperimentata in questa stranissima legislatura. Svincolato sì da ogni formula politica -avrà pensato l’ex presidente della Banca Centrale Europea- ma non dal buon senso. E obiettivamente, non essendosi svolta nell’aula di Palazzo Madama una festa goliardica, ha poco senso accogliere e fiduciare un governo promettendogli di rompergli le scatole. O votandogli una fiducia così sofferta da piangerci sopra, come la pentastellata Cinzia Leone.

            Un uomo come Draghi e un governo come quello così accoratamente chiestogli dal capo dello Stato al termine di una crisi fra le più attorcigliate della storia della Repubblica, che pure ne ha viste di serie e anche drammatiche, come quella dell’estate del 1964 che procurò un ictus all’allora presidente Antonio Segni e aveva indotto il capo dimissionario del governo Aldo Moro ed altri politici di primo piano a dormire per qualche notte fuori casa temendo un colpo di Stato; un uomo come Draghi, dicevo, e un governo come quello che gli è toccato di guidare meritavano un esordio parlamentare migliore. A dispetto delle distanze formali fra i 262 sì, i soli 40 no  e i 2 astenuti proclamati dalla presidente dell’assemblea, occorreva un esordio, diciamolo pure, più serio nel comportamento della forza politica che è la maggiore di quelle rappresentate in Parlamento.

            Con questa forza che perde continuamente pezzi per strada e che per non perderne ancora grida ai quattro venti di essere decisa a rendere dura la vita al governo, rompendogli appunto “le scatole”, il Pd di Nicola Zingaretti, orgogliosamente convinto di essere il vero perno del sistema, ingiustamente penalizzato nei numeri parlamentari, ha appena costituito un “coordinamento” o “intergruppo” a garanzia non si capisce bene, a questo punto, di che cosa.

            E’ vero, come si osservava già alla vigilia della presentazione del nuovo governo alle Camere, che siamo da ieri in Quaresima. E la Quaresima è tempo di penitenza dopo i bagordi del Carnevale, pur penalizzato anch’esso dalla pandemia. Ma la Quaresima è successiva, appunto, al Carnevale. E l’unica appendice, di qualche giorno, consentita dalla liturgia è quella di rito ambrosiano, non romano. Ed è Roma la Capitale d’Italia, coi suoi palazzi istituzionali, non Milano. Dove si può ancora ridere.

 

 

 

 

 

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