Hanno giustamente fatto scandalo gli insulti a Giorgia Meloni che sono costati una meritatissima sospensione al professore universitario Giovanni Gozzini, purtroppo non nuovo a questi infortuni. Che non sono solo di lingua, ma – lasciatemelo scrivere – anche di testa. E che hanno spinto, fra l’altro, Walter Veltroni sul Corriere della Sera a lamentarsi del troppo odio che da troppo tempo circola anche in politica. Esso si vende a modico prezzo non a chili, non a quintali ma temo ormai a tonnellate.
Ho letto qualche giorno fa di un conto bancario di 65 mila euro di Ottaviano Del Turco scambiato per un deposito milionario pur di contestare al titolare il diritto riconosciutogli dal competente organismo del Senato di percepire il vitalizio di ex parlamentare a causa delle sue gravissime condizioni
di salute, nonostante una condanna definitiva subìta per “induzione indebita” contestagli negli anni in cui era presidente della giunta regionale abruzzese ed entrò in conflitto col re della sanità privata locale. Un immobile del valore di 250 mila euro, di proprietà sempre di Del Turco, è stato spacciato per una ricchezza inaudita, sempre allo stesso scopo. Neppure sulla soglia della morte, tra tumore, morbo di Alzheimer e non so cos’altro, si finisce di essere odiati dagli avversari in questo allucinante paese che è diventato l’Italia.
Solo la pratica dell’odio e del dileggio permanente del nemico di turno può spiegare anche la graticola sulla quale ogni giorno Il Fatto Quotidiano, ormai fuori dalla grazia di Dio per le penose condizioni
politiche del già carissimo movimento pentastellato, prima del presunto o scoperto impazzimento di Beppe Grillo, mette il governo di Mario
Draghi. Del quale se i ministri sono mostri, tecnici o politici che si vogliano considerare, i sottosegretari appena nominati, compreso evidentemente il capo della Polizia Franco Gabrielli destinato alla delega dei servizi segreti, sono “sottomostri”, prodotti non nelle ore serali così abituali anche per le sedute consiliari dell’ultimo governo di Giuseppe Conte, ma nelle “tenebre”. E non fra le solite discussioni, i soliti contrasti, i soliti conteggi e maneggi partitici e correntizi, ma nella più biasimevole “rissa”. E i più antipatici di questi “sottomostri” vengono selezionati per il fotomontaggio di giornata su cui potere sputare, o su cui fare allenare solitariamente il sospeso professore Gozzini.
I malcapitati colleghi di Repubblica, colti in flagranza di chissà quale reato scrivendo che il nuovo governo ha fatto “pulizia sul Recovery Plan”
con un taglio di 14 miliardi di euro in progetti “senza copertura finanziaria”, colpevolmente concessi dall’ex ministro dell’Economia al “piano Ciao” del “riganese” Matteo Renzi; i malcapitati colleghi di Repubblica, dicevo, sono diventati “repubblichini” nella prosa editoriale di Marco Travaglio. E nessuno ha nulla da scrivere e da dire, sinora neppure nel giornale fondato da Eugenio Scalfari, che esce non in una Salò tornata agli anni di Benito Mussolini ma a Roma: la Roma di Sergio Mattarella e di Mario Draghi.
Per fortuna è scampato all’attenzione della prima pagina del Fatto Quotidiano
il povero Antonio Catricalà, un grande servitore dello Stato uccisosi a casa per depressione e rimpianto forse con troppo dolore da mostri e sottomostri, o dai loro capi, a cominciare naturalmente dal solito “pregiudicato” e “amico dei mafiosi” di nome Silvio e di cognome Berlusconi.
Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it
la vita all’ambasciatore d’Italia nella Repubblica del Congo Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, addetto alla sua sicurezza. Le cui salme sono state accolte a Roma dal presidente del Consiglio. Silenzio sull’autista, ignorato anche nelle espressioni di cordoglio e di esecrazione delle autorità italiane solo perché congolese e nero. Si chiamava Mustapha Milambo, si è poi saputo.
motivazioni dell’indignazione della giornalista di Libero. Secondo la quale “i neri, per i buonisti, meritano misericordia solo in qualità di migranti clandestini, allorché si tratta di accoglierli per poi scaricarli sulle strade come spazzatura, o quando c’è da inginocchiarsi in tv o nelle aule parlamentari per rendere omaggio alla memoria di George Floyd, afroamericano soffocato la scorsa estate da un poliziotto durante un arresto”.
sensibilità, di sostenere il dovere di soccorrere i migranti di colore, diciamo così, che spesso finiscono sulla strada come “spazzatura” fuggendo spontaneamente dai luoghi di raccolta, e non cacciati da aguzzini di Stato.
Una dei quali -Raffaella Andreola- ha contestato la legittimità del reggente scaduto del movimento 5 Stelle, Vito Crimi. Che invece ha fatto subito da spalla a un Grillo furente e buttafuori, riproponendosi nell’urticante definizione di “gerarca minore” affibbiatagli dal compianto e storico direttore e conduttore di Radioradicale Massimo Bordin. Erano i tempi in cui Crimi da sottosegretario di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi era mobilitato contro l’emittente creata da Marco Pannella.
naturalmente con l’Italia Viva di Renzi, pur avendo entrambe lo stesso acronimo che dannatamente può spingere all’errore quando se ne parla, è relegata ormai tra le frattaglie d’archivio del Senato. Ma potrebbe risultare utile ai dissidenti grillini, specie a quelli che ancora ricordano gli eccellenti rapporti d’amicizia e di lavoro avuti a suo tempo da Di Pietro con il cofondatore del movimento delle 5 stelle Gianroberto Casaleggio.
in crisi di consensi. E poi, essi sembravano francamente attratti più che dagli ex, dai
magistrati ancora in servizio, come il pubblico ministero di Palermo Nino Di Matteo. Che spopolava come ospite fra i grillini, pur essendo destinato a procurare loro cocenti delusioni o imbarazzi, per esempio contestando pubblicamente come consigliere superiore della Magistratura il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che gli aveva offerto la direzione del Dipartimento penitenziario all’arrivo in via Arenula ma poi preferì un altro. Poco mancò che la faccenda non costasse il posto all’allora guardasigilli, una volta esploso il caso, per la solita tempestività con la quale Renzi lo cavalcò, salvo rinunciarvi, sempre come al solito, all’ultimo momento.
politica ed essendo stato invece un altro -l’allora presidente del Consiglio in persona Giulio Andreotti- l’obiettivo grosso delle ricerche condotte da Di Pietro come sostituto procuratore della Repubblica a Milano. Era sull’Andreotti punto sostanziale di riferimento delle imprese che si spartivano gli appalti, specie nei territori controllati dalla mafia, che Di Pietro pensava di poter mettere clamorosamente e metaforicamente la mani addosso.
segnalarvi l’editoriale di Domenico Quirico sulla Stampa per essenzialità e autorevolezza professionale, viste le tante guerre che è capitato all’autore di seguire e raccontare rischiando anche la pelle.
degli “ultimi affiliati al Califfato”- come li chiama Quirico- che volevano probabilmente solo sequestrarli per ricavarne altri finanziamenti al terrorismo variamente operoso, ma anche delle carenze di scorta e altro della missione delle Nazioni Unite, si rimane senza fiato a leggere queste righe quasi scolpite, più che stampate: “I rivoluzionari e i ribelli sono in realtà banditi, i governativi indossano uniformi ma si battono non per la paga, che nessuno gli dà, ma
anche loro per il bottino, le donne da violentare”. “E i soldati dell’Onu?”, si chiede Quirico commentando così la loro missione: “la più grande e fallimentare operazione di pace della storia”, con “ventimila uomini e un miliardo di dollari l’anno”. “Da vent’anni -ha raccontato Quirico con meritoria franchezza- sono lì, frustrati spettatori di una pace metafisica che non c’è, caschi blu arruolati in Paesi ancor più poveri di questo, mercenari della miseria”, a dispetto – aggiungerei- della ricchezza delle riserve naturali delle loro terre.
è Mario Draghi, che
presentandosi alle Camere ha tenuto a indicare nelle Nazioni Unite, oltre che nei vincoli europei e atlantici, un caposaldo della politica estera del nostro Paese. C’è solo da augurarsi che anche su questo, oltre che su altri terreni, il nuovo presidente del Consiglio voglia e sappia ora stupire per “discontinuità”, diciamo così, gli italiani da troppo tempo condannati ai danni del conformismo. Cui appartiene anche questa fiducia sostanzialmente illimitata nelle Nazioni Unite, nonostante i tanti fatti che gridano vendetta: dai Balcani al Congo. E scusate se non è poco.
a ragione. Essi si trovano peraltro nella insperata e forse anche immeritata circostanza di avere un loro uomo alla testa del Ministero degli Esteri. A meno che Luigi Di Maio, catalogato come un “governista di ferro” nella toponomastica attuale del suo MoVimento, non decida pure lui di mettere la testa sotto la sabbia, come uno struzzo qualsiasi.
fredda, e di verità, addosso a Giuseppe Conte. E a chi, sotto le cinque stelle ma anche altrove, per esempio nel Pd, lo rimpiange e, magari, si commuove come il suo portavoce Rocco Casalino nel rivedere le foto del commiato da Palazzo Chigi con la fidanzata.
magari di vederlo naufragare nella lotta alla pandemia. “Alla destra si perdona sempre tutto e subito, alla sinistra niente”, ha osservato il politologo Piero Ignazi su Domani, desolato come Molinari per altro verso sul giornale di Marco Travaglio, pensando al ruolo aumentato dei leghisti di Matteo Salvini e dei forzisti di Silvio Berlusconi.
Bonafede. Che ha riproposto
sul Fatto Quotidiano – e dove senno?, anche questa volta- di affidare al professore e avvocato amico il compito di “rifondare” e capeggiare, si presume, il tormentatissimo MoVimento 5 Stelle. E ciò anche per smentire due ex grillini come
prima pagina. Eccola: “A proposito di espulsioni, fanno prima se dai 5Stelle vanno via Crimi e Di Maio, restano tutti gli altri”, compreso Bonafede evidentemente, ospitato con tanta generosità dal giornale di Travaglio anche ora che non è più il ministro della Giustizia e tanto meno il capo della delegazione grillina al governo.
Egli partecipa a suo modo a quella trasformazione del movimento che, pur sospetta agli occhi di Travaglio, ha così rappresentato nel suo editoriale su Repubblica l’ex direttore Ezio Mauro: “Grillo, l’antistato diventa sistema”. Vasto programma, avrebbe detto il sempre compianto generale Charles De Gaulle.
la
violazione delle regole commessa dal reggente peraltro scaduto Vito Crimi attivando le procedure di espulsione di quanti hanno negato la fiducia parlamentare al governo di Mario Draghi. I quali rischiano pertanto di essere aggiunti arbitrariamente alla novantina dei 338 parlamentari eletti nelle liste delle 5 Stelle e già usciti di loro o cacciati dal movimento nei meno dei tre anni trascorsi dalle elezioni politiche del 2018.
giornale che è stato abitualmente il suo punto di riferimento, a volte persino di ispirazione, diretto da Marco Travaglio. Che, sempre più deluso dall’uscita
repentina di scena di Giuseppe Conte, di cui ormai scrive al passato sulla sua Repubblica anche il buon Eugenio Scalfari, ha già messo una scopa nelle mani del successore Draghi nel solito fotomontaggio di prima pagina per accusarlo di nascondere i problemi sotto il tappeto e di praticare lo sport, chiamiamolo così, dei rinvii già contestato a Conte dagli avversari. E che ne hanno provocato
grillino Alessandro Di Battista, insorto in difesa degli amici ora sotto procedura di espulsione, contava di poter entrare se a Conte fosse riuscito il tentativo di una terza riedizione della sua esperienza a Palazzo Chigi.
ministeri, molto
accreditati e sostenuti, appunto, dal Fatto. Ma nella polemica che ne è seguita Travaglio si è un po’ tradito, diciamo così, scrivendo che i precedenti delle nuove parti politiche della maggioranza, liquidate come “magna magna” o colluse la mafia, potrebbero giustificare le sorprese temute da Mieli. E concludendo, testualmente, che se lo stesso Mieli “sa qualcosa di indagini già aperte e tenta di screditarle o bloccarle preventivamente, lo dica e lasci perdere il Fatto”. Che evidentemente vuole gustarsi lo spettacolo pseudogiudiziario senza farselo guastare da nessuno.
sotto procedimento di espulsione, i cosiddetti governisti grillini si consolano arroccandosi nella difesa della prescrizione breve introdotta dall’ex guardasigilli Alfonso Bonafede. Che dall’anno scorso smette di essere conteggiata, cioè finisce, con qualsiasi sentenza di primo grado, anche di assoluzione, per cui la pubblica accusa ricorrente avrebbe un tipo infinito a disposizione per continuare a tenere sotto processo l’imputato.
con titoletti e commenti del suo direttore in persona, Marco Travaglio- manipolano la nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale, attribuendole la difesa e il salvataggio della riforma Bonafede, chiamiamola così.
del processo penale, farà ritirare gli emendamenti al decreto legge sulle cosiddette mille proroghe, all’esame del Parlamento per la conversione, su cui renziani e forzisti puntavano prima della crisi dell’ultimo governo Conte per modificare subito la prescrizione breve in vigore -ripeto- da più di un anno.
in passato è accaduto, di fatto, con la loro responsabilità civile. Che fu sancita a larghissima maggioranza nel referendum del 1987 e poi disattesa dalla legge ordinaria di disciplina del vuoto creatosi nel codice col risultato referendario.
di epurazioni sotto le 5 Stelle. Ai 15 senatori ribelli, che hanno negato la fiducia al governo di Mario Draghi e sono finiti con le loro foto su qualche giornale come ricercati, si sono aggiunti i 31 deputati grillini che li hanno imitati a Montecitorio. E sono 46, se sappiamo ancora fare di conto.
5 Sedie. Che
potevi nominare un partito diverso dal suo MoVimento senza procurargli il voltastomaco. Sentite: “Povero paese dove si discute di alleanze…Noi non ci alleiamo con nessuno…..La demolizione è cominciata, li mandiamo tutti a casa…..Sono io il garante contro la scilipolitizzazione della politica…..alleanze è una parola terribile….non faremo mai alleanze, né a destra né a sinistra….è un principio inderogabile….pensare che faremo alleanze è come pensare che un panda
presidente della Camera Gianfranco Fini. Che nei mesi precedenti aveva sfidato il Cavaliere a “cacciarlo” dal partito che insieme avevano improvvisato, ma dove l’ambizioso leader della destra aveva preso l’abitudine di condurgli una lotta sordida, sino a cinguettare contro di lui con qualche magistrato in pubblici incontri. In questi giorni Scilipoti è stato visto e sentito nei corridoi del Senato felice di Draghi come Grillo.
in questo tutto nel passato è stato Alcide De Gasperi, il cui compito di “ricostruzione” dell’Italia uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale è stato indicato come precedente o modello della ricostruzione del Paese devastato questa volta dalla pandemia. Ma anche dalla crisi dei partiti subentrata alla caduta delle ideologie e al sopravvento della magistratura -e che magistratura, viste le testimonianze e le denunce in corso di Luca Palamara- sulla politica.
non improvvisati in qualche salotto televisivo ma spesso formatisi nella clandestinità e in prigione per il loro antifascismo. L’antipolitica con
la quale egli dovette fare i conti fu quella del commediografo Guglielmo Giannini, che col suo fronte dell’Uomo Qualunque non voleva dalla politica “rottura di scatole”, secondo un famoso slogan, e si fermò nelle elezioni politiche del 1946 al 5,3 per cento dei voti, portando 30 deputati all’Assemblea Costituente. Nelle elezioni successive del 1948 era già sceso al 3,8 per cento. In quelle ancora successive del 1953, dopo avere tentato un aggancio con Palmiro Togliatti, che pure aveva sino al giorno prima definito “verme, farabutto e falsario”, Giannini finì candidato indipendente nelle liste della Dc nella sua Napoli, mancando il seggio E così avvenne nel 1958, sempre nella sua Napoli, ma nelle liste monarchiche di Achille Lauro.
come un fungo fra il 2013 e il 2018, sino a diventare il partito di maggioranza relativa, come la Democrazia Cristiana nella cosiddetta prima Repubblica e Forza Italia di Silvio Berlusconi o il Partito Democratico di Walter Veltroni e poi di Matteo Renzi nella seconda Repubblica, o forse anche terza, secondo i conti di alcuni politologi che si sentono già sulla soglia della quarta.
della Banca Centrale Europea ha dovuto ereditare nel suo governo un certo numero di ministri che Giannini non ebbe mai. Ed ha dovuto anche prestarsi ai loro spettacoli, a cominciare dalle secchiate di vernice verde rovesciategli addosso da Grillo in persona per coprire il colore nero precedentemente applicato all’uomo delle banche usuraie, dei poteri “forti” e affamatori del popolo e altre diavolerie del genere.
Fatto Quotidiano– il capogruppo dei grillini al Senato Ettore Licheri ha definito “vigile”, “attento” e non ricordo
come altro ancora l’appoggio della sua parte politica al nuovo governo, come se quella ai due governi precedenti di Giuseppe Conte fosse stata distratta o incauta. Ma, preso dalla foga del discorso, come un avvocato -quale lui è davvero- in un tribunale per difendere il cliente o un pubblico ministero per accusare l’imputato, Licheri ad un certo punto ha buttato il cuore e la parola oltre l’ostacolo e ammonito il presidente del Consiglio che tutto il gruppo 5 Stelle gli avrebbe “rotto le scatole”, testuale.
del presidente della
Repubblica accettando di formare il governo delle emergenze sanitaria, sociale ed economica, svincolato da ogni formula politica giù sperimentata in questa stranissima legislatura. Svincolato sì da ogni formula politica -avrà pensato l’ex presidente della Banca Centrale Europea- ma non dal buon senso. E obiettivamente, non essendosi svolta nell’aula di Palazzo Madama una festa goliardica, ha poco senso accogliere e fiduciare un governo promettendogli di rompergli le scatole. O votandogli una fiducia così sofferta da piangerci sopra, come la pentastellata Cinzia Leone.
indotto il capo dimissionario del governo Aldo Moro ed altri politici di primo piano a dormire per qualche notte fuori casa temendo un colpo di Stato; un uomo come Draghi, dicevo, e un governo come quello che gli è toccato di guidare meritavano un esordio parlamentare migliore. A dispetto delle distanze formali fra i 262 sì, i soli 40 no e i 2 astenuti proclamati dalla presidente dell’assemblea, occorreva un esordio, diciamolo pure, più serio nel comportamento della forza politica che è la maggiore di quelle rappresentate in Parlamento.
Zingaretti, orgogliosamente convinto di essere il vero perno del sistema, ingiustamente penalizzato nei numeri parlamentari, ha appena costituito un “coordinamento” o “intergruppo” a garanzia non si capisce bene, a questo punto, di che cosa.