Braccia aperte della magistratura alla campagna elettorale di Matteo Salvini

            Povero Letta. Parlo naturalmente di Enrico Letta, il segretario del Pd tornato recentemente da Parigi a Roma per assumere il compito ottimisticamente dichiarato di portare il suo partito alla vittoria elettorale nel 2023, salvo anticipo di un anno, con un nuovo centro sinistra collegato stabilmente -ha appena spiegato- con ciò che nascerà dalla rifondazione del Movimento 5 Stelle, affidata da Beppe Grillo all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Solo così -ha spiegato il nuovo segretario piddino- sarebbe possibile quanto meno tentare con qualche possibilità di successo di strappare la vittoria elettorale al centro destra, ma più in particolare a Matteo Salvini: l’orco di cui la sinistra ha bisogno di ingigantire l’aspetto truce perché essa -si sa- non sa vivere senza un nemico da demonizzare.

Ciò è nella storia quasi genetica della sinistra, per quanto contraddetta dall’abitudine che essa ha poi preso di rivalutare e persino allearsi col nemico che dovesse ugualmente uscire vittorioso dallo scontro. Ricordo, come esempio, ciò che di bene l’ancòra Pci, prima di sciogliersi in altri nomi e simboli, riuscì a dire di Alcide De Gasperi dopo che Palmiro Togliatti nel 1948 si era proposto di cacciarlo dal governo “a calci in culo”, letteralmente. Alla rivalutazione -giusta, per carità- di De Gasperi è seguita ai tempi d’oggi, quella un po’ meno giusta, diciamo così, di Beppe Grillo e derivati, tutti operosi nel mercato politico italiano.

Povero Enrico Letta, dicevo. L’ex esule partendo da Parigi non aveva fatto i conti con la magistratura italiana. Che forse senza neppure volerlo -cosa che aggrava la situazione anziché alleggerirla- ha appena deciso a Palermo di regalare a Matteo Salvini la campagna elettorale e la vittoria con quel processo per sequestro di persona nel 2019 sulla nave Open Arms e rifiuto di atti d’ufficio che si aprirà il 15 settembre. Per le abitudini e i tempi della giustizia in Italia esso durerà tutto il tempo necessario, fra i tre gradi di giudizio, a coprire la campagna elettorale di Salvini sia nella versione breve, in caso di elezioni anticipate l’anno prossimo, sia nella versione lunga o ordinaria, nel 2023.

Senza neppure scomodare il pur significativo e vantaggioso, per Salvini, pronunciamento del tribunale di Catania su analoga vicenda della nave Gregoretti, dove la stessa accusa ha riconosciuto che non ci fu sequestro alcuno ma solo un rinvio dello sbarco per motivazioni politiche non sindacabili in sede giudiziaria, basta solo il tipo di reato, appunto, contestato all’allora ministro dell’Interno per la vicenda della Open Arms per immaginare lo “sconcerto” dell’opinione pubblica. Così lo ha appena definito Luigi Manconi, che è un ex parlamentare della sinistra non certamente sospettabile di indulgenza per i veri sequestratori di persone: lui che, fra l’altro, viene da una terra, la Sardegna, dove rapimenti e sequestri furono purtroppo di casa per un bel po’ di tempo.

Open Arms- lo ricordo agli sprovveduti- significa Braccia Aperte. Sono quelle che la magistratura e prolunghe hanno offerto a Salvini, lanciandolo su un’autostrada quale a questo punto è diventata la sua  campagna elettorale. Infatti l’uomo è felice come una Pasqua: quella in assoluto, non l’edizione appena trascorsa, il 4 aprile, fra le limitazioni e le paure imposte dalla pandemia.  

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Mario Draghi a “rischio ragionato” dal 26 aprile. In bocca al lupo…

            Mario Draghi ha dunque deciso di correre quello che ha definito il “rischio ragionato” di una data -il 26 aprile- da offrire in pasto alla speranza degli italiani per la “riapertura del Paese”, come gli ha attribuito enfaticamente la Stampa con un titolo su tutta la prima pagina, o per una “boccata d’aria”, come più prudentemente ha titolato Avvenire, il giornale dei vescovi. O per scatenare, suo malgrado, la fantasia dei nostalgici del suo predecessore a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte, e farli scommettere su un fatale errore di calcolo per cercare di inchiodare il governo già il 27 aprile alla vignetta nella quale Stefano Rolli, sulla prima pagina del Secolo XIX, fa chiedere “Ora cosa mi invento?” a  Matteo Salvini. Che è considerato  il responsabile del coraggio datosi dal presidente del Consiglio sventolando la “bandiera gialla” messagli metaforicamente in mano dai giornali del gruppo Riffeser Monti.

            C’è solo l’imbarazzo di scegliere fra le varie rappresentazioni e interpretazioni dell’annuncio di Draghi. In nessuna delle quali -temo- si sarà riconosciuto questa mattina il presidente del Consiglio. Che a sua difesa non ha neppure il vizio o la virtù, come preferite, di un ormai lontano suo predecessore a Palazzo Chigi: Giovanni Leone. Il quale si riempiva tasche e taschini di amuleti scaramantici e, ciò nonostante, all’occorrenza si lasciava tentare dalle corna digitali, intese naturalmente non nel senso elettronico ma di mani protese a respingere o restituire -come lui diceva- il malocchio sempre in agguato. Draghi non mi sembra il tipo di ricorrere a questi mezzi.

            Eppure gliene hanno scritte e attribuite di tutti i colori in questa sortita vagamente ottimistica: persino di avere voluto sottrarre così agli “artigli” di Salvini il ministro della Salute Roberto Speranza troppo rigorista nel contrasto alla pandemia, come ha titolato Il Tempo”, o -al contrario- di segnare contro di lui “la rete decisiva”, come ha sospettato il Corriere della Sera immaginando una partita di “calcetto” con la partecipazione del presidente del Consiglio in funzione di attaccante contro la porta del suo ministro. Non parliamo poi del solito Fatto Quotidiano, che ha improvvisato non un campo di calcetto ma un ring col ministro leghista Giancarlo Giorgetti deciso a trattenere sul tappeto il collega di governo Speranza fra gli applausi o la soddisfazione, presumo, di Draghi in persona. “Duro scontro nella maggioranza: la Lega comanda, Speranza è isolato, il Pd tace e il M5S non ne può più”, racconta il giornale di Travaglio ai suoi lettori omettendo tuttavia di informarli, a proposito degli umori e delle abitudini dei pentastellati, che lo stesso Beppe Grillo ha appena definito “psicopatici” i suoi fans, portavoce e simili. E questo giusto per incoraggiare il povero Conte, visto che adesso è libero da impegni di governo, ad accelerare la rifondazione del MoVimento lasciatogli ancora da vivo in eredità.

            In queste condizioni mi sembra che con “rischio” anch’esso “ragionato” ci sia solo da augurare le migliori fortune a Draghi e ai suoi ministri, compreso quello delle Infrastrutture Enrico Giovannini, che ha appena proceduto a nominare finalmente 29 commissari per sbloccare 57 cantieri, 83 miliardi di euro e centomila posti di lavoro. Con i tempi che corrono, non mi  sembrano pochi.

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Enrico Letta senza pattini su una lastra di ghiaccio fuori stagione

Non so se più per lo stato di grazia, diciamo così, in cui si trovava il mio amico Paolo Mieli in veste di gatto contro il topo, o per le difficoltà obbiettive in cui si trovava e si trova, in generale, Enrico Letta alla guida di un partito complesso come il Pd lasciatogli in eredità da Nicola Zingaretti, lo spettacolo che i due hanno dato nel salotto televisivo di Corrado Formigli, su la 7, è stato succulento. E per niente scorretto, perché Mieli ad un certo punto, con l’esperienza che ha sulle spalle di direttore di giornali, e che giornali, dalla Stampa al Corriere della Sera, ha lealmente avvertito il suo interlocutore della posta in gioco. Che era quella di qualche titolo imbarazzante per la funzione che il segretario del Pd si è data, volente o nolente, di acrobata, o di uno costretto a correre senza pattini su una lastra di ghiaccio fuori stagione. Le temperature infatti sono tornate a salire, fortunatamente a scapito di quella carogna che continua ad essere il covid.

            “Letta contro Draghi”, ha suggerito lo stesso Mieli ai colleghi di redazione in orario di chiusura dopo averli messi l’uno contro l’altro, per esempio, sul presidente turco Erdogan. Che il presidente del Consiglio, con una zampata apparsa a torto involontaria, essendo stata  voluta nella congiuntura appena apertasi con un suo viaggio sull’altra sponda del Mediterraneo, ha definito “dittatore” e il segretario del Pd soltanto “autarca”, riconoscendogli l’origine formalmente democratica del suo potere per l’esistenza di un Parlamento eletto. Mentre Draghi -aveva peraltro appena risposto Erdogan dandogli del “maleducato”- non è stato eletto. Ma -aggiungerei- quando viene fiduciato da un Parlamento eletto il presidente del Consiglio diventa indirettamente eletto pure lui, a meno che non si voglia sostenere che le nostre Camere siano ormai abusive, come d’altronde sostengono quelli che ne reclamano lo scioglimento anticipato un giorno sì e l’altro pure, durante e dopo la crisi di turno.

            Vedo peraltro che anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ex capo politico dei grillini e non so a cosa destinato nel suo movimento dopo la rifondazione che ne avrà fatto Giuseppe Conte, in una intervista al Corriere della Sera non ha voluto dare a Erdogan del dittatore rivendicando la diplomazia cui è tenuto per funzioni di governo. E così, volente o nolente, si è meritato anche lui, nei rapporti con Draghi, il titolo malizioso suggerito contro il segretario del Pd ai giornali in quel momento – ripeto- di chiusura, in tempo quindi per cadere in tentazione. Così ci capitava  quasi ogni sera negli ultimi anni del mandato presidenziale di Francesco Cossiga, che dopo cena giocava come picconatore con le sue esternazioni per niente improvvisate. C’era del sadico nella sua scelta degli orari contro i giornali, gli dissi una volta procurandomi non delle scuse, ma una bella risata di soddisfazione.

            Sempre su quella lastra immaginaria di ghiaccio, e senza pattini, Enrico Letta ha dovuto prendere posizione, nella piazza pulita di Formigli, anche sul complotto addirittura internazionale che dall’interno del suo Pd Goffredo Bettini ha ripetutamente visto e indicato dietro la fine dell’esperienza a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte.  Che non sarebbe caduto su spinta di Matteo Renzi, ma “fatto cadere” da Renzi su spinta, a sua volta, di chissà quali e quanti poteri forti italiani e stranieri, non esclusi evidentemente quelli che invitano il senatore di Scandicci  a fare a pagamento conferenze e interviste all’estero. Non a caso si è ormai guadagnato il soprannome di Matteo d’Arabia.

            Di fronte ai comprensibili tentativi di Letta di sottrarsi al gioco del gattone travestito da giornalista, storico e quant’altro, mi è quasi mancato il fiato quando il segretario del Pd è stato invitato a dire chiaramente se avesse condiviso o no la decisione del presidente della Repubblica di chiudere quasi d’autorità una crisi che si trascinava da troppo tempo chiamando al Quirinale Mario Draghi. Sì, ho  condiviso, ha dovuto ammettere Enrico Letta. E l’altro: pienamente condiviso? Sì, pienamente, ha dovuto rispondere la “vittima”. E così Bettini, Conte e tutti gli altri interessati cultori espliciti o impliciti del colpo di Stato di turno nel nostro Bel Paese sono stati serviti con la parola della personalità politica di cui avrebbero maggiore bisogno non tanto per sostenere la tesi golpista quanto per trarne prima o poi gli effetti politici riparatori nei riguardi dell’ex presidente del Consiglio.

            Vedete come riesce ad essere persino divertente la politica italiana? Purtroppo però fuori contesto, perché quest’ultimo non è affatto divertente, continuando tutti a vivere nelle emergenze -sanitaria, sociale ed economica- che hanno portato Draghi a Palazzo Chigi, e il generale Francesco Paolo Figliuolo nei dintorni, avvolto in quella tuta mimetica che indossa forse anche a letto e ha contribuito a far perdere la testa a qualche giallista, in pantaloni o gonna che sia.

Pubblicato sul Dubbio

Il Covid fregato da D’Alema, prima ancora che dal generale Figliuolo…

Non se l’abbia a male il generale Figliuolo né in abito civile, se mai ne indossa uno, né in alta uniforme, con quei 27 nastrini che un cronista gli ha contato addosso facendo rimediare un buco a tutti i colleghi distratti dalle medaglie, nè in quella tenuta mimetica che  lui mi sembra preferire negli spostamenti da commissario straordinario alla pandemia, e secondo me lo fa più goffo che marziale, procurandogli buona parte delle cattiverie che si scrivono o si dipingono a suo carico.  Non se l’abbia a male, ripeto, il generale Figliuolo ma, più ancora di lui, la certezza che questo maledetto Covid, una volta tanto con la maiuscola, non è invincibile e che farà la fine che merita me l’ha data un’esclusiva dell’informatissimo Tommaso Labate sul Corriere della Sera oggi. Al quale Massimo D’Alema ha confermato di essere risultato positivo a un controllo e di essere guarito a suo modo, cioè sbrigativamente.

            “Sì. Sono stato fortunato -ha raccontato l’ex presidente del Consiglio cercando lodevolmente di non attribuirsene il merito ma di lasciarlo tutto al caso o, come vedremo, alla dabbenaggine del mostro- perché ho avuto una carica virale molto bassa. Sono rimasto in isolamento, mi sono curato con gli anti-infiammatori e dopo due settimane sono risultato negativo”. Mica come quel giovane veterano del Parlamento che è Pier Ferdinando Casini, costretto a ricoverarsi all’ospedale Spallanzani senza perdere neppure un etto di peso e uscendone in tempo per non perdersi un salotto televisivo -dico uno- in cui raccontare della sua gloriosa guarigione. Che -ci scommetto una pizza con chiunque voglia sfidarmi- non gli impedirà l’anno prossimo di entrare in un modo o nell’altro, anche di striscio, nelle cronache dell’ennesima edizione della corsa al Quirinale.

            D’Alema, che a quelle cronache -scommetto anche su questo- non si affaccerà neppure di straforo, ha anche raccontato di avere fatto “la prenotazione” del vaccino per la settimana prossima senza cercare di scavalcare nessuno, seguendo “le indicazioni destinate alla mia fascia d’età dalla regione Lazio, che tra l’altro -ha aggiunto, tanto per non perdere l’abitudine di dare i punti o le pagelle- si sta muovendo molto bene”. E ha dato il buon esempio assicurando che si farà iniettare qualunque fiala, di qualunque marca, gli capiterà di ricevere. Rimarrà così ben lontano anche   da quei ventilatori cinesi un po’ farlocchi  -sembra- che lui ha contribuito a fare arrivare in Italia trovando, grazie alle sue “buone relazioni internazionali”, l’associazione giusta per pagare tutto all’ordine, e non alla ricezione. Così sono stati praticamente anticipati i soldi al “governo italiano”, obbligato a pagare solo alla consegna. E’ inutile dunque  la curiosità attribuita da qualche giornale ai magistrati che vorrebbero sentirlo.

            Questo Covid, di nuovo con la maiuscola, dei miei stivali ha tentato -pensate un po’- di aggredire anche uno come D’Alema, che ha messo k.o. tutti quelli che hanno cercato di rottamarlo: a cominciare da Matteo Renzi. Cui in fondo -viste le dimensioni della sua ultima creatura politica e le sconfitte che l’hanno preceduta, dal referendum costituzionale del 2016 alle elezioni politiche del 2018- la guerra a D’Alema ha portato più sfiga che altro.

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Bettini fa rima con Pasolini parlando di complotto contro Conte

Ogni tanto Goffredo Bettini mostra di avere capito di averla sparata grossa gridando al complotto contro Giuseppe Conte, non caduto -ha detto- ma fatto cadere da interessi più forti di lui, e a dispetto delle sue virtù salvifiche che i complottisti, appunto, non avrebbero voluto dargli il tempo di dimostrare pienamente. Per cui, poveretto, ora da nuovo Moro capace di scomporre e ricomporre equilibri malmessi egli è stato ridimensionato a un sostanziale vice di Beppe Grillo alle prese con la rifondazione di un movimento destinata, occhio e croce, al fallimento di tutte le altre rifondazioni politiche tentate in anni più o meno recenti, a cominciare da quella -ricordate?- del partito comunista.

            Ma ogni volta che Bettini cerca di correggersi finisce per ripetere le stesse cose in modo peggiore, più pasticciato e meno credibile. Eccovene l’ultima prova, che pure sembrava promettente per il riconoscimento, finalmente, di qualche fesseria politica effettivamente commessa da Conte almeno negli ultimi mesi del suo secondo governo: “C’erano degli interessi perché la campagna è stata sproporzionata agli errori e non mi pare che questo voglia dire che c’è stato un complotto”. Ah no? “Non esiste il complotto”, ha insistito l’oracolo spiegando però: “Renzi ha fatto cadere il governo Conte 2 ma credo che, al di là di Renzi, ci sia stato qualcosa di più grande che si è mosso”. Ma allora ci risiamo…col complotto.

            Eh, sì, ci risiamo perché sentite il proseguimento del discorso, misto di riconoscimento dei propri limiti investigativi e di imitazione della buonanima di Pier Paolo Pasolini: “Non sono uno 007, non sta alla politica portare prove. Do un’opinione e una lettura politica”.

            Sentite, anzi rileggete con me ciò che il 14 novembre 1974 Pasolini scrisse sul Corriere della Sera diretto da Piero Ottone a proposito non di colpi di Stato e stragi: “Io so ma non ho le prove, non ho nemmeno indizi. Io so perché sono intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa, o si tace, che coordina fatti anche lontani, che mette insieme pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia, il mistero”.

            Non fece in tempo, Pasolini, se mai ne avesse avuto i titoli, a partecipare ad un concorso per magistrati. Lo avrebbe vinto di sicuro, visti anche certi pubblici ministeri e giudici in circolazione, fra i quali -grazie a Dio- ogni tanto c’è qualcuno che mostra di ravvedersi, com’è appena accaduto -per giunta sul Fatto Quotidiano- a Henry John Voodcock  in polemica con Gian Carlo Caselli. 

            Per fortuna, all’età che ha, e col solo diploma di maturità scientifica che ha avuto il tempo e la voglia di prendere, possiamo risparmiarci l’approdo di Bettini dalla politica alla magistratura.

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Quegli equilibri politici inutilmente difesi a spese di Aldo Moro

Guido Bodrato è l’unico superstite dello Stato Maggiore democristiano che partecipò alla gestione del drammatico sequestro di Aldo Moro. Le risposte che lui ha fornito a Walter Veltroni in una lunga intervista al Corriere della Sera su quel passaggio sotto molti aspetti ancora oscuro della storia repubblicana, e non solo per le reticenze degli assassini, meritano perciò grandissima attenzione.

            E’ toccante il ricordo che Bodrato ha fatto dell’ultima, onestissima lettera scritta dall’ormai ex segretario della Dc Benigno Zaccagnini alla moglie Anna nel 1989 dall’ospedale in cui si stava avvicinando alla morte: “Tra poco incontro Aldo per abbracciarlo…Mi sono chiesto tante volta se potevo fare qualcosa di più….Qualcosa di onesto….Se Aldo fosse stato con noi avremmo trovato una strada che io non ho trovato”.

            Ma Moro, pur prigioniero dei suoi carnefici, onorevole Bodrato, non vi lasciò soli. Vi scrisse lettere che, per quanto da molti liquidate come estorte dai carcerieri, riflettevano limpidamente il suo modo di pensare, e anche di fare politica. Vi aveva chiesto, fra l’altro, di convocare gli organi collegiali del partito, a partire dal Consiglio Nazionale che, certamente, lui non avrebbe potuto presiedere, ma che poteva pur discutere in sua assenza anche delle sue lettere, senza con questo diventare uno strumento delle brigate rosse.

Rapito il 16 marzo, Moro riuscì  poi a sapere della convocazione della direzione del partito solo per il 9 maggio. E le brigate rosse non le diedero neppure il tempo di discutere perché si era ormai fatto troppo tardi per le loro esigenze e i loro contrasti interni, essendo a quel punto diventato Moro anche per loro più utile da morto che da vivo, come per alcuni suoi avversari,  esterni  e forse anche interni, volenti o nolenti, alla Dc.

So bene, onorevole Bodrato, che queste sono parole dure da leggere, oltre che da scrivere, ma Lei sa che sono anche vere. E ne trovo un riscontro anche in questo passaggio dell’intervista a Veltroni in cui si parla della “filosofia molto particolare di Andreotti”. Il quale, ritenendo che “in fondo siamo tutti peccatori, non era un personaggio votato all’intransigenza, e aveva un’idea del potere che coincideva con la sua celebre definizione: il potere logora chi non ce l’ha”. E ha ragione, onorevole Bodrato, ad aggiungere che “una delle principali ragioni che ha incrinato la credibilità della Democrazia Cristiana”, oltre all’infortunio del referendum sul divorzio nel 1974, “è stata proprio quella di affidare al potere il compito di riprodurre se stesso”. Eppure Andreotti fu in quel passaggio di una intransigenza assoluta, per quanto sicuramente dolorosa.

In parole povere, onorevole Bodrato, la vita di Moro valeva bene, secondo me, anche una crisi di governo: una crisi peraltro che si era appena composta solo formalmente, perché in realtà era rimasta irrisolta a tal punto, come Lei stesso ha giustamente ricordato, che senza il sequestro di Moro quel 16 marzo il Pci di Berlinguer sarebbe tornato a riservare al governo la vecchia astensione, e non la fiducia faticosamente concordata con lunghe trattative sul programma.

Ho ricordi diversi da quelli pur importanti, per carità, di Bodrato sulle ragioni della insoddisfazione dei comunisti. Che non mi risultava motivata dall’assenza nella lista portata alla fine da Andreotti al Quirinale, dopo un incontro alla Camilluccia con i vertici del partito, di “alcuni ministri indicati dagli indipendenti di sinistra per rendere esplicito -ha detto Bodrato- che dal governo delle astensioni si faceva un passo verso una presenza più significativa delle sinistra”: cosa sulla quale “una parte della Dc non era d’accordo”, per cui “la crisi restò aperta”.

L’ipotesi dei ministri scelti fra gli “indipendenti di sinistra” eletti nelle liste del Pci era stata già rimossa dalle trattative proprio da Moro, in difformità dalla disponibilità di Zaccagnini e Andreotti a parlarne. La lista di governo sorprese, a dir poco, il Pci di Berlinguer rispingendolo verso l’astensione perché conteneva la conferma di due ministri democristiani di cui i comunisti avevano chiesto l’esclusione. Essi erano Carlo Donat-Cattin e Antonio Bisaglia, in difesa dei quali Moro alla Camilluccia disse con fermezza che la Dc non poteva fare selezionare i suoi dirigenti da un altro partito, fosse pure il Pci.

Ricordo tutto questo non per puntiglio polemico ma solo per sottolineare la profondità di quella crisi per niente risolta. E che chissà in quale direzione avrebbe portato la politica italiana, come ha riconosciuto lo stesso Bodrato, se il dissenso del Pci non fosse rientrato per l’emergenza intervenuta col sequestro di Moro. Torno a chiedermi: valeva la pena sacrificare una vita -e per giunta             quella di Moro- in difesa di un equilibrio politico già così compromesso?

D’altronde, la cosiddetta “linea della fermezza”, che funzionò almeno come pretesto perché le brigate rosse potessero completare la strage cominciata in via Fani la mattina del 16 marzo, era stata contestata prima ancora che dal Psi di Bettino Craxi, all’interno della maggioranza, dal presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il quale convocò apposta al Quirinale il segretario della Dc Zaccagnini per comunicargli personalmente il suo dissenso, come poi mi avrebbe raccontato anche nei dettagli in una intervista pubblicata sul Foglio nel ventesimo anniversario del sequestro di Moro. E pagò- poveretto- con dimissioni praticamente impostegli, dopo la conclusione della tragedia, quell’iniziativa tradottasi poi in una grazia predisposta motu proprio per  Paola Besuschio, presente nella lista dei 13 “prigionieri” con cui i terroristi volevano scambiare l’ostaggio.

Non fece in tempo, Leone, a firmare quella grazia perché preceduto la mattina del 9 maggio dai brigatisti rossi, chissà come e da chi informati con tanta tempestività di quanto stesse accadendo a rischio della loro disumana unità interna.

I soliti indignati speciali, sotto le stelle, per i vitalizi di Formigoni e Del Turco

Divisi ormai su tutto, anche sul modo di continuare a vivere da separati in casa, per cui è ripreso il conto alla rovescia verso la scissione, mentre Giuseppe Conte studia e ristudia anche da avvocato le carte della rifondazione del movimento consegnatogli personalmente da Beppe Grillo, i pentastellati ritrovano la loro unità solo contro i vitalizi degli altri.

            Ora si sono mobilitati di nuovo gridando vergogna e quant’altro contro la decisione appena presa non da qualche passante ma all’unanimità da un organismo della giustizia interna del Senato, chiamato Commissione Contenziosa, per restituire il vitalizio all’ex presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni, cui era stato evidentemente sospeso in modo arbitrario.

            Ma ancor più che contro i settemila euro mensili restituiti a Formigoni con gli arretrati, i grillini di ogni tendenza, anima e quant’altro si sono levati contro i cinquemila euro che a questo punto ha riacquistato il diritto di ricevere anche Ottaviano Del Turco, pure lui ex senatore ed ex presidente di regione. Ma che, rispetto a Formigoni, ha l’aggravante politica di essersi sempre sentito e dichiarato socialista, almeno sino a quando un bel po’ di malattie, fra cui l’Althzeimer, non ne hanno compromesso l’attendibilità. E socialista, si sa, per un certo tipo di politici e di pubblico significa ladro, corrotto e simili.

            Uniti nel solito fotomontaggio di prima pagina come ricercati sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano, con didascalie laterali, diciamo così, tradotte in soldoni dal casellario giudiziario, i due pensionati praticamente più pericolosi d’Italia sono stati liquidati anche come “il lombardo” e “l’abruzzese” di origini evidentemente controllate e forse anche biasimevoli.

            L’argomento giuridico opposto alle proteste dal presidente della Commissione senatoriale, disgraziatamente forzista, meritevole quindi anche lui di biasimo pregiudiziale, è stato ignorato dai grillini per la loro ormai provata incompatibilità, ignoranza e quant’altro in materia di norme di legge, comprese quelle ch’essi stessi hanno approvato, voluto e quant’altro. E’ il caso della norma che nella legge istitutiva del cosiddetto reddito di cittadinanza -quello che doveva abolire la povertà in Italia, secondo l’annuncio di Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi affacciato su Piazza Colonna- consente di intervenire sul trattamento pensionistico solo dei condannati in via definitiva per reati di terrorismo e di mafia, di cui Formigoni e Del Turco non sono stati ancora neppure accusati. Ed anche per gli altri condannati, come appunto i due “ricercati” dal Fatto Quotidiano, non si può intervenire se non sono latitanti o evasi: condizioni in cui non si trovano né l’uno né l’altro dei mostri di giornata.

            Qui la “vergogna”, per ripetere il grido di sdegno della vice presidente grillina del Senato Paola Taverna, è solo di chi non conosce la legge o non vuole applicarla: una vergogna pari solo a quella dell’ex accusatore di Del Turco, imprenditore privato della sanità abruzzese, appena condannato in via definitiva  per truffa alla regione, e confiscato di beni per più di trenta milioni di euro.  

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Il MoVimento 5 Stelle si fa in due con Conte e Casaleggio…per piacere di più

Vedo che le vicende pentastellari, o pentastellate, stanno facendo perdere la pazienza anche a Marco Travaglio, che -senza offese- può ben considerarsi un esperto della materia. Deve avere avvertito anche lui odore, o puzza, di scissione ad opera di Davide Casaleggio ed amici, che rivendicano la purezza delle origini del movimento e la vogliono tutelare dalle trasformazioni già subite, destinate ad aumentare con la “rifondazione” e simili affidate da Beppe Grillo in persona a Giuseppe Conte.

            Inconsapevole imitatore di Pier Luigi Bersani, che usava familiarmente chiamare così il suo Pci e successive edizioni, anche Casaleggio tratta il MoVimento fondato dal padre e da Grillo come una “bottega”, gli ha rimproverato Travaglio: anzi un botteghino, o “partitucolo”, se finirà per metterne su uno tutto suo.

Non si capacita, il direttore del Fatto Quotidiano, della pretesa, in effetti curiosa, di un “fornitore” di servizi com’è Casaleggio, con la sua piattaforma digitale intestata addirittura a Rousseau, di “dettare ai suoi clienti le strategie aziendali e decidere pure come devono vestirsi e chi devono sposarsi”.

            Siamo insomma sulla buona strada per dovere seguire non uno ma due movimenti 5 Stelle, che non so ancora come si distingueranno l’uno dall’altro nel nome, nel simbolo e chissà in cos’altro, al pari delle due Germanie volute dai vincitori della seconda guerra mondiale. Alle quali la buonanima di Giulio Andreotti si era così tanto abituato che, addirittura da presidente del Consiglio ancora in carica commentò il processo di unificazione, appena avviato sul piano diplomatico dal suo pur amico Helmut Kohl, dicendo che la Gerrmania gli piaceva così tanto da preferirne due.

            Qualcuno finirà per dire così anche delle 5 Stelle. I cui problemi stanno mettendo a dura prova anche un avvocato come Conte, che pure deve ai grillini l’esperienza di Palazzo Chigi, così bruscamente e misteriosamente interrotta secondo i suoi più convinti estimatori. Fra i quali il posto d’onore spetta, fuori casa,  a Goffredo Bettini, del Pd.

Pubblicato sul Dubbio

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I cedimenti di Draghi, ma solo di carta, alle date reclamate dalla piazza

            Uno legge il titolo di apertura di un giornale mica da poco, un giornalino o giornaletto di provincia, ma della Stampa, che Giuseppe Conte ha appena scoperto  come la nave ammiraglia -altro che Repubblica– della flotta di carta degli eredi di Gianni Agnelli schierata con “troppo zelo” a favore di Mario Draghi, e non crede ai propri occhi stropicciandoseli.  Vengono attribuite al presidente del Consiglio queste testuali parole, con tanto di virgolette che non dovrebbero lasciare dubbi e potrebbero suonare come la vittoria dei dimostranti tornati ieri in piazza a reclamare la riapertura un po’ di tutto’per non essere sequestrati a vita dalla pandemia: “Due settimane per riaprire”.

            Avevamo appena opposto la serietà di Draghi alle richieste affannose, compresa quella di Walter Veltroni sul Corriere della Sera, di date certe per allinearsi alle società e ai governi “anglosassoni”, immuni dalle tentazioni autoritarie proprio per questa precisione con l’orologio o il calendario al polso, e scopriamo che anche lui ha ceduto. E’ sembrato come il compianto Fernando Santi soleva dire del suo compagno di partito, e compianto pure lui, Francesco De Martino negli anni in cui trattava con la Dc la formazione di governi di centro sinistra: “Resiste fino a un momento prima di cedere”. Viene quasi la voglia, a guardare la prima foto di Draghi a portata di mano o di computer, di togliergli via e buttare il più lontano possibile quegli occhiali che contribuiscono a farlo apparire severo.

            Calma, però. Lasciategli pure gli occhiali al loro posto perché il presidente del Consiglio non ha smesso di fare e soprattutto di essere la persona seria. Gli hanno solo attribuito quello che non ha detto. Egli si è preso sì “due settimane”, o -se preferite- 14 giorni, dei quali uno diamolo pure per trascorso, ma solo per valutare i dati dei tecnici, o scienziati, nel frattempo elaborati sull’andamento dei contagi anche alla luce degli effetti della riapertura delle scuole, e decidere quindi se, come e quando riaprire anche il resto. Non siamo insomma alle date come coriandoli, sia pure anglosassoni e perciò apprezzati da Veltroni come antidoto, addirittura, alle tentazioni dittatoriali di casa altrove.

            Non rinunciamo quindi alla speranza di vedere Draghi misurarsi con la realtà della pandemia e delle emergenze collegate più seriamente del suo predecessore. Che aveva un rapporto con i fatti un po’ troppo elastico, diciamo così, come dimostrò resistendo all’apertura formale della crisi anche dopo le dimissioni di due ministre e di un sottosegretario dal suo secondo governo, e le motivazioni datene in conferenza stampa dal leader del loro partito: il non gradito -da Conte- ma pur vivo Matteo Renzi. I cui voti al Senato l’allora resistente presidente del Consiglio non riuscì a sostituire del tutto con “volenterosi”, “responsabili” e quant’altri, seppure aiutato a distanza dal sindaco di Benevento Clemente Mastella e, più da vicino, nello stesso Senato, dalla moglie Sandra Lonardo.

            Di Speranza, al maiuscolo, sembra essere a rischio politicamente in questi giorni solo l’omonimo ministro della Sanità, almeno secondo le anticipazioni del Messaggero, salvo che non si rivelino un po’ troppo azzardate come quelle della Stampa su Draghi, perché in questo caso alle varie emergenze in corso bisognerebbe aggiungere anche quella dell’informazione.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Quel colpo di Stato più temuto che tentato nell’estate del 1964

Ogni tanto può capitare che una polemica politica e storica venga condotta civilmente, senza lasciare vittime sul campo, e non solo perché i protagonisti della contesa, cioè della crisi politica dell’estate 1964, sono tutti morti. E non vi è magistrato, per quanto disinvolto lo si possa immaginare, capace di imbastirci sopra -per il presunto colpo di Stato che sarebbe stato tentato o solo adombrato allo scopo di indirizzare quella crisi verso una certa direzione- un processo simile a quello interminabile ancora in corso sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia. Che un effetto politico assai negativo, in attesa di conoscere quello prettamente giudiziario, lo ha già raggiunto: schizzi di fango un po’ dappertutto, persino sull’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che fu sentito al Quirinale come teste ma scambiato da qualche inquirente, vero o di carta, per un possibile complice di dirottamento d’indagini e quant’altro, con tanto di intercettazioni per la cui distruzione dovette essere praticamente scomodata anche la Corte Costituzionale.

            Mario Segni, Mariotto per gli amici, intervistato per il Corriere della Sera da Aldo Cazzullo sul libro appena scritto per Rubbettino in difesa del padre, Antonio, capo dello Stato all’epoca dei fatti, ha classificato come la più falsa notizia della storia repubblicana – “la madre di tutte le fake news”- il colpo di Stato al quale pure ha dedicato il titolo del volume, tanto  quell’evento è entrato e si è consolidato nella immaginazione collettiva.

            Egli ha giustamente sottolineato l’incongruenza fra la convinzione attribuita all’allora ministro degli Esteri Giuseppe Saragat -e forse anche condivisa dal presidente del Consiglio Aldo Moro in un’animata discussione conclusasi con la trombosi del presidente della Repubblica-  che al Quirinale si fosse quanto meno pasticciato fra Segni e l’allora comandante generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo in direzione di una svolta politica a destra e la decisione presa meno di due anni dopo, e condivisa dallo stesso Saragat nel frattempo succeduto a Segni, di promuovere De Lorenzo a capo di Stato Maggiore dell’Esercito.

Quella carica, è vero, gli fu tolta dopo neppure un anno ma non certo per il presunto colpo di Stato del 1964, scoppiato nel 1967 solo sulle pagine dell’Espresso diretto da Eugenio Scalfari, ma per altre controversie risalenti agli anni in cui De Lorenzo era stato comandante del Sifar, come allora si chiamavano i servizi segreti. Controversie, peraltro, ritenute in fondo da Moro non dico così naturali ma quasi per servizi di quel tipo da offrire, peraltro inutilmente, al generale una onorevole via d’uscita come ambasciatore non ricordo più in quale paese, comunque importante, del Sud America.  De Lorenzo preferì piuttosto darsi alla politica accettando una candidatura da indipendente offertagli per la Camera dal Movimento Sociale.

Lo storico ed ex senatore del Pd Miguel Gotor in un articolo su Repubblica ha mostrato di credere a Mario Segni -di cui penso abbia condiviso le celebri battaglie referendarie contro le preferenze e il sistema elettorale proporzionale-  più come figlio del compianto presidente della Repubblica  che come ricercatore. E ha dato una lettura più interventista, diciamo così, del piano predisposto da De Lorenzo contro eventuali disordini di piazza e peggio ancora e dell’attenzione che gli riservava Antonio Segni, spintosi a riceverlo al Quirinale durante la crisi del primo governo di centro sinistra di Aldo Moro. Che comunque, sempre secondo Gotor, avrebbe subìto uno spostamento a destra nelle edizioni successive, come avrebbe voluto Segni, pur nel frattempo uscito di scena col malore che ne aveva impedito la permanenza al Quirinale. In particolare, il centro sinistra avrebbe subìto “nei mesi e anni successivi un processo di progressiva normalizzazione”, sino a diventare “un centrismo aggiornato”.

In verità, da semplice cronista di quelle vicende non troppo lontane da essere dimenticate, vorrei ricordare a Gotor che proprio le correnti democristiane considerate sensibili alle spinte conservatrici di Segni avrebbero poi prodotto, pur di scalzare Moro da Palazzo Chigi, edizioni del centro sinistra “più coraggioso e incisivo”. L’effetto fu di destabilizzare l’alleanza fra la Dc e il Psi sino all’interruzione e alla sopraggiunta “strategia della tensione” per cercare di spostare veramente a destra gli equilibri politici.

Ma la cosa che più mi rincresce dell’intervento di Gotor, forse sorpreso pure lui da tanto zelo,  è l’immagine con la quale Repubblica ha voluto, diciamo così, accompagnarlo se non addirittura documentarlo: una foto d’archivio di una parata militare nella quale Antonio Segni, ancora felicemente e signorilmente in carica, col suo stile inconfondibile, saluta con molta cordialità e simpatia il generale De Lorenzo: una foto, direi, galeotta messa a quel posto.

Pubblicato sul Dubbio

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