Enrico Letta vuole far calzare al Pd scarpe femminili, rigorosamente rosse

           Il buon Paolo Mieli nell’editoriale sul Corriere della Sera, spalleggiando la cronaca di Alessandro Trocino sui cambiamenti in corso nel Pd, ha in qualche modo attinto persino al libro della Genesi per scrivere che “in una sola settimana -tanto è trascorso da quando è stato eletto segretario- Enrico Letta è riuscito a fare cose che sembravano impossibili”. In una sola settimana, ripeto, compreso il settimo giorno riservatosi da Dio per riposarsi e al tempo stesso contemplare ciò che aveva fatto.

            L’ultima “sfida” di Letta e quant’altro, sempre stando ai titoli dei giornali, è consistita nell’ordine al partito di calzare scarpe femminili, col tacco, presumo rigorosamente in rosso: il colore felicemente scelto in tutti i manifesti, locandine e bozzetti delle sacrosante campagne contro i troppi omicidi di donne. Cui il povero segretario nuovo del Pd ritiene di non avere abbastanza riparato, almeno rispetto al maschilismo incautamente praticato dal predecessore, osservando la cosiddetta parità di genere nella nomina prima dei due vice segretari, e poi dell’intero ufficio di segreteria.

            No, tanto per non essere scambiato per un Orbàn qualsiasi, come lui stesso ha spiegato in una intervista, Letta ha chiesto ai due capigruppo parlamentari del partito, al Senato e alla Camera, di rinunciare alle loro cariche -dopo avere tuttavia graziato il capo della delegazione piddina al Parlamento Europeo- per lasciare eleggere due donne, appunto. O due femmine, come preferite. E pazienza se entrambi -Andrea Marcucci al Senato e Graziano Delrio alla Camera- sono provenienti dalla corrente renziana, pur non avendo seguito nel 2019 l’uscita del senatore di Scandicci, ex segretario ed ex presidente del Consiglio, dal Pd in cui si sentiva troppo ristretto. Eppure egli aveva appena convinto il buon Nicola Zingaretti a rinunciare al preventivo passaggio elettorale cui si era impegnato pubblicamente per sostituire immediatamente la Lega al governo alleandosi col MoVimento 5 Stelle. E per giunta lasciando a Palazzo Chigi Giuseppe Conte, dopo avere reclamato “discontinuità” al primo accenno dell’operazione proposta da Renzi per impedire un ricorso anticipato alle urne destinato, secondo tutti i sondaggi disponibili sul mercato, a far vincere un centrodestra a ormai fortissima trazione leghista, anzi salviniana: da Matteo Salvini, naturalmente, quello del Papete, del mojto e dei “pieni poteri” imprudentemente chiesti agli elettori per poter governare spedito, alla sua maniera, fra tute più o meno militari, rosari, immaginette della Madonna e crocifissi appesi al collo, o baciuchiati sui palchi dei comizi.

            La femminizzazione completa del Pd almeno ai vertici dei gruppi parlamentari, prestatasi per la comune origine correntizia dei presidenti uscenti alla lettura di una purga dipinta di rosa, come si legge in un titolo ironico ma non troppo della Verità di Maurizio Belpietro, ha creato malumori, e non solo sorpresa, fra i polli, chiamiamoli così, destinati alla mensa quasi pasquale, visto che siamo ormai prossimi alla fine della Quaresima. Delrio è stato il più rapido ed esplicito a lamentare l’”autonomia” compromessa dal cambio della guardia, anzi delle guardie, chiesto dal segretario, anche se -a dire il vero- una certa autonomia dei gruppi parlamentari, intesa in senso largo, è compromessa già da molti anni. Lo è, in particolare, da quando si va alle elezioni con le liste bloccate, per cui deputati e senatori sono nominati dal segretario di turno dei rispettivi partiti, prima ancora che eletti.  

 

 

 

 

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La curiosa caccia al generale in questi tempi di guerra virale

            Per una volta, o per una delle poche volte, non ho né riso né sorriso alla vignetta sulla prima pagina del Corriere della Sera in cui Emilio Giannelli ha rimesso addosso tutta la divisa “mimetica” al generale degli alpini Francesco Figliuolo: il commissario straordinario all’emergenza virale sottopostosi promozionalmente al controverso vaccino AstraZeneca appena riammesso alla campagna di immunizzazione. Quella divisa per intero serve solo per consentire ad una coppia immaginaria di medici di sfottere il generale, diciamo così. Cioè, di dargli praticamente dell’esibizionista. Un altro vignettista che non mi ha fatto oggi né ridere né sorridere è Stefano Rolli, sul Secolo XIX, che ha voluto scherzare sulla “mira” del generale “alla sua età”, che poi non è neppure di 60 anni compiuti, per l’obiettivo propostosi di “500 mila vaccini al giorno”.

            Avranno invece sorriso e riso, forse anche a crepapelle, i soliti del Fatto Quotidiano, che hanno definito “gaffe” quella compiuta dal generale incoraggiando il pubblico a offrirsi alle “dosi eccedenti” del vaccino nei 1800 punti di raccolta provocando “resse” e mandando “in tilt” tutto il sistema. Che è già compromesso peraltro da disfunzioni, pasticci e simili delle regioni più o meno disgraziatamente provviste di competenze sanitarie con tanto di bolli costituzionali.

            Ma più che dolersi di questi effetti presumibilmente perversi della mobilitazione del generale Figliuolo, ma anche del capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio, da non confondere naturalmente col Renato delle brigate rosse, ritratti insieme alla Cecchignola mentre andavano a vaccinarsi, o ne uscivano, vignettisti e titolisti  hanno dato l’aria -specie nel giornale diretto da Marco Travaglio- di compiacersi delle difficoltà in cui si trova, e potrebbe trovarsi ancora di più nei prossimi giorni, il governo di Mario Draghi. La cui colpa principale per costoro rimane quella di avere sostituito l’indimenticabile, impareggiabile, prezioso secondo governo di Giuseppe Conte. Il quale sarebbe adesso costretto a mettere le sue doti di giurista, organizzatore e portafortuna, addirittura, al servizio di una causa ancora più disperata di quella del governo di un paese assediato, come tanti altri, dalla pandemia: la rifondazione e la guida del MoVimento 5 Stelle, per incarico diretto dell’”Elevato”, “garante” e quant’altro Beppe Grillo.

            A quest’ultimo è appena venuta anche la voglia di insegnare il loro mestiere a conduttori televisivi, registi, cameramen, elettricisti di scena o studio e simili per consentire agli eventuali ospiti pentastellati condizioni di garanzia, anzi di sicurezza, nelle loro prestazioni…artistiche e politiche, mettendoli al riparo da inconvenienti derivanti in gran parte dalla loro incompetenza.  E tutto questo nel silenzio più assoluto del sunnominato Conte, presumibilmente distratto dall’esame, in corso ormai da settimane, di statuti, contratti e simili del MoVimento e associazioni più o meno collegate per venirne in qualche modo a capo e sciogliere la riserva con la quale accolse l’incarico di rifondatore e capo una domenica mattina, in un albergo romano con vista sui ruderi dei Fori imperiali. Ruderi sicuramente più affascinanti e comunque storici delle polveri di stelle appena offerte all’ospite da Grillo in casco bianco da astronauta, o da marziano sbarcato con ritardo rispetto ai bei tempi -quelli sì- di Ennio Flaiano. Erano tempi di pace rispetto a questi di guerra che stiamo attraversando alle prese con quel nemico invisibile e mobilissimo che è il Covid 19, e varianti.  

 

 

 

 

 

 

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Mario Draghi supera anche il debutto della conferenza stampa

            Non foss’altro per l’annuncio, qui modestamente auspicato, che si lascerà vaccinare con l’AstraZeneca, come del resto ha già fatto il figlio a Londra, non sarò certamente io a contestare il giudizio generalmente positivo dei giornali sull’esordio del presidente Mario Draghi ad una conferenza stampa dopo una seduta non certamente facile del Consiglio dei Ministri. “La sensazione -ha scritto Massimo Franco nel suo commento sul Corriere della Sera- è stata quella di una persona molto sicura di sé e di quello che deve fare, e anche per questo in grado di trasmettere fiducia a un’Italia che la miscela di crisi economica e pandemia rende spaventata e disorientata”. Tanto più perché, ricorrendo anche all’ironia, Draghi si è mostrato “molto più a suo agio di quanto si potesse immaginare di fronte alle domande, a tutte le domande”, anche a quelle rivoltegli con la malizia o comunque il proposito, del resto legittimo, di metterlo in difficoltà.

            Pazienza se a dissentire da questo giudizio -ripeto- generalmente positivo, è stato il solito Fatto Quotidiano. Che, nostalgico dei tempi, dello stile e di quant’altro di Giuseppe Conte, rimosso Palazzo Chigi in circostanze e con metodi che hanno già portato in quel giornale ad alludere a manovre di sapore golpistico, ha contestato a Draghi  i “150 minuti di ritardo” misurati forse, come se fosse stato un Conte qualsiasi, personalmente dal direttore Marco Travaglio. Il quale sa bene quanto poco puntuale per forza di cose fosse spesso il precedente e da lui tanto apprezzato e intervistato presidente del Consiglio. “Anche lui di sera”, si è spinto a contestare a Draghi il direttore del Fatto non risparmiandosi neppure il solito fotomontaggio da copertina per rappresentare lo stesso Draghi e il leader leghista Matteo Salvini nel braccio di ferro svoltosi pur a distanza, non facendo parte Salvini personalmente del governo, sul problema delle cartelle esattoriali da rottamare. Sarebbe, secondo i critici, un “condono” bello e buono, per fortuna -secondo loro- alla fine contenuto dallo stesso Draghi grazie alle valorose resistenze del Pd e dintorni entro i cinquemila euro, e non i diecimila pretesi dai leghisti, e soprattutto limitato ai titolari dei redditi non superiori ai 30 mila euro l’anno. E pazienza -anche qui- se gli esperti sanno benissimo che almeno il novanta per cento del contenzioso di questo tipo si risolve nella inesigibilità, a spese naturalmente dello Stato.

            Anche Draghi, pur avendo fatto in vita sua più il banchiere che il fiscalista, lo sa. Ma ha dovuto pagare persino lui il suo prezzo alla pratica, che si è tolto tuttavia il gusto di denunciare, delle “bandierine”. Che, specie in una maggioranza larga come quella formatasi attorno al suo governo, senza che egli facesse molti sforzi per favorirla, ogni partito cerca di sventolare in ogni discussione, o di mettere su ogni fetta di un singolo provvedimento.

            D’altronde, questa pratica è stata sperimentata anche da maggioranze ristrette, come fu quella, per esempio, del primo governo di Giuseppe Conte. Che, pur limitata a due soli partiti, il MoVimento 5 Stelle e la Lega, sfornava via via leggi e decisioni a bandierine separate: quella della Lega sugli anticipi pensionistici e dei grillini sul cosiddetto reddito di cittadinanza, o sulla prescrizione breve, anzi brevissima. Essa fu introdotta come una supposta nella cosiddetta legge “spazzacorrotti”, e dall’anno scorso consente dopo l’emissione della prima sentenza, anche di assoluzione, che l’accusa renda a vita l’imputato di turno.

 

 

 

 

 

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Proteggiamo, per favore, quello scopritore di talenti che è Di Maio

          Lasciatemi esprimere la speranza che quel benedetto Figliuolo del generale di Corpo d’Armata degli alpini da cui tanto dipende la campagna di immunizzazione in corso contro il Covid 19, e varianti, abbia fra i suoi poteri di commissario straordinario anche quello di esonerare da ogni tipo di fila il giovane ministro degli Esteri italiano, di neppure 35 anni, che compirà solo a luglio, e di fargli iniettare le necessarie dosi di un vaccino a sua scelta, preferibilmente però AstraZeneca. Che funzionerebbe anche di promozione, visti gli intoppi pur rimossi e “il ritorno di fiala” felicemente annunciato in prima pagina dal manifesto dopo la pronuncia liberatoria della competente agenzia europea.

            Luigi Di Maio -non off Maio, come lo chiama qualche ambasciatore straniero- merita di essere salvaguardato, garantito, protetto e quant’altro non solo per le sue funzioni di governo -in un momento in cui, oltre alle guerre calde in corso in tanti posti dove sono compromessi anche gli interessi italiani, si rischia di tornare pure alla guerra fredda dei decenni scorsi-  ma per le doti che sta via via rivelando di scopritore di talenti. Sarebbe pericoloso doverne fare a meno per qualche incursione di virus.

            Nei mesi scorsi, quando era ancora a Palazzo Chigi un Giuseppe Conte sicuro del fatto suo, e a modo suo, che dormiva fra due guanciali, dei quali uno era la popolarità attribuitagli dai sondaggi e l’altro la convinzione che s’era fatto della stanchezza, indisponibilità e non so cos’altro di Mario Draghi a succedergli, Di Maio non riuscì a resistere alla tentazione di incontrare l’ex presidente della Banca Centrale Europea. E, anche a costo di aumentare la diffidenza di Conte, non del tutto convinto delle assicurazioni del suo portavoce Rocco Casalino sui propositi e sui progetti inoffensivi dell’ex capo politico del movimento grillino, tenne ad annunciare e spiegare la buona, anzi ottima impressione ricavata da quell’incontro. Draghi, insomma, aveva fatto colpo anche su Di Maio, cui evidentemente non era bastato, per farsene un’idea giusta, ciò che di “SuperMario” si diceva già in tutto il mondo, o almeno in Europa, per averne saputo e voluto peraltro salvare la moneta. Persino Trump oltre Atlantico, ancora imperante alla Casa Bianca, ne aveva apprezzato e invidiato le doti confrontandole col governatore della Banca Centrale americana. 

            Beh, dopo Draghi, intanto approdato felicemente a Palazzo Chigi e sollevato dalla ipotesi di allontanarlo dalla Farnesina per la indisponibilità di Conte a prenderne il posto avendo altro per la testa, Di Maio ha voluto rilasciare il suo certificato di apprezzamento anche a Enrico Letta, subentrato a Nicola Zingaretti alla guida del Pd. Con cui i grillini, o ciò che ne resterà alla fine del caos in cui si dibatte il MoVimento 5 Stelle, dovrebbero stringere secondo Di Maio forti rapporti “non solo elettorali”.

            “Ho sempre lavorato bene con Letta”, ha appena detto Di Maio pur non precisando dove e parlando, appunto, di Enrico e non dello zio Gianni, col quale probabilmente il ministro degli Esteri ha avuto già i suoi abboccamenti. Che gli potrebbero consentire di apprezzarne pubblicamente le doti quando verrà il momento di rivedere a tutti gli effetti i giudizi su Silvio Berlusconi e il berlusconismo, non limitandosi più a sopportarne la comune partecipazione all’avventura politica e istituzionale di Draghi: avventura intesa in senso buono, naturalmente.

 

 

 

 

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La scommessa di Paolo Armaroli sull’effetto Draghi a Palazzo Chigi

Paolo Armaroli ha scritto in cinque mesi due libri dai quali credo che non potranno prescindere gli storici di questa stranissima, diciottesima legislatura. Che tante sorprese ha già riservato nei suoi primi tre anni di vita e chissà quante potrà ancora produrne nei due che le mancano alla scadenza ordinaria, nel 2023, salvo naturalmente uno scioglimento anticipato nell’ultimo anno, dopo il mese di febbraio del 2022. Non prima, perché dalla prossima estate il capo dello Stato Sergio Mattarella entrando nell’ultimo semestre del suo settennato -semestre perciò definito “bianco”- non potrà avvalersi di quell’arma formidabile concessagli dall’articolo 88 della Costituzione. Che dice: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”.

“Riflessivo” come un costituzionalista e “curioso” come un giornalista, secondo le qualità riconosciutegli nella prefazione di questo secondo libro da Enzo Cheli, professore di diritto costituzionale, vice presidente emerito della Corte Costituzionale e accademico dei Lincei,  Armaroli ha raccontato, spiegato, persino psicanalizzato in qualche modo la diciottesima legislatura focalizzando il suo binocolo metaforico sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Di cui ha scrutato prima i rapporti col presidente del Consiglio Giuseppe Conte -nel libro uscito in ottobre dell’anno scorso col titolo “Conte e Mattarella. Sul palcoscenico e dietro le quinte del Quirinale”- e ora quelli con Mario Draghi. Che, diversamente dal predecessore, non è arrivato a Palazzo Chigi quasi per caso, designato  a sorpresa da grillini e leghisti che se n’erano riservati un controllo politico strettissimo attraverso i vice presidenti del Consiglio, rispettivamente, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Draghi no, è giunto a Palazzo Chigi su iniziativa diretta, direi personale, di Mattarella a conclusione di una crisi non a torto definita da qualcuno durante la sua lunga gestazione “la più pazza del mondo”: una crisi la cui soluzione, decisa dal capo dello Stato riflettendo e guardandosi “allo   specchio”, come ha felicemente immaginato Armaroli, ha contribuito a segnare come più chiaramente non si poteva “la metamorfosi di una Repubblica”. Che è anche l’azzeccato sottotitolo del libro su cui troneggia, in copertina un “Effetto Draghi”.

Sul rapporto fra Mattarella e Draghi il professore Armaroli ha in qualche modo scommesso per sperare che dall’attuale, terza edizione o “fase” convulsa della Repubblica si passi alla quarta o si torni, se non al meglio della prima, almeno alla seconda. Il cui merito, secondo Armaroli, è stato quello di avere fatto praticare col bipolarismo l’alternanza al governo fra il centrodestra e il centrosinistra, più in particolare fra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Anche se quest’ultimo, quando gli è toccato di andare a Palazzo Chigi ha saputo o potuto restarvi al massimo per due anni, sgambettato dagli alleati nel 1998 e nel 2008.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 21 marzo

Enrico Letta alla difficile ricerca di un vaccino per il suo Pd

            In attesa che riprendano le vaccinazioni anti-Covid anche con AstraZeneca, il nuovo segretario Enrico Letta cerca un altro vaccino per mettere il Pd finalmente al riparo dal virus che ne insidia la salute sin dalla nascita, nel 2007. Che non è, o non è solo il virus delle correnti poltroniste, o poltronare, denunciato da Nicola Zingaretti dimettendosi all’improvviso da segretario addirittura per la “vergogna” avvertita di fronte alle condizioni di vita al Nazareno. E’ un virus identitario, prodotto dal sostanziale rifiuto di tutte le componenti di quel partito di guardare davvero in avanti, e non solo all’indietro, cioè alle loro provenienze, prevalentemente comunista e democristiana di sinistra, ma con venature anche liberali e ambientaliste.

            L’abitudine di guardare più indietro che avanti si è avvertita anche nelle generali reazioni alla scelta, appena compiuta dal nuovo segretario, dei due vice. Che sono, in ordine di galanteria e di gradi, la vicaria Irene Tenagli e Giuseppe Provenzano, Beppe per gli amici. Tutti, nonostante la giovane età di entrambi i nominati, l’una di 46 anni e l’altro di 38, si sono affrettati a spulciare le loro “provenienze”, appunto, per capire il nuovo corso del partito. E hanno attribuito la paternità politica della prima non so se più a Luca  di Montezemolo o a Mario Monti, e del secondo a Emanuele Macaluso. Pochi si sono soffermati sulle loro posizioni di fronte ai problemi, per esempio, sociali ed economici che attanagliano il paese, specie nella morsa di una pandemia non ancora domata. Dopo la la quale, comunque, niente potrà rimanere o tornare come prima.

            E’ attratto più dal passato che dal futuro anche chi a sinistra, fuori dal Pd da un po’ di tempo pur avendolo guidato, reclama novità come Pier Luigi Bersani. Che, intervistato da un giornalista di Repubblica sull’ipotesi di un “ritorno a casa”, ha risposto, sornione, che non vorrebbe creare all’amico Enrico, che gli fu vice segretario al Nazareno, un altro problema oltre a quelli che ha ereditato da Zingaretti. Ma poi, ricorrendo alle sue note e in fondo anche simpatiche iperboli amplificate dalle imitazioni di Maurizio Crozza, ha aggiunto: “A chi servirebbe una fusione di vertice? Non possiamo tirarci su per le stringhe delle scarpe da soli. Sarebbe un errore. Dove vanno soggetti troppo piccoli e deboli”, fra i quali il suo movimento “Articolo 1” inglobato nella sinistra dei liberi e uguali, “e un Pd che appare più respingente che attrattivo ?”, evidentemente anche dopo l’elezione del nuovo segretario.

            Ebbene, per non rischiare di impiccarsi, diciamo così, ai lacci delle sue scarpe, se ne usa appunto con le stringhe e non preferisce i mocassini, sapete che cosa Bersani è tornato a riproporre, come già nei giorni precedenti in alcuni salotti televisivi? La ricerca di un’altra, nuova “Cosa”, come Achille Occhetto da segretario chiamò la riedizione del Pci cercata dopo il crollo del muro di Berlino, cioè del comunismo.

           Benedetto Bersani, peraltro autore di quella famosa visione del partito come di una “ditta”, siamo ancora e sempre a quel punto? Ecco una domanda che penso si sia posto in silenzio anche Enrico Letta leggendo sui giornali e sentendo in televisione proposte, considerazioni, battute e quant’altro del suo amico Pier Luigi.

 

 

 

 

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Il buco sempre nero del sequestro Moro e quel nome ricorrente di Senzani

La notizia si trova come incidentale nella didascalia della foto di Sergio Mattarella, pubblicata a pagina 15 del Corriere della Sera, in raccoglimento davanti al monumento che ricorda in via Fani il sequestro di Aldo Moro, a 43 anni esatti dalla tragica operazione delle brigate rosse. Essa costò la vita subito ai cinque agenti della scorta, macellati dai proiettili, e dopo 55 giorni di prigionia allo stesso presidente della Dc.

“Intanto -si legge testualmente nella didascalia- nell’ambito di una nuova inchiesta della Procura di Roma sono stati prelevati campioni di Dna a più di 10 persone, tra le quali gli ex br toscani Giovanni Senzani e Paolo Baschieri”. Ancora Senzani, a 78 anni compiuti nello scorso mese di novembre, dei quali 17 trascorsi in carcere e 5 in libertà condizionata dopo essere stato condannato all’ergastolo per il sequestro e il delitto di Roberto Peci, fratello del brigatista pentito Patrizio, e per il sequestro dell’assessore regionale democristiano in Campania Ciro Cirillo? Sì, ancora Senzani in questo giallo interminabile che è il caso Moro. Su cui ormai si è perso il conto, diciamo così, delle indagini e dei processi: un giallo ancora più giallo di quello che negli Stati Uniti porta il nome dello storico presidente Jhon Fitzgerald Kennedy, assassinato a Dallas il 22 novembre 1963.

La notizia di quel clamoroso attentato soprese il povero Moro mentre trattava con i socialisti a Roma la formazione del suo primo governo di centrosinistra “organico”, cioè con la partecipazione dei socialisti sino ad allora impegnatisi solo a sostenere dall’esterno governi propedeutici a quella svolta. Ricordo ancora nitidamente, all’arrivo di quella notizia, il volto terreo di Moro, che certo non poteva neppure immaginare di dover pagare così tragicamente anche lui il suo  impegno politico dopo 15 anni.

Pur estraneo giudiziariamente al sequestro e alla fine spietata di Moro, essendo stato condannato come terrorista altolocato, diciamo così, per imprese successive all’agguato di via Fani, il nome di Senzani ricorre ogni tanto anche in quella vicenda per impulsi soprattutto parlamentari.

Fu un’indagine parlamentare sul caso Moro, appunto, in particolare da parte della commissione bicamerale sulle stragi presieduta da Giovanni Pellegrino, che ripropose il coinvolgimento di Senzani anche in quel sequestro. E ciò soprattutto dopo che un magistrato del prestigio e dell’esperienza antiterroristica come Tindari Baglione aveva risposto pressappoco così, in quella commissione, alla domanda se il rapimento di Moro dovesse essere attribuito più alla preparazione delle brigate rosse o alla impreparazione dello Stato: “Francamente non so, ma certo è che disponevamo dello stesso consulente”. E si riferiva appunto a Senzani, di cui egli si era occupato a Firenze proprio per fatti di terrorismo.

La commissione Pellegrino al termine dei lavori mandò le sue valutazioni e quant’altro alla Procura di Roma perché indagasse. Ma l’iniziativa si concluse, peraltro nei lunghi tempi consentiti dalla legge per questo tipo di indagini, con l’archiviazione. Intanto chi, come me, fattosi carico in qualche modo dei sospetti della commissione parlamentare auspicando un chiarimento del ruolo di Senzani nella vicenda Moro e raggiunto da una querela dell’interessato per diffamazione, aveva dovuto chiudere la causa col patteggiamento. Vi aveva contribuito un rifiuto pur amichevolmente oppostomi dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga di testimoniare sulla controversa circostanza di avere disposto  come  ministro dell’Interno di una consulenza pure di Senzani, appunto, nella gestione del sequestro Moro, fra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978.

Dopo la commissione Pellegrino, sciolta nel 2001, intervenne sul caso Moro la commissione d’inchiesta parlamentare presieduta fra il 2014 e il 2017 da Giuseppe Fioroni, dove tornò come un fantasma ad essere evocata la figura di Senzani e furono elaborate ipotesi, tesi e quant’altro finite anch’esse all’esame della Procura di Roma. Nell’”ambito” delle cui indagini, come si legge nella didascalia della foto di Mattarella in via Fani sul Corriere della Sera, si deve presumere che siano stati eseguiti i prelievi di campioni di Dna a più di 10 persone, tra le quali appunto Senzani.  Ma fra le quali, secondo una ricostruzione dell’Huffington Post, si cercano anche sette partecipanti al sequestro, di nazionalità pure tedesca, sfuggiti alle pur tante e complesse indagini condotte in sede giudiziaria da quel dannato 16 marzo 1978, e alle ricostruzioni dei fatti da parte dei terroristi processati. Si riuscirà a venirne una buona volta a capo davvero? A saperlo….

Di certo c’è solo, o soprattutto, nella tragica vicenda del sequestro Moro che quanto più è passato il tempo più sono cresciuti i dubbi: non foss’altro quelli di carattere tutto politico, se non lo vogliamo definire morale, su uno dei due pilastri della cosiddetta linea della fermezza: da una parte la sicurezza dello Stato, certo, dall’altra la convinzione che Moro nelle sue lettere e nei suoi appelli dalla prigione “del popolo” contro quella linea non fosse pienamente consapevole di ciò che scriveva. Moro invece non difese sino all’ultimo soltanto la sua vita, ma anche le sue idee, la sua idea della politica. Ne fu convinto sin da allora, fra i pochi, il presidente della Repubblica Giovanni Leone predisponendosi a quella grazia ad una detenuta -Paola Besuschio- compresa nell’elenco dei 13 “prigionieri” con i quali i terroristi avevano proposto di scambiare l’ostaggio.

Leone non ebbe purtroppo il tempo di firmare la grazia perché i terroristi, evidentemente tanto informati quanto decisi a non di dividersi ancora sulla scelta della tragica soluzione finale del sequestro, affrettarono l’esecuzione della loro sciagurata sentenza di morte.  E Leone -circostanza inquietante non meno di tutto il resto della vicenda- fu costretto poi a chiudere in anticipo con le proprie dimissioni il mandato al Quirinale.

 

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Se Macron e Draghi si facessero vaccinare con AstraZeneca….

             Se davvero l’AstraZeneca, il vaccino anti-Covid sospeso anche in Italia in attesa delle valutazioni sui decessi intervenuti dopo alcune somministrazioni, rischia di diventare per l’Europa “il cigno nero”, evocato da qualcuno perché ha praticamente messo in crisi la campagna di prevenzione seminando sfiducia, c’è un solo modo -diciamo la verità- perché riescano nel loro proposito i due leader comunitari accordatisi sulla ripresa delle somministrazioni subito dopo il via libera atteso per domani dall’Ema, l’agenzia competente per la valutazione scientifica del problema. Mi riferisco naturalmente al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e al presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

             Proprio loro dovrebbero essere i primi a incoraggiare i loro connazionali facendosi iniettare quel vaccino. E’ inutile girarci intorno. Questo è il primo problema di cosiddetta comunicazione. Non a caso al Cremlino il presidente Vladimir Putin per accreditare il vaccino scoperto in Russia e chiamato Sputnik in onore dello storico successo sovietico nella corsa allo spazio oltre la Terra, se lo fece iniettare pubblicamente fra i primi, se non per primo.  

            Non mi si venga a dire, per cortesia, che il discorso non vale perché il tasso democratico della Russia è dubbio. Dovremmo allora dire lo stesso del tasso democratico degli Stati Uniti, dove l’allora presidente Donald Trump si fece iniettare il vaccino su cui aveva scommesso nella lotta al Covid. La democraticità degli Usa, nonostante l’assalto al Campidoglio e il suo sistema elettorale molto atipico, per cui un presidente può trovarsi eletto senza la maggioranza dei voti dei cittadini, è dimostrata proprio dal fatto che Trump non è più il presidente, essendo stato battuto dal suo rivale Joe Biden.

            Contro l’ipotesi di una vaccinazione di Macron e di Draghi con l’AstraZeneca come esempio per i loro connazionali e, più in generale, per gli europei minacciati -ripeto- dal presunto “cigno nero”, gioca la solita trappola demagogica -demagogica almeno quanto la stessa ipotesi dell’esempio- di cui sono capaci di rimanere intrappolati non solo i populisti ma anche gli antipopulisti. E’ la trappola paradossale del “ciascuno aspetti il suo turno”, a dispetto anche del buon senso.

            Proprio Draghi ha recentemente indicato come esempio lo scrupolo col quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recandosi disciplinatamente di persona all’ospedale romano Spallanzani, si è vaccinato sulla soglia, diciamo così, degli 80 anni regolamentari, che compirà il 23 luglio prossimo. Il presidente del Consiglio ne ha compiuto solo 73 il 3 settembre scorso. Non parliamo poi, per la Francia, di Emmanuel Macron, che ha compiuto solo 43 anni nello scorso mese di dicembre.

            Senza volere improvvisare un’edizione speciale di “Scherzi a parte”, mi verrebbe voglia di auspicare, una volta sbloccata la praticabilità dell’AstraZeneca, una corsa a Palazzo Chigi di quel bravo….Figliuolo del generale di Corpo d’Armata degli alpini, ancora fresco di nomina a commissario straordinario dell’emergenza pandemica, per fare iniettare una dose di quel vaccino da medici e infermieri militari  ad un Draghi disposto pure lui a saltare il turno nell’interesse superiore del Paese.  Che lo stesso Draghi è stato chiamato a governare dal capo dello Stato con tanto di fiducia regolarmente concessagli poi dal Parlamento. Con un tale onere sulle spalle, il signor Presidente del Consiglio avrà pure il diritto e il dovere di cautelarsi e cautelarci.

 

 

 

 

 

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Salvini cerca maldestramente di mettere Enrico Letta contro Mario Draghi

               Può essere comprensibile -conoscendo i problemi di linea che ha partecipando ad un governo anche col Pd, oltre che con i ritrovati alleati, per diversi aspetti, di Forza Italia e 5 Stelle- il fastidio politico e forse anche fisico del leader leghista Matteo Salvini per i temi del voto ai sedicenni e soprattutto della cittadinanza agli immigrati riproposti da Enrico Letta nel discorso che gli ha procurato l’elezione alla quasi unanimità al vertice del partito del Nazareno.

            Già costretto dagli oggettivi cambiamenti solidaristici intervenuti nell’Unione Europea con le varie emergenze provocate dalla pandemia, dalla pressione esercitata nel suo partito da Giancarlo Giorgetti e dall’elettorato del Nord produttivo ad annacquare, quanto meno, il cosiddetto sovranismo anticomunitario cavalcato nella campagna elettorale del 2018, e fruttatogli peraltro il sorpasso su Forza Italia con la conseguente assunzione della leadership del centrodestra, Salvini ha obbiettive difficoltà ad aggiornarsi, diciamo così, anche sui problemi sollevati dal nuovo segretario del Pd. Che egli considera né urgenti né condivisibili, anche se molti dei suoi elettori, specie al Nord, faticano a capire perché  i compagni scuola con i quali i loro figli giocano e parlano in italiano, spesso pure in dialetto, non abbiano il diritto di aspirare alla cittadinanza italiana solo perché nati da immigrati.

            Mah, vedremo di quanto altro tempo avrà bisogno Salvini per riflettere meglio o di più su questo problema. Ma egli commette comunque un errore politico a coinvolgere il governo di Mario Draghi in questo tema accusando Letta di averne praticamente compromesso la stabilità, cioè la sopravvivenza, nel momento in cui ha sollevato o riproposto la questione. Non va infatti dimenticato che questa del cosiddetto ius soli, che sarebbe meglio comunque chiamare ius culturae, com’è perché la cittadinanza è collegata all’integrazione culturale, appunto, e non solo al posto in cui si nasce, è una vecchia istanza del Pd e, più in generale, della sinistra.

            Più che Enrico Letta nel sollevarlo, o risollevarlo, è Salvini a coinvolgere nel problema il governo sentendolo minacciato dal nuovo segretario del Pd, e dimenticando che il tema non è stato minimamente toccato nel programma esposto alle Camere dal nuovo presidente del Consiglio, per cui è stato lasciato alla sola valutazione o dialettica parlamentare.

            E’ lui insomma, Salvini, a pestare in qualche modo i piedi a Mario Draghi, più o prima ancora del nuovo segretario del Pd. E lo fa in un momento assai delicato, anzi difficile per il governo a causa delle complicazioni -vogliamo chiamarle almeno così?- sorte sulla strada delle emergenze dalle quali esso è nato, dopo i limiti dimostrati dal secondo governo di Giuseppe Conte. Che ora è alle prese esclusive o assorbenti -secondo me fortunatamente anche per le sorti della nuova segreteria del Pd- non più con quelle emergenze ma col caos del movimento di cui Beppe Grillo gli ha consegnato le chiavi. Chiavi tuttavia -tanto perché il caos resti tale, se non per aggravarlo ulteriormente- nuove e perciò non adatte ad aprire le vecchie serrature. Delle quali non a caso l’ex presidente del Consiglio si è riservato di studiare e verificare gli ingranaggi, forse scoprendoli più rovinati del previsto, se mai sono stati davvero in ordine.  

 

 

 

 

 

 

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Eppure un terzo del Pd è indifferente al cambiamento del segretario

Senza volere entrare nel contenuto del discorso programmatico e, insieme, di insediamento  pronunciato da Enrico Letta all’Assemblea Nazionale, preferendo attenderlo alla prova dei fatti, a cominciare dal “nuovo Pd” che egli ha promesso, consentitemi di soffermarmi su un sondaggio della Demos effettuato per la Repubblica, alla vigilia della scelta del nuovo segretario, fra gli elettori del Pd, comprensivi -credo-dei militanti.

A candidatura praticamente già annunciata di Letta, sbarcato l’11 marzo a Fiumicino da Parigi dopo giorni di corteggiamento telefonico aperto dal segretario uscente e dimissionario, 23 persone su cento preferivano ancora una conferma di Nicola Zingaretti, per quanto sapessero della dichiarata irreversibilità delle sue dimissioni. Diciotto risultavano preferire già Letta, 12 Dario Franceschini, 6 Stefano Bonaccini, il presidente della regione Emilia-Bologna contro la cui potenziale candidatura in un congresso anticipato si era forse mosso Zingaretti prendendolo di contropiede, 13 per altri. Ventotto, cioè la maggioranza relativa, risultavano sostanzialmente indifferenti, dividendosi tra il “non sa” e “non risponde”, nonostante il clima di emergenza creato, volente o nolente, da Zingaretti dimettendosi per denunciare, anzi per “vergognarsi” delle condizioni di un partito diviso in correnti solo per spartirsi poltrone e sgabelli.

Ecco, una maggioranza di indifferenti è quella che, a mio avviso, segna di più la crisi del Pd e costituisce la realtà che più deve temere il nuovo segretario. Che, d’altronde, ha mostrato di esserne consapevole, pur non conoscendo ancora il risultato del sondaggio di Demos, quando dal suo quartiere di Testaccio è andato al vicino Ghetto per richiamarsi al recente monito della senatrice a vita Liliana Segre a non cadere nella tentazione dell’indifferenza, appunto.

Capisco il pudore politico, diciamo così, del cattolico e post-democristiano Enrico Letta nel richiamarsi alla celebre superstite della Shoah piuttosto che ad Antonio Gramsci. Che ben prima della senatrice Segre, nel lontano 1917, aveva gridato dalle sponde comuniste il suo “odio” per gli indifferenti.

Alle radici comuniste, e non solo democristiane, del Pd di cui si accingeva ad assumere la guida Enrico Letta aveva forse già deciso, e preferito, dare un riconoscimento  nel suo discorso da candidato alla segreteria, e di scontato nuovo segretario, col ricordo di Enrico -pure lui- Berlinguer. Che è rimasto nel cuore della componente post-comunista del Pd e che fu certamente il teorizzatore del “compromesso storico” con la Dc, e l’ultimo interlocutore di Aldo Moro sino al tragico sequestro dello statista democristiano, ma prima del ritorno all’alternativa addirittura “morale” allo scudocrociato.

Da avveduto e colto politico, nel contrasto alla indifferenza Letta ha preferito la senatrice Segre a Gramsci per non esagerare nella valutazione o rivalutazione della parte o dell’anima comunista o post-comunista di quel partito complesso come il Pd, su cui pesa come una maledizione il giudizio che ne diede subito, alle prime difficoltà, uno spietato Massimo D’Alema parlandone come di “un amalgama mal riuscito”. Di cui hanno fatto le spese già sette segretari in meno di 14 anni.

A complicare i problemi di un partito già frutto della fusione più o meno fredda fra i resti di due formazioni politiche a lungo contrapposte, e non solo concorrenti, come lo furono invece nella breve pausa o tregua della già accennata “solidarietà nazionale”, all’epoca del terzo e quarto governo di Giulio Andreotti, entrambi monocolori democristiani appoggiati esternamente dal Pci, fra il 1976 e il mese di gennaio del 1979; a complicare, dicevo, i problemi del Pd sono intervenuti dall’estate del 2019 i rapporti di alleanza col MoVimento 5 Stelle. Il cui esordio parlamentare nel 2013 fu salutato dall’allora vice segretario del Pd Enrico Letta con enorme preoccupazione, diversamente dalle aperture o speranze del segretario del partito Pier Luigi Bersani. Che si incaponì sino a tentare la formazione del famoso “governo di minoranza e combattimento”, fallita non so ancora, francamente, se più per la immaturità dei pentastellati, recentemente lamentata dallo stesso Bersani, o per la fermezza dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Fu quest’ultimo, una volta rieletto al Quirinale per il naufragio delle candidature di Franco Marini e di Romano Prodi, a togliere a Bersani l’incarico, anzi il pre-incarico, di presidente del Consiglio e ad aprire la strada al governo di Enrico Letta. Che nacque di “larghe intese” con Silvio Berlusconi poi ristrettesi ai “diversamente berlusconiani” di Angelino Alfano, una volta rimosso dal Senato e spinto il Cavaliere all’opposizione per la condanna definitiva per frode fiscale. Sopraggiunse infine la ruspa del rottamatore e quant’altro Matteo Renzi. Che in quell’operazione fu aiutato proprio da Berlusconi, ricevuto in pompa magna al Nazareno come interlocutore privilegiato sul terreno delle riforme costituzionali ,ma alla fine perso per strada nell’operazione Mattarella al Quirinale.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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