Draghi sostituisce con un generale il commissario straordinario anti-Covid

            La notizia naturalmente non sta tanto nella “rimozione” di Domenico Arcuri annunciata sulla prima pagina del Corriere della Sera, e già nell’aria da qualche giorno sia per le richieste di leghisti, forzisti e renziani all’interno della maggioranza e dello stesso governo, sia per il pericolo di vederlo prima o poi coinvolto nelle indagini giudiziarie su mascherine e altro, pur essendone appena uscito con tanto di certificazione della Procura della Repubblica di Roma. La notizia non sta neppure nella nomina del generale Francesco Paolo Figliuolo, con quel cognome involontariamente paternalistico, a nuovo commissario straordinario per l’emergenza virale. La notizia, giustamente sottolineata nel titolone di prima pagina di Repubblica, sta nel ricorso da parte del governo a “un generale”: cosa che da sola basta e avanza a dare l’idea della svolta impressa nella gestione della pandemia da un Mario Draghi per giorni e giorni rappresentato da chi non ne ha mai digerito l’arrivo a Palazzo Chigi come un uomo destinato a vivere di rendita delle scelte e dell’azione del predecessore Giuseppe Conte. Che sarebbe stato ingiustamente sostituito nel bel mezzo della sua meritoria impresa.

            E’ stato comprensibilmente duro ad un giornale come Il Fatto Quotidiano, dove ancora si versano lacrime pur metaforiche a vedere le foto dell’uscita di Conte da Palazzo Chigi fra gli applausi del personale affacciato alle finestre sul cortile, registrare quest’altro scomodissimo passaggio. Fra titolo, occhiello, sommario e fotomontaggio di prima pagina è stato tutto un fuoco d’artificio contro Draghi e la sua “virata a destra”, stampata nel rosso che è il colore preferito della testata. L’editoriale del direttore Marco Travaglio non è stato da meno: prima col ricorso al “generalissimo” per esasperare, diciamo così, la già significativa qualifica di “generale di Corpo d’Armata” del nominato, e poi per sobillare praticamente alla rivolta politica -in guerra si chiamerebbe sabotaggio- le componenti ancora giallorosse della nuova maggioranza di governo, cioè i grillini appena affidati dallo stesso Grillo agli studi di Conte, in attesa della sua incoronazione a capo, il Pd e la sinistra pur divisa dei “liberi e uguali”.

            Il “congedo militare” di Arcuri, come l’ha definito con la solita arguzia il manifesto nel titolo e fotomontaggio di copertina, merita insomma vendetta agli occhi, alla testa e al cuore dei nostalgici di una “stagione finita”, per stare al linguaggio di Roberto Napoletano, sul Quotidiano del Sud che dirige, e di Alessandro Sallusti sul Giornale della famiglia Berlusconi. Che di suo, visti l’impegno politico dell’editore e il compiacimento espresso dai forzisti in concorrenza con leghisti e renziani, ci ha aggiunto l’applauso all’”arrivo dei nostri”: una specie di Cavalleria che irrompe sulle truppe giù in fuga, sino a qualche settimana fa convinte di poter vincere invece la partita della crisi provocata da quel rompiscatole del senatore Matteo Renzi.

         Quest’ultimo adesso si gode anche lui lo spettacolo rovesciato, pur nelle difficoltà obiettivamente procuratesi con quegli infelici, inopportuni rapporti retribuiti col principe ereditario dell’Arabia Saudita accusato dalla Cia di avere fatto uccidere e segare un giornalista d’opposizione. In attesa magari che se ne occupi qualche volenterosa Procura della Repubblica, che dal 1993 non ha più bisogno dell’autorizzazione del Senato per procedere nelle indagini, ha cominciato ad interessarsi del caso – errore politico o reato che sia- la rivista della corrente “Magistratura democratica”.

 

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

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