L’attesa della fiducia in Parlamento ha avvelenato di più i rapporti politici

            I giorni che il presidente del Consiglio per “continuare il suo lavoro”, come è tornato ad auspicare sul Corriere della Sera l’ormai immancabile oracolo del Pd Goffredo Bettini, ha voluto prendersi prima del “Rischiatutto” sulla fiducia di martedì al Senato, dove i numeri sono rimasti assai incerti, hanno prodotto più confusione che chiarimento, più veleno che altro.

            La ricerca di “costruttori” tra le opposizioni -quelli che una volta si chiamavano voltagabbana o venivano derisi per la qualifica di “responsabili” autoassegnatasi- ha esposto gli interessati agli immancabili sospetti di trasformismo, a dir poco. Che il ministro della Cultura Dario Franceschini, capo della delegazione del Pd al governo, condividendo una tesi esposta prima di lui da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, ha considerato per niente deplorevole in un sistema elettorale proporzionale, quale di fatto sarebbe già quello in vigore, anche se in attesa di un miglioramento o potenziamento.

            Solo col sistema maggioritario bi o tripolare, presupponendosi la formazione degli schieramenti prima del voto, con tanto di designazione preventiva dei due o tre maggiori candidati alla presidenza del Consiglio, sarebbe giustificata la deplorazione dei parlamentari in transito nel corso della legislatura da una parte all’altra. Ma sarebbe stata a questo punto condivisibile, secondo il ragionamento di Franceschini, la richiesta grillina già in epoca del maggioritario, contrastata invece dal Pd, del cosiddetto vincolo di mandato da introdurre modificando l’articolo 67 della Costituzione. Che dice dal 1948: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”, appunto.

            Peraltro, pur rivalutando il mandato parlamentare senza vincolo all’ombra di un preteso e già completo ripristino del sistema proporzionale modificato nel 1993, il giornale di Travaglio è tornato a bollare come “campagna acquisti”, o mercato delle vacche, i passaggi avvenuti in questi giorni, e possibili anche nei prossimi, dai banchi grillini a quelli dell’odiatissima Lega di Matteo Salvini. Sono quindi le destinazioni a fare la differenza. Il giudizio dipende da chi può trarne beneficio. Se è Salvini, come nel 2010 fu l’allora presidente del Consiglio Berlusconi , l’operazione è marcia. Se è Conte o il Pd, dove un renziano è appena tornato forse precedendo altri molto corteggiati in queste ore per dare a Renzi la lezione che meriterebbe, avendo ritirato la sua delegazione dal governo, l’operazione è eccellente, salvifica. E’ la solita storia dell’opportunismo preferito all’opportunità, o dell’ipocrisia preferita alla franchezza.

            Franchezza per franchezza, o viceversa, è da segnalare il silenzio opposto alla rivelazione fatta da Renzi dopo essere stato bollato come “inaffidabile” dal segretario del Pd per la sua vis polemica contro il governo. “Curioso. Ho utilizzato verso Conte -ha raccontato  l’ex presidente del Consiglio alla Stampa del 15 gennaio- parole molto più gentili di quelle che usava Zingaretti su di lui nei nostri colloqui privati”. Ma per agitare le acque nel Pd stimolandone “gli irresponsabili” avvertiti o denunciati da Travaglio, l’ex presidente del Consiglio ha ugualmente proposto al partito di Zingaretti di assumere in un nuovo governo un ruolo “fondamentale”, diventato “centrale” nel titolo dell’intervista al Corriere della Sera.  

 

 

 

 

 

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Le partite parallele di Sergio Mattarella e di Giuseppe Conte

Per cercare di capire le ragioni che hanno indotto il capo dello Stato -anche a costo di fare venire dubbi a costituzionalisti di prima fila come Michele Ainis, che ha scritto su Repubblica di una “crisi in incognito”- a permettere al presidente del Consiglio di presentarsi alle Camere per verificare la fiducia al suo governo anche senza dimettersi, come se lo avesse fatto e il presidente della Repubblica lo avesse rinviato al Parlamento, bisognerebbe leggere con attenzione il quirinalista che va, peraltro meritatamente, per la maggiore. Che è Marzio Breda, abituato a frequentare il Quirinale come casa sua.

“I dossier urgenti e legati alla pandemia saranno affrontati dal prossimo esecutivo, quale che possa essere”, ha scritto Breda. Ciò significa, o sembra significare, che al Quirinale si sono interrogati sulla opportunità, se non addirittura sulla legittimità delle riunioni del Consiglio dei Ministri programmate via via dal presidente del Consiglio per questioni, appunto, urgenti anche dopo l’uscita dal governo delle due ministre renziane.

Il Capo dello Stato ha quindi ritenuto di evitare una pratica anomala di governo -in una legislatura che vive di anomalie dall’inizio- accettandone un’altra di tipo diverso. Che è quella di un presidente del Consiglio che perde un pezzo della propria compagine ministeriale e maggioranza e, volendo “parlamentarizzare” la crisi, come si dice e si invoca da ogni parte, si presenta alle Camere senza dimettersi e senza esservi stato rinviato, ripeto, dal presidente della Repubblica. E ciò per verificare, a questo punto, non se dispone ancora dello schieramento formatosi attorno a lui nel 2019 ma se dispone di una maggioranza e basta, anche diversa da quella originaria grazie ai cosiddetti “responsabili”. Che, provenienti dallo schieramento originariamente opposto, vogliono adesso essere chiamati “costruttori” per riconoscersi ed essere riconosciuti fra quelli auspicati dal capo dello Stato nel messaggio di Capodanno, contrapposti ai demolitori, o rottamatori. E qui il pensiero corre subito a Matteo Renzi, anche se l’ex premier, ora leader di Italia viva, o “Italia virus”, come sfottono sul Fatto Quotidiano, non si lascia scappare occasione per apprezzare il presidente della Repubblica e sostenere di muoversi pure lui sulla sua scia. Un  Humphrey Bogart redivivo direbbe, al posto della stampa, che è la politica, bellezza.

In teoria logica, molta teoria, il rinvio dei “dossier urgenti” al “prossimo esecutivo, quale che possa essere”, presupporrebbe la convinzione, il timore e quant’altro del capo dello Stato che Conte non riesca a superare la scommessa che ha voluto fare sui numeri, specie al Senato, dove i renziani sono o erano decisivi sulla carta per fare prevalere una parte o l’altra.  Se battuto, il presidente del Consiglio uscirebbe dalla partita della crisi, questa volta da aprire obbligatoriamente. E si aprirebbe la strada ad un “prossimo” governo davvero, di corto o largo respiro che sia, elettorale o non.

Se tuttavia Conte non fosse battuto nella prova di forza cercata così ostinatamente, il capo dello Stato si troverebbe di fronte ad un governo fiduciato, sia pure da una maggioranza diversa da quella procuratasi un anno e mezzo fa, dopo la rottura con la Lega di Matteo Salvini. E un governo fiduciato, sia pure a maggioranza variata, difficilmente si dimetterebbe. Il presidente del Consiglio avrebbe anzi i titoli logici di procedere ad un rimpasto per sostituire i due ex ministri renziani e procedere anche ad altre modifiche per soddisfare la parte nuova della maggioranza. Insomma si passerebbe senza discontinuità, per usare un termine sollevato contro Conte dal Pd nella precedente crisi e poi ritirato, da un governo Conte e basta ad un governo Conte-Mastella, anzi “lady Mastella”, come ha detto sarcasticamente Renzi preparando la crisi che non è riuscito a fare aprire formalmente.

Clemente Mastella, sindaco peraltro uscente di Benevento, dove “mezzo Pd e 5 Stelle”, come lui stesso racconta, gli vogliono togliere la guida della città, è il primo beneficiario mediatico, diciamo così, di questa crisi-non crisi, sommersa o in incognito. Egli ha personalmente e pubblicamente incoraggiato e assistito la moglie Sandra Lonardo ad uscire da Forza Italia e dal centrodestra e a transitare di fatto verso la maggioranza contiana raccogliendo e sviluppando tradizioni di famiglia, tutte praticate per “amore” dell’Italia e della politica, secondo le dichiarazioni rilasciate in questi giorni dall’ex portavoce di Ciriaco De Mita, ex ministro del Lavoro di Silvio Berlusconi, ex ministro della Giustizia di Romano Prodi, ex attendente di Francesco Cossiga alla guida degli emuli degli “straccioni  di Valmy”. Che nel 1998 consentirono la formazione del primo governo di Massimo D’Alema. Per adesso egli è riuscito, in questa stagione, a riscalare le prime pagine dei giornali rivalutando i “vietcong” e rivendicando “la dignità delle amanti”.

Convulso il mercato dei “costruttori” impegnati a salvare Conte

            Sembrano pochi, anzi pochissimi, i giorni che mancano a martedì, quando il presidente del Consiglio non dimissionario Giuseppe Conte, per quanto abbia perduto per strada due ministre e un sottosegretario, potrà vedere al Senato -dove i numeri ballano diversamente dalla Camera e si giocherà quindi la partita decisiva- se dispone ancora di una maggioranza.

            Il sottosegretario agli Esteri Riccardo Antonio Merlo ha messo a disposizione della causa di Conte il suo “Movimento associativo italiani all’estero”, noto in Parlamento con la sigla Maie, per trasformarlo da modesta componente del gruppo misto del Senato in una scialuppa di salvataggio. Vi è già saltato dentro l’ex forzista Raffaele Fantetti con la sua associazione “Italia 23”, dall’anno della fine ordinaria della legislatura, che potrebbe diventare addirittura il nome di una lista di o per Conte, se il professore volesse partecipare alle prossime elezioni.

            E’ in questa scialuppa del Maie, che ha acceso la fantasia dei giornalisti del manifesto con quel titolo di prima pagina “Mai dire Maie”, che potrebbero saltare i dissidenti o transfughi da altri gruppi per costituirne uno autonomo, cui sono necessari almeno dieci senatori, e partecipare alla fiducia di martedì col requisito della non casualità o indeterminatezza chiesto da Mattarella a Conte per travestire da maggioranza continua una maggioranza in realtà diversa, o discontinua. Ne è infatti appena uscita l’Italia viva di Renzi, o ciò che ne resterà dopo questa operazione che potrebbe togliere anche ad essa qualche senatore.

            Sembrano pochissimi, dicevo, i giorni che ci separano da martedì, ma in politica no. Essi sono abbastanza per rafforzare o anche affondare progetti, ipotesi di lavoro o comunque si vogliano chiamare quelli di Conte e dei suoi sostenitori. I senatori transfughi dall’opposizione- che con Berlusconi al governo, nel 2010, si guadagnarono insulti per la pretesa di chiamarsi “responsabili” e che ora, per non incorrere nello stesso inconveniente, hanno assunto il nome di “costruttori” prendendolo dal messaggio di Capodanno del capo dello Stato-  potrebbero rivelarsi sufficienti a fare raggiungere e magari superare a Conte la soglia fatidica dei 161 voti nell’aula di Palazzo Madama, dando per scontato il pieno dell’assemblea, o no. Potrà dipendere da tante cose, anche dal prezzo materiale dell’operazione, sottolineato impietosamente dal Messaggero con un titolo sui “responsabili che costano troppo”.

             Il sindaco di Benevento Clemente Mastella, la cui moglie Alessandrina Lonardo è passata da tempo da Forza Italia ai componenti del gruppo misto che votano per il governo, ha avvertito che i nuovi alleati di Conte “non sono fessi”. Prima ancora egli aveva detto, sempre come uno dei registi dell’operazione, che le amanti saranno pure irregolari, diciamo così, ma hanno diritto ad una loro dignità.

            In una coincidenza, diciamo così diabolica, gridata nel titolo di apertura del Riformista di Piero Sansonetti, si è scoperto che pochi giorni fa è stato concesso da Palazzo Chigi il finanziamento di un maxi parcheggio controverso di Benevento per 7 milioni di euro. Potrebbero sembrare pochi, come i giorni che mancano a martedì prossimo, ma sono pur sempre quasi 14 miliardi delle vecchie lirette. E hanno pur sempre un loro significato in quello che potrebbe anche essere chiamato il mercato dei costruttori politici a vari livelli, nazionale e locale.

 

 

 

 

 

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Conte vince il primo tempo di questa curiosa crisi di governo

             Occhio al Quirinale, dicevo. E dal Quirinale è arrivata la sorpresa che chiamerei “dell’ossimoro”. L’impaziente Mattarella, preoccupato della lunga “incertezza” del quadro politico per le tensioni nella maggioranza sfociate nelle dimissioni delle due ministre renziane, ha avuto la pazienza di acconsentire al percorso propostogli dal presidente del Consiglio. Che non si è dimesso ma ha chiesto e ottenuto di tentare una resa dei conti con Renzi ricorrendo a comunicazioni “fiduciarie” alle Camere. E per “fiduciarie” -ha spiegato il quirinalista Marzio Breda riferendo sul Corriere della Sera del colloquio fra i presidenti della Repubblica e del Consiglio- si deve intendere che i dibattiti dovranno concludersi con un voto, appunto, di fiducia.

            Alla Camera, secondo un calendario fissato rapidamente, lunedì non ci saranno problemi, non essendo i voti renziani decisivi per la maggioranza. Al Senato, dove invece lo sono, sarà “roulette giallorossa”, come ha titolato il manifesto. Ma Conte -ha assicurato Il Fatto Quotidiano, solitamente ben informato degli umori e dei progetti del presidente del Consiglio- è “ottimista” sui numeri. Egli pensa cioè di poter raccogliere tutti i cosiddetti “responsabili”, provenienti dall’opposizione di centrodestra e dintorni, necessari a sostituire i renziani, o ciò che ne resterà, essendo incerta anche la loro compattezza. Ma non chiamiamoli più, per favore, “responsabili”, visto il discredito riservato nel 2010 ai parlamentari così definiti, che dall’opposizione passarono alla maggioranza dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, contestato con una mozione di sfiducia da un partitino improvvisato da Gianfranco Fini a dispetto della sua carica di presidente della Camera. Ora vanno chiamati “costruttori” per potersi agganciare pure loro, come Renzi con le sue ripetute espressioni di elogio di Mattarella, al messaggio di Capodanno del presidente della Repubblica contro i “distruttori”.

            Due condizioni ha posto tuttavia il presidente della Repubblica per il suo ossimoro di paziente impazienza. La prima, già ottenuta, è che si faccia presto, tradotta da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere in una vignetta su Conte che corre via di corsa dal Quirinale. L’altra, da verificare, è che i “costruttori” non vengano raccolti alla spicciolata, “di qua e di là”, come d’altronde lo stesso Conte il giorno prima, scendendo dal Colle dopo un altro incontro, aveva riconosciuto che non si potesse o dovesse fare. Essi dovranno ritrovarsi, come ha spiegato Breda, in un unico e nuovo gruppo. Che però al Senato per costituirsi ha bisogno di assumere il simbolo e la denominazione di un partito presentatosi alle ultime elezioni politiche. Renzi lo fece nel 2019 accasandosi nel Psi di Riccardo Nencini, dichiaratosi però anche lui in questa circostanza fra i “costruttori”.

            Il percorso accettato da Mattarella – penso  a sorpresa di Renzi, che non per questo probabilmente lo sfiducerà con qualche dichiarazione perché non gli gioverebbe, vista la sua già forte esposizione critica- segna sicuramente una vittoria di Conte nel primo tempo della partita di una crisi che a questo punto non si sa neppure più come chiamarla, non essendo stata formalmente aperta. E’ una crisi “tutta mediatica”, ha scritto un compiaciuto Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. E’ una crisi “in incognito”, ha scritto più autorevolmente su Repubblica il costituzionalista Michele Ainis mostrando però perplessità, non compiacimento, per l’ossimoro del Quirinale.

 

 

 

 

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Occhio al Quirinale per gli sviluppi della crisi di governo

              Più che alle dimissioni personalmente annunciate alla fine dallo stesso Matteo Renzi delle sue due ministre e sottosegretario per materializzare una crisi di fatto in corso da mesi – che non ha certamente sorpreso il capo dello Stato, avendoci addirittura scommesso secondo l’ironica rappresentazione che ne ha fatto il vignettista del Foglio– per capire quello che bolle in pentola bisogna guardare al Quirinale. Dove non a caso, in vista proprio dell’annuncio di Renzi, il presidente del Consiglio è salito ieri “all’ora di pranzo”, ha raccontato Marzio Breda sul Corriere della Sera, uscendone alquanto diverso da come vi era arrivato: con minore prosopopea, disposto ad aprire ciò che aveva chiuso il giorno prima avvertendo praticamente: mai più con quello lì.

             Evidentemente Mattarella, già impaziente di suo per “l’incertezza”, come ha fatto sapere, che grava da troppo tempo sulla situazione politica, aveva fatto capire al suo ospite che si era incamminato su una strada troppo accidentata con quel proposito sbandierato di una resa dei conti al Senato per sostituire i renziani nella maggioranza con un pugno di transfughi dall’opposizione e dintorni, cosiddetti “responsabili” dai tempi in cui ne fece uso Silvio Berlusconi.  Che nel 2010  si salvò così da una crisi predisposta addirittura dal presidente della Camera Gianfranco Fini. “Mattarella -ha ricordato Breda- ha sempre evocato il bisogno di maggioranze solide e con un perimetro ben chiaro, altrimenti qualsiasi governo rischia di essere costruito sulla sabbia”.

                Proprio di “costruzioni sulla sabbia” non vuole sentir parlare neppure Renzi, che lo ha detto nella conferenza stampa sulle dimissioni delle sue due ministre, aperta significativamente con parole di fiducia nei riguardi del Capo dello Stato. Nel cui messaggio di Capodanno, d’altronde, il senatore di Scandicci, o di Rignano, ormai raffigurato da Vauro Senesi sulla prima pagina del Fatto Quotidiano come una “variante” del Covid 19,  si era già affrettato a riconoscersi totalmente, come per agganciarvi la fune della sua scalata sulla parete della crisi.

                Ora, con la disponibilità di Renzi a trattare, senza tuttavia escludere un cambio a Palazzo Chigi, Conte è “in notevole difficoltà” anche per ammissione del suo estimatore Eugenio Scalfari, sceso oggi su Repubblica dalle vette della filosofia per occuparsi delle beghe della politica. I titoli del giornali si sprecano sulla problematica posizione del presidente del Consiglio. Che tuttavia, diversamente da come si faceva nella cosiddetta prima Repubblica, come ha sottolineato Breda nel suo articolo dal Colle, non si è ancora dimesso, programmando anzi alcune sedute del Consiglio dei Ministri per il varo di provvedimenti urgenti.

             In un supplemento di pazienza Mattarella attende gli sviluppi della situazione, e forse anche degli umori di Conte. Probabilmente egli condivide l’urgenza dei provvedimenti in dirittura d’arrivo, compreso il nuovo scostamento di bilancio necessario a finanziare altri interventi per i danneggiati dalla pandemia virale, che intanto continua a mietere vittime. Ma prima o dopo, se Conte dovesse procrastinare con furbizia le dimissioni, o altre iniziative di chiarimento, temo che il capo dello Stato sbotterà, come ha fatto capire Breda al termine della sua corrispondenza dal Quirinale, E in modo clamoroso, come solo i pazienti, tolleranti e simili riescono a fare quando, appunto, sbottano, anche a costo di essere scambiati per matti. 

 

 

 

 

 

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Pochi e molto deplorevoli gli “interessati” alla crisi di governo

            Debbo vivere in un ambiente strano, frequentare e condividere persone singolari se mi sono sentito nel modestissimo 5 per cento degli “interessati” alla crisi di governo calcolato da uno dei sondaggi dei cui risultati ho appreso vedendo la puntata di ieri sera della trasmissione televisiva di Giovanni Floris, sulla 7. Parlo naturalmente di interessati nel senso di non contrari, fiduciosi solo che la crisi non venga sprecata, come auspica Il Foglio, per esempio. Tutti gli altri, ben più numerosi,  risultano in vario modo contrari: persino 7 su 10 secondo Alessandra Ghisleri sulla Stampa.

            Mah, è proprio vero che i sondaggi vanno presi con le pinze, non scambiati per verità accertate, come ha fatto Massimo D’Alema  accreditando la rappresentazione di Conte come dell’uomo “più popolare” d’Italia e di Matteo Renzi come dell’uomo “più impopolare”, uno sciamano intestardito a mettere in discussione il presidente del Consiglio. Evidentemente, avendogli accordato la fiducia un anno e mezzo fa, avendone anzi promosso la permanenza a Palazzo Chigi dopo la rottura con Salvini, egli si sarebbe dovuto sentire impegnato a condividerne tutte e sempre le decisioni e la condotta. Eppure anche i matrimoni hanno finito da tempo di essere indissolubili.

            Si invoca l’emergenza, che sicuramente esiste, per giunta di varia natura, per sostenere la irrazionalità, anzi lo scandalo della crisi perseguita da Renzi come sbocco di una lunga verifica della maggioranza prima osteggiata da Conte, poi subìta, infine gestita col rallentatore, sino a quando il presidente del Consiglio non si è dichiarato “impaziente” e non si è messo a “correre”. Ma lo ha fatto puntando ad arrivare nell’aula del Senato per sostituire i renziani con un po’ di transfughi  “responsabili” dal centrodestra, raccolti più  o meno alla spicciolata. Come se una maggioranza di questo tipo, peraltro contestata a Silvio Berlusconi nel 2010, in tempi meno preoccupanti di adesso, fosse più adeguata alle varie emergenze in corso e Mattarella fosse disponibile a consentirla senza il passaggio formale di una crisi.

            Tra le grida d’allarme e proteste trovo più singolari di tutte non quelle di Marco Travaglio e dei grillini, in fondo davvero “interessati” per affinità elettive, diciamo così, al salvataggio di Conte dall’”Italia Virus”, anziché viva a meno del 3 cento dei voti sottolineato dal vignettista Giannelli sul Corriere della Sera, ma quelle del Pd. Il cui vice segretario Andrea Orlando non più tardi di domenica scorsa ha cercato di spegnere l’incendio della crisi invocando due precedenti, ma da autorete, come vedremo.

         “La storia -ha detto Orlando alla Stampa– ci racconta di coalizioni in cui convivevano personalità che sicuramente non si amavano. Senza tornare indietro a Togliatti e De Gasperi”, che comunque ruppero nel 1947 senza mai più riconciliarsi, “basta ricordare Craxi e De Mita. Gli stessi Prodi e D’Alema non si amavano alla follia”, come Conte e il Renzi vichingo di queste ore.

            Ebbene, la sordida partita tra Craxi e De Mita si concluse nel 1987 col defenestramento di Craxi da Palazzo Chigi, anche se il segretario della Dc De Mita dovette aspettare un anno per succedergli, e durare solo 13 mesi. L’altrettanto sordida partita tra Prodi e D’Alema sfociò nell’autunno del 1998 con la defenestrazione di Prodi, sempre da Palazzo Chigi, anche se D’Alema ne prese il posto per durare solo un anno e mezzo, e con ben due governi. Roba, se evocata oggi, da scongiuri per Conte.

 

 

 

 

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I sampietrini della salita del Colle sulla strada della crisi di governo

            Nella grande commedia degli equivoci, delle ambiguità e delle ipocrisie che è diventata la verifica di governo, durante la quale quasi tutti hanno detto una cosa pensando ad un’altra di segno anche opposto, mettiamo che a Sergio Mattarella riesca il miracolo annunciato un po’ da tutti i giornali. Che è quello  di fare uscire dal contenzioso fra Conte e Renzi, o viceversa, la materia dalla quale tutto in fondo è partito, almeno a parole: il cosiddetto Recovery plan, cioè il piano d’utilizzo degli ingenti fondi europei della ripresa destinati all’Italia.

            Il presidente della Repubblica non ha torto, per carità, a considerare questo piano di tale interesse nazionale, nella crisi economica e sociale aggravata dalla pandemia virale, da volerlo mettere -come si dice- in sicurezza. Cioè, dal chiedere ai partiti della maggioranza di approvarlo comunque, accontentandosi i renziani – pur sfottuti come arresi dal Fatto Quotidiano- delle tante modifiche già ottenute rispetto al testo originario.

            Se la crisi dovesse aprirsi senza l’approvazione preventiva di questo piano, la Commissione Europea rimarrebbe di fatto, nella gestione dei fondi della ripresa, senza interlocutore nel nostro Paese, al di là dell’ordinaria amministrazione di competenza di un governo dimissionario. Ma di ordinario c’è francamente ben poco in uno stato di emergenza via via prorogato.

             I renziani, che hanno già ingoiato il bilancio preventivo del 2021 per non dare il pretesto del cosiddetto esercizio provvisorio alle solite speculazioni internazionali contro i titoli dell’ingente, ora ingentissimo debito pubblico italiano, potrebbero anche ingoiare come “ultimo atto” -ha titolato la Repubblica-  il Recovery plan grazie alle modifiche ottenute.  Il testo originario destinava alla sanità pur colpita dalla pandemia soli e miseri 9 miliardi di euro, portati a 18, cioè raddoppiati, senza attingere neppure un euro dal fondo europeo salva-Stati noto come Mes per non fare incenerire quel che resta del contrarissimo Movimento 5 Stelle. L’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria si chiede scettico in ogni intervista dove il governo abbia trovato tanti soldi dalla mattina alla sera.

            Privata di questo benedetto o maledetto piano, alla verifica di governo rimarrebbe il compito non piccolo di concordare, prevedibilmente col passaggio formale di una crisi, un cosiddetto “programma di fine legislatura”, naturalmente ordinaria, da portare a termine nel 2023. Si dà il caso però che tra i problemi di fine legislatura ce ne sia uno politico e istituzionale grande come una casa: l’elezione fra un anno del presidente della Repubblica, scadendo il mandato di quello attuale, come lo stesso Mattarella ha ricordato -forse non a caso- nel suo messaggio di fine anno a reti unificate, e in piedi davanti ad una vetrata del Quirinale. Mi chiedo se questa maggioranza così scombinata, pur in un rinnovato governo Conte “alla rovescia”, come scrive un deluso e preoccupato Marco Travaglio, sia in grado di affrontare un simile tema senza esplodere. Probabilmente lo accantonerebbe come una miccia per la crisi successiva. Non sarebbe d’altronde la prima maggioranza di governo a dissolversi sulla strada del Colle. Ma ne riparleremo.

 

 

 

 

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L’orribile 2020 raccontato giorno per giorno

Chi poteva immaginare che il 2020 sarebbe stato peggiore di un 2019 che Giuseppe Conte, ancora fresco, o quasi, di rinnovo del suo contratto politico a Palazzo Chigi con una maggioranza diversa, anzi opposta, a quella di prima, aveva tentato di venderci per “bellissimo” ? Eppure il 2020 si è rivelato davvero orribile con l’esplosione della pandemia e di tutte le altre emergenze ch’essa ha prodotto, compresa quella politica.

 Graffiarne gli sviluppi, giorno per giorno, spulciando gli eventi per quelli che erano e per come risultavano dalle rappresentazioni dei giornali, non è stato piacevole. Eppure ripassarli potrebbe essere utile per apprezzare l’anno  nuovo, che ha paradossalmente nella stessa negatività di quello che è trascorso, la premessa -spero- di essere migliore. Sarà ben difficile trovarselo peggiore, ora che è arrivato il vaccino della liberazione dalla pandemia e della possibile restituzione di tutti noi ad un minimo di normalità.

Anche i temporali politici nei quali si è chiuso l’orribile 2020 potrebbero rivelarsi utili a un chiarimento e alla restituzione della politica a quella ordinarietà obbiettivamente perduta da un bel po’ di tempo in un avvicendarsi fantasioso di Repubbliche: dalla prima alla seconda, alla terza e addirittura alla quarta, cui sono state titolate trasmissioni televisive.

Eppure viviamo sempre nella stessa Repubblica, solo più vecchia di quella che nacque nel 1946 fra tante speranze ravvivate dai costituenti alla fine dell’anno dopo. Forse è invecchiata male, ma ne siamo responsabili un po’ tutti, a cominciare da quelli -tanti, troppi- che hanno voluto deresponsabilizzarsi disertando le urne e facendo diventare quello degli astensionisti il principale partito italiano. In questo vuoto di responsabilità si sono insediati e sono cresciuti paradossalmente altri vuoti, cui altrettanto paradossalmente è toccato il compito di governare. In fondo, cambiare dipende solo da noi, più e prima ancora che dagli altri. f.d.

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Conte rischia di inciampare anche nei consigli di Bettini e di D’Alema

Affollato”: così la compianta lady Diana nel novembre del 1995 definì con amarissima ironia il suo matrimonio col principe Carlo d’Inghilterra in una intervista televisiva. Ad “affollare” la famiglia di Diana era notoriamente Camilla, l’amante di Carlo.

            “Affollata” potrebbe essere definita anche la verifica di governo troppo tardi e troppo malvolentieri  accettata dal presidente del Consiglio, e da troppo tempo in corso tra penultimatum e rinvii delle annunciate, minacciate, promesse -come preferite- dimissioni delle due ministre di Matteo Renzi. Che Mattarella dietro le quinte sta cercando di trattenere sino a quando non sarà approvato dal Parlamento il piano d’impiego dei fondi europei della ripresa. Ma poi le loro dimissioni obbligherebbero davvero Giuseppe Conte a una decisione: dimettersi ed aprire ufficialmente la crisi, con tutti i riti e rischi del caso, o cercare di imitare Giulio Andreotti. Che nel 1990 -come ha significativamente ricordato oggi Il Fatto Quotidiano filocontiano- sostituì ben cinque ministri democristiani dissidenti, fra i quali Sergio Mattarella, e col consenso dell’allora capo dello Stato Francesco Cossiga continuò sulla sua strada. 

             Tuttavia la situazione di allora era ben diversa. I dimissionari avevano alle spalle una Dc che li lasciò isolati. Ora senza i renziani Conte dovrebbe cambiare maggioranza sostituendoli al Senato con parlamentari sparsi provenienti dall’opposizione: “responsabili” almeno di un tentativo di salvataggio di Conte a Palazzo Chigi.

            Ma chi affollerebbe questa interminabile e sempre più pasticciata verifica di governo? Almeno due persone, che sussurrano più o meno all’orecchio del presidente del Consiglio. Uno è Massimo D’Alema, secondo il quale Conte è l’uomo più popolare d’Italia e Renzi il più impopolare. L’altro è Goffredo Bettini, marchigiano di origini aristocratiche, 68 anni compiuti il 5 novembre scorso, entrato nelle cronache della verifica con interviste quasi quotidiane- l’ultima è di oggi al Corriere della Sera- tese a indirizzare il suo partito, il Pd, pur essendo lui solo uno dei 217 esponenti della direzione nazionale. A promuoverlo mediatore è stato addirittura Renzi, che ha rivelato di avergli mandato biglietti, lettere, appunti e quant’altro, facendo forse chissà quali e quante telefonate, per cercare di smuovere da arroccamenti, ambiguità e quant’altro non solo o non tanto il segretario del Pd quanto Conte in persona. Di cui pertanto sarebbe diventato il consigliere principale e fra i più adoranti, visto che non si lascia scappare occasione, come quella di oggi sul Corriere, per tessere le lodi del presidente del Consiglio e descrivere con tinte fosche qualsiasi scenario che non lo contempli ancora a Palazzo Chigi.

            Questo Bettini, ora fisso in Italia dopo anni di lunghi soggiorni in Tahilandia, sembra che cominci a infastidire o impensierire anche il segretario del suo partito Nicola Zingaretti. Al quale Augusto Minzolini sul Giornale della famiglia Berlusconi ha attribuito questo commento non smentito: “Vanno tutti da Bettini e non capisco perché, visto che non ha nessun incarico nel partito”. Minzolini ha anche attribuito a Bettini un soprannome che si sarebbe guadagnato in romanesco nel Pd: “er monaco”, speriamo senza allusioni a Rasputin, che fece una brutta fine, a dir poco, senza parlare della corte dello Zar che aveva frequentato.  

Imbarazzante per Giuseppe Conte l’offerta d’incarico a un dissidente grillino

            Provate a mettere Silvio Berlusconi, o soltanto un suo uomo di fiducia, al posto del Conte di Palazzo Chigi rivelato in una intervista a Repubblica dal senatore ex grillino e ora leghista Ugo Grassi, professore universitario di diritto privato e in qualche modo amico -o adesso ex amico, chissà- del presidente del Consiglio. Dal quale, invitato in ufficio e fatto accomodare “nel salotto, sul divano, forse per creare subito un clima più informale”, si vede “guardare in faccia” e chiedere subito, “per entrare -dice lo stesso Conte- nel cuore del nostro incontro”, se vuole “qualche incarico”. E provate a immaginare che cosa verrebbe ridetto e gridato contro il Cavaliere di Arcore.

            D’accordo, Conte non offre soldi, come più banalmente si potrebbe immaginare per Berlusconi con tutti quelli contenibili nella tasca destra, in quella sinistra, nelle tasche posteriori dei pantaloni e in tutte le fessure della giacca. Ma non c’è differenza ai fini delle pratiche corruttive contro le quali è nato e cresciuto il movimento che ha imposto l’attuale presidente del Consiglio agli alleati di turno in questa legislatura arcobaleno.

            Dal 2012, anno secondo dell’unico governo di Mario Monti nella storia della Repubblica, l’articolo 343 bis del codice penale sul cosiddetto  traffico di influenze illecite dice, al netto di alcuni passaggi di richiamo ad altre norme: “Chiunque indebitamente fa dare e promettere a sé o altri denaro o altra utilità –ripeto, altra utilità- come prezzo della propria mediazione illecita verso un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, ovvero per remunerarlo in relazione all’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, è punito con la pena della reclusione da un anno a quattro anni e sei mesi……La pena è aumentata se il soggetto che indebitamente fa dare o promettere a sé o ad altri denaro e altra utilità riveste la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio”. Il capo del governo lo è.

Da Palazzo Chigi, preoccupati che la rivelazione del senatore Grassi potesse essere collegata direttamente ai tentativi in corso di sostituire nella maggioranza i senatori evidentemente irresponsabili di Matteo Renzi con altri “responsabili” provenienti dall’opposizione, hanno smentito il contenuto e precisato che l’incontro tra Conte e il suo collega professore risale al 31 ottobre 2019. Grassi, quello vero, non i “grassi saturi” dello sfottò di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, conferma tutto.

Beh, la precisazione sulla data è come la pezza peggiore del buco, visto che Grassi ha raccontato anche di essersi sentito raccomandare il Pd da Conte come approdo dell’uscita dai grillini, di cui evidentemente lo stesso Conte era informato. Un presidente del Consiglio che cerca di smistare il traffico dei dissidenti 5 Stelle indirizzandolo verso il partito di Nicola Zingaretti non so se sia più imbarazzante per lui, per i grillini o per il segretario del Pd.

            E’ certamente un Conte a sorpresa, per le abitudini, le tendenze e le simpatie che s’intravvedono nel racconto del senatore Grassi. Un Conte che, a proposito di sorprese, ne deve avere appena avuta una cocente vedendo -e leggendone le motivazioni in una intervista- fra i centomila e più firmatari dell’appello alla sfiducia al governo promosso da Giorgia Meloni persino Luca Moro, il nipote del presidente della Dc ucciso dalle brigate rosse nel 1978. Cui Conte ha orgogliosamente detto più volte di ispirarsi, immagino con quanta soddisfazione da parte di un improbabile moroteo come Beppe Grillo. Ai cui spettacoli Moro non avrebbe neppure sorriso.  

 

 

 

 

 

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