Conte manda “a pezzi” il Pd nell’affannosa ricerca di volenterosi e quant’altro

              Quella di Giuseppe Conte doveva essere, dopo la rottura con Matteo Renzi, una corsa per l’allargamento della maggioranza ai “volenterosi” di varia provenienza, prevalentemente dal centrodestra ma anche dall’area degli ex grillini e dello stesso partito renziano, ma strada facendo la velocità si è ridotta. Così anche la sua “influenza” sui senatori indecisi, per usare il termine che ha acceso la fantasia ironica del vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX.

             Il presidente del Consiglio non ha potuto essere aiutato più di tanto da quanti si sono offerti nella ricerca di appoggi sostitutivi dell’ormai odiatissimo Renzi: né Clemente Mastella, né il più paludato Bruno Tabacci, né il vecchio ma volenterosissimo Eugenio Scalfari. Che proprio oggi sulla Repubblica, pur non perdendo l’occasione per ripetere la sua devozione laica a Papa Francesco, si è vantato  di avere avuto e di avere “la chance di dare un aiuto a Conte” perché “se lo merita e buona parte dei problemi italiani dipende da lui”.

            Fra questi problemi ce ne sono di grandissimi -come la pandemia e la campagna di vaccinazione ostacolata dai ritardi delle aziende farmaceutiche, che avranno adesso la possibilità di sperimentare Conte anche come avvocato, e non solo come presidente del Consiglio- e di apparentemente modesti ma pur sempre importanti sul piano politico, come i rapporti di Palazzo Chigi coi partiti alleati di governo. Fra i quali c’è un Pd che proprio a causa delle difficoltà di Conte sta andando o è già andato “a pezzi”, come ha ammesso e denunciato in rosso sulla prima pagina l’amichevole Fatto Quotidiano.

            “Il 27 – spiega sempre in prima pagina il giornale di Marco Travaglio- IV (spaccata) e Udc votano sulla giustizia con FI-Lega-FDI. Il n.2 dem chiede al guardasigilli fantomatici “segnali” e mezzo Pd riapre a Renzi”. Che è il capo di IV intesa come Italia viva, per fortuna non come la scomparsa Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Il “n 2 dem” è naturalmente il vice segretario piddino Andrea Orlando, che da ex ministro della Giustizia conosce bene il pasticcio combinato dal suo successore grillino Alfonso Bonafede inserendo nella legge “spazzacorrotti” della maggioranza gialloverde la prescrizione breve. Essa finisce con il primo grado di giudizio e reclama la necessità, snobbata -diciamo così- da Bonafede, di garantire davvero con una riforma  la “ragionevole durata” dei processi imposta dalla Costituzione. Chiedere che vi si provveda finalmente significherebbe lanciare a Bonafede, “Fofò per gli amici, “fantomatici segnali”. Mi sembra quanto meno curioso.

             L’improbabilità che Bonafede, peraltro capo della delegazione grillina al governo, superi la votazione annunciata per mercoledì al Senato sulla sua relazione annuale sullo stato della giustizia in Italia è tale che se ne sta tentando un rinvio, ma solo di un giorno. Nel frattempo si spera, anche nel Pd, o in una sua “metà”, che il presidente del Consiglio si renda finalmente conto di non potercela fare ad allargare la maggioranza con le procedure della crisi-non crisi sinora praticate e si decida alle dimissioni per l’apertura di una crisi vera e propria, da lasciare gestire al presidente della Repubblica, nella prospettiva magari anche di un suo terzo governo, negoziato su nuove basi, e non chiuso ermeticamente, a più mandate, a Renzi. Lo ha suggerito al presidente del Consiglio anche il buon Tabacci ricordandogli che “dobbiamo dire messa con i frati che abbiamo”, compreso evidentemente frà Matteo di Rignano.

 

 

 

 

 

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Niente quiete dopo la tempesta del voto risicato di fiducia al Senato

              Senza volere arrivare al “panico” attribuito dal Foglio a Giuseppe Conte, collaboratori e amici pur dopo il successo che si sono troppo presto attribuito dando Matteo Renzi per isolato, spacciato e quant’altro, non credo proprio che sia stato confortante a Palazzo Chigi leggere sul Corriere della Sera del sondaggio appena effettuato dall’Ipsos di Nando Pagnoncelli. Che ridimensiona alquanto la popolarità di Giuseppe Conte abbassando al 40 per cento il favore alla prosecuzione del suo ormai abborracciato governo e portando l’auspicio di un’”alternativa” ad un altrettanto 40 per cento, per cui si può ben parlare di un paese spaccato a metà.

            Non è meno sconfortante il risultato del sondaggio di Alessandra Ghisleri, che sulla Stampa ha riferito di un 53 per cento degli italiani per niente soddisfatto della maggioranza ormai raccogliticcia del governo: una percentuale aggravata, per il presidente del Consiglio, da una forte partecipazione -il 35,9%- di elettori abituali del Pd. All’interno del quale, come anche fra gli stessi grillini secondo alcune cronache politiche, aumentano le paure, le preoccupazioni, le tensioni per l’irrigidimento dei rapporti di Conte con i renziani scampati ormai alla decimazione annunciata o attesa alla vigilia del voto di fiducia al Senato. Ma anche o soprattutto per le crescenti difficoltà incontrate dal presidente del Consiglio e dai suoi emissari nel tentativo di allargare a “responsabili”, “volenterosi” e quant’altri del centrodestra la maggioranza, o ex grillini, almeno entro i dieci o quindici giorni promessi all’impaziente Sergio Mattarella al Quirinale.

            Che la ricerca dei “volenterosi” -ancor prima che quelli eventuali dell’Udc non fossero sorpresi e traumatizzati dalle dimissioni del loro segretario Lorenzo Cesa, finito sotto indagine giudiziaria in Calabria per associazione a delinquere aggravata col metodo mafioso-  fosse di assai improbabile successo lo hanno del resto capito persino nella redazione del Fatto Quotidiano, dove gli estimatori di Conte si sprecano quanto gli ossessionati da Renzi. Il vignettista Vauro Senesi ha oggi chiuso Conte, affaticato dalla velocità della sua corsa d’inseguimento di chissà chi, in un cilindro che gira a vuoto.

            Più che allargarsi, d’altronde, la maggioranza relativa e stringata raccolta dal presidente del Consiglio al Senato martedì scorso già rischia di ridursi mercoledì prossimo di fronte alla relazione del capo della delegazione grillina al governo Alfonso Bonafede, guardasigilli e scopritore politico dell’avvocato di stanza a Palazzo Chigi, sullo stato della giustizia e sulla riforma assai divisiva che ha in mente di portare avanti. L’ostinato e sostanziale rifiuto di modificare la prescrizione breve, sino alla sola sentenza di primo grado, introdotta come una supposta nella legge nota come “spazzacorrotti” e in vigore ormai da più di un anno, ha già indotto quella specie di matricola della nuova maggioranza che può considerarsi la moglie di Clemente Mastella, la senatrice Alessandrina Lonardo, ad avvertire che l’esperienza familiare nei tribunali le impedisce di votare la relazione di Bonafede.

            Problemi di garantismo sono avvertiti anche da Riccardo Nencini, il “fine intellettuale” che, corteggiato in aula al Senato, ha ridato a Conte il suo voto di fiducia  scartando l’astensione da cui pure era tentato per non rompere con i renziani. Grazie ai quali nel 2019 egli aveva potuto costituire un gruppo autonomo col doppio nome del Psi e di Italia viva.

 

 

 

 

 

 

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La vicenda Gratteri-Cesa conferma il passo ritmato della giustizia e della politica

Resterà comunque a carico di Lorenzo Cesa, anche se dovesse finire fra i tanti indagati o imputati prosciolti o assolti del mancato ministro della Giustizia Nicola Gratteri, la pratica purtroppo ricorrente della giustizia “ad orologeria”. A proposito della quale il meno che si possa dire, volendone avere rispetto e non correre il rischio di guai di ogni tipo, è che certa magistratura è sfortunata per la frequente coincidenza di retate, arresti e avvisi di garanzia con passaggi politici di una certa importanza. A Cesa, dimessosi da segretario dell’Udc per essere stato infomato delle indagini a suo carico per associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso, era capitato in questi giorni di  partecipare alla cerchia dei “volenterosi” cercati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte per l’allargamento della maggioranza. “Ma aveva rifiutato”, si è giustificato Gratteri mostrando di non leggere i giornali, che riferivano di contatti ancora in corso dopo un primo rifiuto, appunto.

Nel 1989 un orologio di puntualità elvetica volle che l’esplosione di Tangentopoli con l’arresto del socialista Mario Chiesa in flagranza di reato, come teneva sempre a sottolineare l’allora capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli, avvenisse nelle prime battute di una campagna elettorale che sembrava destinata, secondo i progetti dei vertici politici della maggioranza di quel tempo, nel ritorno di Bettino Craxi a Palazzo Chigi e nell’ascesa al Quirinale di Arnaldo Forlani.

All’inizio della nuova legislatura lo stesso o un altro orologio di uguale puntualità volle che i fascicoli giudiziari degli ex sindaci di Milano Paolo Pillitteri e Carlo Tognoli arrivassero e fossero sfogliati nella giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera, con tutte le fughe di notizie del caso, mentre i partiti della maggioranza confermata dalle urne, sia pure con margini ridotti, si apprestavano a formalizzare la designazione del leader socialista alla guida del nuovo governo. Cui il nuovo capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro sbarrò la strada dopo avere inusualmente allargato le consultazioni di rito a Borrelli ricavandone l’impressione, quanto meno, che Craxi stesse vicino al coinvolgimento in Tangentopoli, formalizzato tuttavia sei mesi dopo.

Nel 1994, agli esordi della cosiddetta seconda Repubblica inaugurata a Palazzo Chigi da Silvio Berlusconi quello stesso orologio o un altro volle che gli umori antigovernativi di Umberto Bossi, incoraggiati al Quirinale da Scalfaro in persona, incrociassero le indagini della Procura di Milano per corruzione sul presidente del Consiglio, avvisato dell’inchiesta a mezzo stampa mentre presiedeva a Napoli un summit sulla malavita. Seguì a breve la crisi perseguita dall’ormai ex alleato leghista.

Un’altra spinta ad una crisi in gestazione contro Berlusconi sarebbe arrivata nel 2011 dalla vicenda giudiziaria dei suoi personalissimi  passatempi sessuali, così come la condanna definitiva per frode fiscale, in una sessione estiva della Corte di Cassazione, arrivò in tempo nel 2013 per indebolire le cosiddette larghe intese cui Berlusconi aveva appena contribuito col governo di Enrico Letta.

 

 

 

 

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I centristi forse si salvano dalla ragnatela di Conte grazie a Cesa

            Sbaglierò ma la rapidità con la quale si è dimesso da segretario dell’Udc, una volta gestita con l’amico Pier Ferdinando Casini, mi ha dato l’impressione che Leonardo Cesa abbia voluto approfittare del nuovo inciampo giudiziario nella sua lunga esperienza politica per tirarsi fuori dalla ragnatela di Giuseppe Conte. Che sta cercando di catturare come insetti i centristi post democristiani, come quelli post liberali, post socialisti riformisti e altro ancora per allargare quel che di relativo, assai relativo, specie al Senato, gli è rimasto della maggioranza improvvisata attorno al suo secondo governo nell’estate del 2019, dopo la rottura con Matteo Salvini. Adesso il presidente del Consiglio sta facendo i conti, al plurale, con l’altro Matteo della politica: Renzi.

            Cesa ha buone ragioni d’altronde per nutrire la fiducia che ha subito espresso o confermato nei riguardi della magistratura dimettendosi da segretario del partito più noto fra le schegge di quella che fu la Democrazia Cristiana, pensate un po’, di Alcide De Gasperi, Attilio Piccioni, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Giulio Andreotti, per fermarci ai morti, e non tutti. Oltre ad essersela cavata, sia pure fortunosamente, nella tempesta lontana di Tangentopoli grazie alla saggia e ostinata condotta processuale del compianto Gianni Prandini, che pure lui aveva contribuito in modo decisivo a fare arrestare, Cesa può contare questa volta sulla facilità all’errore del magistrato che in Calabria gli ha contestato l’associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso.

              Si tratta di Nicola Gratteri, le cui retate con manette o semplici avvisi di garanzia, che mediaticamente spesso si equivalgono, perdono abitualmente per strada un bel po’ di indagati e imputati. L’infortunio più recentemente certificato di questo magistrato d’accusa, che peraltro Matteo Renzi avrebbe voluto nel 2014 ministro della Giustizia nel suo governo, trattenuto con fermezza dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, è l’assoluzione dell’ex presidente della Calabria Mario Oliverio.

            A Cesa può essere capitato, come ad ogni segretario di partito, di incontrare “gente di ogni tipo”, ha detto rammaricandosene la senatrice Paola Binetti. Che nei giorni scorsi era stata non aperta ma apertissima alla ragnatela di Conte, chiedendo solo un po’ più di tempo per finirci dentro. Ora, scoppiata quella che sui giornali è diventata “la bomba Cesa”, la senatrice si è fatta più prudente ed ha ripiegato su una “riflessione” più lunga, impostale però  dalla furia solita degli altrettanto soliti grillini. Che si sono levati come un sol uomo, pur divisi come sono tra di loro, contro la contaminazione che rischiano accettando nella coalizione di governo persone non solo come Cesa ma anche come la Binetti, appunto.

            Povero anche Conte, verrebbe da dire pensando ai condizionamenti che deve subire sotto le 5 stelle, cui deve il suo approdo a Palazzo Chigi. Ma la comprensione è relativa come la maggioranza che gli è rimasta al Senato perché di suo c’ha messo molto, anzi moltissimo, nell’aumento della confusione e delle tensioni politiche in corso facendo a gara con Matteo Renzi nell’esasperazione dei contrasti. Egli ha tuttavia l’aggravante di essere stato colto con le mani nel sacco, diciamo così, di un piano superficialissimo e pasticciato di utilizzo dei fondi europei della ripresa, contestatogli a ragione dal suo alleato, ora ex. Ma non è detto che il realismo della precarietà non costringa entrambi a ricontattarsi sull’orlo delle elezioni.

 

 

 

 

 

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Mattarella rimane impaziente alla finestra, non si sa bene fino a quando

             Vi raccomando, diciamo così, quel carattere “interlocutorio” che al Quirinale hanno voluto dare all’incontro che il capo dello Stato ha avuto col presidente del Consiglio, reduce dalla fiducia a maggioranza assai relativa ottenuta al Senato e da una consultazione riservata con i leader dei partiti residui della coalizione di governo, dopo la rottura con Matteo Renzi. Che sarà pure uscito indebolito dalla crisi non crisi, dichiarata dallo stesso presidente del Consiglio benché non aperta per il suo rifiuto di dimettersi, ma rimane pur sempre in campo con quei voti di astensione senza i quali a Palazzo Madama sarebbero di fatto prevalse le opposizioni di centrodestra. E la crisi si sarebbe dovuta aprire per forza per mancata, anzi negata fiducia.

            Come ha puntualmente riferito sul Corriere della Sera Marzio Breda – l’unico o fra i pochissimi che riescono a strappare qualche significativo monosillabo o altrettanto significativa espressione facciale da quelli che egli ha ironicamente definito “prigionieri di guerra” di Sergio Mattarella, tenuti a rispondere alle richieste di notizie e chiarimenti opponendo solo “nome, grado e numero di matricola”- Conte salendo al Colle ha potuto raccogliere dal capo dello Stato non consigli, dopo tutti quelli già fornitigli e forse non ascoltati, ma “preoccupazioni”. Che francamente non possono considerarsi infondate di fronte alla fiducia “risicata e avventurosa” -parole sempre di Breda- ottenuta dal presidente del Consiglio al Senato. Dove -sia detto per inciso, non pescando nell’articolo del quirinalista del Corriere della Sera- si parla ormai non più o non solo del “governo Conte-Mastella”, dalla consorte del sindaco di Benevento che ha votato a favore mentre il marito continua a cercare altri aiuti per il futuro, ma del “governo Conte-Ciampolillo”, dal senatore ex grillino Alfonso, arrivato all’ultimissimo istante in soccorso di Palazzo Chigi e noto per la convinzione che col sapone si possa curare tutto: dalla malattia degli ulivi al Covid. E’ uno che dopo avere conquistato con la sua corsa le prime pagine dei giornali si è anche divertito a candidarsi a ministro dell’Agricoltura, raccogliendo l’interim assunto da Conte dopo le dimissioni della renziana Teresa Bellanova.

            Per tornare invece a Breda e alla sua corrispondenza, chiamiamola così, da un Quirinale che conosce ormai come le stanze di casa, Mattarella è “assillato dal problema della governabilità” perché la compagine ministeriale di Conte, invariata o rimpastata che sia, “sarà messa alla prova ogni giorno”. E “la ricerca dei numeri in aula rischia di essere una torturante via crucis”.

            Scontata la salvaguardia dei provvedimenti economici più urgenti, la cui approvazione è stata già garantita dalle opposizioni, che cosa accadrà -ha chiesto Breda- fra pochi giorni, quando il Guardasigilli Bonafede, capo della delegazione grillina al governo, presenterà il suo “divisivo” progetto di riforma della giustizia? Il governo “cercherà un’impervia fiducia anche allora?”.

            Mattarella insomma resterà alla finestra, dove Conte lo ha voluto mettere e lasciare rifiutando con le dimissioni l’apertura formale di una crisi che spetta al presidente della Repubblica gestire. Ma vorrà o dovrà restarvi fino a quando? La sua “moral suasion si sta esaurendo”, ha avvertito Breda, mentre il vignettista Emilio Giannelli, sempre sul Corriere, gli attribuisce contrarietà alla teoria andreottiana del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” da cui Conte sarebbe tentato.

 

 

 

 

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Conte ha mancato sinora l’obiettivo propostosi di asfaltare Renzi

E’ proprio vero, anche in politica, che chi di spada ferisce di spada perisce, per fortuna solo metaforicamente nel nostro caso. Che è quello della crisi non crisi di governo che Giuseppe Conte, pur parlandone alle Camere come di una cosa “aperta” dopo l’uscita delle due ministre renziane e la conferenza stampa esplicativa dello stesso Renzi, non ha voluto per niente aprire con le dimissioni. Pertanto il presidente della Repubblica ha dovuto starsene alla finestra, in paziente attesa che il presidente del Consiglio seguisse il percorso preferito alle tradizionali consultazioni al Quirinale, eventuale rinvio alle Camere o conferimento dell’incarico per risolverla.

Nel parlare al capo dello Stato sulle conclusioni del doppio dibattito parlamentare promosso autonomamente e soprattutto sul voto di fiducia al Senato, Conte deve avere avvertito un minimo di imbarazzo, non essendosi potuto liberare davvero di Renzi. Che pure era il suo obiettivo sfuggendo all’apertura anche formale della  crisi, sicuro di raccogliere fuori dai confini originari del suo secondo governo tanti voti da mettere definitivamente fuori gioco l’ex sindaco di Firenze, ex presidente del Consiglio, ex segretario del Pd e ora leader della piccola ma non travolta formazione parlamentare di Italia viva. Cui personalmente attribuisco la colpa, quanto meno, di avere restituito alle cronache politiche una sigla –Iv– che era scomparsa con la fine non proprio gloriosa dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.

La maggioranza relativa raccolta da Conte al Senato con 156 voti, comprensivi di due transfughi dell’ultima ora da Forza Italia e di tre senatori a vita, in quanto tali non elettivi, ha potuto realizzarsi grazie all’opposizione anch’essa relativa di Renzi. Se i sedici renziani avessero votato contro aggiungendosi ai 140 no del centrodestra vi sarebbe stato un pareggio che avrebbe costretto il presidente del Consiglio a dimettersi. Non ha avuto quindi torto Renzi a vantarsi poi del ruolo “determinante” conservato in un percorso pur voluto da Conte -ripeto- per  impedirlo.

I sostenitori del presidente del Consiglio sono ovviamente fiduciosi di raccogliere nelle prossime settimane o mesi, sfruttando anche l’occasione del necessario rimaneggiamento della compagine ministeriale per coprire i due posti di ministro e quello di sottosegretario lasciati dai renziani, nuove risposte all’appello contiano ai “volenterosi”. Altrettanto fiduciosa è l’attesa dei dirigenti del Pd di strappare a Renzi più dei soli due deputati appena tornati al Nazareno.  Ma proprio in questa situazione di necessitata ricerca di nuove adesioni la maggioranza emersa dal passaggio parlamentare voluto da Conte è di difficile, se non impossibile catalogazione o definizione.

E’ sicuramente una maggioranza debole nei numeri al Senato, dove peraltro non esiste per niente in alcune commissioni, proiettata sicuramente a destra nonostante gli sforzi di Massimo D’Alema, fra gli altri, di sentire e classificare a sinistra i presunti cambiamenti intervenuti nel quadro politico con la rottura consumatasi tra Conte, “il più popolare” fra gli uomini in campo, e Renzi, il “meno popolare” o “più impopolare”.

Di questa curiosa maggioranza- appesa anche all’efficacia della terapia prescritta  al telefono o in altro modo da quello strano “medico della crisi” che si è autodefinito Mastella, nella speranza che il correttore automatico non me lo trasformi in Mattarella, com’è accaduto purtroppo in un passaggio del precedente articolo sul fantasioso sindaco di Benevento- colpisce la indiscutibile debolezza considerando la gravità dei problemi ancora aperti nel Paese: oltre alla crisi non crisi di governo, la perdurante pandemia, le incognite della campagna di vaccinazione, una sostanziale recessione economica, l’aumento degli squilibri sociali, le perduranti difficoltà nei rapporti con l’Unione Europea. Dove un commissario pur ben disposto verso l’Italia come l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha fatto già sapere che il piano di utilizzo dei fondi continentali della ripresa non va bene neppure con le modifiche migliorative apportate al testo originario contestato da Renzi.

Torniamo così a lui, il fantasma da cui sembra ossessionato Conte come se fosse un morto. E invece Renzi è vivo e vegeto. E penso che il capo del governo non riuscirà facilmente a liberarsene davvero, come anche il Pd, di cui l’ex segretario rimane una spina nel fianco, capace -anche senza trarne un beneficio diretto, visti i sondaggi e i risultati delle elezioni amministrative cui ha recentemente partecipato- di farlo apparire troppo condizionato dai grillini. Che pure avrebbero ben poco di cui vantarsi a causa della crisi identitaria che ha trasformato il loro movimento in un quasi partito, unito sì contro Renzi ma diviso in un numero ornai indefinito di correnti o “anime”, come preferisce chiamarle Conte. Il quale deve loro l’approdo insperato a Palazzo Chigi nel 2018 e la conferma l’anno dopo, pur passando da una maggioranza gialloverde ad una maggioranza giallorossa.

 

 

 

 

 

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La crisi di governo è chiusa, anzi continua dopo il voto striminzito del Senato

                 Ma questa benedetta o maledetta crisi di governo, secondo i gusti, c’è stata o non c’è stata? E conseguentemente si deve intendere chiusa o continua dopo la fiducia riottenuta da Giuseppe Conte alla Camera senza problemi, con una maggioranza anche superiore alla soglia di quella assoluta, ma al Senato con una maggioranza relativa, o semplice. Che è sufficiente legalmente ma politicamente non risolutiva perché troppo striminzita, e neppure garantita in tutte le commissioni.

                I 156 voti di Palazzo Madama sono non solo inferiori di cinque alla maggioranza assoluta di 161, necessaria per passaggi legislativi di una certa importanza, ma comprensivi di cinque spuri per la loro provenienza. Vi hanno contribuito, in particolare, due forzisti aggiuntisi all’ultimo momento, fra cui Mariarosaria Rossi, potentissima e alla fine contestata ex segretaria di Silvio Berlusconi, e tre senatori a vita. Che hanno, per carità, gli stessi diritti degli altri ma l’inconveniente di non essere stati eletti, di non rappresentare quindi nessuna delle forze politiche che si contendono nelle urne la guida del Paese.

               I voti mancati questa volta potrebbero arrivare dopo, al seguito di un governo “piccolo piccolo”, come lo definisce nel titolo di prima pagina la Repubblica, o “dimezzato”, secondo la Nazione, ma rimasto in carica e quindi attrattivo, dicono i sostenitori politici e mediatici del presidente del Consiglio. Che sperano quindi nel successo differito, diciamo così, dell’appello accorato, se non disperato, di Conte ai “volenterosi”, come ispirandosi a don Luigi Sturzo, il progenitore della pur disciolta Democrazia Cristiana, lui ha voluto chiamare i “responsabili” sperimentati da Berlusconi nel 2010, per difendersi dall’abbandono di Gianfranco Fini, tra gli insulti e le proteste dei suoi avversari. I grillini, oggi forza trainante di Conte, li bollarono come “voltagabbana”, “corrotti”, “traditori”, proponendosi una riforma costituzionale per vincolare il mandato parlamentare.

               Ma, in attesa dei nuovi arrivi, la maggioranza abbandonata dai renziani – ora all’opposizione anch’essa relativa con l’astensione adottata tanto alla Camera quanto al Senato, dove tuttavia se si fossero aggiunti ai no avrebbero prodotto un devastante pareggio per il governo, per cui si sentono “determinanti”-  deve fare i conti con la sua intrinseca ed eterogenea debolezza nelle “sabbie mobili” avvertite dal manifesto. E soprattutto deve chiarire la sua origine, perché è un po’ figlia di ignoti all’anagrafe politica. Essa è nata da una crisi, come capita di solito ai governi, o da cos’altro?  

               Conte ha parlato alle Camere di una crisi “grave e incomprensibile aperta” con l’uscita delle due ministre renziane dal suo secondo governo e motivata in una conferenza stampa dallo stesso Renzi con attacchi di tale durezza e slealtà nei suoi riguardi da renderlo irrecuperabile. Ma quando e dove si è davvero aperta questa crisi per evitare la cui formalizzazione Conte si è ostinatamente rifiutato di dimettersi, come forse il presidente della Repubblica si aspettava per potere correttamente e doverosamente gestirla? Senza l’intervento del capo dello Stato tuttora in angoscia,  le consultazioni di rito, il conferimento di uno o più incarichi di presidente del Consiglio abbiamo tutti assistito a una crisi-non crisi, cioè a un pasticcio, se non vogliamo chiamarlo imbroglio.

                Il mio carissimo amico Emanuele Macaluso è morto in tempo per risparmiarsi l’epilogo di questo spettacolo politico che non avrebbe sicuramente apprezzato sferzando ancora una volta il contributo dato dai suoi ex compagni del Pd e dintorni.

 

 

 

 

 

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Quello di Conte è diventato adesso il governo della pesca continua

Se Conte, incassata la fiducia della Camera, riuscirà ad ottenere anche quella del Senato, magari pur senza raggiungere e superare la maggioranza assoluta come a Montecitorio, la crisi potrebbe ritenersi evitata, almeno sulla carta. E Sergio Mattarella al Quirinale, come hanno anticipato i giornali, farebbe probabilmente buon viso al cattivo gioco di una maggioranza complessivamente “fragile” o “debole”, secondo i titoli di Repubblica e del Messaggero, sperando con Conte e i suoi sostenitori che i voti eventualmente mancati a Palazzo Madama a maggioranza assoluta potranno arrivare in seguito. “I numeri seguono il governo”, ha detto con ottimismo Clemente Mastella, guadagnatosi in questi giorni la figura, il ruolo e quant’altro di arruolatore dei “volontari” invocati dal presidente del Consiglio.

            Ma perché i numeri seguano il governo bisognerà pur sempre cercarli o attirarli con i più diversi argomenti, anche quelli non proprio ideali. Il secondo governo Conte diverrebbe insomma quello della pesca continua. Sarebbe una fatica immane. Ad alleggerirla non so francamente se basterà la paura delle elezioni anticipate, peraltro inesistente per sei mesi da luglio in poi, quando il capo dello Stato ormai in scadenza perderà la prerogativa dello scioglimento delle Camere prima della scadenza del loro mandato. Proprio in quel semestre Conte, per quante telefonate potrà spendersi col nuovo presidente americano Joe Biden, che ha già sostituito nel suo cuore il Donald Trump del “Giuseppi”, potrà rischiare più di quanto non gli sia capitato nelle settimane scorse, da quando Matteo Renzi, prima con l’appoggio del Pd e poi da solo, gli contestò dentro la maggioranza metodi e contenuti dell’azione di governo.

            Il presidente della Repubblica, dal canto suo, nel cosiddetto semestre bianco se da una parte è o sembra depotenziato, dall’altra avrebbe più mano libera nella gestione di una eventuale crisi di governo, questa volta vera, con tanto di sfiducia e di dimissioni obbligate del presidente del Consiglio. In particolare, non potendo più sciogliere le Camere il capo dello Stato potrebbe valutare la situazione del Paese così preoccupante da promuovere la formazione di un governo difforme dalle attese, dalle ambizioni, dagli interessi dei partiti e sfidarli davanti all’opinione pubblica a bocciare un nuovo esecutivo da lui ispirato. Una sfiducia aggraverebbe la crisi in uno scenario che farebbe bene a temere Conte per primo, prodigatosi allo spasimo nei giorni scorsi per asserragliarsi o blindarsi a Palazzo Chigi.

            Chi ha assecondato o addirittura sollecitato questo arroccamento ha richiamato con poca onestà intellettuale e politica il precedente del sesto governo di Giulio Andreotti, abbandonato nel 1990 per protesta contro la legge Mammì sulle Tv da cinque ministri della sinistra democristiana e rimasto lo stesso al suo posto. I dimissionari furono sostituiti in quattro e quattr’otto dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga su proposta del presidente del Consiglio. Ma ciò accadde perché la Dc, guidata da Arnaldo Forlani con la sinistra interna all’opposizione, lasciò isolati i ministri protestatari, cioè li scaricò, come ricorda bene Mattarella essendo stato uno dei loro. Italia viva, il partito di Matteo Renzi che inutilmente in questi giorni Conte ha cercato di spaccare irrigidendosi e proclamando “mai più al governo”, non ha sconfessato le ministre dimissionarie, e tanto meno il suo leader. Che sarà antipatico e indebolito ma è ancora lì, sul campo.

 

 

 

 

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L’assistenza “sanitaria” di Mastella e consorte al governo Conte

Meno male che c’è il sindaco di Benevento Clemente Mastella, già ministro del Lavoro col centrodestra di Silvio Berlusconi e ministro della Giustizia col centrosinistra di Romano Prodi.

Questa strana crisi-non crisi di governo, cercata da Matteo Renzi col ritiro delle sue due ministre ma negatagli dal presidente del Consiglio Conte,  sarebbe stata o di una noia o di una paura entrambi terribili entrambi se non fosse sceso in campo un quasi bipartisan Mastella, appunto.

Il mio vecchio amico Clemente, che conosco da tantissimo tempo ormai, da quando amichevolmente mi aiutava a comporre le mappe sempre provvisorie delle varie correnti della Democrazia Cristiana, seduti a parlare su qualche divano di Montecitorio, ti strappa un sorriso per la simpatica improntitudine con la quale descrive lui stesso il lavoro che fa dietro e davanti alle quinte per comporre mosaici politici in cui tutti, per ora ad eccezione di Matteo Salvini, possano ritrovarsi prima o poi.

C’è chi si diverte a ridere, anche a crepapelle, alle battute e agli spettacoli di Beppe Grillo, in verità diradatisi già prima che la pandemia virale scoppiasse e svuotasse i teatri, e chi si accontenta di sorridere alle battute e alle iniziative del più innocuo Mastella. Che ha avuto almeno la fortuna, per l’Italia, di fare e disfare dopo l’esperienza democristiana all’ombra di Ciriaco De Mita piccoli partiti, e non un movimento capace addirittura di sostituire la Dc come forza di maggioranza relativa. Grillo invece c’è riuscito e non vuole che l’incanto finisca con uno scioglimento anticipato delle Camere.

Qualcuno ogni tanto reclama o minaccia, questo scioglimento, reso però obiettivamente difficile da un’emergenza dichiarata con tanto di disposizioni legislative e reale in tempi di epidemia e di conseguenti crisi economica e sociale. Ma gli americani, viene obiettato, hanno appena votato lo stesso ed altri si accingono a farlo in Europa e altrove. Ma negli Stati Uniti ciò è potuto accadere anche grazie al voto postale, ammesso in Italia solo per gli italiani residenti all’estero. E si è visto comunque con quali contestazioni ed effetti, compreso un assalto ritorsivo al Parlamento con morti e feriti.

Al telefono 24 ore su 24, tra il Municipio di Benevento e la sua villa a Ceppaloni, nota per la piscina a forma di cozza attorno alla quale si sono ritrovati in tanti, ricchi e poveri, famosi e non, Mastella ha di fatto aperto e gestisce con la solita disinvoltura e spavalderia succursali, a seconda delle circostanze e degli interlocutori, del Quirinale e di Palazzo Chigi. “Io sono il medico della crisi”, ha appena dichiarato facendo non so se sobbalzare o ridere il presidente della Repubblica, che in questo campo si sente probabilmente, e non a torto, l’unico a poter emettere ricette, prescrivere cure ed eseguire interventi chirurgici come lo scioglimento delle Camere.

Dispensatore di consigli, oltre che di terapie, Mastella ha detto, fra l’altro, di non frequentare il presidente del Consiglio, che pure cerca di aiutare procurandogli amici parlamentari disposti a sostenerlo. Lo ha conosciuto solo in ottobre del 2019, con De Mita ed altri amici della disciolta Dc, alla commemorazione di Fiorentino Sullo, affidata in un teatro di Avellino proprio a Conte dal presidente dell’omonima fondazione Gianfranco Rotondi, deputato di Forza Italia. Che avrebbe voluto consegnare all’oratore, al termine del discorso, una tessera della Dc se avesse potuto disporne. E Conte sorrise, compiaciuto e disponibile ad altre commemorazioni che potessero ulteriormente accreditarlo nel filone dei cattolici impegnati in politica, estimatore come si era già dichiarato del compianto e conterraneo Aldo Moro. Cui anche Mastella lo ha in qualche modo paragonato in questi giorni, pur considerandolo a lui inferiore, un po’ “figlio ‘e entrocchia” quale Moro dall’alto della sua autorevolezza non si poteva certamente bollare.

In onore della terra contiana d’origine Mastella si è detto capo degli “straccioni di  Voltura Appula”,  emuli di altri straccioni: quelli di Valmy riesumati nel 1998 da Francesco Cossiga, con lo stesso Mastella al seguito, per dare a Massimo D’Alema i numeri parlamentari necessari a garantirgli la maggioranza nella successione a Romano Prodi a Palazzo Chigi, dopo che Fausto Bertinotti lo aveva fatto cadere da sinistra. Gli “straccioni” di Cossiga e Mastella invece venivano dal centrodestra. E seppero far vincere D’Alema come quelli veri di Valmy nel 1792 procurarono alla Francia rivoluzionaria e malmessa una clamorosa vittoria sulle truppe prussiane e austriache lanciate verso Parigi.

Di una curiosità, chiamiamola così, Mastella e la moglie Alessandrina Leonardo, senatrice ex forzista  candidata dai giornali a ministra della Famiglia nel governo Conte eventualmente rimpastato, non riescono a capacitarsi: del fatto che Pd e grillini, beneficiari delle terapie di Clemente, vogliano a Benevento impedirne la rielezione a sindaco in primavera. Ingrati che non sono altro.

 

 

 

 

 

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Tutto è diventato relativo sulla strada del governo Conte

            Si è fatto tutto relativo nel percorso scelto da Giuseppe Conte per la “resistenza” -ha scritto dal Quirinale Marzio Breda per il Corriere della Sera- “ad abbandonare la nave semiaffondata” del governo dopo il ritiro della delegazione renziana. Tutto comunque è “sotto la lente” del presidente della Repubblica, attento anche ai toni di Conti nella richiesta di una rinnovata fiducia parlamentare.

            Relativa, o semplice, è la maggioranza che, fallito l’aggancio di un adeguato numero di “responsabili”, “costruttori”, “mercenari”, “voltagabbana”, secondo i vari gusti di chi li giudica, Conte sembra destinato a raccogliere al Senato, al di sotto della quota fatidica  e assoluta di 161 voti, equivalenti alla metà più uno dell’assemblea. Necessaria per approvare leggi importanti come uno scostamento di bilancio o la modifica di una norma costituzionale, la maggioranza assoluta non lo è per dare la fiducia al governo. Alla quale basta la maggioranza dei presenti.

            Disporre di una maggioranza relativa, considerati i passaggi importanti nei quali è richiesta la maggioranza assoluta e i lavori nelle commissioni, dove le proporzioni della rappresentanza possono risultare diverse dall’aula, significa per un governo essere praticamente di minoranza. Esso gioca ai dadi, o quasi, ogni volta che si sottopone ad una votazione.  Conte si accontenta lo stesso, forte anche di non pochi precedenti, magari scommettendo che, una volta sfuggito alla sfiducia, possa trovare il tempo e le condizioni di raccogliere le adesioni mancategli nella preparazione del passaggio parlamentare di oggi e domani.

            Relativa è persino l’opposizione di Renzi, che è tentato dall’astensione in prima battuta, riservandosi la “durezza” nelle fasi successive, in vista delle quali tuttavia “il medico della crisi”, come si è autodefinito Clemente Mastella, cercherà di “tirarlo dentro” la maggioranza daccapo, ha detto  il sindaco di Benevento in interviste spavalde  a Repubblica e al Messaggero.

            Relativa è la solidarietà a Conte espressa dal Pd e appena ribadita nella direzione dal segretario Nicola Zingaretti. A dubitarne sono in parecchi sotto le 5 stelle, come dimostrano i titoli e gli articoli del Fatto Quotidiano che raccoglie gli umori dei parlamentari grillini meglio e più di ogni altro giornale per assonanze di cuore e di cervello.

            Relativo è l’abbraccio a Conte riproposto da Beppe Grillo in persona una vecchia foto scattata alla presenza anche di Luigi Di Maio. Neppure Grillo però riesce ormai a controllare davvero la sua creatura politica, diventata una tonnara quasi quanto il Parlamento da quando ne sono stati ridotti i seggi e nessuno ne vuole anticipare la prossima edizione a ranghi appunto ridotti.

             Quasi per cautelarsi da una lady Mastella ministra della famiglia e simili e dimostrare la loro risolutezza sulle questioni che contano i grillini si sono irrigiditi in questi giorni nel loro no ai finanziamenti europei con la sigla del Mes per il potenziamento del servizio sanitario. E lo stesso Grillo ha cambiato filosofo di riferimento, passando nel suo blog personale dallo svizzero Jean-Jacques Rousseau, caro ai Casaleggio, all’inglese e meno antico Bertrand Russell, secondo il quale “là dove l’ambiente è stupido, o prevenuto, o crudele, è un segno di merito essergli di contrasto”. E basta poco, con Grillo, perché qualcuno diventi stupido, forse anche Conte.  

 

 

 

 

 

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