Eppure di coronavirus si può anche ridere, e non solo piangere e morire

            Di coronavirus, per quanto gli esperti ci tranquillizzino con le solite statistiche che fanno sazi anche gli affamati, si può certo morire. E in modo persino odioso, con una selezione delle vittime che avrebbe fatto invidia ad Hitler e alla sua organizzazione del diavolo per liberarsi di ebrei, nomadi, vecchi, disabili e via inorridendo. Ma di coronavirus, senza avvolgerlo in una svastica, si può anche ridere o sorridere, giusto per non lasciare al solito Silvio Berlusconi iFeltri.jpegl monopolio delle battute e delle barzellette, o al devoto Vittorio Feltri l’invettiva sarcastica Rolli O.jpegcontro il solito “Paese delle banane”, dove “tutti danno consigli ma nessuno impone ordini”. Vi propongo di venirmi appresso nella rassegna delle imperdibili vignette di Stefano Rolli sul Secolo XIX, che ha saputo mescolare da par suo coronavirus e politica.  

            Al primo accenno del solito Matteo Salvini di chiudere frontiere e quant’altro, il 22 febbraio Rolli opRolli del 22 febbraio su frontiere chiuse.jpegpose, laconica, la risposta del mostriciattolo che stava già comodamente al posto giusto per Rolli del 23 febbraio sul cantiere.jpegfare danni, senza bisogno di varcare confini di terra, di acqua e di aria. Nessuno se n’era accorto ma c’cerano cantieri di coronavirus un po’ dappertutto, impegnati ad avvertirci domenica 23 febbraio: “Niente panico, lasciateci lavorare”.

            Martedì 25 Rolli del 25 febbraio sul supermercato.jpegfebbraio il mostriciattolo poteva vantarsi di avere “preso tutti al supermercato”, forse senza fare neppure un centesimo di spesa. E il 26 lo stesso coronavirus travestito Rolli del 26 febbraio suipadani.jpegda portavoce di chissà quale Ministero poteva annunciare anche allo sbigottito Salvini che “molti Paesi europei rifiutano il ricollocamento dei padani” in fuga dalle loro terre presidiate da posti di blocco.

            Il giorno dopo, con un’altra interferenza politica nelle polemiche non ancora sopite nella maggioranza giallorossa, il mostriciattolo si Rolli del 27 febbraio su offertaa Conte .jpegmetteva a disposizione del presidente del Consiglio per togliergli di mezzo i più irrequieti passeggeri del suo convoglio di governo. Ma il livello di guardia e di pericolo saliva Rolli del 28 febbraio su Mattarella immune.jpegil 28 febbraio con Sergio Mattarella in persona, al Quirinale, che ricordava al coronavirus in agguato tra arazzi e stucchi la “immunità” anche infettiva  garantitagli dall’articolo 90 della Costituzione.

            SabatoRolli del 29 febbraio sulla pandemia.jpeg 29 febbraio approdava sulla punta della matita di Rolli l’allarme “pandemìa”, tradotto nell’assicurazione dei mostriciattoli di essere “contenti” di vederci così tanti e insieme.

            Generalmente risparmiati sino a quel momento forse per una certa concordanza di vedute e aspirazioni sulla cosiddetta decrescita felice, il coronavirus ha bussato alla fine anche alla porta già sfasciata dei grillini col rinvio forzoso o forzato del referendum confermativo del taglio dei 345 seggi parlamentari imposto a deputati e senatori come ai tacchini di turno. “Anche voi con la casta?”, ha fatto fa chiedere Rolli da Luigi Di Maio, allibito, ai mostriciattoli nella vignetta di venerdì 6 marzo.

 

 

 

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Nicola Zingaretti guarirà del coronavirus, ma non della dipendenza pentastellare

            So bene che non si dovrebbe scherzare, specie di questi tempi, col coronavirus. Cui il segretario del Pd ha annunciato di essere risultato positivo mettendosi in quarantena domiciliare, e facendo sottoporre a controlli tutti quelli che ha visto di recente: compreso -credo- il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che egli ha incontrato quanto meno con gli altri governatori recentemente convocati a Palazzo Chigi per discutere della situazione sanitaria del Paese.

            Eppure, scommettendo sul rapido ristabilimento di Nicola Zingaretti, e degli altri colleghi che dovessero trovarsi nelle sue condizioni, oltre al governatore della Lombardia Attilio Fontana già sotto protezione, non posso sottrarmi alla tentazione di chiedermi se sia proprio il coronavirus il maggiore inconveniente, chiamiamolo così, del segretario del Pd.

            Anche se i problemi politici sono passati in second’ordine nell’emergenza sanitaria esplosa in Italia ed è stato bloccato quella specie di traffico ferroviario fra i vari convogli governativi che si davano arrivati al capolinea o in partenza, a conducente invariato o non, le precarie condizioni della maggioranza giallorossa si debbono alla curiosa decisione presa propria dal segretario del Pd di subire costantemente l’iniziativa del Movimento delle 5 Stelle. E ciò proprio nel momento in cui – con la sua crisi di identità e le perdite subite in tutti gli appuntamenti elettorali successivi al rinnovo delle Camere- esso si trova  nelle condizioni di maggiore debolezza.

            Più che di coronavirus, il segretario del Pd soffre di dipendenza dai pentastellati, ai quali ha concesso di mantenere nel codice la fine della prescrizione all’esaurimento del primo dei tre zingavirus 2 .jpeggradi di giudizio -senza attendere la riforma del processo penale per stabilirne davvero la ragionevole durata richiesta dalla Costituzione- e un uso delle intercettazioni col sistema noto come Trojan che chissà quanti danni riuscirà a creare, per diffusa previsione degli esperti, sino a quando qualche incidente giudiziario di percorso non provocherà un intervento della Corte Costituzionale.   

            Se si ritiene troppo di parte l’allarme lanciato su questo problema da un avvocato di grido e di bravura come Giulia Bongiorno per via della sua militanza nella Lega di Matteo Salvini, che pure avrebbe dovuto impedire nei mesi del governo e della maggioranza gialloverde lo svarione della prescrizione quasi zero introdotta come una supposta a effetto ritardato nella legge nota come spazzacorrotti, si rifletta quanto meno sulle sirene da ambulanza suonate da un giurista come il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Flick.

            Dal coronavirus il segretario del Pd sicuramente uscirà, ma chi e quando ci farà uscire dalla gabbia giustizialista in cui i grillini sono riusciti a chiudere questo Paese non si riesce francamente a vedere, dopo che ha smesso di agitarsi anche quel guastafeste di Matteo Renzi. Che non è proprio il massimo della simpatia -lo riconosco, con quel petto sempre in fuori e la spavalderia quasi dell’altro Matteo- ma ogni tanto capita anche a lui di segnalare qualche problema reale. E quello di Zingaretti Renzi.jpega rimorchio dei grillini pur calanti, coi quali sta riuscendo a fare anche qualche intesa locale per rendere strategica un’alleanza proposta come provvisoria e tattica proprio da Renzi, un problema lo è di certo:  più grave -visti i suoi 54 anni di età e le sue buone condizioni di salute- del coronavirus che lo ha disturbato nelle funzioni appena assegnategli generosamente da Eugenio Scalfari di “leader di tutto il movimento liberalsocialista”, anche a costo di deludere forse il già quasi incoronato Giuseppe Conte.

 

 

 

 

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Mario Monti, l’invitato speciale nei salotti del Coronavirus

            Non so se si debba più alla logica del contrappasso o a nostalgia in controtendenza, per come sono cambiate nel frattempo le cose, la frequenza con la quale viene chiamato nei salotti radiofonici e televisivi a parlare dell’emergenza da coronavirus l’ex presidente del Consiglio e senatore a vita Mario Monti. Che non tradisce mai le attese di chi lo invita dispensando consigli e opinioni, frammiste -quando se ne trasmettono le immagini e non solo le parole- a smorfie di varia natura e interpretazione, tra il compiaciuto, l’inorridito e lo scettico, secondo le circostanze.

            In effetti, se c’è un uomo adatto ad essere consultato nel momento in cui una comunità è chiamata a cambiare più o meno bruscamente abitudini, anzi a rovesciarle, questi è sicuramenteMonti 2 .jpeg Monti. Che, arrivato nell’autunno del 2011 a Palazzo Chigi in  loden di taglia classica sull’onda della paura del dissesto economico e finanziario del Paese, incantò tutti, ma proprio tutti, persino il presidente del Consiglio uscente Silvio Berlusconi.

            Ministri e ministre al suo seguito erano talmente presi dalle loro funzioni educatrici che annunciavano lezioni e tagli piangendo dall’emozione e dal dolore, richiamati bruscamente all’ordine o alla compostezza dal presidente del Consiglio, che si assumeva l’onere di completare discorsi e concetti senza un filo di emozione.

            Gli italiani, salvo poche eccezioni, sembrarono- ripeto-  invaghiti di lui, a cominciare dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il quale lo compensò generosamente dell’opera di Monti 3 .jpegrieducazione con un laticlavio preventivo che ora lo mette al riparo dai tagli dei seggi parlamentari vantati come un trofeo dai grillini nelle loro campagne anti-casta, anche se il coronavirus ha fatto slittare la data finale della festa programmata dagli oppositori con un referendum confermativo in qualche modo paragonabile al Natale, o non so a che altro, per i tacchini americani.

            A proposito di americani, poco mancò in quella stagione, o in quegli anni, perché l’avventura amish in transito.jpeggovernativa di Monti finì solo nella primavera del 2013, che il genero ideale delle mamme tedesche non ci trasformasse in una comunità di Amish: quelli che oltre Oceano si muovono in carrozza a cavallo e non in auto, godono della loro austerità e parlano in inglese con i forestieri, in tedesco aulico in Chiesa e in un dialetto germanico in casa.

            Chiunque di noi avesse ancora un mutuo o altro debito da pagare, che in Germania -ci fu spiegato allora- si chiama come il peccato, andava in giroMonti 4 .jpeg rasentando i muri, cioè vergognandosene come di una colpa. Anche possedere una casa, più ancora che giocare coi titoli in Borsa, era come vivere in una bolla speculativa da tassare a manetta.

            In quella mania di risparmi e di tagli, di gara al francescanesimo assoluto, Monti non si fermò Corriere.jpegdavanti a niente e a nessuno. NonRepubblica.jpeg fu risparmiata neppure la sanità, che adesso, per quanto sopravvissuta miracolosamente nelle sue strutture essenziali, va rapidamente rifinanziata e ripopolata di medici e infermieri, a decine di migliaia, perIl Fatto.jpeg non finire tutti come il pallone del coronavirus nella porta di Conte a stadio chiuso. E Monti finalmente si è accorto, anche senza l’autorizzazione delle mamme tedesche, che il debito non è necessariamente un peccato. Benedett’uomo, poteva accorgersene un po’ prima.  

 

 

 

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E’ sceso in campo contro il Coronavirus anche il presidente della Repubblica

            E’ proprio vero che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, come quelle attribuite dal quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda spiegando le ragioni che hanno indotto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a rivolgersi agli italiani con un videomessaggio di fiducia e di sostegno al governo nell’emergenza del Coronavirus.

            Altro che “la più alta copertura alle misure stabilite” dall’esecutivo guidato da Giuseppe Breda.jpegConte , “senza alcuna pretesa di supplenza”, come ha scritto appunto il quirinalista del giornale più diffuso in Italia e per tradizione più introdotto sul Colle più alto di Roma, vincendo tutte le concorrenze tentate da vecchie e nuove testate, una delle quali iscrittasi all’anagrafe col nome stesso della Repubblica, Che è corsa in questa occasione a vantarsi di avere dato per prima al capo dello Stato l’idea di  un intervento al tempo stesso chiarificatore e rasserenante in questo difficile passaggio per l’Italia.

            I quotidiani più sensibili alle cause e agli umori delle opposizioni hanno visto e indicato nel messaggio Il Giornale.jpegdi Mattarella un “Conte dimezzato”, come ha titolato il Giornale della famiglia Berlusconi O la premessa, o contorno, come preferite, di una “chiusura”Libero.jpeg del Parlamento per impedirgli di fare ancora “più danni” di quanti non ne abbia già compiuti, come ha titolato Libero. Dove avranno probabilmente riso al monito poi levatosi dal tesoriere del Pd, ed ex capogruppo, Luigi Zanda: “Nessuno pensi di chiudere il Parlamento”, anche nell’unico giorno della settimana -il mercoledì- lasciatogli a disposizione per riunirsi e votare a rischio di contagio, essendo Zanda.jpegle postazioni dei deputati e dei senatori distanti meno di uno o due metri l’una dall’altra. In compenso, tuttavia, Zanda dai banchi della maggioranza ha concesso alleSchermata 2020-03-06 alle 06.24.39.jpeg opposizioni il riconoscimento di troppi “errori di comunicazione, che non si è dimostrato non essere il forte di Palazzo Chigi”. Gliene sarà poco grato, credo, quell’omone di Rocco Casalino che è il portavoce, capo ufficio stampa e non so cos’altro del presidente del Consiglio e dei suoi uffici, alle prese ultimamente, prima che si aggravasse la crisi da Coronavirus, con “battute” più o meno clamorose sul terzo governo Conte in arrivo sui binari della politica italiana. L’impressione fu che il convoglio “ter” fosse spinto a mano da una pattuglia di “responsabili” provenienti dell’apposizione, data la zavorra costituita dalla presunta Italia Viva di Matteo Renzi.

            In fondo, ma molto in fondo, la rappresentazione più benevola e felice del messaggio col quale Mattarella Manifesto.jpegha aggiornato quello di Capodanno di poco più di due mesi fa, superato ormai dai bollettini dei contagiati, dei ricoverati e dei morti, l’hanno offerta con la loro collaudata fantasia quelli del manifesto titolando sul “Pronto soccorso” improvvisato al Quirinale. Dove naturalmente non si gradiscono perditempo, come affetti o affette da delusioni d’amore, visto che alle cronache politiche si sono affacciati in questi giorni anche casi del genere. Che hanno avuto ritorni di stampa francamente imprevisti alle nostre prime segnalazioni.

 

 

 

 

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Cronaca semiseria di una giornata di chiusure nell’Italia del Coronavirus

            Il buon umore per fortuna non manca mai dalle nostre parti, anche nei momenti peggiori. C’è sempre un vignettista, un giornale, un attore, un imitatore, un protagonista in carne e ossa, per nulla travestito, che riesce a strapparci un sorriso.

             In questo giorno di chiusure generalizzate -dall’Italia nel suo complesso su tutta la prima paginaGiornale.jpeg del Giornale, che se l’è presa con chi sta al governo, a quella analoga di Repubblica, dalla porta Repubblica.jpegdello stadio vuoto nella quale Emilio Giannelli sul Corriere della Sera ha ripreso il presidente del Consiglio battuto al rigore con la palla del coronavirus allaLa Syampa.jpeg domanda della Stampa se Conte manovri le chiavi con più azzardo o coraggio- quell’inguaribile spiritoso o barzellettiere che riesce a rimanere Silvio Berlusconi ha voluto chiudere anche lui qualcosa.

            E’ toccato alla relazione più che decennale con la giovane Francesca Pascale  che il Cavaliere di Giornalesu Berlusconi.jpegArcore, presidente di Forza Italia, europarlamentare, pluriottantenne all’anagrafe contraffatta, sentendosi in realtà almeno vent’anni Messaggero.jpegdavvero addosso, non di più, ha deciso di chiudere con un comunicato ufficiale del suo partito proprio nel giorno in cui Conte decideva di chiudere altro: scuole, teatri, musei, cinematografi, non ancora però il governo, forse perché il presidente della Repubblica è intervenuto in tempo per impedirglielo.

               La ormai ex fidanzata di Berlusconi c’è rimasta comprensibilmente male, dichiarandosi “stupita”, con Pascale.jpegla t, e togliendosi solo la soddisfazione di scherzare con un po’ di perfidia sulla deputata azzurra che ne avrebbe preso il posto nel cuore e non so cos’altro del Cavaliere cominciando col portare a spasso il cagnolino di casa.

            Ditemi voi se questo non è poi un Paese davvero sorprendente, meraviglioso, imprevedibile, dove il Coronavirus è sbarcato come il marziano dell’omonima commedia di Ennio Flaiano, che dopo avere tanto stupito, più ancora di quanto non si sia appena dichiarata per altri motivi l’ex fidanzata di Berlusconi, dovette rassegnarsi all’assuefazione e all’indifferenza generale. Speriamo che nel frattempo Conte o altri per lui si ricordino di riaprire quello che nel frattempo hanno chiuso: l’inverso di quanto  accadde una volta alla buonanima di Giancarlo Pajetta. Che uscendo dall’aula di Montecitorio, dove parlava da tempo e da solo uno sfigato deputato della maggioranza, gli raccomandò di spegnere, alla fine, le luci.   

 

 

 

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Che cosa (non) vale più purtroppo una famiglia a Napoli…

Per quanto legatovi da ricordi di famiglia e di studio, ho smesso di andare a Napoli da una ventina d’anni: in particolare da quando, incollonato in auto ad un semaforo sulla strada che costeggia il porto, fui rapinato di un orologio in pieno giorno.

Un ragazzo all’incirca dell’età di quello che è stato ucciso in questi giorni da un carabiniere in borghese non ebbe bisogno di puntarmi un’arma, né vera né finta. S’infilò col busto nel mio finestrino dove avevo appena ritirato il braccio sinistro dopo avere spazientemente raddrizzato lo specchietto laterale che mi era stato spostato per la seconda volta lungo la stessa strada, sempre incolonnato nel traffico di punta. E ingaggiò una lotta selvaggia con le mani di mia moglie che, sedutami accanto, cercava di impedirgli, graffiandone il viso, di sfilarmi l’orologio dal polso, senza il timore di vedersi sfilare pure il suo.

La scena si svolse sotto gli sguardi indifferenti dei conducenti delle altre auto, tutti fermi al semaforo, di lato e di dietro. E si concluse a tutto vantaggio del rapinatore, ladro, o come diavolo andava chiamato in gergo penale. Che mi lasciò sulla portiera impolverata tracce che consentirono di lì a poco al custode del garage d’albergo dov’ero appena arrivato la ricostruzione precisa dell’accaduto, nonchè l’assegnazione del numero d’ordine. Era la decima -dico, decima- rapina di quella giornata, probabilmente eseguita dallo stesso ragazzo e da chi l’aveva aiutato, dall’altra parte della strada, facendolo saltare sul motorino per fuggire.

Durante quel mio ultimo soggiorno a Napoli, in galleria e a due passi dalla sede del Mattino dove tanti anni prima il mitico direttore Giovanni Ansaldo mi aveva paternamente consegnato qualche libro da recensire per soddisfare la mia voglia di giornalismo e mettermi alla prova, ebbi un’illuminante chiacchierata con un amico, ex collega di studi, che aveva intrapreso la carriera di magistrato ed era salito abbastanza in alto, e a rischio, per andare in giro scortato.

Ebbene, ad un certo punto il discorso cadde sulla mia disavventura di rapinato o derubato, sempre come preferite. E mi venne un’idea che non mi sono più tolto dalla testa pensando a Napoli e alla sua non gioventù ma fanciullezza rubata, con tutti quei ragazzi -come l’Ugo che ci ha appena rimesso la vita- abituati, aiutati, incoraggiati, coperti e quant’altro dalle loro ragazzo ucciso.jpegfamiglie a delinquere, scommettendo sulla capacità o padronanza di nervi del malcapitato di turno, disarmato o armato e lucido abbastanza per prendere la mira giusta, sparando alle gambe e non al torace o alla testa, pur avendo di fronte in quel momento solo quegli obiettivi, e non potendosi sporgere più di tanto dal finestrino.

L’idea che mi permisi di esporre – povero e ingenuo giornalista ch’ero, e sono rimasto anche in età molto appetibile, a quanto sembra, ai coronavirus che vagano ormai per tutto il mondo, o quasi- era ed è quella di privare della patria potestà i genitori che non sanno o non vogliono esercitarla. O la esercitano alla rovescia, per insegnare a rubare o a devastare gli ospedali e non a studiare o lavorare, spesso trasmettendo ai figli i loro sciagurati mestieri. A costoro i figlioli andrebbero tolti e affidati -dicevo e penso ancora- a mani più avvedute e davvero soccorrevoli.

Non l’avessi mai pensato e detto. Il mio amico magistrato mi guardò torvo come se non ci fossimo mai conosciuti e frequentati. Poi, calmatosi, cominciò a spiegarmi -secondo lui- le ragioni per le quali non ci si poteva né doveva intromettere negli affari familiari degli altri. Se lo facessimo -mi disse ad un certo punto parlando al plurale, come per nome e per conto di tutti i suoi colleghi di toga- ci sterminerebbero tutti. Non si salverebbe nessuno, aggiunse per rafforzare e al temo spesso chiudere il suo ragionamento.

La Napoli che da bambino, raggiungendola di sera in auto con i miei genitori dalla Puglia, mi sembrava una donna con una collana di luci al collo; la Napoli che avevo scambiato per un santuario quando mia madre mi ci portò piena d’ansia e di speranza quasi miracolosa per farmi guarire da una malattia che nessuno aveva prima di allora saputo diagnosticare; la Napoli che al primo anno di Università mi aveva fatto scoprire e ammirare maestri di diritto come Antonio Guarino e Francesco De Martino, le cui lezioni di storia del diritto romano erano semplicemente un incanto, diversamente dalle prove che poi il suo autore mi avrebbe dato come segretario del Partito Socialista, quello del “mai più al governo con la Dc senza l’appoggio dei comunisti”; la Napoli che mi aveva già tradito con la storia giudiziaria del mio amico Tortora facendo comunque in tempo a rimediarvi con l’assoluzione che Enzo meritava, sia pure troppo tardi perché lui se la potesse godere davvero; quella Napoli mi sembrò in galleria, di fronte alla paura del mio amico magistrato di morirvi nell’uso del buon senso, davvero e definitivamente perduta. E non vi ho più messo piede.

 

 

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Conte ha sgominato, diavolo di un uomo, il “governissimo” che lo minacciava

            Per favore, se non l’avete già fatto o se siete ancora tentati di farlo leggendo i giornali e assistendo al chiacchiericcio televisivo, smettetela o rinunciate a dare dello sprovveduto a Giuseppe Conte, in maglione o in mono o doppiopetto che sia, con o senza pochette, perché il professore s’intenderà poco di affari sanitari e malattie, per quanti sforzi facciano medici, virologi e quant’altri di aprirgli gli occhi, ma in politica si è fatto furbissimo. Giù il cappello davanti a questo docente universitario e avvocato sceso dalle cinque stelle di Beppe Grillo fuori stagione, nella primavera di due anni fa, per sedersi a Palazzo Chigi e rimanervi anche cambiando alleati.

            Sottoposto anche al fuoco mediatico da Coronavirus, questa volta al maiuscolo per le dimensioni che ha ormai assunto nei confini di un’Italia pronta a cambiare  nome per chiamarsi Codogna.jpegCodogna, o Codognìa, come preferite, dal paese lombardo nel cui ospedale pare sia accaduto di tutto, anche l’irruzione della solita squadra inviata dalla Procura locale per prelevare carte e quant’altro nel pieno di una emergenza da infezione; sottoposto, dicevo, al fuoco mediatico da Coronavirus, il presidente del Consiglio si è fatto concavo e convesso secondo le circostanze. Altro che il Silvio Berlusconi di tempi passati.

            Volete il “governissimo” ?, ha chiesto il professore alle opposizioni, o almeno a quelle che lo reclamavano più o meno ad alta voce. E, fingendo di non capire che le invocazioni nascevano soprattutto o solo per liberarsi di lui a Palazzo Chigi, ha provato ad immaginarselo e persino a rappresentarlo promuovendo una riunione di ministri e capigruppo parlamentari di maggioranza e di opposizione per fare il punto della situazione, raccogliere proposte, formularne di sue e tentare di abbozzare un provvedimento da far camminare speditamente nelle Camere.

             Non si è riusciti a fare una foto di gruppo perché, con quella distanza di almeno un metro l’uno dall’altro dettato da ragioni di sicurezza sanitaria, non c’era fotografo e macchina capaci di riuscire nell’impresa. Ci siamo pertanto dovuti accontentare di una foto scattata prima dell’incontro a Conte e a pochi altri ministri o simili.

            A riunione plenaria finalmente cominciata, durante la quale qualcuno è uscito ed entrato per brevi incursioni in piazza Colonna davanti alle telecamere e ai microfoni del salotto Giannelli.jpegdi turno in attesa spasmodica di notizie, le cose sono andate avanti per le lunghe, anzi lunghissime, senza approdare ad un risultato degno di questo nome. D’altronde, quali accordi si sarebbero mai potuti sottoscrivere a un metro di distanza l’uno dall’altro invitato, e Il caffè di Gramellini.jpegsenza neppure potersi dare prima la mano, potendosi al massimo concedere ogni coppia “una stretta di piede”, come ha scritto Massimo Gramellini prendendo il caffè mattutino con i lettori del Corriere della Sera?

            Così è sfumata fra le mani e le narici del presidente del Consiglio- diavolo di un professore-  il famoso “governissimo” da cui si sentiva, a torto o a ragione, minacciato. Vedrete che il coronavirus, questa volta al minuscolo, di quelli che vanno in giro portati da chissà chi e da dove, si terrà ben lontano da Conte avendo capito che non c’è partita neppure per un verme come lui.  

 

 

 

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Timori e crisi di nervi fra i grillini per il protagonismo di Zingaretti

            Se non è stata crisi di nervi sotto le cinque stelle grilline, poco c’è mancato dopo la scoppola delle elezioni suppletive a Roma “centro”, dove i 19 mila voti del 4 marzo 2018, pari al 16,79 per cento degli elettori presentatisi allora alle urne, sono diventati l’altro ieri soltanto 1422 – pari al 4,36 per cento dei 32.880 votanti su 186 mila- alla candidata alla Camera Rossella Rendina. Che molto probabilmente non ha potuto contare neppure sul voto del presidente del Consiglio di designazione grillina Giuseppe Conte, sensibile -a dir poco- alla candidatura del suo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, del Pd di Nicola Zingaretti. Il quale ne ha festeggiato l’elezione come una Pasqua fuori stagione, essendo appena entrati nella Quaresima.

            Forte anche di questo risultato, che per il sollievo procuratogli  è stato per lui un po’ come per il Papa raffreddato l’esito negativo della prova del tampone che gli hanno prudentemente Papa raffreddato.jpegpraticata, Zingaretti ha presieduto con baldanza nella sede del suo partito  il già programmato incontro con le cosiddette parti sociali.  Esso è servito, peraltro con la partecipazione anche di Gualtieri e del capo della delegazione del Pd al governo Dario Franceschini, a fare il punto provvisorio della crisi economica aggravata dagli effetti del coronavirus e a mettere su tappeto gli interventi necessari a fronteggiarla.

            Per quanto -ripeto- già programmata in anticipo rispetto ad un incontro analogo preventivato a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, l’iniziativa di Zingaretti non è per niente piaciuta al Movimento 5 Stelle. Dove l’hanno esplicitamente paragonata alle riunioni che soleva promuovere al Viminale l’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini procurandosi le riserve o proteste dei grillini, appunto, e di Conte in persona. Che poi le rinfacciò nell’aula del Senato, con altre cose ancora, a Salvini in persona quando lo trattò, da ministro ancora in carica, come imputato in una specie di  processo per indisciplina e slealtà propedeutico alla crisi di governo e al cambiamento di maggioranza.

            Questa volta, a dire la verità, e diversamente dai grillini, Conte non se l’è presa per niente con Zingaretti. Se n’è sentito anzi aiutato, piuttosto che scavalcato, deludendo e insospettendo i pentastellati, o almeno il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ed ex capo del movimento e della relativa delegazione al governo. Che sembra essersene personalmente doluto col reggente Vito Il Fatto su Zingaretti.jpegCrimi condividendo -credo- la rappresentazione dell’incontro di Zingaretti con le parti sociali offerta dal  Fatto Quotidiano ai lettori con questo titolo: “L’attivismo di Zinga per guidare il governo”.

            Oltre che il malumore per il crescente peso del Pd e del suo segretario in una coalizione  la cui componente maggiore rimane per consistenza parlamentare quella delle 5 Stelle, è cresciuta fra i grillini dopo la miserevole figura nelle elezioni suppletive di Roma e il crescente protagonismo di Zingaretti la preoccupazione per la sempre più indefinita scadenza chiarificatrice dei cosiddetti Stati Generali. Che dovrebbero essere quello che per gli altri partiti è un congresso, già programmato per metà marzo, come le infauste idi di Giulio Cesare del 44 avanti Cristo, e rinviato non si sa ancora a quando per la sopraggiunta scadenza, anch’essa peraltro suscettibile di slittamento, del referendum confermativo sul taglio di 345 seggi parlamentari, fra Camera e Senato.  

 

 

 

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La Sardine arretrano e rischiano adesso di fine davvero sott’olio

Ilvo Diamanti ci ha appena informati, con i dati di un sondaggio Demos effettuato per Repubblica, che in due mesi di tempo le Sardine, con la maiuscola, seimila o no che siano, hanno perduto terreno, o acqua, come preferite. Il “sicuramente no” opposto alla richiesta di un interessamento ad un loro eventuale impegno elettorale è salito dal 39 al 47 per cento delle risposte, il “probabilmente sì” è sceso dal 23 al 21, il “sicuramente sì” è rimasto fermo ad un modestissimo 4 per cento e la “non partecipazione o disaccordo” dalle loro iniziative è aumentata dal 43 al 53 per cento.

Le “opinioni” sul movimento dal nome ittico esploso nelle piazze a ridosso delle elezioni regionali in Emilia-Romagna, e poi estesosi altrove, sono diventate “pìù tiepide” secondo il sociologo e Sardine 3 .jpegpolitologo. Che tuttavia non è arrivato a considerarlo  o immaginarlo sott’olio, come invece è apparso ad altri. Ma non è detto che non arrivi anche lui, prima o poi, a questa sensazione.

Ciò sta accadendo non tanto per le frequentazioni fotografiche e televisive -da Oliviero Toscani e Benetton a Maria De Filippi, definita “l’isititutrice” da Aldo Grasso sul Corriere della Sera- in cui sono incorsi leader e leaderini delle Sardine così entusiasticamente salutate a suo tempo da quel furbacchione del segretario del Pd Nicola Zingaretti, e viste con un certo interesse anche dall’allora capo delle 5 Stelle Luigi Di Maio, quanto per certi altri appuntamenti cui sono mancate nel loro complesso.

A grillini e piddini, per ragioni diverse ma infine concorrenti, non è piaciuta l’indifferenza mostrata dalle Sardine  con quel rifiuto di leader e leaderini  di rispondere a chi ne sollecitava usardine 4 .jpegn giudizio sotto sotto di apprezzamento di fronte a temi come la prescrizione praticamente zero del guardasigilli Alfonso Bonafede, che è riuscito a sopprimerla nel codice all’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio, o la riduzione tanto sostanziosa quanto monca dei seggi parlamentari. Su cui gli elettori prima o dopo, viste le complicazioni da coronavirus, dovranno pronunciarsi nel cosiddetto referendum confermativo senza avere la minima idea di se e come saranno aggiornate leggi e regolamenti per rendere compatibili quattrocento deputati e duecento senatori, contro i quasi mille ereditati dalla Costituzione approvata alla fine del 1947, con un grado serio o decente di rappresentatività.

I grillini volevano rendere più saporiti col gusto delle Sardine appena pescate sia la prescrizione zero, o quasi, sia le Camere smilze partorite dalle loro campagna anti-casta, quasi come il taglio dei vitalizi ancora a rischio di sorprese per i ricorsi pendenti. Quelli del Pd, specie dopo la petulante resistenza, secondo loro, dell’ex segretario Matteo Renzi e del suo nuovo movimento, volevano usare l’odore e il sapore delle Sardine per nascondere meglio l’obiettivo disagio in cui si trovano dopo avere ceduto al Movimento 5 Stelle nel momento non della sua maggiore forza, com’era quella iniziale di questa legislatura, ma della sua maggiore debolezza di natura non solo identitaria, dopo tutti i voti perduti governando prima con i leghisti e poi con la sinistra. A Roma, nelle elezioni suppletive per la sostituzione di Gentiloni con Gualtieri alla Camera, i grillini sono precipitati addirittura al 4,4 per cento, pur con l’attenuante di un’affluenza alle urne inferiore al 20 per cento.

La delusione procurata fra i grillini dalle Sardine si è avvertita con la solita chiarezza sul giornale che ne riflette maggiormente gli umori – il Fatto Quotidiano- fra gli insulti, o quasi, di Marco Travaglio e i più educati e sottili ragionamenti di Antonio Padellaro, che le Sardine 2.jpegha avvertite “senz’acqua” dopo l’annuncio di Mattia Santori che “la stagione delle piazze come l’abbiamo conosciuta a novembre forse passerà, e forse è già finita”. “Senza l’acqua delle piazze le sardine moriranno”, ha previsto il fondatore del giornale diretto adesso da Travaglio.

Altrettanto comprensibile, e condivisibile, è in questo quadro l’acqua che il mio amico Valter Vecellio dalle sponde irriducibilmente radicali dei suoi sentimenti, e proprio qui, sul Dubbio, ha cercato di dare o restituire alle Sardine immaginando con simpatica e vivace fantasia il compianto Marco Pannella fra di loro, ed esortando a sentirne le domande, più che ad attenderne le risposte.

Ma Pannella era Pannella, carissimo Valter, non solo per le domande che sapeva porre incalzando, imbarazzando e incuriosendo tutti, persino il Papa di turno, ma anche e forse ancor più con le risposte che sapeva dare all’occorrenza, con le proposte che formulava, e persino con ilsardine 5 .jpeg bavaglio che sarcasticamente si applicava per protesta, per non parlare dei referendum che sapeva proporre, sino ad abusarne qualche volta. E non si faceva certamente ed encomiabilmente trattenere lungo la sua strada dal rischio, dalla paura e quant’altro di trovarsi in compagnia, o quasi, del diavolo di turno. Che poteva essere il Cavaliere ancora rampante di Arcore o il Gianfranco Fini non ancora perduto nella sua smania di liberarsi di chi, come appunto Silvio Berlusconi, lo aveva “sdoganato”, come si disse all’epoca delle elezioni amministrative del 1993, incoraggiando il leader dell’ancora Movimento Sociale nel pur fallito tentativo di  scalare il Campidoglio conquistato infine da Francesco Rutelli.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

I grillini precipitano a Roma al 4,4 per cento ma il governo si sente “più forte”

            “Il governo ora è più forte”, hanno appena annunciato, all’unisono, il segretario del Pd Nicola Zingaretti e il superministro dell’Economia Roberto Gualtieri commentando non la cintura di sicurezza fornita in qualche modo all’esecutivo dall’emergenza targata Coronavirus, ma i risultati delle elezioni suppletive svoltesi a Roma per sostituire alla Camera l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ora commissario europeo.

            E’ proprio Gualtieri il deputato eletto dagli elettori di una vasta zona di Roma comunemente chiamata centrale, estesa da Testaccio alla Balduina e parte del Trionfale attraversando il centro vero e proprio della Capitale: eletto “alla grande”, secondo amici e compagni, avendo fatto salire al 62 per cento il 42 ottenuto meno di due anni fa  da Gentiloni da solo, non con la coalizione di centrosinistra ritrovatasi adesso attorno al ministro che condensa nelle sue mani poteri e competenze che furono dei titolari del Tesoro, delle Finanze e del Bilancio.

            Va detto tuttavia che a votare per le suppletive, in una domenica peraltro condizionata anche a Roma, pur estranea alle aree infette del Nord, dalla poca voglia di andare in giro e mettersi in fila per una qualsiasi ragione, sono andati alle urne solo 32.880 dei 186 mila e rotti elettori che ne avevano diritto, con una percentuale di affluenza pari quindi al 17,6 per cento. Che è quasi il doppio, per carità, del 9,50 registrato nella domenica precedente a Napoli per analoghe suppletive riguardanti il Senato, dove c’era da sostituire un grillino defunto, cui è subentrato il giornalista Sandro Ruotolo candidato dal centrosinistra. Ma è pur sempre e soltanto, ripeto, il 17,6 per cento, di gran lunga inferiore alla media, generalmente bassa, di questo tipo di elezioni, che si svolgono generalmente o prevalentemente all’insaputa degli elettori che pure dovrebbero esservi interessati.

            Mi spiace per Gualtieri e per Zingaretti, il quale ultimo ha anche vantato il fatto che “l’alleanza funziona”, alludendo evidentemente a quella in corso a livello nazionale con il Movimento 5 Stelle, ma mi sembra francamente forzato il loro giudizio sul governo rafforzato di fronte al 4,4 per cento di voti cui sono precipitati i grillini dal 17 per cento e rotti, nella stessa zona, di meno di due anni fa. L’alleanza funzionerà, per ripetere parole e concetti del segretario del Pd, ma non certo per il maggiore partito della coalizione di governo. Che in Parlamento non è il Pd ma il movimento appunto dei grillini, di cui pertanto esce dalle urne rafforzata solo la profonda crisi elettorale e di identità che l’attraversa, con inevitabili ripercussioni sulla salute, diciamo così, dell’intero governo.

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha tenuto a farsi vedere solerte, e spensierato senza la solita cravatta al collo, nella sezione romana dove è iscritto come elettore. Ma, per quanto Schermata 2020-03-02 alle 05.28.31.jpegarrivato e confermato nella scorsa estate a Palazzo Chigi per designazione e impuntatura dei pentastellati, contro la richiesta iniziale di cosiddetta “discontinuità” avanzata dal Pd subentrando ai leghisti, dubito assai che egli abbia votato ieri per la candidata grillina Rossella Rendina. Non ci crederei neppure se qualcuno mi mostrasse la foto della scheda appena compilata dal presidente del Consiglio e non ancora chiusa per essere infilata nell’urna. Sospetto, fortemente sospetto, che Conte abbia votato per il “suo” ministro dell’Economia. E penso che questa sia anche la convinzione più diffusa anche  fra i grillini.

 

 

 

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