Il governo Conte sotto il tiro incrociato dei giornali su più versanti

              In partenza per la Turchia e altrove  allo scopo di rivitalizzare, diciamo così, l’immagine internazionale del suo governo, il presidente del Consiglio ha avuto un bel dire, in una intervista Conte sul Corriere.jpegal Corriere della Sera, che “l’incisività e la credibilità dell’Italia in politica estera è fuori discussione”. E che “con la Libia siano in prima linea” , parlando “con tutti non per ambiguità ma per alimentare il dialogo” attorno alla “nostra posizione limpida e trasparente, politicamente insuperabile” contro una soluzione militare del conflitto in corso in quel Paese fra intromissioni esterne di ogni tipo.

            Al presidente del Consiglio ha qualche modo risposto  lo stesso Corriere della Sera con un Coorriere.jpegeditoriale, a dir poco, urticante contro le prove di incoerenza, di confusione e di “sprovvedutezza” date Paolo Mieli su Conte.jpegdallo stesso Conte e dal suo ministro degli Esteri Luigi Di Maio, a volte persino in concorrenza fra di loro. “Provare a presentarsi  come statisti in grado di sanare, sia pur provvisoriamente, un conflitto che va avanti da otto, nove anni, è stata una ingenuità”, ha scritto l’ex direttore Paolo Mieli. Il quale ha aggiunto, impietosamente, che “le pezze successive- l’incontro di Conte con Haftar e, dopo tre giorni, con Sarraj e il tour diplomatico di Di Maio- non sono servite a nascondere il buco”.

            In un’altra parte dello stesso editoriale Mieli ha accomunato Conte a Matteo Renzi nella bruttissima pratica di scambiare quello degli Esteri per un Ministero di secondaria importanza o di consolazione: Renzi mandando a suo tempo alla Farnesina Angelino Alfano, digiuno di politica internazionale essendo stato ministro della Giustizia prima e dell’Interno poi, e Conte spedendovi Di Maio, appunto, per ripagare il capo ancòra del Movimento 5 Stelle della mancata conferma, nel suo secondo governo, a vice presidente del Consiglio, dopo che nel primo gli aveva fatto fare anche il pluriministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro.

            Con un tiro ancora più alto o più lungo, come preferite, lo stesso direttore in carica del Corriere della Sera, Luciano Fontana, ha colto l’occasione offertagli da un lettore nella pagina, diciamo così, della posta per lamentare l’abitudine anche di questo governo, nato con tanti buoni propositi e impegnato a preparare una verifica per scrivere un’agenda valida addirittura sino al 2023, cioè sino alla fine ordinaria della legislatura, di “fare poco o nulla per non perdere consensi”. Ma anche -mi permetterei di aggiungere per spiegare la pratica dei rinvii o dei provvedimenti che escono dal Consiglio dei Ministri con la formula “salvo intese”-  per evitare che ora questa e ora quella componente della maggioranza rompa e provochi una crisi. Alla  fine della quale la prossima volta sarà ben difficile evitare la soluzione dello scioglimento delle Camere e delle elezioni anticipate, peraltro in un clima di estrema confusione anche istituzionale. Stanno infatti per intrecciarsi ben due referendum: uno abrogativo dell’attuale legge elettorale e l’altro confermativo della riduzione dei seggi parlamentari.

            L’altro grande giornale –la Repubblica– ha sparato, diciamo così, sul governo con un titolone di prima pagina che gli contesta di avere lasciato invariato il cosiddetto decreto di sicurezza approvato Repubblica.jpegdalla precedente maggioranza gialloverde. Esso fu promulgato nel testo della conversione parlamentare tanto malvolentieri dal capo dello Stato da chiedere con una lettera ai presidenti delle Camere e del Consiglio correzioni condivise e propostesi dalla nuova maggioranza giallorossa, ma rimaste per aria.

            Altri giornali hanno attaccato il governo da destra, diciamo così, reclamando le dimissioni o comunque la sostituzione della ministra della Pubblica Istruzione Lucia Azzolina, ancora fresca di nomina e di giuramento al Quirinale, per presunto o reale plagio -si vedrà- praticato, e da lei fermamente negato, nella tesi elaborata per l’abilitazione all’insegnamento.

            Pienamente, si fa per dire, soddisfatto del governo si è mostrato invece Il Fatto Quotidiano sentendo odore di “revoca” davvero delle concessioni autostradali punitive della famiglia Benetton: Il Fatto.jpeguna festa, quella del giornale di Marco Travaglio per l’operatività governativa guastata solo dalla “santificazione” salottiera di Bettino Craxi nel pomeriggio domenicale di Rai1 Dessì.jpegpraticata in tandem dalla figlia Stefania e dall’amica Mara Vernier in vista del ventesimo anniversario della morte del leader socialista. Che peraltro comincia ad essere rimpianto pubblicamente anche fra i grillini, per quanto dissidenti, come il senatore Emanuele Dessì.

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