L’antisalvinismo ormai esistenziale di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi

A Giuseppe Conte, nonostante l’ermetismo facciale impostosi nello studio televisivo di Lilli Gruber per proteggersi dalle allusioni, curiosità, malizie professionali e quant’altro della conduttrice sui suoi progetti politici dopo avere festeggiato in piazza, davanti a Palazzo Chigi in una specie di conferenza stampa improvvisata, la sconfitta di Matteo Salvini in Emilia-Romagna, non è sfuggito un sorriso imbarazzato quando, collegato dall’esterno, Massimo Cacciari gli ha ricordato che i leghisti governano le regioni di tutto il resto del Nord produttivo del Paese. E ciò senza parlare di quelle conquistate nel Centro e nel Sud d’Italia, ultima la Calabria, nelle elezioni successive a quelle politiche del 4 marzo 2018.

L’antisalvinismo, cominciato il 20 agosto dell’anno scorso nell’aula del Senato con l’attacco mosso al suo ancòra ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio tenendogli una mano sulla spalla, è ormai diventato una corazza per il presidente del Consiglio. Che pensa probabilmente di essere così al sicuro un po’ dall’oggettivo marasma interno al movimento grillino -che lo ha portato a Palazzo Chigi, adesso in caduta libera di voti e diviso in tre tronconi, come ha raccontato all’insospettabile Fatto Quotidiano l’altrettanto insospettabile senatore pentastellato Massimo Bugani- e un po’,  ma forse ancor di più, dal cambiamento di passo, dalla svolta e persino dalla “modifica dell’asse politico del governo” chiestogli dal Pd, per ripetere l’espressione del vice segretario Andrea Orlando.

“Grande” sarà stata, come dice Conte, la sconfitta di Salvini ma altrettanto grande, se non ancora di più, è stata la paura della sinistra di perdere la partita, per cui non ha avuto torto il già citatoMassimo Cacciari.jpeg e insospettabile Cacciari a ricordare al presidente del Consiglio anche l’inedita contendibilità della regione più rossa del Paese, o la seconda dopo la Toscana: una cosa inimmaginabile sino a qualche anno fa, a prova addirittura di una disaffezione dalle urne come quella verificatasi nelle precedenti elezioni regionali, cui partecipò soltanto poco più di un terzo dell’elettorato, senza che il Pd si sentisse minimamente in pericolo.

Questa volta “i rossi” hanno dovuto mobilitarsi davvero, portando con le buone o le cattive, come si dice di solito, tra salsicce e sardine, il loro elettorato alle urne e salvandosi non dico per il rotto della cuffia -visti gli otto punti finali di distacco fra il governatore vincente e l’antagonista diretta-  ma quasi. Penso agli errori di Salvini, il più clamoroso dei quali resta quell’incredibile ricorso al citofono del tunisino sospettato di spaccio di droga, il cui video  hanno dovuto rimuovere anche quelli di Facebook, e al cosiddetto voto disgiunto di quel che è rimasto dell’elettorato grillino, in parte accorso in aiuto del governatore piddino uscente e rientrato.

            Un altro momento della prestazione politica di Conte nel salotto televisivo della Gruber che non mi ha francamente convinto -e credo non abbia convinto neppure la conduttrice, pur notoriamente critica verso Salvini- è quello in cui il presidente del Consiglio ha cercato di liquidare il problema delle distanze ormai assunte fra la geografia politica del Parlamento e quella del Paese dopo i rovesci grillini, l’espansione del centrodestra e la ripresa del Pd, nonostante la scissione subìta di recente ad opera di Matteo Renzi. “Non si può votare per le Camere ogni mese, come si fa con i sondaggi”, ha detto pressappoco, e pradossalmente, il presidente del Consiglio. Che avrà dalla sua, per carità, la Costituzione con la durata quinquennale della legislatura, durante la quale sono teoricamente possibili tutti i cambiamenti di maggioranza, persino a guida del governo invariata, com’è accaduto appunto con lui qualche mese fa, ma converrà pure che la stessa Costituzione contempla il ricorso anticipato alle urne.

            Si dice, a sostegno della durata quasi ad ogni costo della legislatura cominciata nel 2018, che queste Camere hanno il diritto di eleggere fra due anni il presidente della Repubblica, alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, e che sarebbe improprio, pericoloso e quant’altro lasciarne il compito a nuove Camere a maggioranza prevedibilmente di centrodestra, per giunta a trazione leghista.

Ebbene, è improprio anche il tentativo di buttare nella polvere o nel polverone della lotta politica l’elezione del presidente della Repubblica, mettendo peraltro a disagio quello in carica perché lo si espone addirittura al sospetto che possa ambire alla rielezione e si tenga perciò stretto il Parlamento in carica. Inoltre, sinora da Salvini è uscita per il Quirinale solo la disponibilità a votare per un’eccellenza come Mario Draghi, fra le proteste peraltro della sua alleata Giorgia Meloni. Ma, a parte tutto questo, mi chiedo se sono proprio sicuri i custodi ad oltranza di questa legislatura che con la forte riduzione dei seggi parlamentari, in via di ratifica col referendum appena indetto per il 29 marzo, le Camere attuali non siano state a tal punto superate, se non delegittimate, da mettere in imbarazzo qualsiasi presidente della Repubblica dovessero eleggere nel 2022, e destinato a rimanere in carica sino al lontano 2029. Sarebbe più logico e virtuoso farlo eleggere dal Parlamento nelle sue nuove dimensioni, e non solo dimensioni.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La quasi rimozione di Di Maio da capo della delegazione grillina al governo

             L’ascesa del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a capo della delegazione del suo movimento al governo è avvenuta in circostanze e modalità più importanti o significative dello stesso fatto in sé. Esse aiutano a capirne le ragioni, o a intravvederne gli effetti.

            Innanzitutto il reggente delle 5 Stelle Vito Crimi, dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da “capo politico”, ha voluto incontrarsi prima a Milano con Davide Casaleggio e poi a Roma con i ministri e i sottosegretari del movimento per la soluzione del problema posto, in verità, più da lui stesso che dal suo predecessore alla testa dellla formazione grillina. Basta rileggersi bene e risentire la registrazione dell’intervento di Di Maio al tempio di Adriano, con l’annuncio Di Maio.jpegdella sua rinuncia, per rendersi conto ch’essa riguardava solo la carica di capo politico, appunto, del movimento e non di capo della delegazione al governo. Dove peraltro come ministro degli Esteri ha la funzione più alta fra tutti i colleghi, anche se il suo arrivo alla Farnesina sembrò, in verità, più un premio di consolazione che una promozione, non essendo egli riuscito ad ottenere né la conferma a vice presidente del Consiglio né la nomina a ministro dell’Interno, al posto dell’autodefenestrato ed ex alleato Matteo Salvini.

            Alla riunione dei ministri e dei sottosegretari convocata dal reggente Crimi, peraltro vice ministro dell’Interno, non ha partecipato Di Maio, formalmente preso dai suoi impegni internazionali e dall’emergenza della polmonite cinese che ha coinvolto anche la Farnesina per le competenze delle misure di prevenzione e di assistenza, protezione e quant’altro degli italiani presenti nel paese dove è scoppiata l’epidemia.

            L’elezione del nuovo capo della delegazione è infine avvenuta per acclamazione, con tutti gli inconvenienti interpretativi cui una simile modalità si presta, a cominciare da quella dose così troppo grande di trasparenza da nascondere l’opposto, cioè il massimo della nebbia. Credo che sia una novità assoluta una sostanziale rimozione, sia pure indiretta, avvenuta per acclamazione.

            Tra le circostanze, diciamo così, curiose dell’ascesa di Bonafede a capo della delegazione grillina al governo va messa anche l’ufficializzazione, in qualche modo, della divisione in tre filoni del Movimento delle 5 Stelle sul giornale che ne riflette maggiormente gli umori, ne fotografa più da vicino gli aspetti e spesso ne anticipa anche gli indirizzi, o indirizza direttamente gli interessati, com’è avvenuto nelle elezioni regionali in Emilia-Romagna. In occasione delle quali il direttore in persona del giornale ha promosso il cosiddetto voto disgiunto a favore della conferma del governatore piddino uscente.  Si era spinto, poveretto, a raccomandare il voto disgiunto anche in Calabria prima di essere avvertito che lì non si poteva fare per legge e di scusarsi con franchezza per l’errore. Sto scrivendo naturalmente del Fatto Quotidiano, che ha appena intestato su tutta la sua prima pagina i tre “tronconi” grillini anticipati genericamente il giorno prima sullo stesso giornale con una intervista dal senatore pentastellato Massimo Bugani.

            “Parte la corsa tra Contiani, Dibba e Dimaiani”, ha titolato il giornale diretto da Marco Travaglio. Per contiani debbono essere ovviamente considerati i fans del presidente del Consiglio Il Fatto.jpegGiuseppe Conte, per Dibba l’apparentemente turista, per ora, Alessandro Di Battista e per Dimaiani i tifosi del giovane e adesso semplice ministro degli Esteri, cui molti attribuiscono, a torto o a ragione, progetti di ritorno alla guida del movimento su posizioni né di destra né di sinistra, e quindi contrarie all’appartenenza organica ad uno dei due poli comunque definibili -progressisti e conservatori, centrosinistra e centrodestra- immaginati, perseguiti e quant’altro da Conte e dal segretario del Pd Nicola Zingaretti.

            Bonafede ha sempre non dichiarato ma ostentato la sua amicizia con Di Maio, ma ancora prima di lui egli aveva conosciuto, frequentato, apprezzato e introdotto nel movimento grillino l’allora suo professore di diritto Giuseppe Conte. Alla cui mediazione il guardasigilli si è appena rimesso nella partita delicatissima della prescrizione, in cui potrebbe inciampare il governo giallorosso, dove cresce giustamente la paura che la riforma sostanzialmente soppressiva della  prescrizione introdotta proprio da Bonafede come una supposta , a suo tempo con la guardia abbassata degli allora alleati leghisti, nella legge nota come “spazzacorrotti”, si traduca nei processi a vita, una volta emessa la sentenza di primo grado.

            Ebbene, Bonafede è l’unico al quale Conte potrebbe fare ingoiare come guardasigilli e capo della delegazione grillina al governo il rospo di una sostanziale riscrittura della sua riforma sventolata come una bandiera rivoluzionaria indovinate da chi? Dal Fatto Quotidiano, naturalmente.              

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