Il portavoce degli anni d’oro di un Fanfani orgoglioso che lui non votasse Dc

Fino all’estate del 2017, quando morì, ogni volta che scrivevo, di qualsiasi cosa e in qualsiasi posto, avevo letteralmente il terrore di deludere Enzo Bettiza. Che avevo avuto la fortuna di conoscere nei giorni della fondazione e dell’esordio del Giornale di Indro Montanelli, diventandone quasi un fratello, più ancora di un collega, perché condividevamo sempre amicizie e inimicizie, simpatie e antipatie, e giudizi sui fatti.

Non a caso, del resto, insieme rompemmo con Montanelli nel 1983 su quel fenomeno politico e umano che era Bettino Craxi, e andammo a  scrivere altrove fra le doglianze dello stesso Craxi. Che vide giustamente nella nostra partenza, o impazienza, il rischio che il Giornale, al cui pubblico moderato egli teneva nella modernizzazione del Psi e, più in generale, della sinistra che si era proposto,  si allontanasse per reazione persino dal suo anticomunismo così clamorosamente dichiarato. Egli capì che se non c’eravamo riusciti noi a convincere Montanelli della radicalità e autenticità della nuova linea autonomista del Psi, ancor meno ci sarebbe riuscito l’editore Silvio Berlusconi, dalla cui dipendenza o indipendenza, come preferite, Indro era letteralmente ossessionato. Con lui infatti il fondatore del quotidiano finì per rompere rovinosamente una decina d’anni dopo, perdendo addirittura il Giornale creato nel 1974 da una costola del Corriere della Sera sinistreggiante sotto la direzione di Piero Ottone.

Morto Bettiza, mi è rimasto il terrore d deludere con i miei articoli o ogni altro intervento Sergio Lepri, il vero decano del giornalismo italiano con i 100 anni compiuti qualche mese fa e brillantemente portati. Eppure con Lepri non ho mai lavorato. O, meglio, non ho mai avuto l’onore e il piacere di lavorare. Per ammirarlo e farmene un mito professionale mi è bastato e avanzato non la devozione -sarebbe troppo, e troppo ipocrita- ma il terrore che ne avevano come direttore tutti i colleghi dell’Ansa con cui mi è capitato per più di una trentina d’anni- quanto è durata la sua direzione della principale agenzia di stampa italiana- le vicende mai semplici e indolori della politica italiana. Ne avevano, i suoi giornalisti e miei colleghi, il terrore per i loro errori che potevano incorrere nella sua attenzione ed essere contestati. In compenso essi avevano la gratificante certezza che solo quegli inconvenienti avrebbero potuto compromettere il loro lavoro, non la protesta, il capriccio, il malanimo e quant’altro di un politico, di qualsiasi colore e grado.

Lo stesso Lepri, raccontandosi con altri colleghi selezionati da Giuseppe Fedi in un libro su “quelli della lettera 22” sempre “a caccia di notizie”, appena pubblicato da Media&Books, si è giustamente vantato dell’abitudine di presentarsi così ai redattori via via assunti: “Non conosco le sue idee politiche e non le voglio conoscere. Soprattutto non le voglio conoscere dalle notizie che scrive. Quelle notizie devono poter essere pubblicate così come sono dal Popolo democristiano e dall’Unità comunista. Se ci sono notizie delicate, che possono dispiacere a qualche autorità me le venga a mostrare. Glielo firmo io”.

Sempre lui ha raccontato del potente ministro democristiano dell’Interno Paolo Emilio  Taviani respinto nell’attacco ad una notizia non gradita anche quando cercò di metterla, diciamo così, sulAnsa.dpf.jpeg piano economico, ricordando che l’Ansa era finanziata in qualche modo anche dallo Stato, e non solo dai giornali associati. E mi ha stupito un Aldo Moro per me completamemte inedito, per quanto ben conosciuto ed anche frequentato personalmente, che gli chiese una volta, all’avvio dell’esperienza del centrosinistra, di non dare risalto o addirittura ignorare un discorso particolarmente critico di Giovanni Malagodi.

Un’altra volta Moro ci riprovò col suo capo ufficio stampa, Corrado Guerzoni, chiedendo di non fare la notizia della nomina del suo amico e segretario Sereno Freato a consigliere d’amministrazione Ansa.jpegdell’Enel, per quanto contestata da un’interrogazione parlamentare di Oscar Luigi Scalfaro. Al rifiuto di Lepri, e a notizia quindi regolarmemte diffusa dall’Ansa, Guerzoni dovette telefonare personalmente a tutti i giornali perché la ignorassero, riuscendovi con le sole eccezioni de La Nazione e del Secolo d’Italia, il giornale della destra missina. Per la Nazione valse il no opposto dal direttore Enrico Mattei, che a Moro non gliene faceva passare una, ma per il giornale del Movimento Sociale valse solo “la mancanza di voce” confessata dallo stesso Guerzoni a Lepri per spiegare  la rinuncia a fare la sua “cinquantatreesima telefonata”.

Già portavoce personale e poi capo ufficio stampa di Fanfani al massimo del suo potere, prima del suo approdo all’Ansa, e pur essendo lui di provenienza e convinzione dichiaratamente liberale, Lepri si sentì girate così dall’allora presidente del Consiglio alcuni giornalisti che gli avevano chiesto notizie su un problema di cui si era appena occupato il governo: “Rivolgetevi a Lepri e fidatevene perché neppure vota per la Dc”.

Chi e cosa voti oggi Lepri non riesco neppure a immaginarlo. E non oso neppure chiederlo a questo mitico, monumentale collega di professione.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

L’inutile tentativo di Di Maio di resistere al fuoco amico sotto le stelle

            Colpito dal fuoco amico del Fatto Quotidiano con la notizia che gli attribuiva la decisione di rinunciare alla guida del Movimento delle 5 Stelle già prima delle elezioni regionali  di fine mese in Calabria e in Emilia-Romagna, giusto per non lasciarsi intestare anche il nuovo fiasco, dopo quelli delle elezioni europee di maggio scorso e successive, Luigi Di Maio ha opposto una smentita così formale e debole che è ormai entrato su tutti i giornali in una camera di rianimazione dalla quale sembra destinato a non uscire più.

            Sullo stesso Fatto Quotidiano campeggiano in prima pagina le foto dei possibili successori Il Fatto.jpege il direttore in persona, Marco Travaglio, gli dedica con un misto di generosità e di orgogliosa furbizia, un editoriale per rendergli “l’onore delle armi”. Che da L'onore delle armi.jpegquelle parti è sempre una cosa apprezzabile per chi la riceve, visto il silenzio che si procurò nei mesi scorsi, per esempio, l’appena detronizzato ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, scaricato come un sacco di rifiuti nel passaggio dal primo al secondo governo di Giuseppe Conte.

            Di Maio -ha assicurato Travaglio salutandone, ripeto, l’ingresso in camera di rianimazione, da dove dovrebbe peraltro continuare ad occuparsi della politica estera italiana come titolare della Farnesina, con tutto quel po’ po’ di roba che esplode nel mondo lontano e vicino a noi- “ha vari difetti, ma non è un cialtrone né un improvvisatore”. E ciò, nonostante il suo esordio come mancato vice presidente del Consiglio, fra la rinuncia e la conferma di Conte nella tormentata crisi di governo di avvio della nuova legislatura, nel 2018, preannunciando un procedimento di denuncia del capo dello Stato Sergio Mattarella davanti alla Corte Costituzionale per alto tradimento. Piuttosto, ha sempre assicurato magnanimamente Travaglio, il giovane astro calante é una vittima dei tanti “miracolati, furbetti, poltronari, approfittatori e scappati di casa” che lo hanno circondato e si contendono adesso le polveri di stelle che stanno cadendo sul loro movimento dopo un anno e mezzo di governo a maggioranze, diciamo così, variabili.

            Sofia Ventura sulla Stampa ha evocato la sinistra immagina delle “idi di marzo” all’annuncio trionfalistico La Stampa.jpege liberatorio, da parte dello stesso Di Maio, degli “Stati Generali” dei pentastellati per quel periodo, che costò la vita a Cesare nell’antica Roma. Ma gli “Stati Generali” richiamano alla mente, o all’immaginazione, anche un’altra tragica fine: quella di Luigi XVI e della moglie Maria Antonietta, che li affrontarono nel 1789 avviandosi inconsapevolmente alla Rivoluzione francese e alla ghigliottina.

            Senza andare tuttavia tanto lontani nel tempo e nello spazio, di fronte alla sostanziale apertura, ormai, della successione a Di Maio, riguadagnatosiRollia.jpeg proprio per questo  la solidarietà di Alessandro Di Battista dopo quella offerta da “Dibba” al senatore Gian Luigi Paragone appena fatto cacciare dal movimento dallo stesso Di Maio e amici, l’immagine che torna alla mente è quella più recente e vicina di Beppe Grilo fattosi riprendere a Capodanno mentre scavava una trincea o una fossa prevedendo un 2020 “magnifico”. E’ lo stesso Grillo che il vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX propone ai lettori con una sostanziale lettera di licenziamento in mano, che azzera il giovanotto inginocchiato davanti a lui.

 

 

 

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