Giuseppe Conte fa l’indiano con gli indiani dell’ex Ilva di Taranto

            “Lo stop di Conte a Mittal”,  annunciato su quasi tutta la prima pagina dal Corriere della Sera riferendo sull’incontro del presidente del Consiglio con i gestori indiani dell’ex Ilva per trattenerli ancheCorriere.jpg con le cattive in Italia, ha qualcosa francamente di troppo enfatico, contraddetto d’altronde Di Vico.jpgdallo stesso quotidiano col titolo dato, sulla medesima prima pagina, ad un commento del suo Dario Di Vico. Che ha chiesto al presidente del Consiglio “uno scatto come per la Tav”, la linea ferroviaria per il trasporto delle merci ad alta velocità dalla Francia all’Italia avversata dai grillini con un’ostilità inizialmente appoggiata o tollerata da Conte ma infine da lui disattesa con la decisione di sbloccare l’opera.

            Il fatto è che i grillini reagirono alla scelta del presidente del Consiglio -il “loro” presidente del Consiglio- come un’opposizione irriducibile. Essi, fingendo di assumere come interlocutore solo il Senato, presentarono una mozione contraria alla Tav che fu respinta grazie alle opposizioni ragionevoli di destra e di sinistra e ai leghisti allora al governo, sia pure per qualche giorno ancora, prima della crisi d’agosto. E Conte fece finta di niente, disertando persino la seduta a Palazzo Madama in cui si discusse il documento grillino e lasciando che due sottosegretari del suo governo prendessero posizione l’uno a favore e l’altro contro. Ma di che cosa stiamo parlando, almeno sul piano politico? Del vuoto più assoluto.

            In realtà, Conte sta facendo paradossalmente  l’indiano anche con gli indiani dell’ex Ilva, di cui contesta i cinquemila esuberi annunciati e, più in generale, l’azione giudiziaria promossa per svincolarsi dal contratto  ignorandone la ragione, o il pretesto, come lui preferisce chiamarlo, fornita loro con la contraddittoria e autolesionistica gestione del cosiddetto Orsina.jpgscudo penale per i reati ambientali commessi nelle gestioni precedenti. Esso fu promesso, concesso e poi lasciato annullare dalla maggioranza giallorossa che giustamente Giovanni Orsina sulla Stampa definisce “più gialla che rossa” per il peso preponderante dei grillini, peraltro divisi fra di loro come i famosi capponi di manzoniana memoria portati all’avvocato Azzeccacarbugli da Renzo. Che è solo per caso il singolare di quel Matteo Renzi e amici della nuova Italia Viva che si sono prestati  al Senato al gioco dei grillini “d’acciaio”, come li ha ironicamente definiti ieri su Repubblica il buon Stefano Folli perché mobilitati contro il rispetto della clausola principale del contratto stipulato a suo tempo con Mittal per salvare e insieme bonificare l’acciaieria di Taranto, con annessi e connessi.

             Non ha quindi torto la stessa Repubblica a titolare oggi più realisticamente del Corriere della Repubblica.jpgSera “Fumata nera per l’Ilva e anche per il governo”. “L’agonia di un’alleanza senza anima”, è Ezio Mauro.jpgandato giù pesante con un editoriale l’ex direttore Ezio Mauro. Rispetto ai cui ragionamenti impallidisce l’ottimismo che ancora mostra in una intervista al Corriere il pur preoccupato Dario Franceschini, capo della delegazione del Pd al Franceschini.jpggoverno, chiedendo un “patto con renziani e grillini”, o fra gli uni e gli altri, per Rolli.jpginvertire la rotta che sta portando il Bisconte, chiamiamolo così,  e la stessa legislatura alla fine anticipata, infilati nella bara impietosamente disegnata dal vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX.

            Gratta gratta, come i biglietti delle lotterie, il problema di Conte, una volta che ha voluto restare a Palazzo Chigi cambiando maggioranza e alleati, rimane quello, già segnalato ieri, enunciato o vaticinatogli dall’anziano e autorevole amico e maestro Guido Alpa. E’ il problema di decidersi a scegliere e a compromettersi davvero, sapendo che la sua coalizione, come quella precedenteIl Foglio.jpg d’altronde, è un ossimoro. E che -aggiungo io condividendo un titolo di prima pagina del Foglio, in rosso- che “con il grillismo non ci si può sposare”, specie ora che i pentastellati sono divisi, anzi dilaniati in correnti, anime, risentimenti e quant’altro rispetto ai quali impallidisce il ricordo della Dc dei tempi peggiori, dove ci voleva il radar per avvicinarsi a quella che Giampaolo Pansa chiamava “la balena bianca”. Eppure verrebbe voglia a volte di rimpiangerla. A riaverla…

 

 

 

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Conte rischia di bruciare nella fonderia della sua maggioranza giallorossa

              La situazione dev’essersi fatta ben seria se persino dal Fatto Quotidiano, dove gode di grandissima e compiaciuta stima, come l’uomo che ci è maggiormente invidiato all’estero, forse anche più dell’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, hanno avvertito Il Fatto.jpgrigorosamente in rosso che, almeno sull’affare dell’Ilva, “Conte si gioca il governo”. E non è detto che questa volta gli possa riuscire di nuovo il colpo della scorsa estate, quando si è salvato dalla crisi rimanendo a Palazzo Chigi con altri alleati. E neppure è detto, nonostante annunci, promesse e minacce, secondo i casi e i gusti, da giorni alternatisi nelle cronache e nei retroscena politici, che possa essere lui a gestire eventuali elezioni anticipate, potendo il presidente della Repubblica preferire una soluzione cosiddetta di garanzia, data l’alta conflittualità politica in cui si arriverebbe alle urne.

            La vicenda dell’acciaieria Ilva di Taranto, in cui si sono mescolati e continuano a intrecciarsi errori, incompetenze, inganni, cambiamenti repentini di opinioni e umori, conflitti di potere e di competenze, sconfinamenti giudiziari e altro ancora, ha finito per indurre il pur mite e solitamente Romano Prodi.jpgsorridente Romano Prodi, che conosce bene la Prodi 2 .jpgmateria per le precedenti esperienze di governo e di presidente dell’Iri, a riconoscere che ormai “siamo all’angolo fra tutti i paesi europei” e “nessuno si fida più di noi”.  Ora non si fidano più neppure gli indiani o i franco-indiani, tentati -a dir poco- dall’abbandono e dal ricorso, questa volta di loro iniziativa, all’autorità giudiziaria.

            Prodi, sempre lui, che di coalizioni di governo e maggioranze eterogenee s’intende per averne personalmente realizzate due, entrambe finite anzitempo, una volta persino trascinandosi appressoProdi.jpg le Camere elette addirittura meno di due  anni prima, ha impietosamente ammesso che “sul piano politico è cominciata una lotta all’ultimo sangue sulle responsabilità prossime e remote della infelice gestione del caso”.

            Su Repubblica Stefano Folli, che non è un politico ed ha perciò mani più libere per descrivere la situazione nella quale si dibatte Conte, per tacere degli altri problemi che lo assillano sul piano Conte 2 .jpgpiù personale per presunti conflitti d’interesse, ha ironizzato sui “grillini d’acciaio” che “schiacciano il Pd”, oltre al presidente del Consiglio. E’ il caso, per esempio, dell’ex ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi. Che, già sofferente o insofferente per non essere stata confermata nel governo, si è data molto da fare nella maggioranza, trovando i necessari appoggi anche fra i renziani, per eliminare recentemente il cosiddetto “scudo penale” che proteggeva amministratori e dirigenti dell’acciaieria dalle responsabilità delle passate gestioni  in materia di bonifica ambientale e tutela della salute pubblica. E così gli indiani, diciamo così, hanno potuto trovare un’altra ragione, o pretesto, come dicono i loro critici, per cercare di tirarsi indietro danneggiando di un punto e mezzo il cosiddetto prodotto interno italiano.

            In questo contesto di lotte, ripicche e quant’altro all’interno di una maggioranza così tanto eterogenea per conto suo, messa insieme in agosto solo dalla paura dichiarata di una vittoria elettorale di Salvini e del centrodestra a trazione leghista, Antonio Polito ha avuto facile gioco a scrivere nel suo editoriale sul Polito.jpgCorriere della Sera” dei “tentativi di suicidio politico” della coalizione: un suicidio “assistito”, ha poi spiegato nel testo dell’articolo parlando in particolare del mobilissimo Renzi. Che sembra spesso, in effetti, tra iniziative e ripiegamenti, mosse e contromosse, un sismografo che registra e misura un terremoto. Ma l’ex segretario del Pd e ora leader di Italia Viva non è il solo, francamente, da cui Conte dovrebbe guardarsi nella fonderia di Palazzo Chigi,  ammesso che non debba guardarsi anche da se stesso, visto che di recente il suo grande amico e maestro, l’avvocato Guido Alpa, ha detto di lui in un’intervista che la mediazione non potrà sempre bastargli, dovendo prima o dopo “schierarsi”.  

 

 

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Radicali, attenti alla guerra dei pidocchi dopo l’arresto di Antonello Nicosia

Sono cascati nella trappola di quella che definirei la guerra dei pidocchi, apertasi con l’arresto di un radicale -ahimè-  per mafia, persino Rita Bernardini e Maurizio Turco, appena subentratole nella carica di segretario del partito che fu di Marco Pannella. L’uno e l’altra, anziché fare quadrato nella  difesa delle tradizioni e del buon nome dei radicali dal fango rovesciato loro addosso miserabilmente da Antonello Nicosia, colto in flagranza, diciamo così, di reato associativo di mafia e simili conversando persino del suo “premier” Messina Denaro fra una visita e l’altra alle carceri, quando era assistente di una parlamentare, se la sono presa con i giornali che hanno fatto confusione nella diaspora della loro area politica.

Si vergogni piuttosto Emma Bonino, hanno praticamente detto i radicali ortodossi accusando i giornali, o almeno quelli che hanno scritto di Nicosia tacendo che il “Comitato nazionale dei radicali” cui lui appartiene è appunto quello della senatrice e storica esponente del mondo che fu di Pannella, e non del partito tenutosi per sua scelta da qualche tempo fuori dal Parlamento, rinunciando a candidarvisi.

Ma che differenza passa, scusatemi, cara Bernardini e caro Turco, di fronte all’ingiustizia che tutti i radicali hanno appena subìto da quello sciagurato che ha letteralmente, ignobilmente abusato di loro, e naturalmente della deputata ex Pd, ex Leu di Bersani, D’Alema e Grasso e da qualche giorno di Italia dei Valori di Matteo Renzi? Mi chiedo, forse con troppa ingenuità visti i tempi che corrono, se la concorrenza fra partiti, correnti, gruppi, aree e quant’altro possa e debba far perdere così rovinosamente la testa a tutti. E a vantaggio solo dell’antipolitica.

A un pidocchio come considero il Nicosia appena arrestato, una volta tanto tradendo anch’io il garantismo, e con l’uso appropriato di una parola abusata 68 anni da Palmiro Togliatti contro due onesti dissidenti cacciati su due piedi dal Pci , uno dei quali cugino di Nilde Jotti, già allora compagna del segretario comunista, non si poteva e non si doveva francamente fare anche il regalo di questa oscena rappresentazione della lotta politica in Italia. Grazie alla quale, per esempio, c’è chi ha potuto e voluto usare anche questo fattaccio per rilanciare la campagna dei grillini contro Radio Radicale, scambiata per una gigantesca fogna della malavita e della sovversione che i radicali -tutti, senza distinzione di aree, correnti e partiti- avrebbero sinora trovato il modo di finanziare con i soldi dello Stato, e non con i loro. Dio mio, che bassezza.

Mi chiedo, infine, con uguale sgomento se non ci fossero già abbastanza argomenti da poter usare con qualche ragione contro Matteo Renzi, con un piede nella maggioranza da lui stesso promossa e l’altro all’opposizione, per evitare l’autorete di addebitargli anche la faccenda Nicosia per il tramite della sfortunata, sprovveduta e non so cos’altro Giusy Occhionero, la parlamentare turlupinata dall’ex assistente ben prima di approdare fra i renziani.

Gara di nefandezze attorno a quelle del “radicale” arrestato per mafia

              Ci sono voluti 68 anni per potere ripetere finalmente a proposito parole pronunciate invece a sproposito dall’allora segretario del Pci Palmiro Togliatti contro due dissidenti – Valdo Magnani, peraltro cugino della sua compagna Nilde Jotti, e Aldo Cucchi- espulsi dal partito per averne denunciato la sudditanza a Stalin. Essi furono liquidati come “due pidocchi” finiti “nella criniera di un nobile cavallo da corsa”. Poi i fatti, già con Togliatti ancora in vita ma sempre convinto delle sue idee, addirittura bevendoci sopra qualche bicchiere di vino, come fece nel 1956 per l’invasione sovietica dell’Ungheria, si incaricarono di ristabilire la verità. E almeno uno dei due “pidocchi”, morto Togliatti, fu riammesso nel partito, preferendo l’altro rimanerne lontano.

            Ebbene, quel “pidocchio” così velenosamente usato dall’allora segretario comunista calza a pennello al “radicale” -con le virgolette, come manifesto.jpgsoltanto il manifesto ha avuto il coraggio, la prudenza, il pudore di usare nel titoletto di Corriere.jpgrichiamo della notizia in prima pagina- Antonello Nicosia. Che ha ignobilmente abusato dei Radicali, con la maiuscola e senza virgolette, per fare il mafioso fuori e dentro le carceri in cui ha vissuto come detenuto per traffico di droga e poi visitato per qualche tempo come assistente della parlamentare di sinistra Giusy Occhionero, eletta nel Pd, rieletta col partitino di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e Pietro Grasso e approdata qualche giorno fa nell’Italia Viva di Matteo Renzi.

             Per una volta faccio il giustizialista anch’io e non aspetto il processo e la condanna definitiva per condividere l’accusa in forza della quale “il pidocchio” è stato arrestato. Mi bastano e avanzano le intercettazioni diffuse a suo carico, nelle quali lo sfrontato è caduto fra un’edizione e l’altra addirittura di una trasmissione televisiva di emittenza privata sulle carceri dal titolo -l’unico- in qualche modo appropriato alla sua attività: “Mezz’ora d’Aria”, con la maiuscola. Durante la quale si guardava bene naturalmente dal ripetere le cose infami che diceva in privato, per esempio, nelle sue conversazioni telefoniche o in auto contro vittime della mafia come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, o a favore del suo “premier” Messina Denaro, il più alto in grado dei mafiosi latitanti.

            L’indignazione che ho provato nel leggere di quelle intercettazioni e -aggiungo- la pena procuratami anche dalle dichiarazioni dell’ex segretario del Partito Radicale Rita Bernardini, che ha messo anche questo nella dolorosa diaspora radicale facendo osservare che “il comitato nazionale” di cui Nicosia risulta esponente è quello dei “radicali italiani” di Emma Bonino e non del suo, non mi impediscono tuttavia di mettere sullo stesso piano le nefandezze Il Fatto.jpgdel “pidocchio” e l’uso strumentale che si è subito cominciato a fare di questa faccenda. Che, per esempio, data la recentissima confluenza fra i renziani della La Verità.jpgparlamentare abusata politicamente e mediaticamente dal suo ex assistente, prima di essere allontanato, è stata iscritta a bilancio, diciamo così, di Italia Viva e del suo fondatore. E ciò con una sintonia di titoli fra due giornali così lontani come Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e la Verità di Maurizio Belpietro che induce a riflettere sulla tossicità ormai dell’informazione, e non solo della politica.

           Oltre a mettere questa vicenda a carico di Matteo Renzi, contro cui pure non mancherebbero e non mancano ragioni più che sensate di polemiche, per esempio sul modo in cui ha Travaglio su Radio Radicale.jpgvoluto far nascere la maggioranza giallorossa e ora vi partecipa più per scuoterla che per sorreggerla, il direttore del Fatto Quotidiano l’ha messa  anche al servizio della campagna dei grillini, appena rilanciata nel nuovo governo da Luigi Di Maio, contro quella vergogna, quella porcheria, quello sperpero di risorse pubbliche che sarebbe il finanziamento di Radio Radicale per le trasmissioni in convenzione dei lavori parlamentari. Che almeno i radicali -ha scritto Travaglio- si paghino di tasca loro le nefandezze che secondo lui sono abituati a commettere appoggiando il peggio del peggio sul mercato politico e mediatico, “anziché con i nostri soldi succhiati da Radio Radicale” in nome della “libertà di stampa”.

Ci voleva Violante per smascherare il peccato originale del Pd di Zingaretti

Luciano Violante è uno dei politici, non molti purtroppo, sui quali il tempo non scorre inutilmente, risparmiando loro la sorte infelice di essere dei paracarri, fermi al loro posto a fare da guardia non si sa più a chi e a che cosa, peraltro in una società e in un mondo che cambia a velocità parossistica. E che i partiti pensano di inseguire moltiplicandosi e improvvisandosi per conquistare magari il 32 per cento in un anno, come hanno fatto i grillini, e dimezzarsi l’anno dopo, sorretti solo da una forza residua di quelle istituzioni che vorrebbero invece travolgere.

A salvare i pentastellati, per esempio, dallo scioglimento anticipato delle Camere, che li avrebbe fatti scendere ancora sotto il 17 per cento cui li aveva ridotti  nelle elezioni europee del 24 maggio scorso l’alleanza di governo con i leghisti, è stata la solidità, sia pure relativa, di un sistema parlamentare, e relative garanzie di durata e di funzionamento, che proprio loro vorrebbero segare sostituendo la democrazia rappresentativa con quella digitale, le urne vere con le cosiddette piattaforme, o trasformando l’istituto referendario in un sisma permanente. Sono tutti temi, questi, di fronte ai quali immagino le apprensioni proprio di Violante, che da presidente della Camera si è fatta una certa esperienza. Eppure non è di questo e per questo che scrivo di lui a proposito del tempo, come dicevo, che non è passato inutilmente e ne ha fatto invece un politico a tutto tondo. Ne scrivo per il completamento della sua evoluzione avvertita nella bella intervista a Carlo Fusi pubblicata sabato scorso sul Dubbio.

Già sottrattosi negli anni passati, criticando con vigore certe pratiche giudiziarie, al rischio del giustizialismo corso col contributo dato per un certo tempo, volente o nolente, e forte della sua provenienza dalla magistratura, ad una concezione dei rapporti fra giustizia e politica secondo me non proprio paritaria, Violante ha avuto il coraggio adesso di toccare un nervo scoperto del suo partito, il Pd. Lo ha fatto peraltro nel momento in cui il segretario Nicola Zingaretti si è proposto l’obiettivo di una sua “rifondazione”. Che è un progetto alquanto generico e fuorviante, com’è accaduto ad altre rifondazioni nell’area della sinistra, se non si scioglie prima quello che Violante ha definito “un nodo”, ma che sono tentato di chiamare “il nodo” del Pd: chiudere definitivamente con la tradizione “comunista”, riconoscendo che il comunismo “è stato insieme un grande strumento di libertà all’opposizione e di oppressione quando ha governato”. E’ ora di rendersi finalmente consapevoli  -ha detto testualmente- che “un partito socialdemocratico è ciò che serve”.  “Il Pd -ha detto ancora Violante- non può essere una riedizione del cattocomunismo”.

Più chiaro e deciso mi sembra che l’ex presidente della Camera non potesse essere, anche a costo -penso- di fare storcere il naso e drizzare i capelli a buona parte, almeno, della componente del Pd di provenienza democristiana. Che ancora soffre, quanto meno, a sentir parlare di socialismo o socialdemocrazia e sarebbe magari tentato di ritorcere contro Violante il riconoscimento da lui stesso fatto, nella medesima intervista, che “il cristianesimo è il solo a durare da duemila anni”.

Eppure è toccato proprio a un piddino -sino a qualche settimana fa- di provenienza sostanzialmente democristiana, Matteo Renzi, trovare il coraggio, mancato ai suoi predecessori Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani, nell’ordine della loro successione, di portare il Pd nella famiglia del socialismo europeo. Sembra un paradosso, almeno per quello che poi ha fatto Renzi uscendo dal partito e mettendosi in proprio con la sua Italia Viva, ma questo è avvenuto nella storia poco più che decennale del Pd. La cui fondazione, al di là delle stesse intenzioni dei promotori, si è rivelato  più un espediente che una soluzione al problema avvertito da entrambi i principali artefici- quel che restava del Pci e della sinistra democristiana- di definire una nuova identità dopo gli sconvolgimenti seguiti alla caduta del comunismo e al crollo della cosiddetta prima Repubblica per via giudiziaria, prima ancora che politica ed elettorale.

Massimo D’Alema fu il primo e il più esplicito a parlare di quell’operazione come di “un amalgama mal riuscito”. Cui d’altronde si erano opposti, prevedendone gli effetti più negativi che positivi, fior di politici di entrambi gli schieramenti: da una parte, per esempio il comunista Emanuele Macaluso, e dall’altra il democristiano Gerardo Bianco, che addossò la colpa di una fusione troppo e inevitabilmente fredda soprattutto a Romano Prodi. La fusione  illuse i post-comunisti di potersi sottrarre alla resa dei  conti con la fine della loro ideologia e i post-democristiani di poter alla fine realizzare, senza danni per loro, una volta che il comunismo era caduto, lo scenario del compromesso storico impietosamene indicato nella sua analisi da Violante. Esso peraltro nella Dc non fu perseguito neppure dall’uomo più aperto al dialogo e al confronto, Aldo Moro, contrariamente a quanti ne scrivono ancora come di un simbolo, più ancora di Enrico Berlinguer che l’aveva proposto. Moro si fermò alla “tregua”, come lui stesso la definì, di una “solidarietà nazionale” a termine, garantita a suo modo dal carattere monocolore democristiano del governo e dal solo appoggio esterno del Pci.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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Le frecce tricolori sorvolano la guerriglia parlamentare sul bilancio

             In curiosa coincidenza con la festa delle Forze Armate, a più di un secolo dalla Vittoria, con la maiuscola, nella prima guerra mondiale, comincia al Senato il cammino para-militare, diciamo così, della legge di bilancio e manovra finanziaria annessa.

           Questa si chiamava una volta “sessione di bilancio”, a garanzia della quale si allertavano anche i presidenti della Repubblica chiedendo ai presidenti delle Camere di sgomberare il terreno da ogni altro ostacolo, persino congelando e rinviando eventuali mozioni di sfiducia. Ciò accadde, in particolare, con Giorgio Napolitano al Quirinale, quando il presidente della Camera Gianfranco Fini, nell’autunno del 2010, lavorava per la caduta del governo di Silvio Berlusconi in carica, predisposta con un documento che certificava la rottura della maggioranza di centrodestra.

            Ora la sessione di bilancio passa tranquillamente sui giornali, con tanto di retroscena ma Renzi guerrigliero.jpganche di annunci ufficiali, come una sessione di “guerriglia”, con evocazioni del Vietnam. E tra i guerriglieri naturalmente Matteo Renzi si è già conquistato i gradi di generale in qualche titolo, alla testa della pattuglia della maggioranza più ostile alle tasse, vecchie e nuove.

            Gli scontri all’interno della maggioranza, per quanti vertici abbia convocato e presieduto Giuseppe Conte per superare le “riserve” di approvazione del bilancio nei passaggi del Consiglio dei Ministri, non danneggeranno di certo la campagna elettorale che l’altro Matteo, Salvini, ha già cominciato in Emilia Romagna per strappare il 26 gennaio alla sinistra anche questa regione “storica”, com’è già accaduto il 27 ottobre in Umbria. E ciò sarebbe per il governo e per la sua maggioranza giallorossa un colpo ancora più duro della terra di San Francesco, capace di vanificare anche l’approvazione del bilancio comunque ottenuta in Parlamento. Probabilmente se le diranno e daranno di tutti i colori il Pd e il Movimento delle 5 Stelle, che in Emilia Romagna correranno separati per il rifiuto opposto da Luigi Di Maio di ripetere l’esperienza in Umbria, dove i piddini hanno perduto tenendo però pressappoco la loro consistenza e i grillini invece sono precipitati alle dimensioni di una sola cifra.

            Alla “guerriglia” parlamentare della sessione di bilancio se ne aggiunge un’altra sul versante non meno delicato della giustizia. Dove in queste settimane piddini e grillini dovranno pur decidere che cosa fare della sostanziale abolizione della prescrizione messa come una supposta dal precedente governo nella cosiddetta legge “spazzacorrotti” con decorrenza dal primo gennaio prossimo. La mancata riforma del processo penale, cui a parole -ma solo a parole- era stata condizionata dai leghisti l’abolizione della prescrizione con l’emissione della sentenza di primo grado, condanna praticamente gli imputati a rimanere tali a vita, pur assolti al primo processo con sentenza però impugnata dall’accusa. Si vedrà se i piddini si arrenderanno come i leghisti l’altra volta, o riusciranno a strappare al ministro pentastellato della Giustizia, rimasto fermo al suo posto nel cambio di governo e di maggioranza, almeno un rinvio della nuova disciplina praticamente soppressiva della prescrizione.

            Sul fronte giudiziario c’è anche da segnalare qualcosa che se non è guerriglia, un po’ le assomiglia. E’ la progressiva delegittimazione della Corte di Cassazione dopo la sentenza, peraltro non ancora depositata, con la quale è stato bocciato il teorema dell’aggravante Pignatone.jpgmafiosa dell’associazione a delinquere scoperta e denunciata a Roma come “Mafia Capitale” dalla Pignatone 1 .jpgProcura della Repubblica guidata allora da Giuseppe Pignatone. Che ora parla  di  “Mondo di mezzo” in un articolo che la Stampa ha scelto per aprire la sua prima pagina: un articolo però che, nonostante il ripiegamento sul “Mondo di mezzo”, non è per niente autocritico, o di accettazione del verdetto della Cassazione. Che pure è per legge inappellabile, neppure -verrebbe da dire ironicamente- davanti al tribunale del Vaticano di cui Pignatone è diventato presidente dopo essere andato in pensione come magistrato italiano.  Egli è rimasto convinto che la mafia a Roma c’è stata.

            Si può Carlo Maria Martini .jpgforse capire nella sua nuova veste di magistrato di Santa Romana Chiesa, oltre le Mura, ma c’entra francamente poco con la Cassazione e con i processi al “Mondo di mezzo” di Carminati e soci,  il richiamo di Pignatone alla buonanima virtuosissima, per carità, del cardinale Carlo Maria Martini. Di cui l’ex capo della Procura della Repubblica di Roma ha voluto citare un lungo passo delle riflessioni sulla malavita della sua Milano, e Lombardia. “La mafia per sua logica interna -disse Martini- va a braccetto con la corruzione. Affari, illegalità, droga sono oggi tra gli elementi portanti di quel circolo vizioso in cui la mafia cresce e che la mafia alimenta”.

          Potrà essere anche vero, per carità, ma Martini -ripeto- non era e tanto meno è la Cassazione, almeno quella dello Stato italiano. Ne converrà anche Pignatone nella sua nuova veste di presidente del Tribunale del Vaticano.

 

 

 

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Il cardinale Camillo Ruini rompe l’assedio a Matteo Salvini. Fa pure rima…

               Avrà pure 88 anni, avrà pure perso con la sua età  il diritto di voto nel Conclave per l’elezione del Papa, saranno pure lontani i 16 anni, dal 1991 al 2007, in cui fu presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ma fa ugualmente notizia la rottura che il cardinale Camillo Ruini, intervistato Intervista Ruini .jpgda Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera, ha praticato nell’assedio che Matteo Salvini subisce fuori e pure dentro il suo centrodestra. E’ una notizia ancor più significativa dopo l’aiuto che gli avversari di Salvini hanno avuto, per quanto inutilmente, domenica scorsa nelle elezioni regionali umbre dai francescani d’Assisi, ma anche del Vaticano, dove regna un Papa che per primo ha voluto prendere proprio il nome di Francesco: un aiuto in qualche modo ricordato, o sottolineato, dall’intervistatore, al quale non saranno certamente sfuggite nelle battute finali di quella campagna elettorale le cronache del suo collega di giornale Fabrizio Roncone dal Sacro Convento. Dove si pregava contro la temuta vittoria del leader leghista, e della sua candidata alla guida della regione, e si invitavano i visitatori della Basilica alleati di Salvini, a cominciare da Silvio Berlusconi, a moderarlo.

            Una certa moderazione, a dire il vero, è stata consigliata a Salvini anche dal cardinale Ruini, ma in un Ruini su Salvini.jpgcontesto non certamente ostile. “Non condivido -ha tenuto a dire l’ex presidente della Cei- l’immagine tutta negativa di Salvini che viene proposta in alcuni ambienti. Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé, e che però abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti. Il dialogo con lui mi sembra pertanto doveroso”. Certo, “sui migranti vale per Salvini, come per ciascuno di noi, la parola del Vangelo sull’amore del prossimo, senza per questo sottovalutare i problemi che oggi le migrazioni comportano”.

             Il linguaggio, francamente, è alquanto diverso da quello che si sente comunemente oltre Tevere nei riguardi del leader leghista, del cui sovranismo peraltro, tanto temuto e denunciato dai suoi avversari, tanto da inibirgli quasi per principio, come vorrebbe Matteo Renzi, quasi il concorso all’elezione del nuovo presidente della Repubblica, Ruini non ha neppure parlato con Cazzullo.

            Anche dalle furiose polemiche scatenatesi contro Salvini per l’uso dei rosari, dei crocifissi, delleSalvini col rosario.jpg immagini della Madonna e delle preghiere nei comizi, il cardinale Ruini ha voluto tenersi lontano rispondendo Ruini sul rosario di Salvini.jpgcosì al suo intervistatore: “Il gesto può certamente apparire strumentale e urtare la nostra sensibilità.  Non sarei sicuro però che sia soltanto una strumentalizzazione. Può essere anche una reazione al “politicamente corretto”: è una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico”. Che differenza, direi, dal rimprovero fatto a Salvini su questo terreno dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella seduta-processo del Senato il 20 agosto scorso, negli ultimi giorni o ore del leader leghista vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

            Ora Conte, alla guida di un governo di opposto segno politico, se la prende con altri alleati. Fermo restando l’antisalvinismo come anima o cemento della sua coalizione giallorossa, il presidente del Consiglio sembra ossessionato dall’insofferenza, dalle critiche e dalle allusioni che gli riserva un giorno sì e l’altro pure dall’interno della maggioranza l’altro Matteo: Renzi. Che ha avuto l’ardire di dire in una intervista al Messaggero che questa legislatura può durare sino all’epilogo ordinario del 2023 anche senza Conte a Palazzo Chigi. No, senza di me andate tutti a casa, gli ha praticamente risposto il presidente del Consiglio ignorando disinvoltamente, peraltro, le prerogative del presidente della Repubblica in materia di scioglimento anticipato delle Camere, riguardo sia ai tempi sia al governo con cui mandare gli italiani alle urne. E’ questione, non foss’altro, di galateo istituzionale.

 

 

 

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Silvio Berlusconi tra i fuochi incrociati di Mara Carfagna e Francesca Pascale

             A Mara Carfagna capitò una volta, senza volerlo, di intromettersi nella vita familiare di Silvio Berlusconi innestando una crisi destinata, pur sotto altre e ben più spinose spinte, a sfociare nella fine del matrimonio del Cavaliere con Veronica Lario.

            Il contributo involontario -ripeto- della Carfagna fu la partecipazione casuale ad una cena romana affollata di amici in cui Berlusconi pensò di fare il galante dicendo -all’incirca- che le avrebbe chiesto di sposarlo se non avesse già una consorte. Veronica, assente ma informata senza alcuno sforzo, essendole bastata la lettura di qualche giornale, non gradì.  E quando decise di farla finita col marito, avvertendolo ormai troppo esuberante e infedele, scelse come testata per sfogarsi e annunciare praticamente la rottura quella politicamente più distante dal Cavaliere: la Repubblica fondata da Eugenio Scalfari ma nel frattempo passata sotto la direzione di Ezio Mauro. Di cui amici comuni mi raccontarono, non so se a torto o a ragione, l’imbarazzo avvertito di fronte ad una lettera così severa contro Berlusconi da sorprenderlo. Ma lo scoop era tale da fare evidentemente  rientrare ogni riserva o dubbio.

            Questa volta a Mara Carfagna -vice presidente della Camera molto diligente nel suo ruolo istituzionale, e severa con chiunque quando lei è di turno a dirigere la seduta a Montecitorio, come apprese subito Matteo Salvini ancora fresco di nomina a vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno- è capitato di proposito di contestare politicamente Berlusconi a mezzo stampa. E lo ha fatto senza alcuna remora di gratitudine o altri sentimenti obiettivamente estranei a quel mondo impietoso che è la politica, una volta definita sboccatamente ma realisticamente dal socialista Rino Formica un terreno di lotta su cui si mescolano “sangue e merda”.

            Già reduce dalla insoddisfazione procuratale dal Cavaliere con la nomina effettuata e poi di fatto revocata a coordinatrice di Forza Italia, insieme col governatore ligure Giovanni Toti, che peraltro era già in procinto di lasciare il partito per mettersi in proprio, la Carfagna è sbottata quando ha visto e sentito Berlusconi sul palco di piazza San Giovanni, a Roma, col leader leghista. Che pure nel frattempo era passato all’opposizione rompendo l’alleanza con gli odiati grillini, considerati dal Cavaliere peggiori dei comunisti e forse anche dei nazisti, o degli uni e gli altri messi insieme. 

            Poi è arrivato l’increscioso incidente, sotto molti punti di vista, accaduto al Senato col centrodestra al completo astenutosi polemicamente sulla commissione anti-violenza e discriminazione che porta come garanzia il nome della proponente Liliana Segre.  La cui storia di perseguitata, scampata all’immane tragedia della Soha e ancora demenzialmente dileggiata da presunti esseri umani alle prese con l’elettronica, avrebbe dovuto bastare e avanzare per sconsigliare nell’aula di Palazzo Madama, dove la signora quasi novantanne siede meritatamente come senatrice a vita, ogni gesto che potesse prestarsi a un equivoco. La Carfagna giustamente ha protestato dall’altro ramo del Parlamento prima di imbarcarsi per un viaggio in Giappone. Dove qualcuno dal suo ufficio di Montecitorio presumo le avrà fatto pervenire la solidarietà, condivisione e quant’altro espressale dalla fidanzata di Berlusconi, Francesca Pascale. Così l’avvenente Mara ha potuto accorgersi di  essere di nuovo, e involontariamente, entrata di traverso nella storia familiare e affettiva del Cavaliere.

            Anche la Pascale ha scelto la testata giornalistica più lontana da Berlusconi per contestarne il La Pascale al Fatto.jpgcomportamento, questa volta solo e tutto politico. Alla Repubblica ha però privilegiato Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio con un’intervista che ha ottenuto sulla prima pagina il rilievo che meritava e merita, per carità: forse anche inferiore al dovuto. Hanno avuto più spazio, col solito fotomontaggio da copertina, “le faide dinastiche” degli Agnelli, De Benedetti, Benetton e Del Vecchio con “miliardi e posti bruciati”.

            Con franchezza lodevole sia per la Carfagna sia per il suo fidanzato, ripagato così del dispiacere procuratogli col dissenso politico, la Pascale ha ammonito l’amica vice presidente della Camera e tutti gli altri dissidenti, maschi e femmine, già espostisi o tentati dal farlo, di non farsi illusioni sulla possibilità di far cambiare idea al Cavaliere e di raccoglierne addirittura eredità o voti. “Non può esistere un successore del Presidente. Più che sull’erede bisogna ragionare sul futuro di Forza Italia”, ha detto la Pascale, non so se perfidamente consapevole della circostanza nella quale era destinata a uscire la sua intervista: nella giornata commemorativa dei Defunti, con la maiuscola dovuta al calendario e al loro stato.

            Ci sono aspetti personali e umani del rapporto della Pascale con Berlusconi che meritanoampre da 10anni.jpg nell’’intervista di essere segnalati.15 anni di convivenza.jpg Ad un certo punto, per esempio, se non vi sono stati errori di date o di numeri, l’intervistatrice si è lasciata scappare di essersi innamorata del Cavaliere “dieci anni fa” e di “stare insieme da quindici”, per cui non fu in fondo l’amore “miracoloso” e a prima vista  raccontato dalla stessa persona.

            D fronte ad “un amore non convenzionale” con un uomo “di 49 anni più grande”, la Pascale amore non convenzionale.jpgha “compreso” e apprezzato “l’atteggiamento vigile e di tutela” dei figli nei riguardi di Berlusconi. figli vigilanti.jpgIl quale, dal canto suo, mettendole a disposizione una residenza tutta sua, Villa Maria, che non è quella naturalmente di Arcore, e conoscendone evidentemente umori e opinioni politiche, l’ha “sollevata” dal compito di avere Salvini tra “gli ospiti” a tavola, o in salotto.  E Salvini si è risparmiato, dal canto suo, di ingoiare qualcosa di traverso.    

 

 

 

 

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Il 48 personale di Conte e il 50,3 per cento del centrodestra a guida leghista

            Diventato due secoli fa sinonimo di scompiglio, sommovimento, rivolta, disordine e quant’altro, e nella cabala sinonimo del morto che parla, il 48 è in questi giorni un numero apparentemente consolatorio Gradimento.jpgper Giuseppe Conte. Che avrà i suoi problemi fuori e dentro il governo che guida, e la maggioranza che formalmente dovrebbe sostenerlo, ma si è pur trovato ancora in testa, appunto col 48 per cento, alla graduatoria del gradimento nel sondaggio appena sfornato dall’Ipsos per il Corriere della Sera. Che ne ha fatto un titolo augurante di prima pagina. Egli ha distanziato di 8 punti l’avversario Matteo Salvini, di  27 punti l’insofferente alleato Luigi Di Maio,  che lo  avverte sempre più chiaramente come un incubo per il credito di cui dispone presso Beppe Grillo e molti parlamentari pentastellati, e di ben 34 punti Matteo Renzi. Al cui solo nome, secondo molti retroscenisti, il presidente del Consiglio cambia espressione, temendone non si sa se più le critiche esplicite e dirette o gli inviti alla serenità, che Renzi non si risparmia di rivolgergli pur sapendo quanto poco siano diventato credibili da quando li formulava ad Enrico Letta prima di sfrattarlo da Palazzo Chigi.

            Peccato per Conte che quel 48 per cento di gradimento sia in qualche modo contraddetto, almeno sul pianoGiudizio sul governo.jpg strettamente politico, dal giudizio sul suo governo. Che dal 43 per cento positivo del 10 ottobre è riprecipitato al 36 del 5 settembre, mentre quello negativo è salito dal 44 per cento del 10 ottobre al 50.

            Il bisticcio tuttavia fra questi numeri è niente di fronte alla “fluidità delle opinioni degli italiani”, Intenzioni di voto.jpgcome la definisce Nando Paglioncelli, sempre sul Corriere della Sera, riferendo delle cosiddette intenzioni di voto per i vari partiti.  In testa ai quali resta la Lega di Salvini col 34,3 per cento,  a dispetto della morte politica annunciata per il Carroccio dopo l’autorete della crisi di agosto. Altro che morta: la Lega ha poco meno del doppio dei voti virtuali  sia delle 5 stelle sia del Pd.

            Sommata al 9,8 per cento della sorella dei fratelli d’Italia, la rampante Giorgia Meloni, peraltro terza -col 36 per cento- nella graduatoria del gradimento personale, dopo Conte e Salvini, e al 6,2 del partito di Silvio Berlusconi, la percentuale del centrodestra arriva al 50,3 per cento. Siamo insomma alla maggioranza assoluta, salvo una riforma dell’aritmetica a tamburo battente.  

 

 

 

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Sergio Mattarella si smarca dai pasticci istituzionali della maggioranza

Sommersi ormai dai retroscena più immaginati che reali, si avverte un senso di consolazione e, sotto certi aspetti, anche di rivincita per un vecchio cronista della politica italiana imbattersi in un articolo sul Quirinale così bene informato e misurato come quello di Paolo Delgado. Che ha saputo rappresentare sul Dubbio la sofferenza, a dir poco, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di fronte alle tensioni già esplose nella maggioranza giallorossa prima delle elezioni regionali in Umbria e destinate non certo a rientrare di fronte ai loro risultati, in particolare quello del Movimento delle 5 Stelle, sceso ad una cifra. Per cui Luigi Di Maio si è impuntato come un cavallo imbizzarrito di fronte alla prospettiva di ripetere in altre regioni l’esperimento nazionale di alleanza col Pd, considerata invece dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte “irreversibile” con reminiscenze democristiane non nuove per un professore pubblicamente già espostosi per la volontà di ispirarsi ad Aldo Moro.

Fu proprio di Moro, all’inizio degli anni Settanta, quando Conte frequentava ancora nella comune regione pugliese  le scuole elementari, a sostenere la “irreversibilità” del centrosinistra, da lui realizzato nella sua “organicità” e guidato a Palazzo Chigi dal 1963 al 1968, di fronte alle tentazioni democristiane di tornare indietro. Erano gli anni in cui i socialisti reclamavano “equilibri più avanzati” e gli stessi  avversari o concorrenti di Moro nello scudo crociato avevano cercato di accontentarli col centrosinistra “più incisivo e coraggioso”, offerto e presieduto da Mariano Rumor.

Per nulla trattenuto dal fatto di avere anticipato Moro sulla strada del centrosinistra con i governi delle “convergenze parallele” sostenuti esternamente dai socialisti, Amintore Fanfani sostenne la più ragionevole, realistica reversibilità delle formule politiche. E vinse lui la partita col ritorno della Dc, guidata allora da Arnaldo Forlani, ancora “delfino” di Fanfani, alla collaborazione di governo con i liberali, e il ritorno dei socialisti all’opposizione. Fu chiamato dallo stesso Forlani il governo “della centralità”, affidato alla guida di Giulio Andreotti. Poi, fedele sempre al concetto o principio della reversibilità, lo stesso Fanfani dopo un anno detronizzò Forlani, ne prese il posto e promosse il ritorno al centrosinistra ritrovandosi con Moro. Ma fu tutto un altro centrosinistra, destinato a sfociare rapidamente in esperienze assai diverse: la “solidarietà nazionale” col Pci e poi il “pentapartito” di Bettino Craxi.

Sergio Mattarella, di scuola democristiana ben più vissuta e partecipata del giovane Conte, non si è perciò lasciato prendere da forti emozioni davanti alle turbolenze della maggioranza giallorossa. Egli “non ha alcuna intenzione -come ha scritto Delgado- di accanirsi terapeuticamente per tenere in vita la legislatura” col governo e con la maggioranza attuale. Se sarà crisi, il capo dello Stato non si sentirà obbligato a fare chissà che cosa per salvare le Camere dallo scioglimento anticipato. Non si lascerà trattenere neppure dalla paura un po’ troppo imprudentemente espressa, anzi gridata, da Matteo Renzi che possano essere nuove Camere, a prevedibile e comunque temuta maggioranza di centro destra, a scegliere nel 2022 il nuovo presidente della Repubblica. Non è la prima volta, d’altronde, che Renzi con la sua spavalderia finisce per danneggiare anche le cause e gli obiettivi che si propone.

Sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda, abituato da tempo ad avvertire e raccogliere anche i sospiri sul Colle più alto di Roma, ha scritto che in caso di crisi Mattarella, come ha tenuto già ad avvertire chi lo ha avvicinato, agirà “sena tenere conto dei calcoli su quali forze di Camera e Senato eleggeranno il suo successore al Quirinale”.

Da uomo ormai delle istituzioni Mattarella non permetterà dunque di confondere due partite così diverse fra loro come quelle del governo e della Presidenza della Repubblica. Il fatto che nel 2015, sovrapponendole Matteo Renzi.jpge un po’ confondendole nei fatti, a dispetto della pretesa di separarle,  l’allora presidente del Consiglio Renzi fosse riuscito a mandare al Quirinale proprio Mattarella, anche a costo di rompere il sodalizio con Silvio Berlusconi sulle riforme, e tutto ciò che ne seguì, compresa la bocciatura referendaria della  riforma costituzionale, non ha lodevolmente cambiato la caratura dell’attuale presidente della Repubblica.

D’altronde, non si riesce sempre ad eleggere  l’uomo migliore nel modo peggiore. Giù il cappello, signori, davanti a un capo dello Stato già imprudentemente esposto durante la crisi d’agosto al sospetto, che non meritava né politicamente né umanamente, di avere risolto una difficilissima crisi di governo pensando anche alla propria rielezione.  Lo scrissi già allora sul Dubbio, incredulo a ciò che sentivo e leggevo, e lo ripeto oggi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 2-11-2019

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