Quando Di Pietro strapazzò Prodi in Procura e ne divenne poi ministro

Mi ha ricordato una ormai lontana vicenda giudiziaria  di Romano Prodi riferitami nel 1996 da Filippo Mancuso l’interrogatorio del 21 dicembre 2016 nella Procura di Napoli raccontato nei giorni scorsi da Filippo Vannoni, commercialista ed ex consigliere economico di Matteo Renzi, alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Dove pende un procedimento, per le indagini sulla Consip, a carico del pubblico ministero Henry John Voodcock e della collega Celestina Carcaro: “l’ultima battaglia” attorno al famoso magistrato partenopeo, l’ha definita in un titolo di prima pagina Il Fatto Quotidiano definendo “inedita” la procedura adottata dagli inquirenti del Palazzo dei Marescialli per mettere a confronto Vannoni col maggiore dei Carabinieri Gianpaolo Scafarto. Che fu presente a quel controverso interrogatorio, e forse anche estensore del relativo verbale, secondo i ricordi di Vannoni non confermati o decisamente negati dall’ufficiale, al pari di altre circostanze. Fra le quali il più grave è sicuramente il clima intimidatorio cui Vannoni ha attribuito la sua attribuzione della fuga di notizie sull’indagine Consip a Luca Lotti, all’epoca dei fatti sottosegretario e braccio destro di Renzi a Palazzo Chigi.

Ma veniamo a Prodi, un cui interrogatorio alla Procura di Milano nel 1993, quando era presidente dell’Iri, mi è tornato alla mente leggendo dell’affare Vannoni per quel che mi riferì tre anni dopo-ripeto- l’ex ministro della Giustizia Mancuso, sfiduciato al Senato nel 1995 con una inedita procedura, poi avallata dalla Corte Costituzionale, per avere osato mandare gli ispettori di via Arenula nel tribunale ambrosiano. Che era allora considerato un avamposto sacro della lotta alla corruzione per le indagini chiamate Mani pulite, così come la Procura di Palermo per la lotta alla mafia.

Ancora fresco di elezione a deputato nelle liste di Forza Italia, che lo aveva adottato come un eroe dopo la destituzione ministeriale per la quale si era speso personalmente persino l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, l’ex guardasigilli volle spiegarmi in un lungo colloquio le ragioni per le quali si sentiva “non so -mi disse- se più sorpreso o divertito” dalla nomina di Antonio Di Pietro a ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo Prodi. Una nomina peraltro avvenuta su suggerimento -fu scritto allora- di una giovane nipote del presidente del Consiglio. Che trovò evidentemente formidabile l’idea della congiunta, nonostante egli avesse avuto con Di Pietro un’esperienza difficile, quando l’allora sostituto procuratore aveva voluto sentirlo nella caccia che conduceva a imprenditori e aziende che avevano finanziato illegalmente partiti, leader, leaderini e quant’altri.

Da quell’interrogatorio, di cui avevano in verità riferito anche alcuni cronisti giudiziari per avere sentito dietro la porta le urla inconfondibili del magistrato molisano, Prodi era uscito talmente impressionato da sfogarsene a Roma con Scalfaro, che lo consolò incoraggiandolo con la decisione di comunicare ufficialmente l’udienza appena accordatagli, e proprio con Mancuso. Di cui francamente non ricordo se allora fosse ancora procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, o fosse appena andato in pensione.

Mancuso mi raccontò di avere trovato Prodi colpito, se non addirittura spaventato, dall’”irruenza inquisitoria, oltre che grammaticale e sintattica” di Di Pietro, che aveva scambiato le pause di riflessione del professore e il suo modo pacato di rispondere alle domande e di ragionarvi sopra come reticenza o qualcosa del genere. E che, “stremato dall’impazienza”, aveva concluso l’interrogatorio chiedendo sbrigativamente a Prodi di fargli avere una memoria scritta, o qualcosa del genere, sulle cose che gli aveva chiesto a proposito dell’Iri e delle sue aziende.

Alla stesura di quella memoria scritta Prodi provvide con una certa, comprensibile apprensione che Mancuso contribuì a fargli superare consigliandolo al meglio. Prodi ne uscì indenne.

Del racconto di quell’uomo formidabile che era Mancuso per cultura, esperienza, arguzia e simpatia mi avvalsi poi più volte in articoli, sul Giornale e sul Tempo, conservandone intatta la fiducia, e non incorrendo in alcuna smentita o precisazione. Che è la ragione per la quale sono tornato ora a scriverne sull’onda delle impressioni ricavate leggendo della vicenda Vannoni.

Gli interrogatori, o deposizioni, sono spesso esperienze illuminanti. Ne sa qualcosa anche un magistrato, un giurista e un politico come l’ex presidente della Camera Luciano Violante. Che, ascoltato una volta a Palermo dagli inquirenti per la presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi, da lui peraltro vissuta da presidente della commissione bicamerale antimafia, rimase colpito dalla immediatezza e un po’ anche dalla parzialità con le quali ritrovò sulle agenzie di stampa le notizie sulla sua deposizione.

Fu anche quella sua esperienza personale, credo, a suggerire a Violante il sarcastico e formidabile auspicio, che molti suoi ex colleghi di toga non gli hanno mai perdonato, di vedere finalmente “separate le carriere dei giornalisti e dei magistrati”, specie dell’accusa. Forse basterebbe ed avanzerebbe questa separazione, secondo Violante,  a rendere superflua quella più difficile, sul piano legislativo e costituzionale, fra le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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