Quella cena galeotta di Renzi a Capalbio col figlio di Napolitano

Prepariamoci ad un’altra scenata di gelosia politica, come quella riservata dai fuoriusciti dal Pd al povero Giuliano Pisapia per aver osato abbracciare a Milano la troppo renziana Maria Elena Boschi, ospiti entrambi di una festa della pur defunta Unità.

Questa volta non c’è di mezzo una donna, renziana o no che sia. E’ una questione di e fra uomini. Lo “scandalo” per i fuoriusciti dal Pd e per quanti altri vorrebbero a sinistra una dose sempre maggiore di antirenzismo, non essendo mai sufficiente quella corrente, è stato un invito a cena col segretario del Pd accettato a Capalbio da Giulio Napolitano, figlio del più noto e influente Giorgio. Sì, proprio lui: il presidente emerito della Repubblica.

Le ultime notizie che gli antirenziani in servizio permanente effettivo avevano di Giorgio Napolitano gli attribuivano una incolmabile delusione nei riguardi del segretario del Pd e un ostentato appoggio al suo avversario interno e ministro della Giustizia Andrea Orlando. Essi pertanto sono stati spiazzati dalla notizia della cena a Capalbio, nella presunzione che, per quanto non più giovanissimo, Giulio Napolitano non faccia cose che possano dispiacere al padre, tanto meno l’accettazione o addirittura la ricerca di un invito a cena col segretario del Pd. E per giunta nel contesto di una festa, com’è stata quella che Renzi ha voluto nel ritrovo toscano della sinistra chic per la presentazione del suo Avanti. Che non è naturalmente una riedizione del vecchio giornale storico dei socialisti, con cui sostituire magari l’Unità riscomparsa dalle edicole, ma il libro dell’ex presidente del Consiglio stampato di recente da Feltrinelli.

Che Re Giorgio si stia ricredendo su Renzi ? Si sono chiesti con inquietudine gli orlandiani nel Pd e i bersanian-dalemiani fuori. Che anche lui, sempre Re Giorgio, si sia fatto convincere dall’amico e quasi coetaneo Eugenio Scalfari che coi tempi che corrono in Europa, specie dopo le sorprese riservate dal nuovo presidente francese Macron, dal piglio più napoleonico che gollista, sia conveniente lasciar tornare il combattivo Renzi a Palazzo Chigi dopo le elezioni? Si sono chiesti, allarmatissimi, gli antirenziani per niente rasserenati dalle condizioni poste da Scalfari, nel penultimo appuntamento domenicale coi lettori della sua Repubblica, chiedendo al segretario del Pd di lasciarsi in qualche modo affiancare da Romano Prodi, Walter Veltroni e addirittura Enrico Letta. Addirittura, perché i rapporti fra i due sono addirittura peggiorati negli ultimi tempi, col “disgusto” espresso pubblicamente dall’ex vice segretario del Pd, oltre che ex presidente del Consiglio, per quel modesto 11 per cento dei voti rinfacciatogli da Renzi all’interno del partito nei suoi tempi migliori per esortarlo a smettere di fare la vittima, essendo la sua solo una crisi di consenso, non il prodotto di una persecuzione malvagia.

Deve essere apparsa agli antirenziani sospetto anche il silenzio impostosi, una volta tanto, dal segretario del Pd nelle polemiche che Giorgio Napolitano si è imprudentemente procurate, di recente, ricostruendo a suo modo la vicenda della partecipazione italiana, nel 2011, alla guerra a Cheddafi voluta dai francesi e dagli inglesi, e dalla Casa Bianca, sotto le insegne della Nato e poi anche dell’Onu. A suo modo, perché l’ex Re Giorgio ha minimizzato il proprio ruolo, tra il Quirinale e il Teatro dell’Opera di Roma, dove egli pretese un vertice col riluttante Berlusconi, e moltiplicato quello dell’ultimo governo dell’allora Cavaliere.

 

Renzi è rimasto prudentemente alla finestra di fronte alle critiche e anche alle testimonianze contro Napolitano rese dagli allora presidente del Senato Renato Schifani e ministro degli Esteri Franco Frattini. Di più, francamente, il segretario del Pd non poteva fare per aiutare il presidente emerito, dopo avere incaricato i capigruppo parlamentari di rintuzzare gli insulti minacciosi dei soliti leghisti e grillini.

Il pressing di Monti su Gentiloni in funzione antirenziana

         Il Corriere della Sera di Urbano Cairo ha in qualche modo festeggiato il suo primo anno restituendo il ruolo di editorialista a Mario Monti. Che con l’aria di occuparsi da specialista, più che da senatore a vita e da ex presidente del Consiglio, di “Noi, Parigi e Berlino” dopo le delusioni procurate anche a lui dal nuovo presidente francese Macron, ha incitato il capo del governo italiano Paolo Gentiloni a muoversi in una direzione del tutto diversa dal suo referente politico. Che è notoriamente il segretario del Pd Matteo Renzi, peraltro neppure menzionato dal ritrovato editorialista del Corriere.

E’ importante -ha scritto in particolare Monti- che il premier Gentiloni e il suo governo, oltre a restare il più possibile in contatto con il dialogo che si svolge tra Berlino e Parigi, prenda le distanze da quanti nella maggioranza e nelle opposizioni si levano a sostegno di un falso interesse nazionale, secondo il quale gioverebbe all’Italia, anche per combattere una non meglio precisata “austerità”, effettuare in disavanzo spesa pubblica corrente e trasferimenti, invece di limitare il disavanzo (corretto per il ciclo economico) agli investimenti pubblici”.

         “Anche nel caso dell’Italia -ha continuato e concluso Monti, sempre evitando di nominare il vero destinatario dei suoi moniti e delle sue critiche, cioè Renzi- l’attenta sorveglianza della stampa e dell’opinione pubblica aiuterà il governo a cogliere, e far valere, la distinzione tra veri interessi nazionali e interessi politici di parte perseguiti a danno degli italiani, soprattutto degli italiani che verranno”.

         Non mancheranno reazioni del “sorvegliato”, cioè di Renzi. Che a Monti da qualche tempo non lascia passare niente, conservando un pessimo ricordo peraltro del suo governo tecnico. Che in nome degli italiani che “verranno” si è preoccupato – ha detto recentemente il segretario del Pd- di disseminare di trappole il cammino dei governi che sarebbero arrivati dopo il suo.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Il Corriere della Sera rilancia Mario Monti contro Matteo Renzi

        

Il falso scandalo dei sandali di Agnese Renzi

Non soddisfatti degli argomenti che Matteo Renzi offre di suo ai loro attacchi sistematici, da sinistra e da destra, ma spesso anche dal frastagliatissimo centro, gli avversari del segretario del Pd hanno incautamente deciso di usare contro di lui anche i sandali della moglie Agnese. Incautamente, perché il troppo stroppia sempre. E può diventare un boomerang.

         I sandali della signora Renzi, fotografati e sbattuti in prima pagina come corpi di reato, hanno il torto di costare poco meno di cinquecento euro, alla faccia -si è detto e scritto- della sobrietà imposta alla famiglia di un politico in vista dalle difficoltà di tanta parte della popolazione italiana. Che di quella cifra deve accontentarsi per cercare di campare per un mese. E magari è costretta a camminare scalza, o ad usare scarpe malandate, con le suole bucate.

         Tutto questo modo di ragionare e di gridare allo scandalo, o solo di storcere il naso e fare solo battute sarcastiche o allusive, lo trovo francamente rivoltante.

         La moglie di Renzi, col suo stipendio di insegnante, avrà pure il diritto di permettersi il lusso di acquistare e mettere ai piedi un paio di sandali di poco meno di cinquecento euro. Che peraltro impallidiscono, come prezzo, rispetto a certi sandali che recentemente ho visto esposti in alcune vetrine romane di Piazza di Spagna.

         La signora Renzi avrà pure il diritto, magari, di accettare un regalo del genere dal marito che col suo libro un po’ incautamente titolato Avanti, visto che in parecchie pagine l’autore guarda piuttosto indietro, sta guadagnano un bel po’ di soldini. E ha già riscosso un meritato e usuale anticipo dall’editore.

         Moglie e marito Renzi, per non parlare dei figlioli, avranno pure il diritto di usare i piedi per camminare calzandoli come vogliono, e non usandoli per prendere a calci i loro critici o avversari di turno, che pure se li meriterebbero quando usano certi argomenti per le loro guerre e guerricciole di politica o, più banalmente, di malanimo e invidia.

         Va bene che a suo tempo, quello degli anni d’oro dell’ascesa politica, quando era difficile immaginarne la rottamazione praticatagli da un giovanotto toscano, Massimo D’Alema cominciò ad avere problemi, diciamo così, di comunicazione con le sue scarpe da un milione delle vecchie e mai abbastanza rimpiante lirette della nostra già seconda Repubblica. Un milione delle vecchie lirette pari peraltro ai quasi cinquecento euro dei sandali della moglie di Renzi in questa torrida estate del 2017. Ma, pur non standomi molto simpatico, difesi allora le scarpe di D’Alema, come mi sento di difendere oggi i sandali di Agnese Renzi.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Cosa penso dei sandali di Agnese Renzi

        

Il dramma esistenziale di Angelino Alfano e amici

Con tutto quello che avrebbe da fare come ministro degli Esteri in questo periodo così intenso di problemi per l’Italia, e con questo caldo targato Lucifero, che mette in crisi pure l’impianto di condizionamento dell’aria nella Galleria degli Uffizi, Angelino Alfano deve dividersi fra gli incontri col collega di governo Graziano Delrio, per conto di Matteo Renzi, e con Gianfranco Miccichè, per conto di Silvio Berlusconi, alla ricerca del modo con cui garantirsi la sopravvivenza politica nel nuovo Parlamento. Dove lui e gli amici del Nuovo Centro Destra, o come diavolo si chiama il partitino creato quattro anni fa separandosi da Berlusconi, rischiano di non entrare per quello che Giuseppe Saragat usava chiamare “il destino cinico e baro” quando il suo Psdi raccoglieva meno voti di quanti ne aspettasse, o il leader socialdemocratico riteneva di meritare.

         Disprezzato dal segretario del Pd per non avere saputo mettere a frutto le posizioni di potere tenute nei governi prima di Enrico Letta, poi dello stesso Renzi e infine del conte Paolo Gentiloni, e da Berlusconi, o dal giro ristretto di Arcore, per il tradimento rimproveratogli quando non si dimise da ministro, con i suoi amici, per protesta contro la decadenza dell’allora Cavaliere da senatore, Alfano è tuttavia corteggiato da entrambi, sia pure per interposta persona. I suoi voti, per quanto pochini, potrebbero fare comodo sia a Renzi sia a Berlusconi, tanto a livello locale, specie in Sicilia, dove si voterà il 5 novembre, quanto a livello nazionale.

         Novello Figaro, se non di rossiniana memoria, almeno di ricordo degli anni Sessanta, quando usci nelle sale cinematografiche un omonimo e divertente film recitato anche da Totò, Alfano è cercato di qua e di là, di sotto e di sopra. E anche lui cerca, sia chiaro, perché teme giustamente di avere lavorato per quattro anni a vuoto.

         Le insidie maggiori non vengono tuttavia al ministro degli Esteri e amici da Renzi, che mostra di essersi pentito di averne deriso la inconsistenza elettorale quando pensava di avere concordato con Berlusconi e con Beppe Grillo una legge elettorale comoda a tutti e tre. Le insidie maggiori vengono ad Alfano dagli ex alleati di centrodestra.

         Il segretario leghista Matteo Salvini e la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni non lasciano ormai trascorrere giorno senza diffidare Berlusconi dall’accordarsi col suo ex delfino, a suo tempo declassato per mancanza del “quid”, minacciando come rotazione il rifiuto della già difficile ipotesi di ricostituzione del centrodestra.

         Ma anche dentro Forza Italia, a parte l’utilità di Alfano avvertita in Sicilia dal corregionale Miccichè, i colonnelli, capitani, tenenti, brigadieri e caporali di Berlusconi non sanno che cosa rimproverare di più al ministro degli Esteri e ai suoi amici: il “tradimento” di quattro anni fa o le candidature sicure alla Camera e al Senato che gli alfaniani potrebbero strappare al presidente del partito in caso di riappacificazione. Tali candidature sarebbero infatti a discapito inevitabile di quelli che si considerano i fedelissimi di Berlusconi, rimastigli accanto nei momenti delle maggiori difficoltà, quando tutto sembrava davvero finito e compromesso per l’uomo di Arcore.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net il 6 agosto 2017 col titolo: Vi racconto gli ultimi slalom di Angelino Alfano (non solo in Sicilia)

Giorgio Napolitano inciampa nei resti di Gheddafi

Pur col rispetto che meritano la sua età e lo status di presidente emerito della Repubblica, e senza rincorrere il segretario leghista Matteo Salvini sulla strada degli insulti, di Giorgio Napolitano non si può proprio dire che sia uscito bene dalla polemica che imprudentemente ha voluto alimentare sostenendo che non fu lui ma il governo allora in carica, guidato da Silvio Berlusconi, a volere nel 2011 la partecipazione dell’Italia alla guerra dichiarata a Gheddafi dai francesi e dagli inglesi con l’appoggio del presidente americano Obama. Che si sono tutti pentiti poi di avere eliminato con Gheddafi anche la stabilità della Libia, con tutti gli effetti che ne stiamo subendo innanzitutto noi italiani per via di una immigrazione simile ad una invasione.

         Napolitano per allontanare da sè la responsabilità della partecipazione italiana non ha potuto chiamare in causa il presidente del Consiglio dell’epoca ma solo un suo consigliere diplomatico, il ministro della Difesa Ignazio La Russa e un vertice improvvisato e curioso nel Teatro dell’Opera di Roma, tra le note di un concerto per la festa dei 150 anni dell’unità del Paese.

         Di Berlusconi -ripeto- presidente del Consiglio l’allora capo dello Stato ha dovuto ammettere un dissenso tale da farlo arrivare ad un palmo delle dimissioni, che gli ha riconosciuto il merito di avere alla fine evitato dimostrando senso di responsabilità.

         Ma, esclusa dallo stesso Napolitano la convinzione di Berlusconi che quella di partecipare alla guerra a Gheddafi fosse la decisione giusta, chi altro se non lui -lo stesso Napolitano- può avere portato il Paese a quel passo in veste di capo del Consiglio Supremo di Difesa e di capo delle Forze Armate? Stupisce solo lo stupore del presidente emerito della Repubblica di fronte a chi ne lamenta il ruolo svolto per la partecipazione italiana alla guerra a Gheddafi, sia pure con tutti bolli e i documenti delle Nazioni Unite, intervenute per dare un minimo di copertura alle iniziative di francesi, inglesi e americani.

         Quello fu un errore di cui Napolitano farebbe bene ad assumersi una buona volta la responsabilità, specie dopo la testimonianza resa contro di lui con una intervista dall’allora ministro degli Esteri Franco Frattini.  E a scusarsene invocando solo l’attenuante della buona fede, non potendo immaginare la irresponsabilità degli alleati che avevano voluto quella guerra disinteressandosi poi dei suoi effetti a dir poco catastrofici. Una buona fede accompagnata dal consenso se non del capo del governo, sicuramente della maggioranza del Parlamento. Di cui i leghisti allora facevano parte, anche se ora Matteo Salvini finge di essersene dimenticato per non risponderne a Beppe Grillo, suo possibile alleato di domani, o dopodomani.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net del 5 agosto 2017 col titolo: La libia, Napolitano, Berlusconi e lo smemorato Salvini

Il legogrillismo che Berlusconi finge di non vedere e non temere

Sarà pur vero, come raccontano tanti volenterosi cronisti, che le anticamere dei capigruppo di Forza Italia alla Camera e al Senato sono affollate di fuoriusciti che, resistendo ai richiami delle famiglie per andare in vacanza ora che i lavori a Montecitorio e a Palazzo Madama sono sospesi, vorrebbero rientrare nel partito di Silvio Berlusconi perché sentono odore di vittoria elettorale di un nuovo centrodestra, e non vorrebbero mancare l’occasione, diciamo così, di parteciparvi.

         Sarà anche vero che i due capigruppo, sempre loro, Renato Brunetta e Paolo Romani, hanno ricevuto dal presidente del loro partito l’ordine di contenere la ressa un po’ per diffidenza verso quanti sono stati a lungo considerati traditori e un pò per non compromettere le sorti della maggioranza di governo al Senato. Dove il povero conte Paolo Gentiloni è sempre più frequentemente costretto a ricorrere alla fiducia e sa che a concedergli anche quella, prima delle elezioni, l’ex Cavaliere non può arrivare. Per cui è meglio che il gruppo forzista di Palazzo Madama, formalmente all’opposizione, non s’ingrossi o s’ingrassi troppo.

         Sarà anche vero infine che Berlusconi sotto sotto, anche se attratto dalla tentazione di accordarsi dopo le elezioni col Pd, magari per partecipare ad un governo non presieduto personalmente dal troppo ingombrante Matteo Renzi, non dispera di ridurre prima a poi alla ragione, con le buone o le cattive, l’altro Matteo, Salvini, per rifare davvero il centrodestra, come vorrebbero, fra i leghisti, governatori di peso come Roberto Maroni in Lombardia e Luca Zaia in Veneto.

         Ma, disgraziatamente per le speranze di Berlusconi, se queste per un nuovo centrodestra sono vere, il Parlamento si è preso le ferie in uno scenario del tutto diverso da una ricomposizione della vecchia alleanza tra Forza Italia e Lega.

         In particolare, il Parlamento è appena andato in vacanza con l’esordio, tanto alla Camera quanto al Senato, di un fenomeno politico che si può ben definire legogrillismo.

         Leghisti e grillini hanno votato insieme, senza sentirsi minimamente a disagio, né gli uni né gli altri, sul progetto di ridurre del 40 per cento i vitalizi degli ex parlamentari, punibili solo in quanto tali, a prescindere dal loro reddito, sia contro la missione delle navi militari italiane nelle acque libiche per cercare non solo di soccorrere chi rischia di annegare ma anche di contenere il fenomeno migratorio organizzato dai trafficanti di carne umana.

         Così le navi italiane, proprio nel momento in cui il governo sperimenta una svolta, si trovano sotto il fuoco incrociato del generale che in Libia protegge sfacciatamente i trafficanti ed è pronto ad aiutarli cannoneggiandole, sia dei legogrillini in Italia. Che aspettano oscenamente le cannonate di quel generale per cantare vittoria e fare la loro bella opposizione.

         Ci vuole francamente non del coraggio ma una buona dose di disinvoltura, in queste condizioni, per scommettere ancora sul centrodestra.

Dal pastone alle polpette, a volte tossiche, dell’informazione politica

C’era una volta nei giornali il pastone, come si chiamava in gergo redazionale l’articolo che conteneva, come un insaccato, le notizie di giornata sui partiti. L’estensore le collegava con incisi come “d’altro canto”, “a sua volta”, “invece”, “al contrario”, “analogamente”.

Il pastone era fra gli ultimi ad arrivare in tipografia, rimaneggiato continuamente con aggiornamenti. Si chiamavano “rimpasti”, sempre presentati dall’estensore come essenziali e tollerati in redazione con frequente insofferenza, apparendo a chi aveva fretta di chiudere non decisive le dichiarazioni del tale onorevole o il comunicato solitamente ermetico di questa o quella segreteria di partito.

Per quanto necessariamente sintetico, il pastone era inevitabilmente lungo. Il più celebre e metodico estensore fu a lungo Aldo Airoldi, che si divise nella sua esperienza professionale fra il Corriere della Sera e il gruppo Monti della Nazione e del Resto del Carlino, fino a quando non fu detronizzato, o ridimensionato, da Enrico Mattei, omonimo del potente presidente dell’Eni.

Airoldi, una specie di monaco laico, anche nel suo aspetto fisico, e nell’andatura metodica che notavo quotidianamente nell’attraversamento del ponte Cavour, a Roma, quando si recava o tornava a casa dalla redazione, accettava scommesse di ogni tipo sulla completezza del suo pastone. Vi si trovava davvero tutto. Non sfuggiva niente. Ogni fatto o presa di posizione era raccontata con un certo distacco, diversamente da come faceva Enrico Mattei, che strapazzava uomini e partiti che non gli piacevano, generalmente a sinistra. Una volta egli riuscì a infilare, tra una notizia e l’altra, anche i suoi sospetti sulla frigidità sessuale del povero Aldo Moro, allora presidente del Consiglio. Che reagì con la sua solita sobrietà disponendo che gli fosse tolta dalla mazzetta quotidiana mandatagli a casa di prima mattina dal suo capo ufficio stampa, Corrado Guerzoni, i giornali dove l’impertinente Mattei scriveva.

Quando la vita interna dei partiti, anche piccoli, si complicò con la proliferazione delle correnti, arrivate persino in quello più ordinato o monolitico come ancora appariva agli elettori il Pci col suo cosiddetto centralismo democratico, il pastone divenne un contenitore troppo pesante. E fu sostituito da pastoncini, ciascuno dedicato ai partiti più affini. Pastoncini al di sopra dei quali cominciò ad apparire una nota politica che voleva offrire ai lettori un quadro d’insieme, una specie di punto della situazione: l’anticamera o spesso la concorrenza all’editoriale, specie quando i giornali cominciarono ad avvalersi, per i cosiddetti fondi, di professori universitari, o politologi. E ciò fra la delusione, a dir poco, dei giornalisti del settore, che si sentirono spesso ingiustamente sospettati di non avere l’autorevolezza e persino la competenza necessaria per provvedervi direttamente.

Nacque così la figura professionalmente un po’ equivoca o ambigua del notista, che non era più un cronista ma non ancora un editorialista vero e proprio, pur se sempre più frequentemente collocato tipograficamente nello spazio dell’editorialista.

Tutto questo si tradusse e perdura in un aumento esponenziale e progressivo dello spazio della politica nei giornali, con decine di articoli ogni giorno, di cui spesso una metà sullo stesso fatto, esaminato o raccontato sotto i profili più diverso, compreso il cosiddetto colore. Di cui è rimasto principe Giampaolo Pansa, capace -diavolo di un uomo- di scrutare col suo binocolo le facce dei delegati e dei leader in un congresso di partito per intuirne umori e progetti, fedeltà e tradimenti, tutti politici naturalmente. I suoi imitatori e concorrenti si sprecarono subito. I binocoli divennero di moda fra noi giornalisti, ma -ahimè- senza uguagliare i successi e l’immaginazione di Giampa, come molti cominciammo a chiamarlo. Fu sua, fra l’altro, l’identificazione dell’allora potente Democrazia Cristiana, ma già appesantita dal grasso delle correnti, con la Balena Bianca. Persino i leader dello scudo crociato presero l’abitudine di chiamare così il loro partito, alla fine spiaggiato sulle Procure della Repubblica, come i suoi alleati di governo.

Un genere di articoli che è particolarmente cresciuto negli ultimi tempi, a cavallo tra la fine della cosiddetta seconda Repubblica e la transizione chissà quanto lunga verso una terza che vorrebbe assomigliare alla prima riadottandone il sistema elettorale proporzionale, è quello dei retroscena. Essi proliferano come funghi dopo le piogge autunnali, favoriti anche dalla stranezza e insondabilità di nuovi partiti o movimenti come le 5 stelle di Beppe Grillo e di Davide Casaleggio.

Purtroppo i retroscena non si sono solo inflazionati. Spesso sono diventati anche farlocchi, capaci di diventare persino tossici. Mi hanno assicurato monsignori attendibili che fu proprio qualche retroscena della complicatissima politica italiana, più ancora dei retroscena spintisi sin dentro al Vaticano, a spingere Papa Francesco qualche mese fa a chiedere che l’informazione si facesse più responsabile, rinunciando a “seminare zizzania” più che a dare notizie.

Un esempio recente, se non recentissimo, di retroscena ad effetto polpetta, al di là sicuramente delle intenzioni dello stesso autore, risale al 13 luglio scorso, quando il sempre brillante Tommaso Labate ha cercato sul Corriere della Sera di fare concorrenza a Matteo Renzi nella ricostruzione dell’ultima edizione della corsa al Quirinale.

Il segretario del Pd, con un’anticipazione del suo libro Avanti, senza l’esclamativo dello storico giornale dei socialisti, aveva appena attribuito la fine del famoso Patto del Nazareno sulle riforme con Silvio Berlusconi ad una gaffe compiuta dallo stesso Berlusconi proponendogli nel gennaio del 2015 la candidatura di Giuliano Amato al Quirinale, in sostituzione del dimissionario Giorgio Napolitano, con l’assicurazione di avere personalmente verificato, se non addirittura negoziato, il consenso della minoranza del Pd attraverso Massimo D’Alema.

La reazione di quest’ultimo era stata immediata e velenosa, di critica a Berlusconi per non avere messo nel conto la reazione “psicotica” di Renzi, capace alla pronuncia del solo suo nome di sospettare chissà quale complotto e di sventarlo: quella volta pescando nella Corte Costituzionale un altro giudice da preferire ad Amato. Fu il post-democristiano moroteo Sergio Mattarella, eletto in effetti il 31 gennaio al quarto scrutinio: il primo in cui bastava e basta all’elezione del capo dello Stato la maggioranza assoluta delle Camere congiunte e della delegazione dei Consigli regionali, anziché la maggioranza dei due terzi.

Ce n’era abbastanza nella reazione di D’Alema per giustificare una denuncia, magari ironica, di Amato contro Berlusconi per danni, ma anche per spingere Labate a pescare nelle acque purtroppo torbide dei retroscena una ricostruzione dei fatti diversa da quella anti dalemiana di Renzi.

Così il retroscenista del Corriere della Sera accertò e raccontò che il contatto fra Berlusconi e D’Alema fu occasionale, all’ultimo momento, la sera del 27 gennaio, antivigilia dell’apertura delle votazioni a Montecitorio. Berlusconi era a cena nella sua residenza romana di Palazzo Grazioli con amici, fra i quali Nunzia De Girolamo, che si era portata appresso, gradito ospite dell’ex presidente del Consiglio, il marito Francesco Boccia, esponente della minoranza del Pd e presidente di commissione alla Camera. Le chiacchierate conviviali caddero anche sul Quirinale, dove Berlusconi disse che avrebbe visto bene Amato, solo se la minoranza del Pd fosse stata d’accordo. Allora De Girolamo avrebbe chiesto al marito di chiamare D’Alema, che Boccia passò a Berlusconi per non più di “20 secondi”, come lo stesso Berlusconi ha raccontato qualche sera fa a Luca Telese e a Davide Parenzo, a La 7, prima di scommettere una pizza col primo e un pasto completo con l’altro, da consumare a   Napoli, se alle prossime elezioni non riuscirà a raccogliere da solo il 30 per cento dei voti.

Il giorno dopo, 28 gennaio, sempre secondo il retroscena di Labate, il povero Berlusconi avrebbe compiuto l’imprudenza di parlare con Renzi della disponibilità di D’Alema verificata sulla candidatura di Amato, provocandone involontariamente il fallimento, anziché sentirsi ringraziare dall’allora presidente del Consiglio per avere cercato di aiutarlo a scogliere il nodo del Quirinale.

Purtroppo per Labate, e per chi l’ha aiutato a ricostruire i fatti, l’incontro di Berlusconi, accompagnato da soliti Gianni Letta e -allora- Denis Verdini, con Renzi era già avvenuto alle ore 14 del 20 gennaio, nove giorni prima dell’inizio delle votazioni a Montecitorio, come si legge a pagina 26, penultimo capoverso, del libro scritto da Renzi. Che pertanto era rimasto impressionato anche dalla intempestività di Berlusconi, sostituitosi a lui nella ricerca di un’intesa all’interno del Pd, moltiplicandone comprensibilmente sorpresa e diffidenza, vista l’ostinazione già allora di D’Alema a complicare la vita, diciamo così, al segretario del partito e presidente del Consiglio. A meno che, naturalmente, Renzi non sia incorso nel suo libro in un imprevedibile, stavolta clamoroso refuso confondendo il 28 col 20 gennaio.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

Papa Francesco colto in flagranza di peccato gravissimo

La notizia non è proprio fresca di giornata, ma è ugualmente uno scoop. Di cui può vantarsi giornalisticamente e laicamente il direttore del Foglio Claudio Cerasa. Che ha dato un buco, come si dice nel nostro gergo professionale, persino all’amico e fondatore del giornale Giuliano Ferrara, pur introdotto nelle sacre stanze pontificie dove si coltiva e spesso si manifesta il dissenso verso Papa Francesco.

         E’ accaduto, in particolare, che Il Foglio abbia potuto cogliere il Papa in flagranza, sia pure stagionata, di “peccato gravissimo”, come Francesco definisce ogni iniziativa che produca disoccupazione. Si deve a lui, in particolare, la chiusura alla fine dell’anno scorso dello studio fotografico Felici, che dagli anni di Pio IX, peraltro Santo, aveva accesso alle sacre stanze e dintorni, comprese le aule di udienza e le località italiane e straniere raggiunte dai Pontefici sempre più itineranti, e venderne le immagini a prezzi di mercato, lavorando in concorrenza con un altro studio. Che Papa Francesco ha voluto invece privilegiare conferendogli in pratica il monopolio.

         L’ultimo titolare dello storico studio Felici ha tentato con un centinaio di lettere, rimaste tutte senza risposta dell’Augusto destinatario, di riacquistare per sé, per la sua famiglia e per almeno otto collaboratori il diritto al lavoro in cui si era specializzato. Si è dovuto alla fine accontentare di una telefonata del Cardinale Segretario di Stato, Parolin, di curiosi auguri per la sua attività futura, proprio mentre lo studio chiudeva i battenti: auguri che, date le circostanze, debbono essere apparsi beffardi agli interessati

         Papa Francesco, che i sindacalisti di tutto il mondo adorano per quel “peccato gravissimo” cui ha ridotto la perdita anche di un solo posto di lavoro, è riuscito a fare -altro scoop di Cerasa e del Foglio- ciò che il suo predecessore e ora Emerito Benedetto XVI impedì al potente Cardinale Bertone.

         Il titolare dello studio fotografico Felici sarebbe forse riuscito a salvare la sua “ditta”, come direbbe il buon Pier Luigi Bersani, se avesse trovato il suo angelo custode. E pensare che lo aveva a portata di mano, o di telefono. Bastava rivolgersi ad Eugenio Scalfari, peraltro pratico familiarmente di fotografie.

         Volete che il fondatore di Repubblica, rivelatosi recentemente capace di raccomandare con successo la buonanima di Blaise Pascal al Papa per un rapido processo di Beatificazione, nonostante quello che in vita il matematico, fisico, filosofo e quant’altro usasse pensare e scrivere nel 1600 dei gesuiti, non sarebbe stato in grado di trovare una parolina buona anche per lo studio Felici? E naturalmente per i suoi otto dipendenti, togliendoli dalla tentazione del peccato gravissimo di dire del Papa tutto il male che comprensibilmente pensano, per niente convinti di non potersi chiedere fracescanamente che cosa sono loro per giudicare.

Questa estate torrida della politica italiana

         L’estate politica italiana di questo 2017 è riuscita ad essere ancora più torrida di quella metereologica, che si muove tra Caronte e Lucifero, come sono state chiamate le ondate di caldo segnalateci ogni giorno sui telefonini, non bastando evidentemente l’aria a farcene accorgere.

         La sospensione agostana dei lavori parlamentari una volta aiutava i partiti a respirare, mandandoli sotto gli ombrelloni o nelle baite. Le truppe di ogni colore si riposavano agli ordini del “Generale Ferragosto”, evocato una volta da Bettino Craxi per spegnere l’incendio di una crisi di governo sfuggita di mano anche al Quirinale, dove il presidente di turno della Repubblica avvertiva segni preoccupanti di labirintite. Ma di quel generale, pure in versione minuscola, si sono ormai perse le tracce.

         A destra Silvio Berlusconi si sta chiedendo tra le diete di un centro rigeneratore di Merano se ce la farà davvero ad evitare nelle prossime elezioni politiche il sorpasso della Lega in quella che fu l’area del centrodestra per mettere finalmente a tacere quel maleducato di Matteo Salvini. Che parla bene di lui solo al passato e si è messo in testa di sottrargli la guida di una coalizione che peraltro sopravvive solo a livello locale già a conduzione prevalentemente leghista. Prevalentemente, perché l’assetto di due regioni come la Lombardia e il Veneto, con governatori leghisti come Roberto Maroni e Luca Zaia, parla da solo, per quanti sforzi faccia il governatore forzista della Liguria Giovanni Toti di farsi sentire e vedere, sino a infastidire lo stesso Berlusconi, che pure se l’è inventato prima come giornalista e poi come politico.

         A sinistra un altro Matteo, naturalmente Renzi, è sempre alle prese con i suoi avversari rossi, anche dopo avere pensato di essere riuscito a liberarsene con la scissione del Pd promossa da Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. Che ora, pur impegnati a prima vista a creare problemi a Giuliano Pisapia, non abbastanza antirenziano per i loro gusti, continuano a lottare soprattutto contro l’odiato rottamatore toscano. Di cui sognano la definitiva disfatta elettorale, anche se questa dovesse segnare inevitabilmente pure la fine di ogni possibilità di riesumare il centrosinistra, largo o stretto che sia.

         Del centro non parliamo neppure, tanto è il caldo che soffrono i suoi avventori, e tanta è la pena che costoro suscitano ad osservarli come mosche impazzite. Il povero Angelino Alfano, che pure è il ministro degli Esteri della Repubblica, soffre di mattina, s’offre -con l’apostrofo- di pomeriggio, ora a destra e ora a sinistra, e dorme di sera per tenersi sveglio di notte e sorvegliare le pecore che vogliono lasciarlo, seguendo quelle che si sono già accasate altrove.

         A destra della destra e a sinistra della sinistra impazza Beppe Grillo. Che, per quanti aiuti possa ricevere sulla strada demagogica dell’anti-politica e dell’anti-casta da quello sprovveduto di Renzi e dei suoi uomini, che lo inseguono su quel terreno illudendosi di contendergli chissà quanti voti, vive ormai politicamente come il Polifemo omerico. Egli sbraita, minaccia, sfotte, vorrebbe divorare con un boccone in autunno la Sicilia, come antipasto di una vittoria elettorale in tutta Italia dopo qualche mese, ma intanto non sa come uscire dal casino -scusate la parola- in cui un po’ lo ha messo a Roma la troppo improvvisata sindaca Virginia Raggi e un po’ si è messo da solo facendola praticamente commissariare da Davide Casaleggio. Su indicazione del quale la prima cittadina della Capitale nomina, muove e rimuove assessori, dirigenti e quant’altri in una metropoli che ormai si è persa per strada tutto: anche la metro e le rote – come si dice a Roma, ma ora col plurale di Rota, ex capo Atac- degli autobus che viaggiano, si fa per dire, in superficie.

         Come possa un movimento politico di questo genere, con le cinque stelle sulla visiera del suo berretto cinese, candidarsi seriamente al governo del Paese, Dio solo lo sa, nella speranza tuttavia che riesca almeno Lui a fermarlo in tempo.

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