Gù le mani, per favore, da Sandro Pertini

Giù le mani, per favore, da Sandro Pertini. Che fra i presidenti della Repubblica succedutisi al Quirinale è stato meritatamente il più popolare, anche o forse soprattutto perché eletto nel 1978, poche settimane dopo la tragedia dell’assassinio di Aldo Moro, nel più imprevedibile dei modi, al di là di ogni schema partitico e correntizio, più subìto che cercato dalle momenclature politiche, bloccatesi in una serie lunghissima di votazioni. Era un socialista ma non designato dal Psi allora guidato da Bettino Craxi. Fu proposto dai comunisti, in particolare da Giancarlo Pajetta, cui però seppe riservare la sorpresa già l’anno dopo di mettere in pista per la guida del governo proprio l’odiato segretario socialista, conferendogli un incarico che sconvolse il confronto politico. E che si tradusse nel 1983 in un governo, il primo nella storia d’Italia, a guida socialista, per liberarsi del quale, ma dopo che Pertini aveva esaurito il suo mandato, la Dc di Ciriaco De Mita dovette ricorrere a un rocambolesco scioglimento anticipato delle Camere, nel 1987. Rocambolesco, perché i democristiani negarono con l’astensione la loro fiducia ad un governo monocolore dc improvvisato da Amintore Fanfani, pur di provocare le elezioni prematuramente.

Eletto controvoglia dai democristiani puntando sulla sua tarda età, e quindi scommettendo su di una interruzione luttuosa del mandato settennale, secondo una cinica previsione formulata dall’allora capogruppo alla Camera Flaminio Piccoli, che poi ebbe il buon gusto di scusarsene direttamente con l’interessato, Pertini non solo portò regolarmente a termine il suo lavoro, ma rischiò la conferma, come sarebbe invece capitato a Giorgio Napolitano nel 2013.

Ho perso il conto dei funerali ai quali Pertini partecipò da presidente della Repubblica negli anni cosiddetti di piombo, ma non la certezza che fu proprio lui, più ancora dei governi che si succedevano, a fare da propulsore nella lotta al terrorismo e nella sua sconfitta. Fu lui a correre nella sua Liguria, accanto alla bara del coraggioso operaio Guido Rossa, ucciso nel 1979 dalle brigate rosse, per spezzare fisicamente quel filo di paura e di omertà che aveva sino ad allora permesso ai terroristi di poter puntare sulle fabbriche per il loro progetto rivoluzionario. Da quel momento, più ancora che dall’assassinio di Moro, l’anno prima, per i brigatisti rossi cominciò davvero la fine.

Ricordato tutto questo, per ora, non so francamente se indignarmi -si, indignarmi- più per la disinvoltura politica con la quale il giovane vice presidente grillino della Camera Luigi Di Maio, aspirante persino alla presidenza del Consiglio, ha adottato come suo “modello” Pertini, che avrebbe preso a pedate il sostanziale anti parlamentarismo del movimento delle 5 stelle, o per ciò che di Pertini ha scritto in questa occasione sul Messaggero Mario Ajello. Che non per sarcasmo verso Di Maio ma davvero, per convinzione, ha lamentato “la Pertini-mania” e ha cercato di spiegare a Di Maio perché ha scelto un “maestro sbagliato”, capace persino di eguagliare la sua “congiuntivite”, come il costituzionalista Paolo Armaroli ha felicemente definito il rapporto, diciamo così, difficile che il vice presidente grillino di Montecitorio ha mostrato di avere anche con i congiuntivi, oltre che con la geografia fisica e politica, calpestata attribuendo al Venezuela la dittatura cilena del generale Pinochet.

Nel criticare o macchiettizzare Pertini il corsivista del Messaggero ha cercato di farsi forte del “ritrattino gustoso” fattone dal leader e compagno del Psi Pietro Nenni dicendo: “Io non sono un intellettuale, ma qualche libro l’ho letto grazie anche a Mussolini, che mi mandò al confino a Ponza. Con noi c’era anche Sandro. Lui l’unica cosa che leggeva era L’Intrepido”. Eppure aveva conseguito due lauree prima di essere costretto all’esilio e al carcere dal fascismo.

            Non bastando evidentemente Nenni, l’antipertini-manista del Messaggero ha rispolverato anche gli umori dell'”elegante” Riccardo Lombardi, altro compagno di partito che del futuro presidente della Repubblica disse che aveva “cuor di leone e cervello di gallina”. E infine Ajello si è in qualche modo travestito da Indro Montanelli per immaginarne la definizione di Pertini “coerente con le proprie idee perché ne aveva pochissime”. Cosa che di Montanelli, pur avendo per un bel po’ lavorato con lui, non ho mai letto e sentito a proposito dell’esponente socialista.

Non nego, per carità, che Pertini avesse avuto rapporti difficili con i dirigenti del suo partito. Poco mancò nel 1973 ch’egli, presidente della Camera, non facesse rotolare per le scale di Montecitorio l’allora segretario socialista Francesco De Martino, che era andato a proporgli di dimettersi per lasciare il posto ad Aldo Moro, in esecuzione di un’intesa con la Dc per la ripresa del centrosinistra dopo la pausa neo-centrista seguita all’elezione al Quirinale di Giovanni Leone. Che si era impegnato, a sua volta, a compensare il sacrificio di Pertini conferendogli il laticlavio alla morte del primo senatore a vita di nomina presidenziale.

La scenata del presidente della Camera contro “il mercato delle cariche istituzionali” fu sentita da segretarie e commessi, finendo sui giornali con gli “auguri di lunga vita ai senatori a vita” gridati da Pertini ai giornalisti nella buvette di Montecitorio.

Saputo che Moro non aveva apprezzato le sue proteste e sapendo dei miei rapporti con lui, Pertini mi chiese di comunicargli il suo rammarico per la lettura personale cui le sue rimostranze potevano essersi prestate. E Moro, rimasto intanto in attesa di una nomina a ministro degli Esteri nel nuovo governo di centrosinistra che avrebbe formato Mariano Rumor, si affrettò a chiamarlo per assicurargli di comprendere la sua reazione all’iniziativa di De Martino.

Per ciò che infine riguarda Nenni, credetemi, egli a Pertini non perdonava tanto le letture dell’Intrepido al confino quanto il realismo politico col quale alla vigilia delle elezioni politiche del 1948 accolse ridendo la sua domanda se il partito socialista avesse tutto il personale politico necessario a coprire i posti di governo che gli sarebbero spettati con la vittoria del fronte popolare realizzato con i comunisti.

A sconfitta avvenuta, e da lui largamente prevista, toccò proprio a Pertini accorrere da Nenni, accasciato su una poltrona, a consolarlo prima e a incoraggiarlo poi. Ma neppure in quell’occasione -mi raccontò poi l’ormai presidente della Camera- Pertini rinunciò a rinfacciargli di avere preferito nel 1944 “Peppino” Saragat a lui nel gruppo dei detenuti da liberare a Roma con falsi ordini di scarcerazione, non essendovene abbastanza per tutti i compagni originariamente inseriti nel piano. “Tanto, Sandro al carcere è abituato”, disse Nenni a Giuliano Vassalli, che stava preparando l’operazione. E che per fortuna trovò il modo per salvare entrambi, sfuggiti così all’infame rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine, fra i detenuti di Regina Coeli, dopo l’attentato in via Rasella.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

          

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