Le mine in Ucraina possono pur attendere, anzi aumentare

         Anche a costo, o forse proprio per ostacolare all’amico Donald Trump, nonostante tutta quella cordialità ostentata in Alaska da entrambi, la corsa al premio Nobel della pace proposto per lui, peraltro, da uno specialista di guerre com’è costretto dalle circostanze ad essere il premier israeliano Nethanyau, lo zar Putin di tutta la Russia, che però non gli basta, sta esercitando come più. e peggio, non poteva il suo “diritto all’offesa”. Come gli attribuito Stefano Rolli con sagacia nella vignetta di oggi sulla Stampa.

         Non passa giorno, forse neppure ora, senza che piovano bombe, a grappoli e non,  missili, droni e altro ancora sulla “martoriata” Ucraina, come diceva il compianto Papa Francesco, pur rimproverandole troppo interesse per la Nato,  e ripete Papa Leone XIX dal giorno della sua elezione.

         Gli obbiettivi, tutti definiti “militari”, anche ospedali e scuole, senza sotterranei trasformati in basi d’artiglieria come a Gaza, sono selezionati sempre con maggiore perfidia, come ieri a Kiev colpendo la sede di rappresentanza dell’Unione Europea, così impegnata a sostenere la resistenza di Zelensky all’invasione russa. Come per diffidarla a proseguire negli sforzi e a indurre Trump alla “tentazione” non dico di tornare al predecessore e odiato Biden, ma di riavvicinarsi davvero a Zelensky, non più limitandosi a riceverlo alla Casa Bianca, o altrove, senza insultarlo come a febbraio scorso, se non ricordo male.

         In questo quadro o scenario di esercizio del diritto all’offesa -ripeto- si allontana naturalmente anche la prospettiva di un contributo italiano, a conflitto terminato o quanto meno sospeso, a sminare l’immenso territorio ucraino disseminato di simili ordigni della stessa Ucraina e della Russia.

Perché non ci fossero dubbi si è esposta in senso negativo la stessa premier Meloni, anche a costo di smarcare questa volta non l’abituale presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini ma quello forzista, e ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che, dal canto, si è subito adeguato osservando o scoprendo che c’è tempo per decidere. Sempre più tempo.

Rosy Bindi giocherella a fare Sgarbi…con ritardo a Giorgia Meloni

         Il tempo passa ormai così rapidamente che sembra archeologia parlare di 16 anni fa.  Quando Vittorio Sgarbi diede a Rosy Bindi, ancora sotto i 60, della “più bella che intelligente”. Che significava dubitare impietosamente sia dell’una che dell’altra.

         Rosy Bindi, allora presidente del Pd ma già ministra della Sanità del primo governo di Romano Prodi, proveniente naturalmente dalla sinistra democristiana, finse di stare allo scherzo. Ma quando la battuta fu ripetuta in televisione da Silvio Berlusconi  il bersaglio perse le staffe e si prese tanto sul serio anche sul piano fisico da definirsi “indisponibile”. Come se l’allora presidente del Consiglio l’avesse voluta corteggiare e arruolare fra le disponibilissime olgettine nelle allegre serate di Arcore e dintorni.

         Oggi Rosy Bindi ha 74 anni, peraltro ben portati, e ancora voglia di partecipare al cosiddetto dibattito politico fra interviste e passaggi per qualche salotto televisivo, fiera delle sue idee, sempre le stesse, e anche delle esclusioni, come dai raduni riminesi dei ciellini. Che evidentemente la considerano una cattolica troppo “adulta”- come disse di lei e di se stesso Prodi- per starle dietro. Ma, per quanto fiera di questa esclusione, sembra averle dato troppo fastidio l’accoglienza appena ricevuta a Rimini alla premier Giorgia Meloni, come se fosse “una figlia della balena” bianca, cioè della Dc, come si è divertito a scriverne sul Foglio il direttore Claudio Cerasa, e non una sorella dei più noti  fratelli d’Italia.

         Brava, tempestiva e quant’altro nel farsi piacere dal pubblico ciellino, la Bindi parlandone alla Stampa le ha dato della “più bella che bugiarda”. Una battuta, in verità, più che da Sgarbi, da Gigi Marzullo. Che in televisione si diverte a porre agli amici, spesso spiazzandoli, domande di una certa stravaganza e insieme complessità.

         La “bugiarda” praticamente data dalla Bindi alla Meloni sarebbe meritata perché la premier, a Rimini ha rispettato l’abitudine di “lisciare il pelo al pubblico a cui sta parlando”. E alla intervistatrice che le faceva notare che “questo lo fanno un po’ tutti i politici” ha risposto piccata: “No. Un bravo politico, una donna di governo, dice le stesse cose a tutti, trovando una sintesi in cui possa riconoscersi l’intero Paese”. O solo l’intero partito, se è un uomo o una donna non di governo ma solo di partito, appunto. Come la segretaria del Pd Elly Schlein.

A proposito di quest’ultima, la Bindi le ha ricordato abbastanza criticamente, fra l’altro, “che un partito che si candida a governare il Paese dovrebbe tenere i rapporti col mondo cattolico italiano, con la Cei e con il Vaticano. Nei grandi partiti del passato c’era un dirigente incaricato di quelle relazioni”. Che la Meloni ha forse l’inconveniente, agli occhi della Bindi, di tenere direttamente col Papa: prima l’argentino Francesco e ora l’americano Leone XIV.

Quella sintonia con Draghi che Meloni ha voluto preservare

Fra i “nuovi mattoni” con i quali continuare a costruire “la casa europea cominciate da altri” -ha detto la premier Giorgia Meloni nel suo applauditissimo discorso al raduno annuale dei ciellini- ci sono evidentemente anche quelli di Mario Draghi, suo predecessore a Palazzo Chigi. Dal quale raccolse quasi tre anni fa le consegne in modo oltremodo cordiale, direi compiaciuto da parte di entrambi. Un Draghi di cui la Meloni a Rimini ha condiviso anche l’analisi spietata di un’Europa “evaporata” nella presunzione di una forza derivante da un mercato di quasi cinquecento milioni di consumatori. Evaporata nel confronto col presidente americano Donald Trump e con le guerre che egli non riesce a spegnere né in Ucraina né in Medio Oriente, pur essendosi vantato di averne risolte altre. Difficilmente sufficienti -temo per lui- a garantirgli quel premio Nobel della pace cui aspira tanto, con la designazione da parte del governo israeliano, da essersi esposto in qualche intervento personale rimproveratogli dalla stampa internazionale.

         Eppure l’analisi spietata di Draghi davanti alla stessa platea della Meloni, ma qualche giorno prima, era sembrata poco affine alla linea tradizionale della premier italiana, non più “sovranista” come un tempo ma ancora abbastanza per preservare buona parte delle sue relazioni internazionali e l’alleanza di governo, in Italia, con quel sempre più ingombrante e insofferente Matteo Salvini.

Il fatto che la premier abbia tenuto pubblicamente a condividere il quasi funerale dell’Unione europea celebrato da Draghi è forse il più sorprendente, significativo, paradossale e quant’altro di questa stagione politica, in uscita da un’estate di fuoco e verso un altro autunno forse caldo, come altri della vecchia prima Repubblica e un po’ anche della seconda in corso.

L’unione, per quanto acrobatica, fra la delusione di Draghi e la speranza europeistica della Meloni si trova un po’ nella lettura che di Draghi ha appena dato, in una lunga intervista al Corriere della Sera, l’ex premier, pure lui, Mario Monti. “L’Europa ha detto il senatore a vita, già commissario italiano a Bruxelles su destinazione bipartisan, prima da destra e poi da sinistra- è già caduta nella irrilevanza ma non è condannata a restarci”.

Ecco il punto, il terreno, il sentiero, per quanto stretto, su cui la Meloni si ritrova con Draghi, e con lo stesso Monti. Un sentiero che potrebbe procurare ad un europeista dichiarato come Antonio Polito, del Corriere della Sera, gli stessi “brividi”, o qualcosa di simile, avvertiti e confessati scrivendo dell’accoglienza riservata dai ciellini alla Meloni dopo quelli a Draghi. Brividi non so se più di paura o di speranza. Un po’ come quelli che a distanza ha avvertito e sta avvertendo probabilmente un altro europeista come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, appena rientrato pure lui dal suo ritiro dolomitico di estate.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

La premier Giorgia Meloni incoronata regina…di Rimini

         Solo il mio amico Piero Sansonetti, riportando la sua Unità molto indietro negli anni, anche a quelli che spesso egli  ha mostrato di non rimpiangere, ha liquidato il discorso pronunciato da Giorgia Meloni al raduno annuale  e riminese di Comunione e Liberazione – di ritorno da vacanze che non l’hanno mai allontanata in verità dall’attività politica, specie di natura internazionale- ha avvertito, lamentato, denunciato nelle sue parole, e negli applausi raccolti, una “Italia reazionaria, autoritaria e bigotta”.

         Magari, Piero avrà trovato una conferma al suo giudizio nei “brividi” avvertiti da Antonio Polito sul Corriere della Sera” riferendo dell’accoglienza riservata dai “ragazzi” ciellini ad una Meloni ormai avviata sulla strada di una sostanziale democristianizzazione, in una marcia di avvicinamento ai “popolari europei”. Con i quali non a caso si è ritrovata appoggiando la presidente della Commissione dell’Unione, Ursula von der Leyen, e instaurando con lei un rapporto privilegiato, un po’ come quello stabilito oltre Oceano col presidente americano Donald Trump.

         Ma fra tutte le reazioni politiche e mediatiche, che lui di solito riesce ad esprimere al massimo essendo fra i giornalisti il più politico per provenienza e quasi indole, quella più rilevante è di Giuliano Ferrara. Che sul Foglio fondato negli anni del berlusconismo, cui contribuì consigliando il Cavaliere, scrivendogli i discorsi, tentando rapporti dove non arrivava Gianni Letta, cioè a sinistra, ha riconosciuto nella Meloni di Rimini “la donna giusta al posto giusto”, specie nella politica estera italiana. Una donna “pragmatica”, ostinata, preparata, moderata più che conservatrice, proiettata verso una “egemonia” diversa naturalmente da quella teorizzata a sinistra dalla buonanima di Antonio Gramsci, ma pur sempre indicativa di una vera forza politica.

         “Non la voto ma mi adeguo”, ha concluso Giuliano, che temo preferisca nella cabina elettorale la segretaria del Pd Elly Schlein, perdonandole anche quella Europa “comunità hippy” che a lui non piace. O ne diffida. Ma alla Meloni, di cui hanno incuriosito il già ricordato Polito “i nuovi mattoni” con i quali ha raccontato a Rimini di volere costruire in Europa, compresa l’Italia, “una casa che non abbiamo iniziato noi” della destra; alla Meloni, dicevo,  quel Giuliano Ferrara che comunque si “adegua” potrebbe andare bene lo stesso. Forse anche meglio di quel suo vice presidente leghista del Consiglio, Matteo Salvini, che sotto sotto, nonostante le frenate che ogni tanto concede, si adegua meno, e le procura più danni o problemi.

Ripreso da http://www.startmag.it

L’opposizione della Schlein che non c’è, e che Romano Prodi reclama

Giorgia Meloni, si sa, avvertì la sua vocazione politica ad appena 15 anni per la morte di Paolo Borsellino, un magistrato orgogliosamente di destra ucciso nel 1992 nella strage mafiosa di via d’Amelio a Palermo. Seguita a quella di Capaci, sempre di mafia, in cui era stato ucciso il collega ed amico Giovanni Falcone. 

         Elly Schlein, l’antagonista in concorrenza con l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nostalgico di Palazzo Chigi da quando dovette lasciarlo a Mario Draghi, è stata meno precoce di Giorgia Meloni. Non a 15 ma a 23 anni, già munita di tre passaporti,  s’invaghì della campagna elettorale di Barak Obama a Chicago, nel 2008, partecipando anche a quella successiva per la conferma del presidente americano.

         In Italia Elly, per gli amici, dovette accontentarsi di Romano Prodi. Che nel 2013, reduce da due governi di breve durata a dieci anni di distanza l’uno dall’altro, e da un mandato consolatorio, rimediatogli da Massino D’Alema che lo aveva sostituito nel 1998 a Palazzo Chigi, di presidente della Commissione europea a Bruxelles, tentò con apparente distacco anche fisico, non ricordo più bene se dall’Africa o dalla Cina, la scalata al Quirinale. Per quanto candidato dall’allora segretario in persona del Pd Pier Luigi Bersani col rito abbreviato dell’acclamazione, Prodi fu tradito dai cosiddetti, immancabili “franchi tiratori”. In guerra lo chiamano “fuoco amico”.

         La Schlein, reduce a 28 anni dai fasti americani e ormai decisa a contenersi nei confini italiani, rimase basita. La delusione di Prodi, che fingeva rassegnazione e indifferenza, procurò la tarantola alla Schlein. Che lanciò una campagna di occupazione di protesta delle sezioni del Partito Democratico, con l’obiettivo forse anche di arrivare sino al Nazareno, la sede nazionale. Con quella vicinanza fisica al Quirinale che poteva rendere l’occupazione in qualche modo riparatrice, sul piano simbolico, del torto subito da Prodi.

         Paolo Borsellino dall’aldilà, cui credeva da buon cristiano, credo abbia  buone ragioni per essere soddisfatto di quella ragazza inconsapevolmente avviata alla politica e arrivata in soli 30 anni a Palazzo Chigi, la prima donna nella storia d’Italia, e di destra, dopo essere stata anche vice presidente della Camera e ministra, O ministro, come probabilmente preferirà leggere per la sua nota preferenza al genere maschile di queste cariche istituzionali.

         Non così Prodi, felicemente vivo e in salute a 86 anni compiuti il 9 agosto scorso, nei riguardi della “sua” Elly Schlein. Alla quale non può non avere pensato, con quella memoria peraltro di elefante che gli attribuiscono anche gli amici, dicendo non più tardi dell’altro ieri, in una intervista pubblicata il giorno dopo su Repubblica, che manca in Italia un’opposizione. “Il centrosinistra- gli ha chiesto Claudio Tito- che cosa dovrebbe fare in Italia per fermare questa deriva” appena lamentata da Prodi in senso e segno autoritario, sul modello trumpiano? Senza avere naturalmente, a livello italiano ed europeo, i soldi e tutto il resto di Trump. “Esistere, basterebbe esistere”, ha laconicamente, tragicamente risposto Prodi, immagino contorcendo il viso come solo lui sa fare quando è giù di corda e cerca di trascinarsi appresso nello sconforto l’interlocutore di turno.

         La povera Schlein salta da una piazza all’altra, da un corteo all’altro, da un convegno all’altro, da un microfono all’altro, da una telecamera all’altra, non cambiando mai soltanto la sua addetta ai colori del proprio abbigliamento, e quel distratto, ingrato di Prodi le dà praticamente del fantasma, come a tutti gli altri inutilmente aspiranti all’alternativa di cosiddetto centrosinistra. Che come definizione peraltro va troppo stretta o troppo larga, secondo i giorni e gli umori, al già ricordato Conte. Che vorrebbe una carovana di “progressisti indipendenti” l’uno dall’altro, dipendenti solo dal caso in una eventuale, improbabile vittoria elettorale.

Pubblicato su Libero

L’affollatissima festa…anche politica del cane

         Ciascuno ha partecipato ieri a suo modo, consapevole o non, alla giornata mondiale, cioè alla festa del cane. La deputata ed ex fidanzata, quasi moglie di Silvio Berlusconi diffondendone per internet una fotografia festosa con i suoi Dudù, chiamiamoli così tutti col nome del più celebre o fortunato. Che fu trattato giocosamente una volta a Roma persino da Putin, prima che l’ospite si scoprisse Pietro il Grande e facesse concorrenza anche a Stalin inghiottendo i vicini. E riuscendo per un po’ a convincere della loro pericolosità anche l’amico Berlusconi. Che cominciò a parlare pure lui del presidente ucraino Zelensky, tra l’imbarazzo di amici e alleati,  come di un “signore” troppo agitato che poteva essere sostituito rapidamente da “qualcun altro” , lasciato magari scegliere dallo stesso Putin risparmiandogli la fatica di una guerra di conquista troppo lunga e sanguinosa.

         Non so se Prodi  -Romano Prodi, 86 anni compiuti in questo agosto, due volte ex presidente del Consiglio  per breve tempo e una volta ex presidente della Commissione europea per  più tempo- abbia o abbia avuto un cane pure lui. Ma egli  ha partecipato alla festa con una intervista alla Repubblica, quella di carta, una volta tanto equanime considerando la sua abitudine di pensare, dire male e preoccuparsi solo o prevalentemente della destra. Una volta tanto, bontà sua, nel confermare la sensazione o, direttamente, “lo slittamento autoritario” del governo in carica in Italia-  ispirato anche a quello di Trump negli Stati Uniti, amico del resto della premier Giorgia Meloni sedutagli accanto, a sinistra, nel recente vertice euro-americano alla Casa Bianca sull’Ucraina- lo ha attribuito anche alla “inesistente opposizione”: non proprio un complimento per la segretaria del Pd Elly Schlein, il suo concorrente Giuseppe Conte alla guida dell’improbabile governo alternativo e tutti gli altri aspiranti a partecipare al cosiddetto “campo largo” del cosiddetto, pur esso, centrosinistra prenotando o conquistando un posto nella “tenda” offerta ai moderati dall’infaticabile, generoso, ispirato Goffredo Bettini.

         “Esistere, basterebbe questo”, ha laconicamente e tragicamente detto Prodi dell’opposizione, per niente incoraggiato -credo- dalla esistenza che contemporaneamente la Schlein riteneva invece di costruire concedendo a Conte per il suo amico pentastellato Roberto Fico, già presidente della Camera, la candidatura al vertice della regione Campania, prossima alle urne.  E promettendo in cambio al presidente uscente, resistente e compagno di partito Vincenzo De Luca l’insediamento del figlio Pietro, già pieno di incarichi e competenze, vere o presunte, alla segreteria regionale del Pd tanto agognata dal padre.

Ripreso da http://www.startmag.it

Le scuse ormai insufficienti di Israele per i troppi morti a Gaza

         Per gli amici di Israele, quelli veri, che non hanno commesso l’errore di difenderne il nome e la causa della sopravvivenza ignorando in prima pagina sui giornali la notizia, quella di ieri è stata una giornata durissima. Sotto certi aspetti persino peggiore del 7 ottobre di ormai due anni fa, quando tutto in un certo senso cominciò, o ricominciò, col pogrom osceno rivendicato dai terroristi di Hamas, che uccidono in Israele, stuprano, seviziano, sequestrano persone  e difendono i palestinesi – pensate un po’- usandoli come scudi umani contro Israele che reagisce.

         Il doppio attacco israeliano di ieri contro un ospedale della striscia di Gaza, provocando una ventina di morti fra cui cinque giornalisti che non vi erano ricoverati ma stavano facendo il loro mestiere di vedere e raccontare una guerra, è stato semplicemente orrendo. Persino il premier israeliano Netanyau, dopo un iniziale tentativo di negare l’evidenza, ha dovuto alla fine ammettere l’errore e scusarsi.

         Ma le scuse, certamente preferibili a quelle che, per esempio, Putin non è neppure tentato di chiedere per quello che sta facendo in Ucraina- di chiedere anche al suo interlocutore principale, il presidente americano Donald Trump, nella ricerca di una soluzione del conflitto- non sono sufficienti. Non lo sono più in questa fase della guerra. Non lo sono più se non accompagnate con lo svelamento dei responsabili e la loro punizione. Altrimenti sono solo chiacchiere, utili solo a danneggiare ulteriormente la causa pur tragicamente giusta della sopravvivenza di Israele.

Gli sminatori italiani in Ucraina annunciati da Antonio Tajani

         Nel rivendicare per l’ennesima volta da quando è alla Farnesina la titolarità, insieme con la premier Giorgia Meloni,  della politica estera contestando le intrusioni del collega leghista alla vice presidenza del Consiglio Matteo Salvini, il buon Antonio Tajani in maniche stagionali di camicia si è lasciata scappare una rivelazione. Uno scoop come ne avrebbe voluto fare quando era solo  un giornalista, prima che Silvio Berlusconi se lo portasse appresso in politica non immaginando forse neppure lui dove avrebbe saputo o voluto spingere. Addirittura alla figura che ogni tanto gli viene attribuita, fra cronache e retroscena, di concorrente forse della stessa Meloni alla Presidenza della Repubblica, quando finirà -fra quattro anni- anche il secondo mandato di Sergio Mattarella “il lungo”, come potrebbe essere chiamato il Capo dello Stato in carica per avere già battuto il primato dei 9 anni raggiunto a suo tempo da Giorgio Napolitano. Anche lui eletto due volte, ma con la riserva, non accettata invece dal suo successore, di accorciare il secondo mandato per stanchezza dichiarata ma opportunità nascosta, conoscendo la smania che spesso intossica la politica.

         Tajani ha rivelato, in particolare, che l’Italia non invierà truppe in Ucraina, a presidiarne con altri la sicurezza a guerra finita, come invece teme Salvini mandando “appeso al tram” il presidente francese Macron, e chiunque alto tentato dalla sua ida e voglia di intervento. L’Italia si limiterà ad offrire -forse l’ha già fatto- la sua competenza, specialità e quant’altro di sminare i territori disseminati di ordigni dagli invasori russi. O dagli stessi ucraini per difendersene scordandosene però la collocazione precisa.

         Il mestiere o la specialità degli sminatori, con la esse   che li distingue da quelli che lavorano sotto terra per ricavarne il necessario a vivere meglio sopra, o peggio come a Gaza con quello che hanno fatto i terroristi di Hamas, è sin troppo nota per avere bisogno di molte parole per spiegarla. Le tecniche moderne, grazie a Dio, hanno moltiplicato vantaggi ed opportunità degli sminatori non più in carne e ossa ma robot, senza tuttavia potere sostituire del tutto gli umani. Ai quali chissà se Salvini riuscirà, al momento opportuno, a concedere la possibilità di accedere senza attaccarli al tram.

Figuratevi se partecipo al rimpianto del Centro sociale Leoncavallo

Al rimpianto di Pippo Baudo si vorrebbe far seguire quello del Centro sociale milanese appena sgomberato e chiamato Leoncavallo dal nome della strada in cui sorse una cinquantina d’anni fa, occupando abusivamente un’area privata con relativa struttura industriale. Una strada intestata al musicista Ruggero Leoncavallo noto anche per il dramma lirico dei Pagliacci, ricavato da un fatto di cronaca nera realmente accaduto in un borgo della Basilicata a fine Ottocento.

         Questo Centro sociale prodotto dalle scorie della contestazione settantottina e del terrrorismo, che ne derivò spesso negli anni di piombo, crebbe anchenel mito da martiri di due militanti -Fausto e Iaio- uccisi in circostanze misteriose il 18 marzo 1978. Un delitto rimasto impunito ma del quale quella comunità ricavò un clima di solidarietà non so ancora, francamente, quanto meritata per la natura tuttora misteriosa di quel delitto, in un ambiente degradato anche dalla droga.

         Pur già noto anche a livello nazionale il mio primo contatto professionale, diciamo così, con quella comunità dichiaratamente alternativa nacque sfogliando nella primavera dl 1989 la posta dei lettori del Giorno, di cui ero stato appena nominato direttore dall’Eni. Lettori tutti indignati, e invocanti aiuto, per le condizioni difficili in cui abitavano in via Leoncavallo e dintorni. Dove non si poteva neppure dormire perché di notte venivano imposti, a volume altissimo, concerti non proprio di musica classica.  Di giorno le cose riuscivano ad andare anche peggio.

         I lettori che scrivevano si firmavano spesso con iniziali o nomi di fantasia, evidentemente per paura di ritorsioni. Alcuni però avevano anche il coraggio di firmarsi, per cui mi fu possibile rintracciarne qualcuno. E farmi accompagnare in qualche sopralluogo. Ne ricavai a prima vista la stessa impressione appena confessata da Vittorio Feltri scrivendone sul Giornale. Di “sfaccendati”, piuttosto che di “creativi”, come qualcuno li definiva già allora e continua ancora a considerarli richiamandosi anche al buon Vittorio Sgarbi. Che da assessore alla cultura di Letizia Moratti a Milano, scambiando i murales dei leoncavallini nella nuova sede, sempre abusiva, dove si erano trasferiti, li promosse generosamente ad opere d’arte, sproloquiando -scusami, Vittorio- persino di Cappella Sistina.

         Quando cominciai ad occuparmene scrivendo, e parlandone anche con l’amico Paolo Pillitteri nel suo ufficio di sindaco a Palazzo Marino, mi resi subito conto che i leoncavallini non fossero solo degli sfaccendati. E a un certo punto delle polemiche provocate dalla mia attenzione diedi loro dei Pagliacci nel titolo di un editoriale, con la maiuscola dell’opera lirica.

Dopo qualche giorno cominciarono ad arrivare a casa telefonate minatorie, su una linea peraltro riservata, la più laconica era l’annuncio che “il garofano sarà reciso”. Una notte nell’androne del palazzo dove abitavo fu infilata e accesa della benzina.  

Una richiesta della polizia di mettere sotto controllo il mio telefono per risalire alla provenienza delle minacce fu respinta dalla magistratura, che forse- pensai, lo confesso- di non avere condiviso quei Pagliacci nel titolo e mi voleva dare anch’essa una lezione lasciandomi indifeso. Provvidero le autorità competenti, diciamo così, assegnandomi una scorta.

         Confidenza per confidenza, alla fine di quell’anno -nel quale peraltro il povero Pillitteri aveva anche cercato di sgomberare il Centro antagonistico prodigandosi per l’assistenza della forza pubblica, pur fra dubbi e riserve del prefetto che temeva complicazioni sociali- pensai anche ai leoncavallini quando trovai nell’ascensore che portava al piano del Giorno, nel palazzo della stampa di Piazza Cavour, due fogli di carta affissi su una parete della cabina. Uno era la fotocopia di un’immagine del dittatore rumeno Ceausescu giustiziato, sull’altro si chiedeva quando sarebbe arrivato “il turno” del sottoscritto, immondo anche perché “craxiano”. Carini. Neppure su quell’episodio si ritenne opportuna una qualche indagine. Seguì solo un rafforzamento della scorta.

         Con questi precedenti, che riviviamo qui in qualche modo per la nostra linea politica, pensate che io possa ora partecipare al rimpianto del Centro sociale Leoncavallo finalmente sgomberato dal governo? Figuratevi. 

Pubblicato su Libero

In attesa delle scuse, altamente consigliabili, della Meloni a Macron

         La premier Giorgia Meloni, imbarazzata nella generale rappresentazione giornalistica per gli insulti del suo vice leghista Matteo Salvini al presidente francese Emmanuel Macron, che si è beccato anche del “troppo permaloso” per la protesta espressa in via diplomatica, si starà chiedendo se le intemperanze del suo collega di governo e amico, almeno a parole, siano notate più da sole o con una sua dissociazione. Cioè se lei traduce l’imbarazzo in una richiesta pubblica di scuse a Macron. Come, magari, le avrà già consigliato direttamente e riservatamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, imbarazzato più ancora della Meloni nel ruolo che ha di Capo dello Stato che “rappresenta l’unità nazionale”, cioè la Nazione, secondo l’articolo 87 della Costituzione.

         Visto che la situazione creata da Salvini con i suoi attacchi e insulti a un Macron guerrafondaio, che dovrebbe “attaccarsi al tram” piuttosto che pensare a interventi più concreti delle parole a favore dell’Ucraina dopo tre anni  e mezzo di guerra con la Russia di Putin, che ne ha invaso il territorio e continua a devastarlo con più morti e feriti di quanti se ne stiano contando a Gaza su un altro versante di fuoco; vista, dicevo, la situazione creata da Salvini nei rapporti con la Francia ancora nostra alleata atlantica e socia europea, sarebbe ora che la Meloni si scusasse. Anche a costo di provocare una crisi che però credo improbabile. Più probabile vedrei una crisi nella Lega, dove l’imbarazzo per le posizioni del segretario è forse maggiore di quello della Meloni nel governo per lo stile e a volte anche il contenuto dell’azione di Salvini. Questa volta, credo, per lo stile e il contenuto insieme.

Blog su WordPress.com.

Su ↑