Meloni “tradisce” Conte preferendogli la Schlein nell’opposizione

Dal Dubbio

I retroscena politici, spesso non si sa se più alimentati o alimentatori dei colpi bassi delle polemiche, ci propongono ogni tanto Giorgia Meloni e Giuseppe Conte, direttamente o tramite i loro emissari, a passarsi la palla. A fare l’una la stampella dell’altro, o viceversa, come ha detto Matteo Renzi, per esempio, di recente cercando di spiegarsi e di spiegare la partecipazione delle 5 Stelle al rinnovo del Consiglio d’amministrazione della Rai, disertato invece dall’aventiniano Pd di Elly Schlein e dintorni.

Matteo Renzi

         Chissà che avrà pensato, e non ha ancora detto Renzi sino al momento in cui scrivo, del vuoto improvvisamente creatosi al vertice del Tg 3 con la nomina improvvisa di Mario Orfeo s direttore di Repubblica. Già si è letto e scritto, d’altronde, di una candidatura pentastellata alla successione, magari scambiabile col ripensamento di Conte sulla presidenza della Rai a Simona Agnes, la figlia del compianto Biagio sostenuta in particolare da Forza Italia con la consulenza, la diplomazia e quant’altro di Gianni Letta, fiduciario della famiglia Berlusconi.

         Ma davanti alle quinte lo spettacolo di Meloni e Conte, e loro annessi e connessi, è opposto a quello immaginato o raccontato, ripeto, dai retroscenisti. E’ appena accaduto, per esempio, che la premier, giustamente consapevole della opportunità, necessità e simili di una linea politica di coesione o solidarietà nazionale -come si diceva una volta- davanti ad emergenze come quelle costituite dalle guerre in corso, si sia consultata per telefono con Elly Schlein, e non con altri esponenti dell’opposizione volenterosamente chiamata al singolare.

         Di Conte la premier non è proprio passato per la testa di cercare o farsi cercare il numero di cellulare fino al momento -anche qui- in cui scrivo. E non è -credo-per vendetta sul filo del telefono a quanto della premier e della sua politica estera egli dice in ogni occasione, in Parlamento e fuori, fra i microfoni che lo seguono per le strade che percorre nei dintorni di Montecitorio o nei convegni lontanissimi ai quali è invitato. Una politica estera, secondo Conte, sostanzialmente guerrafondaia, subalterna agli Stati Uniti non più guidati dall’illuminato Donald Trump.

Stare a questo punto a inseguire il consenso del suo pur non diretto predecessore a Palazzo Chigi dev’essere comprensibilmente apparso alla Meloni tempo sprecato. O fornirgli solo l’occasione per vantarsi in qualche dichiarazione o intervista di avere contestato a dovere le scelte del governo, senza neppure fare le distinzioni che forse Matteo Salvini si aspetterebbe dal suo ex alleato, nella loro prima e comune esperienza, rispettivamente, di presidente del Consiglio e vice. Una distinzione che il leader leghista probabilmente cercherà di meritarsi domani a Pontida, visti gli invitati stranieri di estrema destra al raduno del suo partito.  

L’autocaricatura di Beppe Grillo

Conte, del resto, non è tipo da fare sconti nelle sue partite, come sta sperimentando sulla sua pelle, e sulla barba cresciutagli a dismisura, il fondatore e garante del MoVimento 5 Stelle Beppe Grillo. Che rischia, nella polemica e nelle diffide ingaggiate con l’avvocato e professore sulla strada della Costituente, o ricostituente, delle 5 Stelle, o come altro dovessero essere chiamate, anche la sua consulenza ben remunerata nel campo della comunicazione. I cui risultati d’altronde Conte potrebbe rinfacciargli, piuttosto che riconoscere i propri errori e limiti ed assumersi la responsabilità addebitatagli da Grillo di avere raccolto nelle elezioni europee di giugno meno voti di Berlusconi da morto col partito forzista di cui è segretario Antonio Tajani. 

Sono d’altronde le nuove, ridotte dimensioni del movimento che presiede, più che gli atteggiamenti contestati alla Schlein, specie da quando ha aperto il cosiddetto campo largo a Renzi, a fare apparire Conte un “cespuglio”, come lui stesso ha lamentato, piuttosto che un ancora candidato a Palazzo Chigi se e quando dovesse realizzarsi un’alternativa al centrodestra guidato dalla Meloni.

Di cespugli vigorosi, a dire la verità, si trovano tracce nella storia della cosiddetta prima Repubblica, per esempio con l’arrivo di Giovanni Spadolini e del suo piccolo partito dell’edera alla guida del governo con una Dc dieci volte più forte. Ma era, appunto, la prima Repubblica: preistoria per Conte.

Pubblicato sul Dubbio

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Dietro gli avvicendamenti a sorpresa ai vertici della Repubblica di carta

         Le notizie a sorpresa sugli avvicendamenti ai vertici della Gedi, editrice, e della Repubblica, quella di carta, stanno naturalmente insieme ma non hanno lo stesso valore.

Mario Orfei

Più dell’arrivo di Mario Orfeo alla direzione del quotidiano fondato dal compianto Eugenio Scalfari, che è poi un ritorno con promozione, avendo lo stesso Orfeo già lavorato in quel giornale in posizioni centrali, conta forse -anche per il destino della testata- la rinuncia di John Elkann alla presidenza della società editrice, per quanto sostituito da una persona di fiducia, per carità.

Gianni Agnelli

         Il nipote del compianto avvocato Gianni Agnelli, per quanto alle prese con una vicenda giudiziaria e familiare di un certo imbarazzo, quanto meno, derivata da vertenze ereditarie, è forse più ricco di quando arrivò dove lo aveva designato il nonno. Del quale però non ha la forza politica, e neppure il fascino quasi regale. Che a lungo nella Repubblica vera, non quella di carta, fece apparire casa Agnelli come il dopo casa Savoia.

Un’edicola chiusa

         Più delle automobili, che non se la passano bene neppure oltre i confini italiani, sembrano piacere al nipote dell’avvocato i soldi. E a far crescere quest’ultimi, almeno in Italia, i giornali non servono più come una volta, né direttamente, per quel che si guadagna fra edicole, derivati e pubblicità, né indirettamente per gli affari che possono essere facilitati dall’indirizzo politico del giornale di proprietà. La cessione della Repubblica, sempre quella di carta, potrebbe essere gestita meglio senza John Elkann alla presidenza della società editrice, si è già scritto o insinuato.

         Questa realtà dovrebbe essere o quanto meno apparire consolante per il giornalismo inteso come professione, potendone favorire l’autonomia, l’autorevolezza. Ma non è detto che questo effetto maturi davvero perché noi giornalisti -diciamolo francamente- difendiamo la nostra autonomia senza la forza, per quanto spesso degenerata e degenerativa, con la quale difendono la loro i magistrati.

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L’avanzata di Bucci in Liguria grazie agli errori dei suoi avversari

Dal Corriere della Sera

         Il 31 ottobre, quattro giorni dopo le elezioni anticipate in Liguria provocate dalla rimozione praticamente giudiziaria dell’ex governatore di centrodestra Giovanni Toti, dimessosi per uscire dagli arresti domiciliari disposti sotto l’accusa di corruzione ed altro, Marco Bucci festeggerà i suoi 65 anni. Non si sa se in veste ancora e solo di sindaco di Genova al suo secondo mandato o di nuovo presidente della regione per il centrodestra.

         Partito in svantaggio nella sua campagna elettorale per la sorpresa del patteggiamento preferito da Toti al processo dopo una resistenza all’accusa che sembrava irremovibile, e per le dimensioni ancora ”larghe” del campo allestito attorno alla candidatura alternativa dell’ex ministro del Pd Andrea Orlando, il sindaco di Genova sta recuperando parecchio grazie agli errori, incidenti e quant’altro dei suoi avversari.

Giuseppe Conte

         Prima Bucci è stato soccorso personalmente da Giuseppe Conte espellendo dal campo di gioco della sinistra Matteo Renzi e restituendone parti almeno dell’elettorato ad una reazione quasi istintiva a favore di Bucci, appunto. Col quale i renziani avevano collaborato al Comune, prima di uscirne per seguire il loro leader nel campo opposto. Per quanto pochi possano essere nel frattempo diventati i voti di Renzi in Liguria, essi potrebbero risultare decisivi nella partita.

Nicola Morra

         Poi è intervenuto a favore di Bucci un concorrente diretto, per quanto minore:  l’ex grillino Nicola Morra con dichiarazioni al Foglio sul voto inutile, secondo lui, a Bucci perché destinato a morire presto per il suo “tumore metastatico”, come accadde nel 2020 alla presidente eletta, sempre per il centrodestra, alla regione Calabria Jole Santelli.

Dal Foglio

         Persino Orlando, l’avversario ancora più diretto di Bucci nella corsa alla presidenza della Liguria, ha dovuto criticare Morra, che ha penosamente cercato di difendersi sentendosi tirato “in un tranello” dal Foglio per l’uso fatto delle sue parole nella titolazione dell’articolo. Parole, ripeto, che si sono ritorte, nelle polemiche che ne sono seguite, contro di lui e a favore di Bucci. Il quale ne ha comprensibilmente profittato lasciandosi intervistare pure lui dal Foglio per assicurare naturalmente di sentirsi bene e ben curato, guadagnarsi la simpatia e la prevedibile solidarietà umana, quanto meno, di qualcuno forse ancora indeciso se votare e procurarsi infine un titolo che da solo sarà apparso allo sprovveduto Morra un altro tranello: “Curare la politica malata” degli avversari di Bucci.

Sandro Pertini

         La vicenda mi ricorda un po’ il clamoroso infortunio del capogruppo democristiano della Camera Flaminio Piccoli nelle elezioni presidenziali del 1978, quando si arrese alla candidatura del socialista Sandro Pertini prevedendone la morte durante il mandato per i suoi 82 anni quasi compiuti. Che non impedirono invece a Pertini di tentare, dietro le quinte, la rielezione dopo sette anni felicemente trascorsi al Quirinale, guadagnandosi una popolarità ancora  imbattuta.

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Il chiodo che ha guastato a Matteo Salvini la vigilia della festa a Pontida

Matteo Salvini

         Già alle prese con i noti guai giudiziari a Palermo, dove sono stati chiesti per lui sei anni di carcere per sequestro di persone e altro dopo avere ritardato cinque anni fa come ministro dell’Interno lo sbarco di circa 150 migranti, Matteo Salvini è appena finito nei guai mediatici per gli affari ferroviari di sua competenza come ministro dei trasporti, o delle Infrastrutture come si dice da quando sono stati unificati i dicasteri, appunto, dei trasporti, dei lavori pubblici e della marina mercantile.

Dalla Stampa

         Un chiodo che i tecnici hanno scoperto piantato per errore su un cavo da un operaio di una società privata che esegue lavori per le ferrovie dello Stato ha paralizzato mezza Italia, trasformato le stazioni in bivacchi ed esposto il leader leghista ad attacchi, dileggi e altro fra Camere e giornali. Dove Mattia Feltri, per esempio, gli ha dato del “giocatore di biglie” scrivendone sulla Stampa.

Dal Corriere della Sera

         Massimo Gramellini sul Corriere della Sera gli ha ironicamente riconosciuto il merito, per quanto involontario, di avere fatto giadagnare al governo della Meloni la qualifica di “antifascista” per i ritardi dei treni di oggi contrapposti alla puntualità vera o presunta, degli anni di Mussolini. Una puntualità sulla quale scherzava la buonanima di Giulio Andreotti dando del “Napoleone” a chiunque, nei suoi governi o negli altri della Repubblica, si proponesse d far viaggiare i treni in orario in Italia come nella leggendaria Svizzera.  

         I ministri dei trasporti di una volta, come quelli dei Lavori Pubblici, erano particolarmente a rischio. I primi per i ritardi, appunto, dei treni o per le sciagure che puntualmente si vedevano attribuire, come se fossero stati loro alla guida dei convogli deragliati o rottamati negli scontri fra morti e feriti.  Gli altri, quelli dei lavori pubblici, finirono a rischio di indagini, processi e carcere per l’abitudine che avevano i partiti, o i loro derivati o referenti, di ogni colore, di finanziarsi con o nei cantieri. 

         Un mio amico che arrivò a guidare il Ministero di Porta Pia negli ultimi anni della cosiddetta prima Repubblica percorse le scalinate dell’edificio facendo gli scongiuri alla vista di ogni foto o busto dei suoi predecessori. E non fu per niente grato all’amico segretario di partito che ve lo aveva mandato senza preavviso, o quasi.

         Al Ministero dei Trasporti, a poca distanza, nacque una volta con l’arrivo di un giovane socialista molto attivo una corrente politica chiamata “sinistra ferroviaria”. Che faceva la sua brava concorrenza alle altre di via del Corso, dove c’era la sede del Psi.

Dal Giornale

         Erano tuttavia altri tempi.  Adesso è arrivata l’ora dei chiodi. O del chiodo, visto che ne è bastato uno per guastar, fra l’altro,e a Salvini la preparazione della tradizionale festa della Lega sui prati di Pontida. Dove comunque si arriva in pullman più che in treno.

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Il secondo strappo di Enrico Letta dal Nazareno: Madrid dopo Parigi di 10 anni fa

Da Libero

Anche a Madrid, dove ha deciso di fare dal mese prossimo l’insegnante universitario, come dieci anni fa a Parigi, rinunciando al mandato parlamentare in Italia Enrico Letta chiederà probabilmente di non essere considerato “esule”. Ma in entrambe le circostanze egli ha dato l’impressione, a torto o a ragione, di aver voluto fuggire da qualcosa, o da qualcuno, o insieme dall’una e dall’altro.

Il commiato di Enrico Letta da Matteo Renzi nel 2014

         Nel 2014 Letta jr, per non confonderlo con lo zio Gianni, anziano e ancora attivo come consigliere, ambasciatore, fiduciario dei figli di Silvio Berlusconi, come era stato col padre, andò a smaltire a Parigi la delusione, a dir poco, procuratagli da Matteo Renzi. Che come nuovo segretario del Pd gli aveva detto sotto Natale del 2013 di “stare sereno” a Palazzo Chigi, dove era approdato il 28 aprile di quello stesso anno, ma nel giro di qualche settimana gli procurò un clamoroso sfratto sostituendolo di persona.  E cumulando baldanzosamente le massime cariche di partito e di governo. Cosa che non aveva portato fortuna nella cosiddetta prima Repubblica a esponenti democristiani pur di un certo temperamento come Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita. E non portò fortuna neppure a lui, che pur nel giro di quasi tre anni dovette rinunciare ad una delle due, quella di governo. Per perdere rapidamente anche l’altra.

Lo scambio delle consegne fra Letta e Renzi a Palazzo Chigi

         Enrico Letta ci rimase naturalmente male quando fu allontanato da Palazzo Chigi con un voto quasi unanime della direzione del Pd.  E non fece nulla per nasconderlo. Anzi, ostentò la sua rabbia -chiamiamola pure col suo nome- in una cerimonia di frettoloso, infastidito passaggio della campanella d’argento del Consiglio dei Ministri al suo sgradito successore. Del quale poi si scoprì, grazie ad una intercettazione telefonica sfuggita al segreto istruttorio, che aveva parlato con un generale della Guardia di Finanza come di una persona non adatta alla guida di un governo. Pur adatto invece-pensate un po’- al lavoro di presidente della Repubblica, non disponibile però perché appena riassegnato a Giorgio Napolitano.

         Voi capite, amici miei, quali e quanto buone ragioni poteva avere avuto Enrico Letta per andarsene da Montecitorio e dall’Italia dieci anni fa.   E tornare a Roma in modo stabile solo quando andarono a supplicarlo a Parigi per assumere la segreteria del Pd improvvisamente lasciata da Nicola Zingaretti, troppo assediato dalle correnti.

         Quale buona ragione abbia potuto avere anche questa volta Enrico Letta per cercarsi e trovare un lavoro all’estero più gratificante di quello a Montecitorio, pur rimanendo in Europa, la sua Europa, non è difficile immaginare.

Lo scambio delle consegne fra Enrico Letta ed Elly Schlein l’anno scorso al Nazareno

         Il Pd da lui lasciato ad Elly Schlein l’anno scorso fra baci, abbracci, incoraggiamenti e quant’altro, dopo un congresso risolto in un modo dagli iscritti e in un altro dai non iscritti partecipanti alle primarie, ha preso una strada non diversa ma opposta a quella percorsa da Enrico Letta. Che non perdonò, per esempio, a Giuseppe Conte di avere fatto cadere, peraltro pochi mesi prima della conclusione ordinaria della legislatura, il governo di Mario Draghi, nella cui “agenda” al Nazareno si riconoscevano un po’ tutti, persino Goffredo Bettini. Che è ancora fra i consiglieri e gli amici del presidente pentastellato, da lui promosso al “punto di riferimento più alto dei progressisti” in Italia. Ora invece il Pd di Elly Schelin insegue Conte sulla strada pur fantomatica di un “campo largo” dell’alternativa al centrodestra che il presidente delle 5 Stelle ha appena liquidato come una invenzione giornalistica. E dal quale si è tirato indietro, non solo nella Liguria dove si voterà a fine mese, ma anche nell’Emilia-Romagna e nell’Umbria dove si voterà il mese prossimo.

Giuseppe Conte

La Schlein, sbiancata secondo una cronaca di Repubblica, spera forse di rianimare un morto. Ma, per quanto credente e praticante, credo, più della segretaria del Pd, Enrico Letta dubita, quanto meno, dei miracoli in politica. E preferisce andare a pregare, oltre che a lavorare, a Madrid. Buon viaggio, presidente.

Pubblicato da Libero

Il missile di Conte contro il campo largo coltivato dalla Schlein

Missili dell’Iran su Israele

Nel giorno dei duecento e più missili dell’Iran lanciati contro Israele in Italia  Giuseppe Conte, dalla postazione televisiva dei cinque minuti d Bruno Vespa, ne ha lanciato uno di parole distruttive contro quel poco che rimaneva del cosiddetto “campo largo”. Che dall’obbiettivo della segretaria del Pd Elly Schlein per coltivare l’alternativa al centrodestra, o destra-centro, è diventato nella rappresentazione del presidente delle 5 Stelle una semplice formula giornalistica. Un retroscena, un’invenzione di noi pennivendoli, come ogni tanto ci chiamava, adirato, il compianto Ugo La Malfa quando non scrivevano di lui e del suo partito repubblicano quello che si aspettava.

Dal Corriere della Sera

         Un campo largo con Matteo Renzi non è stato possibile in Liguria, dove si voterà verso la fine del mese, ma ora non lo sarà neppure in Emilia-Romagna e in Umbria, dove si voterà il mese prossimo. La Schlein magari farà finta di niente, per quanto si siano levate negli ultimi giorni molte voci critiche verso Conte anche da esponenti del Pd in altre occasioni pazienti verso l’ex presidente del Consiglio. Continua a pazientare Goffredo Bettini, ma prima o dopo anche lui si lascerà scappare qualche mugugno, come quando Conte decise due anni fa di ritirarsi dalla maggioranza del governo di Mario Draghi determinandone la crisi. E poi le elezioni politiche anticipate vinte da Giorgia Meloni.

Da Repubblica

         Prima di diventare il titolo dello spazio televisivo di Vespa dopo il Tg1 delle ore venti, i cinque minuti erano quelli che l’immaginazione assegnava all’uomo innervosito per sbottare, o disinibirsi. Questo di Conte, già accusato d’altronde da Renzi di essere “la stampella della Meloni”, è in fondo un contributo alle celebrazioni che la premier e i suoi fratelli d’Italia stanno facendo della vittoria elettorale già ricordata di due anni fa. Un contributo senza obbligo di ringraziamento, e tanto meno di riconoscenza.

Stefano Rolli sul Secolo XIX

         Ma anche di Renzi, a voler pensare male nella convinzione o solo speranza di indovinare, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, si può dire che con la sua disponibilità, a sorpresa, a fare parte del campo largo dell’alternativa è riuscito, diavolo di un uomo, in poche settimane a farlo restringere. E a diventare, o tornare, anche lui quella stampella della Meloni ch’era apparso agli avversari. Già qualche vignettista lo aveva rappresentato in estate come il cavallo di Troia.  Stefano Rolli invece oggi sul Secolo XIX lo “accusa” di vilipendio di cadavere, oltre che di assassinio della creatura cara alla segretaria del Pd. Che nel suo silenzio, almeno sino al momento in cui scrivo, si mostra incapace anche di piangere, o solo di dolersi. Al Nazareno si impedisce per ora il lutto, come in Marocco dopo l’eliminazione del capo di Herzobollah a Beirut.

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Quel che non sapevate ancora di Scalfaro, Amato, Ciampi, Barucci nel 1992…..

Da Libero

Del lungo e intrigante racconto di Andrea Monorchio al Corriere della Sera dei tredici anni vissuti da Ragioniere Generale dello Stato, tra prima e seconda Repubblica, fra il penultimo governo di Giulio Andreotti e il secondo di Silvio Berlusconi, la parte più divertente è sicuramente quella finale. Nella quale la buonanima del mio amico Francesco Cossiga supera per arguzia, ironia, sarcasmo tutto ciò che già sapevo di lui con quelle domeniche che sottraeva a Monorchio, e alla sua famiglia, per sapere di più dei nostri conti. E per concludere gli incontri stendendo all’ospite un biglietto di mille lire autografato come contributo personale al recupero del debito pubblico.

Giuliano Amato e Andrea Monorchio nel 1992

         La parte meno divertente, anzi più inquietante è tutto il resto, particolarmente quella che svela come il prelievo del 6 per mille sui depositi bancari fosse stato predisposto nel l’estate del 1992 dal primo governo di Giuliano Amato all’insaputa di tutti i ministri, del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che tuttavia firmò il decreto legge, e dell’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Che protestò con una lunga telefonata al presidente del Consiglio, di cui nel 1993 avrebbe peraltro preso il posto su scelta personale di Scalfaro. E il suo fu l’ultimo governo, direi anfibio, della cosiddetta prima Repubblica, incaricato non tanto di rimettere a posto i conti quanto di preparare la nuova legge elettorale con la quale mandare gli italiani al più presto alle urne dopo il referendum contro il vecchio metodo proporzionale.

Scalfaro e Ciampi nel 1993 al Quirinale

         A Ciampi che alla chiamata obiettò di non sapere nulla di leggi elettorali Scalfaro rispose sbrigativamente -da quel che lo stesso Ciampi avrebbe poi raccontato in una intervista clamorosa quasi quanto quella di Monorchio dell’altro ieri al Corriere della Sera– di non farsene un problema perché avrebbe potuto contare sull’aiuto degli uffici del Quirinale. Questo per dirvi, cari amici, a che cosa noi più anziani, o meno giovani, siamo riusciti a sopravvivere in questo sorprendente Paese. O Nazione, come preferisce dire orgogliosamente la premier Giorgia Meloni.

Francesco Cossiga

         Cossiga dava mille lire la settimana a Monorchio per il debito pubblico e Amato avrebbe poi deciso, a quattr’occhi col ministro delle Finanze Giovanni Goria di prelevare in una notte, di soppiatto, e tutti in una volta, dai depositi bancari più di diecimila, se non undicimila miliardi di lire per tamponare un buco che impediva di pagare stipendi agli statali e pensioni. E Scalfaro zitto pure lui, pur avendo  qualche settimana prima avuto lo scrupolo di sbrogliare la matassa di una crisi di governo convocando al Quirinale, per la prima e speriamo anche unica volta nella storia della Repubblica, il capo di una Procura. Ne  ricavò la convinzione di non poter dare l’incarico di presidente del Consiglio a Bettino Craxi, che la Dc si apprestava a proporgli. Nacque così proprio il governo, il primo governo Amato, proposto dallo stesso Craxi con le spalle al muro, sei mesi prima che la Procura di Milano coinvolgesse formalmente il leader socialista nelle indagini note come “Mani pulite”.

         Monorchio non lo ha raccontato al Corriere, ma vi racconto io un altro inedito della buonanima di Scalfaro, rivelatosi al Quirinale tanto diverso da quello da me conosciuto e frequentato prima.

Piero Barucci

         Mandato Amato a Palazzo Chigi, e forse anche perché sorpreso pure lui da quel decreto che dovette firmare per poter pagare stipendi e pensioni in pericolo, Scalfaro se ne pentì a tal punto che cominciò ben prima delle dimissioni arrivate nell’aprile del 1993, dopo il referendum sul sistema elettorale, a pensare come sostituirlo.  E si rivolse per competenza e affinità politica all’allora ministro del Tesoro Piero Barucci. Che non ho visto citato da Monorchio nei preparativi del decreto sul prelievo dai depositi bancari. E che poi mi raccontò personalmente di avere declinato l’offerta di Scalfaro, per cui al Quirinale fu chiamato al momento opportuno, per la successione ad Amato, l’allora e già ricordato governatore della Banca d’Italia Ciampi. Con tutto il resto che seguì. Amato sarebbe tornato a Palazzo Chigi nel 2000, spintovi dal dimissionario presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Ma Scalfaro non era più al Quirinale, sostituito l’anno prima, per scadenza di mandato, proprio da Ciampi, come ho già ricordato. Può sembrare un gioco dell’oca, ma non lo era. O almeno non doveva esserlo.

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Ripreso da http://www.startmag.it il 5 ottobre

Salvini allunga la lista degli incidenti con Tajani nel silenzio della Meloni

         Che ad Antonio Tajani, 71 anni compiuti il 4 agosto scorso, piaccia la tavola, forse ancor più del tavolo, e abbia problemi a salire sulla bilancia, se ancora vi sale, per vedere il peso al quale è arrivato, non     c’è dubbio. Che sotto questo profilo abbia bisogno di contenersi, per ripetere un’espressione cara allo scopritore del suo talento politico, oltre che giornalistico, che fu Silvio Berlusconi, prelevandolo dalla redazione romana del Giornale per portarselo a Palazzo Chigi come portavoce, e mandarlo poi al Parlamento europeo per farsi le ossa a livello persino internazionale, è altrettanto sicuro. Mi impressiona, da amico, ogni volta che lo vedo in televisione con quel fisico e quell’andatura da nomenclatura sovietica dei tempi in cui i gerarchi del Cremlino salivano sul palco della Piazza Rossa per le sfilate militari rischiando di farlo crollare.

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         Ma tutto questo non autorizza Matteo Salvini, che pure gli è quanto meno alleato, se non più amico, condividendo con lui il ruolo di vice presidente del Consiglio e di importante ministro, a dargli praticamente dell’ubriaco. Come ha fatto ieri rimproverandogli a mezzo stampa di avere “mangiato pesante”, e quindi anche bevuto, per avere espresso preoccupazioni sulla crescita elettorale dell’estrema destra anche in Austria. Di cui invece il leader leghista è felicissimo, per quanto i suoi amici a Vienna, diversamente da lui in Italia, non riusciranno probabilmente ad andare al governo per il cosiddetto cordone fra il sanitario e il politico al quale sembra stia lavorando per primo il presidente di quella Repubblica. Che numeri in Parlamento su cui scommettere, sia pure con calma.

Dalla Stampa

         Anche la stampa d’opposizione è abituata ormai alle sortite di Salvini: almeno a quelle sul fronte dei rapporti internazionali, protestando rumorosamente solo sul versante giudiziario, dove il vice presidente del Consiglio si muove da imputato di sequestro di persona ed altro per avere ritardato cinque anni fa lo sbarco di quasi 150 migranti abusivi sulle coste italiane da una nave con bandiera spagnola che li aveva soccorsi,

Da Repubblica

         La sortita di Salvini contro Tajani in difesa dell’estrema destra austriaca, alla vigilia peraltro del raduno leghista a Pontida, è finita solo su qualche prima pagina con titoli a una colonna, come si dice in gergo tecnico. Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio l’ha addirittura ignorata, anche nella “cattiveria” di giornata. La Repubblica di carta non è andata oltre un richiamo sulla penultima, credo, “rissa” per quanto verbale del leader del Carroccio con i suoi stessi alleati.

         La premier, almeno sino al momento in cui scrivo, forse per non guastarsi e non gustare le feste per i suoi due primi anni di guida del governo, ha fatto finta di non sentire e di non leggere. Ma difficilmente può fingere di non capire, credo.

Ripreso da http://www.startmag.it

La guerra di Conte alla Schlein dietro gli attacchi e i veti a Renzi

Da Libero

Alla luce di quanto è accaduto in Liguria, dove Giuseppe Conte è riuscito ad estromettere dalla campagna elettorale del cosiddetto campo largo dell’alternativa Matteo Renzi, per quanto questi avesse accettato di parteciparvi senza insegne ma solo con qualche candidato al nuovo Consiglio regionale, si può ragionevolmente sostenere che il presidente delle 5 Stelle, o di ciò che ne rimarrà dopo la rottura in corso col fondatore, garante, consulente Beppe Grillo,  più che da Renzi sia ossessionato dalla segretaria del Pd Elly Schlein. Alla cui elezione, come ha giustamente ricordato di recente la sondaggista Alessandra Ghisleri in una intervista, i pentastellati pur contribuirono in modo forse decisivo più di due anni fa partecipando alle primarie. E neppure da imbucati, perché esse erano aperte anche ai non iscritti per una norma dello statuto che aveva motivato a suo tempo il rifiuto del vecchio, saggio Emanuele Macaluso di aderire all’ultima “cosa” prodotta dalla trasformazione del suo Pci.

         Grazie a quelli che allora si potevano ancora considerare grillini e contiani nello stesso tempo, senza imbarazzi e contorsioni, la Schlein prevalse nella corsa al Nazareno su Stefano Bonaccini, già scelto dagli iscritti e costretto a ripiegare prima sulla presidenza del partito e poi sull’ancora più lontano Parlamento europeo.

         Viene da chiedersi adesso se Conte avesse personalmente voluto e condiviso davvero quel soccorso del suo “popolo” alla Schlein, pur apprezzata pubblicamente per il solo fatto di essere subentrata ad Enrico Letta. Col quale si era consumata attorno alle spoglie politiche del governo di Mario Draghi la rottura dei rapporti fra il Pd e il MoVimento 5 Stelle innaffiati per un paio d’anni da Goffredo Bettini: l’uomo abituato a sussurrare ai dirigenti della sinistra come ai cavalli e quasi convertitosi all’idea di Marco Travaglio che Conte fosse diventato nella storia d’Italia il migliore presidente del Consiglio dopo Camillo Benso conte di Cavour. Migliore di De Gasperi e persino di Massimo D’Alema, che è stato l’unico comunista, o post-comunista, approdato alla guida di un governo italiano con l’aiuto improvvisato, nel 1998, dell’imprevedibile, imprevedibilissimo Francesco Cossiga.

Matteo Renzi ed Elly Schlein…in partita

         Per sua fortuna, pari però alla sfortuna o alla delusione, o alla preoccupazione di Conte, la Schlein da segretaria del Pd è riuscita generalmente, salvo qualche battuta d’arresto o d’inversione, ad aumentare le distanze elettorali dalle 5 Stelle, cioè il vantaggio. E a prenotare la leadership di una pur improbabile alternativa al centrodestra a trazione meloniana, prima ancora che Matteo Renzi a sorpresa cominciasse a passarle la palla in una partita di calcio, ad abbracciarla davanti ai fotografi e a sostenerne, auspicarne e quant’altro la corsa a Palazzo Chigi.

Renzi e Conte insieme…in fotomontaggio

         Questa somma di circostanze elettorali e di palazzo -diciamo così per uscire dal campo da gioco di quella partita di beneficienza all’Aquila fra parlamentari e cantanti- hanno fatto perdere letteralmente la bussola a Conte. Che nell’offensiva ligure contro Renzi ha abbassato la guardia, si è disinibito e, di fatto prendendosela direttamente con la Schlein a Roma, ha avvertito, ammesso e quant’altro la paura di finire -ha detto- fra i “cespugli” del campo dell’alternativa. Che dev’essere per lui notoriamente più “giusto” che largo. E giusto significa che Conte debba trovarsi meglio di tutti gli altri e dire l’ultima, non la penultima parola.

         Messa la situazione in questi termini, che non mi sembrano francamente cervellotici, si supera anche la disputa ormai oziosa sugli aggettivi – largo,, larghissimo, stretto, strettissimo, minato, santo-  del campo dell’alternativa, sul quale Romano Prodi vorrebbe già vedere muoversi “il trattore” di un programma. L’immagine più appropriata mi sembra piuttosto quella di un palazzo con le solite liti condominiali. Ma soprattutto con crepe sempre più numerose e vistose, che ne evidenziano la instabilità. Un palazzo costruito su un terreno sismico senza rispettare le regole e le precauzioni del caso.

Più che resistere, questo edificio mi sembra destinato a crollare addosso a chi imprudentemente vi è già andato ad abitare. E non vi nasconde sotto, per carità, nessun arsenale come nei palazzi di Beirut e di Gaza. E’ un palazzo semplicemente a rischio di crollo naturale, non di abbattimento.

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Il clamoroso soccorso di Conte al centrodestra di Bucci in Liguria

Dal Dubbio

Marco Bucci, il sindaco di Genova che guida il centrodestra nelle elezioni regionali anticipate seguite alla caduta di Giovanni Toti dopo una lunga detenzione domiciliare, deve avere tirato un sospiro di sollievo per il no di Giuseppe Conte, subìto dal Pd, alla partecipazione dei renziani al campo largo del cosiddetto centrosinistra. Ora oggettivamente meno largo, anche se Matteo Renzi si è limitato a dichiararsi “fuori dalla campagna elettorale”, sapendo che non per questo potrà materialmente, politicamente giuridicamente tenere fuori dai seggi elettorali di fine mese gli elettori, pochi o molti che siano, della sua Italia Viva. Che nelle elezioni politiche di due anni fa prese, insieme con Azione di Carlo Calenda nel cosiddetto terzo polo, quasi il 7 e mezzo per cento dei voti.

Andrea Orlando

         Per quanto pochi, i voti renziani per ritorsione contro il trattamento ricevuto insieme da Conte e dal Pd, e dal candidato alla presidenza della regione ligure Andrea Orlando, potrebbero risultare decisivi a favore di Bucci. Che lo sa benissimo e si è subito attivato per attirarli, neppure dietro le quinte, sapendo che aveva già potuto contarvi nella seconda elezione a sindaco, nel 2022, quando già Renzi si era messo in proprio uscendo nel 2019 dal Pd.  

Marco Bucci e Giovanni Toti

         Il corteggiamento ora ancora più possibile dei voti dei renziani frustrati dal trattamento ricevuto dalla sinistra, dove già molti di loro forse si erano trovati a disagio nei pochi mesi trascorsi dalla decisione del loro leader di affacciarsi, diciamo così, al campo largo dell’alternativa, serve a Bucci anche per fronteggiare i danni in qualche modo procuratigli sul versante del centrodestra da Giovanni Toti patteggiando con la Procura di Genova per “corruzione impropria” due anni e un mese di lavori socialmente utili, altrettanti di interdizione dai pubblici uffici e la confisca di 84 mila euro e rotti di finanziamento elettorale ricevuto da privati. Cui se ne potrebbero aggiungere altri per accertamenti eseguiti dagli inquirenti dopo gli accordi con l’accusa da sottoporre all’esame del giudice.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

         Una mano a Bucci, dichiaratamente sorpreso -non credo con soddisfazione- dalla decisione di Toti di patteggiare, piuttosto che lasciarsi processare secondo le iniziali reazioni al suo arresto, ha appena cercato di dargliela il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che in un’intervista al Giornale, dedicata anche ad altri temi, si è chiesto proprio a proposito di Toti e della sua rinuncia al processo, “perché i magistrati abbiano accettato un patteggiamento su un reato minore, dopo anni di intercettazioni- complesse e temo assai costose- che ritengo siano state chieste e autorizzate per reati ben più gravi”. Una domanda, quella di Nordio, doppia di valore per il suo ruolo attuale di ministro della Giustizia e passato di magistrato d’accusa.

         Per quanto ora edulcorato, ripeto, da un intervento così autorevole come quello di Nordio, il patteggiamento di Toti è pesato e pesa sulla campagna elettorale di Bucci, non foss’altro per gli spunti polemici offerti all’antagonista del sindaco di Genova, Orlando, già ministro della Giustizia pure lui. Spunti polemici dai quali Bucci era stato in qualche modo protetto, al momento della candidatura, dal segretario di Forza Italia Antonio Tajani. Che aveva parlato in una intervista in redazione al Secolo XIX ligure di un’”era Toti” ormai alle spalle. Tanto alle spalle da fare ritenere forse improbabile, anche dopo l’esaurimento dell’interdizione dai pubblici uffici patteggiata con l’accusa, un ritorno alla politica dell’ex governatore. Che non a caso è già tornato alla sua professione giornalistica come assiduo editorialista, almeno per ora, del Giornale delle famiglie Angelucci e Berlusconi, in ordine sia alfabetico sia di partecipazione alla proprietà del quotidiano fondato 50 anni fa da Indro Montanelli.

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