La “irruzione” del Comandante generale dei Carabinieri nella riforma della cittadinanza

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

         Non per volere sminuire tensioni, contrasti, equivoci veri o presunti che cronache più o meno retrosceniste vedono e raccontano nei rapporti fra la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia sulle tasse, o il ministro della Difesa sul grado di coinvolgimento dei servizi segreti nel dossieraggio di cui si sta occupando la Procura della Repubblica di Perugia, o i parlamentari del suo stesso partito che avrebbero tradito la segretezza dell’operazione predisposta a Palazzo Chigi, e perciò fallita, per eleggere all’ottava votazione del Parlamento in seduta congiunta a giudice costituzionale il suo consigliere giuridico Francesco Saverio Marini; non per volere sminuire, ripeto, tutto questo e altro ancora che può comprensibilmente eccitare la curiosità di lettori ed elettori, ma la notizia del giorno mi sembra un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dal comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Teo Luzi.

         Quest’ultimo alla vigilia della scadenza del mandato e della sua sostituzione, e con l’esperienza maturata in tanti anni di servizio sul fronte dell’ordine e  della sicurezza ha condiviso e rilanciato il tema, controverso nella maggioranza, di una riforma delle norme sulla cittadinanza per favorire l’integrazione degli immigrati.

Il generale Teo Luzi al Corriere della Sera

         La legge risalente  al 1992, cioè a 32 anni fa, “non rispecchia più il cambiamento che c’è stato”, ha detto il generale. “Poi -ha aggiunto- come debba essere la nuova per tutelare la cultura italiana, tocca alla politica dirlo. La contrapposizione non porta da nessuna parte. Io personalmente sono molto aperto: occorre una normativa più moderna”: non quella. quindi, che il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini e una parte consistente, credo, del partito della premier considerano sufficiente. Per cui nelle manifestazioni leghiste il vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajani viene definito “scafista” e vaffanculato per sostenere che un figlio di immigrato dopo dieci anni di studio in Italia, insieme con i nostri figli e nipoti, potrebbe ben essere riconosciuto cittadino italiano chiedendolo con le dovute modalità.

         Che succederà adesso che si è pronunciato su questa materia il generale comandante, pur uscente, dellla popolarissima, peraltro, Arma dei Carabinieri in Italia? Verrà dato dello scafista pure a lui? Verrà vaffanculato, alla maniera grillina, pure lui? Gli verrà rimproverato, come ha già fatto Salvini personalmente con Tajani nei giorni scorsi, di avere “mangiato pesante”, e probabilmente bevuto troppo? Chissà.

Tutti gli errori nella partita sul seggio vacante della Corte Costituzionale

Dal Dubbio

Ho letto che la premier Giorgia Meloni sarebbe stata pronta a partecipare alla votazione a Montecitorio, in seduta congiunta delle Camere, se avesse avuto la sensazione di un contributo risolutivo all’elezione del suo consigliere giuridico Francesco Saverio Marini a giudice della Corte Costituzionale. Dove da un anno è vacante il seggio lasciato da Silvana Sciarra per scadenza di mandato. E avrebbe fatto bene, secondo la mia personalissima opinione, non foss’altro per motivi di coerenza rispetto all’iniziativa assunta nei giorni precedenti, e finita sui giornali per una fuga di chat telefoniche, di mobilitare la maggioranza per restituire alla Corte la sua completezza. Prima che scadano, fra poche settimane, altri tre giudici di elezione parlamentare, con la conseguente apertura di un sostanziale mercato politico per la distribuzione dei seggi fra i partiti e i loro rispettivi gruppi parlamentari. Un mercato che, sempre a mia modestissima opinione, non sarebbe il massimo per la credibilità della politica nei rapporti con un’opinione pubblica sempre meno attratta dalle urne.

I pacchetti su cui negoziare, generalmente dietro le quinte, senza alcuna trasparenza, diventano pacchi indigeribili agli occhi, e allo stomaco, di molti elettori purtroppo abituati da una trentina d’anni ad una campagna di demonizzazione e discredito della politica. Una campagna sfociata nella riforma imposta dai grillini nel loro momento di maggiore forza su una riduzione demagogica della consistenza delle Camere. Scambiate dal MoVimento 5 Stelle per la famosa scatola di tonno da aprire per svuotare. E riempirla poi, con il limite massimo dei due mandati ancora difeso e voluto da Beppe Grillo, anche a costo di una scissione del MoVimento per via giudiziaria, con un personale politico tanto rinnovabile, per carità, quanto impossibilitato, con minore carità, a maturare una competenza all’altezza dei problemi del Paese.

Giorgia Meloni

Quando è stata informata non solo e non tanto dell’aventinismo adottato dalle opposizioni per vanificare anche la ottava votazione per il ripristino del plenum della Corte Costituzionale quanto delle assenze nella maggioranza, che l’allontanavano ancora di più dai 363 voti necessari per l’elezione del candidato, a questo punto coperto dal ricorso alla scheda bianca, la premier è rimasta nel suo ufficio di Palazzo Chigi. E il suo nome è comparso sul tabellone di Montecitorio solo per la mancata risposta all’invito a votare.

Dal Riformista

In quel tabellone si è plasticamente materializzato così tutto il carattere paradossale della vicenda innescata proprio dalla Meloni. Che si è conclusa infelicemente per lei, d’accordo, ma male anche per le opposizioni unite solo nell’arroccamento ostile, in quella che il Riformista ha definito criticamente la “strategia dell’astensione”, contro quella dell’attenzione proposta nel 1968 da Aldo Moro a tutti i partiti per cercare di costruire meglio il futuro della politica italiana.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da www. startmag.it il 12 ottobre

Dietro e davanti alla mancata elezione del giudice costituzionale a Montecitorio

Dalla Ragione

         Dal pur metaforico Aventino dell’astensione parlamentare -o “Avventino”, come lo ha sarcasticamente definito la Ragione di Davide Giacalone- la segretaria del Pd Elly Schlein si è vantata di avere “fermato” la maggioranza di governo nell’assalto secondo lei predatorio al seggio della Consulta vacante da quasi un anno, dopo l’esaurimento del mandato di Silvana Sciarra, salita sino al vertice della Corte Costituzionale.          E tutti dalle opposizioni, una volta tanto unite, hanno applaudito e festeggiato. I barbari di Giorgia Meloni, sempre metaforici, avrebbero insomma avuto la lezione che meritavano con quelle 323 schede, peraltro bianche, raccolte a favore della candidatura virtualmente coperta di Francesco Saverio Marini, contro le 363 che sarebbero state necessarie per formare la maggioranza qualificata richiesta.

Dal Corriere della Sera

         “A vuoto”, ha titolato il Corriere della Sera sulla ottava votazione svoltasi inutilmente in seduta congiunta di deputati e senatori per il completamento di una Corte Costituzionale che peraltro sta per perdere altri tre giudici di elezione parlamentare. Cioè sta per entrare in una condizione di virtuale delegittimazione per la quasi assenza, a quel punto, della componente di spettanza parlamentare, diciamo così, dovendo cinque dei quindici giudici della Consulta essere eletti dal Parlamento, aggiungendosi ai cinque di nomina del Presidente della Repubblica e ai cinque spettanti, come dice la Costituzione, alle “supreme magistrature ordinaria ed amministrative”.

Dal tabellone di Montecitorio

         Otto votazioni “a vuoto”, per ripetere la formula del Corriere della Sera, non sono francamente indicative della buona salute, diciamo così, di un Parlamento e, più in generale, di un sistema istituzionale, anche se vi sono state altre elezioni di giudici costituzionali più tormentate. Non ne esce bene la maggioranza di governo propostasi di eleggere da sola un giudice pur con un così alto “quorum”, che presuppone normalmente il coinvolgimento di almeno una parte delle opposizioni. E non ne esce bene, in particolare, la premier Meloni, espostasi nel braccio di ferro scommettendo sugli ultimi nuovi arrivi nella maggioranza parlamentare da aree di opposizione o terzopoliste, ma paradossalmente sottrattasi pure lei alla votazione per ragioni, diciamo così, di stile.

La segretaria del Pd Elly Schlein

         Non escono tuttavia bene neppure le opposizioni, che hanno montato uno scandalo sulla candidatura coperta del competentissimo consigliere giuridico della presidente del Consiglio dopo che alla Corte è toccato di accogliere nel 1991 fra i giudici un ministro della Giustizia, trasferitosi direttamente dal dicastero di via Arenula alla Consulta dirimpettaia del Quirinale. E destinato a concludere da presidente il suo mandato di alta garanzia.

I nomi qui non contano: né quello di allora né quello mancato di oggi. E’ questione di conoscenza della storia. E di civiltà nella conduzione anche dell’opposizione, oltre che della maggioranza, e del governo.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Mai una condanna esemplare per un pubblico ministero che sbaglia

Da Libero

  L’avvocato difensore dell’ex procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e del collega Sergio Spadaro ha informato i giornalisti della “sofferenza dell’ingiustizia” avvertita dai suoi assistiti per essere stati condannati dal tribunale di Brescia a 8 mesi di carcere con attenuanti generiche e sospensione della pena per “rifiuto d’atti ufficio”.

         Ma maggiore è la sofferenza forse di chi ha seguito la lunga, complicatissima vicenda giudiziaria che è appena costata la condanna di De Pasquale e Spadaro ma fra il 2018 e il 2021, per non parlare degli anni delle indagini preliminari al processo, costò all’Eni, al suo amministratore delegato Claudio Descalzi e al management della più famosa azienda pubblica italiana nel mondo il sospetto di corruzione internazionale per una concessione petrolifera in Nigeria. Processo conclusosi con l’assoluzione piena degli imputati, contestata dall’accusa con un ricorso all’appello ritirato poi dalla Procura Generale.

         E’ a quel processo, e alla coda tagliata -ripeto- dalla stessa Procura Generale, che si riferisce il “rifiuto d’atti d’ufficio” contestato a De Pasquale e a Spadaro dalla Procura di Brescia e confermato dal tribunale. Atti d’ufficio consistenti in prove a discarico degli imputati, e a carico invece di un ex dipendente dell’Eni che dopo essere stato licenziato li aveva accusati di corruzione per quella concessione petrolifera nigeriana. E lasciati sulla graticola dello sputtanamento -scusate il termine- per un bel po’ di tempo grazie all’aiuto ricevuto dai due magistrati dell’accusa condannati per questo a Brescia.

         La sofferenza di chi ha seguito quella vicenda giudiziaria dell’Eni e dei suoi dirigenti, e che mi sono permesso di aggiungere a quella di chi subì quel processo e il tentativo di riaprirlo dopo la prima sentenza d’assoluzione, risulta maggiore, e ancora meno sopportabile, alla luce di un giudizio che, prima ancora del tribunale di Brescia, è arrivato a carico di De Pasquale dal Consiglio Superiore della Magistratura. Che nello scorso mese di maggio, occupandosi di lui e del suo ruolo di procuratore aggiunto riconobbe con 23 voti e quattro astensioni come “dimostrata l’assenza -testuale- in capo al dottor De Pasquale dei prerequisiti dell’imparzialità e dell’equilibro, avendo reiteratamente esercitato la giurisdizione in modo non obiettivo né equo rispetto alle parti, nonché senza misura e senza moderazione”.

         Il documento del Consiglio Superiore della Magistratura, diffuso nei maggiori dettagli dall’insospettabile Fatto Quotidiano, di solito molto riguardoso verso i magistrati, specie quelli d’accusa,  stigmatizzò “la pervicacia dimostrata” sempre da De Pasquale “in tutte le sedi in cui è stato chiamato a illustrare il proprio operato”: una pervicacia “idonea a dimostrare” come “le condotte poste in essere…lungi dall’essere contingenti e occasionali, rappresentino un modus operandi consolidato e intimamente connesso al suo modo di intendere il ruolo ricoperto”.

         “Per questo -raccontava Il Fatto Quotidiano– il magistrato decadrà dall’incarico di procuratore aggiunto e tornerà un semplice sostituto. Come spesso accade, però, la decisione del Csm sui primi anni del suo mandato di dirigente è arrivata quando il magistrato ha già concluso il secondo quadriennio, l’ultimo possibile in base alla legge. La conseguenza più pesante, dunque, sarà l’impossibilità per De Pasquale di candidarsi a ulteriori incarichi direttivi”.

Gabriele Cagliari

         Non per infierire, considerandogli giustamente il diritto di essere considerato sul piano penale innocente sino a condanna definitiva per il “rifiuto d’atti d’ufficio” nel processo di corruzione internazionale noto come Eni-Nigeria, ma per completezza d’informazione ricordo di Fabio De Pasquale anche la forte esposizione mediatica, a dir poco, procuratagli nel 1993 dal suicidio in carcere dell’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari. Che si uccise il 20 luglio, cinque giorni dopo essere stato interrogato da De Pasquale ricavando l’impressione di una possibile liberazione dopo 137 giorni di detenzione preventiva, o cautelare, per corruzione nell’ambito di Tangentopoli. Seguì invece solo il suicidio quando Cagliarsi si accorse della sua sensazione sbagliata.

Filippo Mancuso

         L’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso mandò a Milano due ispettori che esclusero negligenza da parte di De Pasquale. Successivamente il Guardasigilli Filippo Mancuso  tentò un’ispezione più generale a Milano sulla gestione delle indagini  note come “Mani pulite” ma, scontratosi anche col presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, finì sfiduciato dal Senato.

Pubblicato su Libero

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Meloni accorre, Schlein e Conte disertano la Sinagoga di Roma

Dal Corriere della Sera

Magari la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte non saranno andati alla Sinagoga di Roma, nel primo anniversario del pogrom del 7 ottobre in Israele da cui è nata la guerra su più fronti in corso in Medio Oriente, non volendosi incontrare dopo la rottura consumatasi fra di loro sul cosiddetto campo largo della futuribile alternativa al governo di centrodestra, o destra-centro, di Giorgia Meloni. Ma la loro assenza, specie se paragonata alla presenza puntuale della premier e alcuni suoi ministri ha prodotto mediaticamente e politicamente l’effetto opposto. Che è quello di avere riesumato, appunto nella comune assenza, quel campo dalla definizione controversa -largo, giusto, stretto, lungo, minato, santo- ma dalla contraddittorietà più clamorosa e inquietante nella valutazione di un evento così osceno come la strage di ebrei un anno fa nel loro territorio, e delle reazioni di Israele liquidate con pari oscenità come genocidio.

La premier Meloni accolta nella Sinagoga a Roma

         Politici come la Schlein e Conte ,anche se non di lunga esperienza, entrambi peraltro aspiranti a Palazzo Chigi, la prima per conquistarlo e il secondo per tornarvi dopo esservi stato due  anni e mezzo cambiando due volte maggioranza e tentandone inutilmente una terza per resistere all’arrivo di Mario Draghi; politici, dicevo, come la Schlein e Conte dovrebbero essere o diventare un po’ più accorti anche nella gestione delle loro assenze, oltre che delle presenze.

         Altrimenti nel confronto, diretto o indiretto, che entrambi cercano con la Meloni per proporsi come alternative nella leadership governativa continueranno ad uscire perdenti, divisi o uniti che siano nelle alterne fasi del dibattito o -come lo chiamava la buonanima di Silvio Berlusconi, partecipandovi pure lui- del teatrino politico.

Dal Riformista

         C’è voluto dello stomaco, a dir poco, a disertare la Sinagoga di Roma in una giornata come quella di ieri. Mentre in Medio Oriente, peraltro, Israele ha continuato a ricevere attacchi da chi ne contesta il diritto all’esistenza, fisica e di Stato.

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La Pontida orbanizzata contro il governo italiano a partecipazione leghista

Dal Dubbio

Viktor Orban, il premier ungherese ospite d’onore di Matteo Salvini più di tutti gli altri a Pontida, deve avere una concezione particolare dell’amicizia. Come quella, del resto, dello stesso Salviniquando ha difeso l’”amico”, appunto, Antonio Tajani offeso a voce e per iscritto dai giovani leghisti.  Che in fondo avevano preso sul serio quel “mangiare pesante”, e bere evidentemente troppo, rimproverato al collega e alleato di governo dallo stesso Salvini per avere espresso preoccupazioni dopo il successo elettorale conseguito in Austria da una destra orgogliosamente estremista, diciamo pure nazista.

         Fra le righe della promozione di Salvini ad “eroe” per il processo procuratosi, o procuratogli soprattutto dagli ex alleati grillini, ritardando da ministro dell’Interno cinque anni fa lo sbarco ci circa 150 migranti dalla nave Open arms, il premier ungherese ha voluto dare una lezione di rigore, intransigenza e altro al governo italiano. Del quale il leder leghista fa parte ora come vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, compresi i porti.

         In Ungheria -si è vantato Orban- non entra un solo immigrato irregolare. In Italia, si sa, continuano ad entrarne, anche se più contenuti, come puntualizzano la premier Meloni e lo stesso Salvini. Ma l’Ungheria non ha i confini italiani. Li ha tutti terrestri, senza un solo metro, anzi centimetro marino, con tutte le complicazioni che derivano dalle acque. C’è da chiedersi se Orban, già impettito di suo ma ancora di più quando si mette a dare lezioni agli altri, sappia leggere le carte geografiche.

         Capisco i doveri di ospitalità e annessi e connessi. Ma il leader leghista dovrebbe guardarsi da certi ospiti, appunto. E anche -visto che ci sono- da certi militanti della sua Lega rimasti fermi ai tempi in cui il Sud era considerato la Terronia da affidare alle energie dell’Etna e di tutti gli altri vulcani sparsi sul suo territorio, insulare e peninsulare.

         Quella maglietta verde a Pontida inneggiante al Nord prima di tutto, ma ancor più all’Italia che “non è una e non lo sarà mai”, col suo tricolore che il giovane Umberto Bossi una volta invitò una signora di Venezia che lo sventolava dalla finestra a buttarlo “nel cesso”; quella maglietta verde a Pontida, dicevo, è stata un po’ come -fatte le debite proporzioni, naturalmente- la guerriglia a Roma sabato scorso nella manifestazione a favore dei palestinesi.

         La 36.ma edizione del festoso raduno leghista rischia di essere ricordato più per quella maglietta che per altro, compresa la presenza “nera” -secondo il titolo di Repubblica- degli ospiti esibiti dal vice presidente del Consiglio. Una maglietta che -vedrete- sarà adoperata contro la Lega e il governo dai promotori del referendum contro le autonomie differenziate pur messe dalla sinistra nella Costituzione 23 anni fa con la riforma del titolo quinto, riguardante le Regioni, le Province e i Comuni.

Pubblicato sul Dubbio

Il diavolo veste verde, più che nero, sui prati di Pontida

Matteo Salvini e Viktor Orban al raduno della Lega

         Il diavolo, si sa, si nasconde nel dettaglio. Lo ha fatto anche nel raduno leghista a Pontida. Dove più dei ministri leghisti saliti sul palco per vantare la loro azione di governo, più di Matteo Salvini -sempre sul palco- fra gli ospiti eccellenti corsi al suo invito dagli altri paesi che soffrono la partecipazione all’Unione Europea, più di quella mano dello stesso Salvini incrociata col premier ungherese Viktor Orban, più ancora dell’antipasto dei giovani che avevano dato al segretario di Forza Italia Antonio Tajani dello “scafista” e poi lo avevano vaffanculato per le aperture alla cittadinanza ai figli degli immigrati istruitisi nelle nostre scuole; più di tutto questo, è forse destinata a rimanere nel ricordo della trentaseiesima  edizione della festa del Carroccio la maglietta verde di un militante di vecchio stampo, ancora convinto che venga “prima il Nord!”. Per quanti sforzi abbia fatto e faccia ancora Salvini di fare crescere la pianta della Lega anche al Sud.

         Quel “prima il Nord” di memoria e rivendicazione bossiana, che la buonanima di Silvio Berlusconi era riuscito tuttavia a smorzare, moderare, assorbire e quant’altro nell’alleanza di centrodestra, è stato riacutizzato ieri a Pontida sulla stessa maglia verde di quel militante con l’avvertimento che “l’Italia non è una e non lo sarà mai”. A sostegno autolesionistico della rappresentazione che fanno della Lega i promotori del referendum contro le autonomie differenziate e a dispetto dell’articolo 5 di quella Costituzione sulla quale hanno prestato giuramento anche i ministri succedutisi sul palco della trentaseiesima edizione della festa leghista. Esso dice, sia pure in un inciso, che l’Italia è “una e indivisibile”, anche se “La Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali”.

Il generale Roberto Vannacci

         Eppure, non solo i ministri leghisti hanno giurato, ripeto, sull’articolo 5 della Costituzione, ma partecipano ad un governo la cui premier parla di Nazione, e non di Paese, e richiama ogni volta che può il senso “patriottico” della sua destra. C’è qualcosa che non funziona  in questa Lega  ora pur anche del generale Roberto Vannacci, senza tricolore. E rischia conseguentemente di non funzionare anche nella maggioranza e nella coalizione cui essa partecipa.

Alan Friedman sulla Stampa

         Ci si può anche consolare leggendo ciò che scrive Alain Friedman della sua America. Che è “un Paese –dalla Stampa di ieri- con gravi problemi di coesione sociale, un Paese diviso come mai prima era accaduto”, con tutto quel che “non promette di buono per l’Europa e per il resto del mondo, che vincesse Harris o Trump”. Ma è una consolazione alquanto relativa, perché l’America resta sempre l’America e l’Italia resta l’Italia con quell’inciso già ricordato dell’articolo 5 della Costituzione.

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La Schlein contesta alla destra la partecipazione alla Corte Costituzionale

Da Libero

La segretaria del Pd Elly Schlein è improvvisamente guarita dell’afonia, o quasi, procuratale da Giuseppe Conte annunciando di recente nei cinque minuti televisivi messigli a disposizione da Bruno Vespa la chiusura a Matteo Renzi del cosiddetto campo largo dell’alternativa a livello pure locale, e non solo nazionale. Anche a costo di fare svanire la vittoria che l’ex ministro piddino Andrea Orlando già pregustava nella corsa alla successione a Giovanni Toti alla presidenza della regione Liguria. Dove i renziani adesso potrebbero far vincere la partita al candidato del centrodestra Marco Bucci, da loro peraltro già apprezzato e sostenuto come sindaco di Genova.

La segretaria del Pd Elly Schlein

         La voce alla Schlein è tornata per gridare a Giorgia Meloni di mettere giù le mani dalla Corte Costituzionale, essendosi la premier proposta di fare eleggere domani, martedì, dalle Camere in seduta congiunta un giudice di sua personale fiducia -hanno scritto su  Repubblica– al posto di Silvana Sciarra, scaduta l’anno scorso e non sostituita in sette votazioni svoltesi a Montecitorio.

         Quella di domani, per la quale i parlamentari di centrodestra sono stati mobilitati telefonicamente su imput personale della premier con chat finite sui giornali, potrebbe essere la votazione buona per i margini che si sono ristretti fra centrodestra e opposizioni con approdi nella maggioranza di parlamentari provenienti dalle file soprattutto di Conte e di Carlo Calenda. I 363 voti necessari per l’elezione del giudice non sono mai stati così a portata di mano della maggioranza di governo.

         Mai come ora anche la Schlein è apparsa scesa da Marte intimando, appunto, alla premier di mettere giù le mani dalla Corte Costituzionale e di non considerarla di sua proprietà. Eppure noi vecchi cronisti parlamentari, vissuti sempre fra i corridoi della Camera e del Senato, siamo stati abituati sin dalla nascita della Corte Costituzionale, 68 anni fa, per quanto concepita dai costituenti più di otto anni prima, a percepirla e raccontarla come un patrimonio sostanzialmente della sinistra.  Il combinato disposto, diciamo così, fra i cinque giudici costituzionali di nomina del presidente della Repubblica e i cinque di elezione parlamentare, a Camere congiunte, sui quindici che compongono la Corte Costituzionale, essendo gli altri cinque scelti dalle “supreme magistrature ordinaria ed amministrative”, come prescrive l’articolo 135 della Costituzione, ha praticamente tenuto sempre la destra fuori dai giochi. Ridotta a sola testimonianza.

         Abbiamo visto arrivare alla Corte Costituzionale -sempre noi vecchi cronisti parlamentari- fior di politici provenienti direttamente dai vertici, o quasi, dei gruppi parlamentari della sinistra. Forse più di quanto non avesse potuto immaginare la buonanima di Palmiro Togliatti, contrario per il suo connaturato parlamentarismo alla Corte Costituzionale perché non concepiva ch’essa potesse bocciare una legge approvata dalle Camere.

Francesco Saverio Marini

         Alla Meloni si contesta, in particolare, di volere fare arrivare alla Corte uno dei due mostri, per come li rappresentano al Nazareno e dintorni, che sarebbero l’attuale segretario generale di Palazzo Chigi, Carlo Deodato ma soprattutto il suo consigliere giuridico Francesco Saverio Marini. Di cui non si sa bene se la colpa più grave, dopo quella di essere consigliere della premier, sia più la famiglia, essendo figlio di un giurista di destra cui toccò a suo tempo un turno di presidenza della Corte, Annibale, o la presunta paternità del disegno di legge sull’elezione diretta del presidente del Consiglio. Che da quando la sinistra ha deciso di non sostenere più, dopo averla condivisa per un po’ di tempo, è diventata la minaccia più grave mai caduta sulla testa della democrazia italiana.

La ministra delle riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati

         Mi chiedo, sempre da vecchio cronista che non ha perso la voglia e la possibilità di seguire le cronache parlamentari e affini, se la paternità del disegno di legge sul premierato al primo dei due esami della Camera, dopo il primo superato al Senato, il 18 giugno scorso, non abbia anche o soprattutto una madre. Che è la ministra delle riforme, già presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, di Forza Italia. Perchè declassarla -mi chiedo- a prestanome, o quasi, pur di rappresentare come una provocazione politica la candidatura a giudice della Corte Costituzionale del professore di istituzioni di diritto pubblico Francesco Saverio Marini? Che con le funzioni di consigliere giuridico della premier, come quelli che lo hanno preceduto con e in altri governi, non ha perso né i suoi diritti civili, né le sue competenze.

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Se a Roma si piange, e si guerriglia, a Pontida non si ride…

Disordini a Roma

         Sarebbe sciocco archiviare la guerriglia di ieri a Roma, come purtroppo ho visto e sentire fare nella trasmissione televisiva condotta sulla 7 da Massimo Gramellini, dando per scontati i professionisti, ormai, dei disordini. Che si infiltrano nelle manifestazioni per devastare anch’esse, oltre alle forze dell’ordine ferendo una trentina di agenti, ai loro mezzi, ai beni privati, a inermi cittadini e a fotografi colpevoli solo di poterli o volerli riprendere nelle loro maschere. Sarebbe sciocco anche prendersela, sempre come ho visto e sentito fare nel salotto di Gramellini, col ministro dell’Interno -o “ministro di Polizia”, come l’ha chiamato Niki Vendola- che avrebbe eccitato i criminali non autorizzando la manifestazione indetta a favore dei palestinesi alla vigilia del primo anniversario della mattanza di ebrei compiuta dai terroristi di Hamas e complici.

Insulti a Pontida

         Sarebbe altrettanto sciocco, spostandosi da Roma a Pontida, archiviare gli insulti al vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia Antonio Tajani levatesi da giovani leghisti in corteo a Pontida,  alla vigilia del tradizionale raduno annuale del loro partito, definendoli “quattro scemi”, come ha fatto Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio pure lui e leader del Carroccio. Che, bontà sua, ha dato ha difeso  l’”amico” a Tajani, pur avendolo qualche giorno fa accusato di avere “mangiato pesante”, e prevedibilmente anche bevuto troppo, per essersi preoccupato pubblicamente del successo elettorale appena conseguito in Austria dall’estrema destra, di linguaggio e atteggiamento nazisti.

         I manifestanti di Pontida, in verità, hanno insultato e vaffanculato Tajani  -scusate il termine sdoganato in politica quindici anni fa da Beppe Grillo – non per seguire Salvini nella difesa dell’estrema destra austriaca, ma solo perché il segretario forzista aveva appena annunciato una iniziativa legislativa di partito sulla cittadinanza italiana ai figli di immigrati che abbiano compiuto, con i nostri figli e nipoti un ciclo decennale di studi. Per questo Tajani è anche finito su uno striscione leghista come “scafista”.

         Vi sembrerò esagerato, ma sul piano politico considero ciò che è accaduto a Pontida alla vigilia- ripeto- del raduno nazionale della Lega più grave di quanto accaduto a Roma. Dove non è stata compromessa la serietà del governo. A Pontida sì. E ancora di più rischia di avvenire nel raduno di oggi per l’impostazione che ha voluto dargli lo stesso Salvini esibendo ospiti come il premier ungherese Viktor Orban.

Da Repubblica di ieri

         “L’interesse di Salvini -ha scritto giustamente Stefano Folli ieri su Repubblica– è solo uno: creare una massa critica, della quale dichiararsi leader, per scagliarla contro Giorgia Meloni. Per metterla in difficoltà, impedirle di sviluppare il rapporto con l’Unione europea di Ursula von der Leyen, sottrarle voti a destra per quanto possibile”. E sottrarne naturalmente anche all’amico “scafista” Tajani.

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Un pò troppe ansie, forse, nella maggioranza e nel governo di centrodestra

il presidente del Senato Ignazio La Russa

         Ore d’ansia, mentre scrivo, nel centrodestra a livello politico e persino istituzionale, dal quale comincio ricordando la decisione, o intenzione, del presidente Ignazio La Russa, fregando tutti sul terreno dei famosi diritti civili, ad aprire le porte del Senato anche agli animali. Che si spera adesso si dimostrino degni della fiducia contenendosi, per esempio, nei bisogni percorrendo i corridoi o stazionando negli uffici dei loro garanti.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi

         Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è invece col fiato sospeso ad attendere sviluppi ed esito finale della manifestazione romana a favore dei palestinesi, e di chi li usa come scudi umani per nascondere sotto le loro case, scuole, ospedali, mercati e quant’altro arsenali militari con cui attaccare Israele. Una manifestazione proibita sul piano ufficiale, con tutte le discussioni che ne sono derivate, e di fatto alla fine consentita scommettendo sulla misura dei dimostranti e sull’efficienza tecnica e nervosa delle forze dell’ordine.

Dalla prima pagina di Repubblica

         Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, reduce da un tentativo di infilare nella manovra finanziaria in arrivo per fare quadrare i conti qualche aumento della già alta pressione fiscale, si chiede – leggendo, per esempio, il titolo di Repubblica sul fatto di essere “rimasto solo”- se ad abbandonarlo con il no sia stato più l’alleato di governa forzista Antonio Tajani o il collega e insieme superiore di partito Matteo Salvini.

Salvini e Tajani insieme

         E’ infatti accaduto che i due -Tajani e Salvini- di solito distinti e distanti, come diceva la buonanima di Francesco Cossiga delle componenti di certe maggioranze che aveva gestito dal Quirinale e poi contributo a nascere e a disfarsi da presidente soltanto emerito della Repubblica, si siano improvvisamente trovati d’accordo nel contestare le tentazioni di Giorgetti. Che ora cerca, poverino, di cavarsela per il rotto della cuffia di qualche accorgimento verbale.

         Sembra, in particolare, che per far digerire meglio a banche ed altre imprese una tassazione dei loro extraprofitti il ministro dell’Economia abbia pensato di definirli “giusti”, per carità. Si vedrà se questa …concessione basterà a migliorare le reazioni degli interessati e di chi nella maggioranza intende proteggerli.

Dalla prima pagina del Foglio

         La posizione di Giorgetti nel rapporto, che è stato sempre un po’ difficile, col suo collega di partito, amico e -ripeto- superiore è aggravata dal sospetto che va forse aumentando nel leader leghista che Meloni, sotto sotto ma anche sopra sopra, voglia “condannare il salvinismo all’irrilevanza”, come ha titolato con perfidia politica, e non solo giornalistica, Il Foglio in prima pagina. Irrilevanza sia sul terreno della politica estera, dove Salvini ama muoversi con la maggiora disinvoltura, come dimostrerà domani anche nel raduno tradizionale di partito a Pontida con i suoi ospiti stranieri estremisti, sia sul terreno della politica fiscale, quanto meno, se non interna in senso più generale.  

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