Il fascino per niente discreto del catastrofismo quando il governo non è gradito

A dispetto di tutti i segnali di apertura  e di ottimismo giunti da Bruxelles -non solo dal commissario all’Economia Paolo Gentiloni, italiano e quindi forse sospettabile di una certa partigianeria, per quanto appartenente al Pd notoriamente all’opposizione, ma anche dalla presidente tedesca della Commissione, Ursula von der Leyen, e persino da qualche “frugale” nordico recentemente incontrato da Giorgia Meloni- la stampa di cosiddetta opinione gioca al ribasso e rappresenta una situazione quasi disperata per il governo. Che Emilio Giannelli, il vignettista del Corriere della Sera, ha imbarcato sulla solita carretta del mare zeppa di migranti disperati e chiamata PNRR, l’acronimo del piano nazionale di ripresa e resilienza, lasciandola alla speranza, espressa a riva da due osservatori, di un soccorso della Guardia Costiera. Di navi del volontariato privato e internazionale manco a parlarne, naturalmente, perché non è carne gradita a quegli armatori ed equipaggi. 

Così forse, con quella barchetta disegnata da Giannelli, l’editore del Corriere della Sera Urbano Cairo riuscirà a farsi perdonare una certa attenzione riguardosa mostrata negli ultimi tempi verso il governo e la sua maggioranza di centrodestra, o di destra-centro, sino a tentare addirittura di strappare alla famiglia Angelucci l’acquisto del Giornale. Che è diventato troppo costoso per la famiglia pur non indigente dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, socio politico della Meloni ora meno sospettoso e insofferente dei mesi scorsi. 

Se il Corriere si è spinto a questo, figuriamoci i giornali da più tempo e più ostinatamente contrari al governo o diffidenti. La Repubblica, per esempio, ha titolato sulla “corsa contro il tempo” nella quale sarebbe impegnata la Meloni anche dopo il soccorso chiesto e ottenuto da un pur “allarmato” presidente della Repubblica.  Che peraltro -si è appena appreso- ha consultato, prima di pranzare con la Meloni, l’inquilino precedente di Palazzo Chigi da lui stimatissimo: Mario Draghi. 

Ancora più critico o desolato è apparso sulla Stampa il direttore Massimo Giannini. Che ha scritto letteralmente nel suo editoriale: “L’Italia pare davvero la Nave dei Folli. Ci stiamo giocando i fondi europei. Stiamo mandando in fumo almeno metà dei 191,5 miliardi che l’Europa ci ha messo a disposizione di qui al 2026. In un impeto di dissennato autolesionismo, sembriamo quasi sollevati nel riconoscere che “non c’è niente da fare”. Sembra quasi di cogliere un senso di liberazione, nel mondo politico e imprenditoriale che alza le mani e dice “non possiamo farcela…”. 

Uno legge queste parole e pensa a Marco Travaglio, che va scrivendo e dicendo da due anni che l’Italia non meritava un presidente del Consiglio così astuto come Giuseppe Conte, riuscito a suo tempo a strappare all’Europa circa duecento miliardi di euro, sia pure in grandissima parte a debito. Manca da certe parti solo l’invocazione al suo ritorno a Palazzo Chigi per un miracolo…astrologico. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Processo all’informazione: dalla salute del Papa a quella del governo

Di fronte alla consolante notizia del ritorno del Papa in Vaticano per essere “oggi in piazza per le Palme”, come ha titolato Avvenire, nella redazione del Corriere della Sera, il più diffuso giornale italiano, dove era stato annunciato un “Conclave ombra” per prepararne la successione, hanno pensato di cavarsela con l’ironia di una vignetta di Emilio Giannelli. I “fratelli cardinali”, come li chiama Francesco non so se più generosamente o sarcasticamente, sono passati dagli applausi alla notizia delle “dimissioni” del Papa alla mestizia per la precisazione delle dimissioni sì, ma “dall’ospedale”. 

Una volta tanto si può ridere o sorridere, come preferite, senza imbarazzo e tanto meno scandalo per la “cattiveria” di giornata del Fatto Quotidiano. Che riferendo delle parole del Pontefice sul ricovero subìto “senza avere avuto paura” gliene attribuisce invece per “il rientro in Vaticano”. Dove svolazzano “i corvi”, per dirla col Giornale. 

Ironia o sarcasmo a parte, fra testi, titoli e vignette, è forse il caso di partecipare alla settimana santa o di passione facendo non le bucce ma un processo vero e proprio all’informazione, che francamente contende alla politica, che pure essa mette in croce con sermoni e attacchi, la corsa quotidiana all’approssimazione, alla forzatura, all’esasperazione, alle trame e quant’altro. 

Per uscire dalle mura del Vaticano e dintorni, oggi si legge sulle prime pagine di un pò tutti i giornali delle “aperture” a Bruxelles alle richieste o attese del governo italiano di aggiornare, modificare e quant’altro, senza penalizzazioni, il piano di ripresa e resilienza per i ritardi accumulati nell’esecuzione e le complicazioni intervenute con l’inflazione e l’aumento dei costi, oltre che per le vecchie, sclerotiche deficienze della pubblica amministrazione, centrale e ancor più locale. Eppure solo l’altro ieri non si sapeva a quale giornale credere di più fra quanti dipingevano una Meloni corsa al Colle, a pranzo con Mattarella, per chiedergli e ottenere soccorso, visti i suoi buoni rapporti personali a livello europeo, e quanti dipingevano invece un Mattarella non so se più “allarmato”, secondo Repubblica, o “preoccupato”, secondo la Stampa, o smanioso di sculacciare letteralmente la premier, secondo la fantasia vignettistica del Fatto. 

Uno legge sui giornali del nuovo, furiosamente “radicale” Carlo De Benedetti che, confrontandosi a Modena con la segretaria del Pd Elly Schelin, dà della “demente” a Giorgia Meloni e giustamente corre a leggere il suo nuovo quotidiano, Domani, per saperne di più. Ma non trova conferma, forse per una censura autoimpostosi dall’editore o applicatagli d’ufficio dalla redazione consapevole della eccessiva “radicalità” vantata dall’interessato in un libro di recentissima pubblicazione. Il massimo al quale Domani ha consentito a De Benedetti di spingersi è la denuncia di “un governo incompetente e ignorante”: il meno, direi, da attendersi da una forza o da un uomo di inedita opposizione. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Due ore di pranzo, e di fantasie, al Quirinale fra Mattarella e Meloni

Per quanto si fossero appena incontrati in Piazza del Popolo per festeggiare i 100 anni dell’Aeronautica, magari concordando proprio in quell’occasione di confrontarsi più a lungo in un pranzo svoltosi ieri al Quirinale, le due ore di pur “cordiale e collaborativo” incontro fra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni -secondo le versioni ufficiali di entrambe le parti- si sono prestate a doppie letture, come accade di frequente in politica. 

Per Repubblica la premier è salita sul Colle per raccogliere “l’allarme” o “i timori”, secondo La Stampa, del capo dello Stato ormai arrivato -si potrebbe pensare- al limite della sopportazione di fronte all’aumento e all’accavallarsi degli “ostacoli” che sarebbero stati ammessi anche dalla Meloni, pur nella sicurezza di superarli tutti: dall’immigrazione ai tempi di realizzazione del piano di ripresa e resilienza, dalla partita delle nomine al nuovo codice degli appalti intestatosi dal leader leghista e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini e contestato, almeno a caldo, dal presidente dell’autorità di controllo e garanzia chiamata Anac. 

Spintisi, come al solito, ben oltre le peggiori rappresentazioni, al Fatto Quotidiano contemplativo delle cinque stelle di Giuseppe Conte hanno attribuito a Mattarella, rovesciando le parti, l’abituale annuncio meloniano della “pacchia finita” e hanno persino rappresentato nella vignetta di giornata la premier come una bambina sculacciata, pancia in giù, dal padrone di casa. Uno spettacolo che debbono avere immaginato anche al Riformista di Piero Sansonetti con quel titolo bianco su nero che fa dire all’”allarmato” Capo dello Stato. “Ehi, Giorgia, che combini?”. 

Secondo Il Messaggero, il giornale più vicino al Quirinale almeno in linea d’aria, quasi sottostante con la sua sede, la Meloni è  salita sul Colle per riceverne una “spinta” non certo verso il baratro inesistente di una crisi, dati i numeri parlamentari della maggioranza e le condizioni delle opposizioni anche dopo il cambio della guardia avvenuto al Nazareno con l’arrivo di Elly Schlein. Persino Repubblica, d’altronde, in un “retroscena” che un pò contraddice il titolo di apertura sull’”allarme” di Mattarella riferisce di una premier alla ricerca di “una sponda” che non risulta francamente negata con quella versione ufficiale -ripeto, da entrambe le parti- di un incontro “cordiale e collaborativo”.

Fra “le grane di Giorgia”, come le chiama  Il Foglio, ma non so se entrata anch’essa nel menù degli argomenti al pranzo fra Mattarella e Meloni, potremmo annoverare anche l’incendio acceso nel dibattito politico dal presidente del Senato Ignazio La Russa, liquidato dal manifesto come “Repubblichino di Stato”, non aprendo -in verità- ma riaprendo un’antica polemica, che in passato ha diviso anche la sinistra, sull’attentato in via Rasella nel 1944, che provocò la feroce reazione dei nazisti con la strage delle Fosse Ardeatine. Ma ne sentiremo e vedremo ancora altre sino alla festa della Liberazione, il 25 aprile. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Il Papa per fortuna sta meglio, non i suoi avversari fuori e dentro le mura vaticane

Anche se non abbastanza per lasciare già il Policlinico Gemelli, assediato dalle telecamere come Piazza San Pietro dall’angoscia del vuoto e del silenzio, Papa Francesco migliora e riceve, come si compiace Avvenire, il giornale dei vescovi italiani ,“auguri da tutto il mondo”.

Eppure “in Vaticano si trama”, scrive Iacopo Scaramuzzi su Repubblica, secondo il quale “i problemi fisici di Francesco hanno rianimato i conservatori che speculano sulla sua salute”. “In Vaticano inizia il Conclave ombra”, riferisce il Corriere della Sera titolando un lungo articolo di Massimo Franco, che da anni si divide  fra le due sponde del Tevere, raccontando sia della politica italiana, e dei suoi retroscena, sia ciò che accade oltre le Mura di giorno e di notte, diciamo così, ma forse più di notte che di giorno. La Vaticanite è un pò diventata la sua specialità forse prevalente, accreditata da conoscenze, rapporti e quant’altro avviati quando egli scriveva per Avvenire e aumentati, di intensità e qualità, quando passò al Corriere della Sera. Il suo modo quasi curiale di scrivere, ricostruire e immaginare lo hanno probabilmente reso più familiare nelle sacre stanze e dintorni. 

“Il Papa -si legge oggi nell’articolo appunto di Franco fra virgolette attribuite a un misterioso informatore- sta lentamente migliorando. Ma emergerà da questo ricovero comunque infragilito. E il Conclave ombra impazzirà più che mai…”. “Il tema -continua, sempre tra virgolette, la confidenza raccolta oltre le Mura- non è questa permanenza in ospedale. Il Pontefice non è in pericolo di vita. Il tema, piuttosto, è come lui stesso analizzerà quanto gli è accaduto, e quali conclusioni ne trarrà”, cioè rimanendo o no al suo posto. Magari guardandosi  ancora di più da quelli che lo circondano come se fossero anche loro la sua malattia, o rinunciando al soglio come il predecessore, senza però rimanere in Vaticano e indossare ancora le vesti bianche di un Papa, secondo voci o confidenze già raccolte dentro le stesse Mura. 

Tutto ormai attorno a Papa Francesco si presta a più letture, interpretazioni, sospetti, chiamateli come volete. Compresa la circostanza, sottolineata da Franco, che “finora non si sono mai visti né si è mai sentita la voce dei dottori che lo stanno curando. Non ci sono bollettini ufficiali dell’ospedale -ha insistito Franco-  e questa assenza di trasparenza permette a nemici e amici di scegliere la narrativa preferita, senza che l’opinione pubblica sia in grado di capire fino in fondo come stanno le cose” dietro gli anodini comunicati dell’ufficio  stampa della Santa Sede. 

In questo contesto a dir poco misterioso è apparso di qualche significato allusivo al mio amico Franco anche la recente rivelazione di monsignor Georg Gaenswein, che fu segretario di Benedetto XVI ed è tuttora nominalmente prefetto della Casa Pontificia, che nell’ultimo Conclave vero “non pochi cardinali avrebbero vissuto bene se Angelo Scola fosse stato Pontefice” al posto dell’argentino Bergoglio. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it e startmag.it

La grande paura per Papa Francesco ricoverato da ieri al Gemelli

“La grande paura” che non si può non condividere con La Stampa, che le ha dedicato il titolo di apertura di prima pagina, non è naturalmente da ieri quella augurata a Giorgia Meloni dagli avversari di “non riuscire più a nascondere i suoi errori”, come ha gridato Domani, il nuovo giornale di Carlo De Benedetti, con lo stesso compiacimento dell’ex quotidiano dell’ingegnere, La Repubblica. Secondo il quale “la realtà rovina lo spettacolo” della presidente del Consiglio impegnata a distrarre gli italiani, come una prestigiatrice, con “lo spauracchio dei migranti dal Nordafrica”, finalizzato a nascondere, fra l’altro, i ritardi sulla strada del piano di ripresa e il rischio di perdere la nuova rata di finanziamento europeo. 

No. “La grande paura” in queste ore è per la salute del Papa scelto dieci anni fa dai “fratelli cardinali”, come lui stesso disse affacciandosi alla loggia della Basilica di San Pietro, “alla fine del mondo”, provenendo dall’Argentina, per succedere al dimissionario Benedetto XVI. All’età che ha, con  i problemi di salute accumulati e per niente nascosti, fra inviti a pregare per lui e la possibilità non esclusa di potere anch’egli lasciare anzitempo il trono di San Pietro in caso di sostanziale impedimento, Papa Francesco ci ha dato motivo di temere dopo il ricovero al Policlinico Gemelli e la comunicazione ufficiale dell’infezione delle vie respiratorie e degli scompensi cardiaci pur sotto controllo, come hanno assicurato i sanitari. 

“Forza Francesco!”, viene voglia di gridare con Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, pensando anche al ruolo che forse solo lui, più dei presidenti americano e cinese, turco o d’altro Paese ancora, e della nostra sempre un pò zoppicante Unione Europea, può ancora svolgere per porre termine alla guerra che più da vicino ci minaccia tutti: quella in Ucraina inopinatamente scatenata da Putin per “denazificare”, pensate un pò, il paese vicino. Una guerra che ha messo a dura prova il cuore di un Pontefice che sarà stato pure pescato dai suoi “fratelli cardinali alla fine del mondo”, ripeto, ma nelle cui vene scorre sangue di origine europea e, più in particolare, italiana. “Forza Francesco”, ripetiamo insieme.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Sui terroristi rossi italiani salvati dalla Francia la reazione migliore è stata di Gian Carlo Caselli

Scusatemi se la metto quasi sul piano personale, ma lasciatemi scrivere che nel graziare, praticamente, i dieci terroristi rossi italiani che per un pò hanno rischiato, sulla carta, di essere estradati in Italia per espiare le condanne procuratesi negli anni di piombo la Cassazione francese ha compiuto il miracolo di farmi risentire quasi del tutto in sintonia con Gian Carlo Caselli. Col quale avevo perso il conto delle polemiche avute, in modo diretto e indiretto, nella mia non breve attività professionale, specie per l’ostinazione da lui avuta contro Giulio Andreotti, anche da morto, sostenendone la collusione con la mafia. Che, a mio modestissimo parere, se vi fu per i rapporti personali o di corrente politica, nella Dc, con esponenti di Cosa Nostra o parti di essa, fu quanto meno comune a tutti -dico tutti, anche quelli che si rivolteranno nella tomba- i presidenti del Consiglio o capicorrente che lo precedettero. O addirittura gli sono succeduti. Non si può letteralmente immaginare in Sicilia, forse ancora oggi, un uomo di potere o d’affari non destinato quasi dall’aria a vivere più o meno consapevolmente sul confine tra mafia e antimafia.  

Essersela presa solo con Andreotti, a dispetto dei provvedimenti peraltro presi dal suo ultimo governo contro la mafia e osteggiati in Parlamento dall’opposizione enfaticamente antimafiosa; essersela presa, dicevo, solo con Andreotti distinguendo quasi con la precisone di un orologio svizzero il prima e il dopo dell’assoluzione ottenuta nel processo intentatogli proprio dalla Procura di Palermo retta da Caselli, mi è sempre sembrato discutibile. Si può dire almeno questo? 

Ebbene, di fronte all’”arroganza francese” lamentata da Caselli sulla prima pagina della Stampa di ieri scrivendo della magistratura d’oltr’Alpe alle prese con i dieci terroristi rossi italiani alla fine -ripeto- praticamente graziati, mi sono idealmente levato giù il cappello. Mi sono anche riconosciuto nell’ironia da lui riservata alla “grandeur” dei suoi e nostri cugini, e nel sarcasmo di quel finale in cui ha contrapposto la ”premurosa e zelante assistenza” fornita ai dieci terroristi -che non posso chiamare ex per lo stesso motivo per il quale non posso chiamare ex le loro vittime- al trattamento che viene riservato ai “poveracci extracomunitari che cercano di oltrepassare la frontiera italo-francese per sfuggire alla fame e alla persecuzione”. Non avrei saputo e non saprei scrivere meglio. 

Ancor più efficacemente di altri magistrati dei quali mi è capitato di condividere interviste e articoli sui processi degli anni di piombo Caselli ha ricordato che nella sua Torino “i capi storici delle Brigate Rosse” ottennero un tale “riconoscimento della  loro identità politica” da essere “ammessi persino a contro-interrogare personalmente le vittime….ancora vive”. Altro, quindi, che abusi e quant’altro lamentati dagli imputati, latitanti e non, e condivisi più o meno esplicitamente dai loro protettori francesi in toga o in cattedra. 

Bravissimo, ripeto, Caselli per la “grandeur a corrente alternata” denunciata sulla Stampa. Dove questa volta egli ha trovato più ospitalità e visibilità dell’altro giornale al quale collabora spesso: Il Fatto Quotidiano, astenutosi ieri  -chissà perché- dal portare in prima pagina l’affare dei dieci terroristi rossi messi al sicuro in Francia dal rischio di estradizione, salvo ricorsi di qualche familiare delle vittime alla Corte Europea, con effetti tuttavia tutti da verificare. L’unica cosa dalla quale dissento nel leggere e rileggere l’articolo di Caselli è un “anche” infilato nel penultimo capoverso, dove egli ha scritto, con la solita puntigliosità, che “il nostro sistema giudiziario ha sempre rispettato i diritti degli imputati anche”, appunto, “nei processi per terrorismo”. Ma convengo, per carità, e nella speranza che il buon Caselli non se la prenda, che non si può avere tutto dalla vita. Bisogna pur accontentarsi. 

Pubblicato sul Dubbio

I dieci terroristi rossi italiani che l’hanno fatta davvero franca…in Francia

Nell’assordante e solitario silenzio del Fatto Quotidiano –che non se l’è sentita evidentemente di condividere l’opinione del suo pur autorevole e frequente collaboratore e magistrato in pensione Gian Carlo Caselli, espressosi sulla prima pagina della Stampa contro “l’arroganza francese sugli ex Br”- abbiamo quindi appreso della sostanziale grazia concessa dalla Cassazione d’oltr’Alpe a dieci terroristi italiani di sinistra. Che il presidente Emmanuel Macron ha inutilmente tentato di consegnare alla nostra giustizia, avendo condanne da espiare per i delitti commessi nei pur lontani anni di piombo nel loro Paese. 

Un’ostinazione, quella di Macron, e del suo guardasigilli italofrancese Eric Dupond Moretti, che Adriano Sofri -condannato anche lui come l’amico e compagno di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani per il delitto Calabresi del 1972- ha oggi definito “petulante” sul Foglio. Dove lo hanno sempre difeso e annoverato fra i più assidui collaboratori. Ancora più avanti di Sofri, diciamo così, nella soddisfazione per quello che è stato definito su alcuni giornali “lo schiaffo di Parigi” è stata Tiziana Maiolo sul Riformista con quel “NO” in rosso gridato “all’Italia della vendetta”.

Con la grazia ricevuta dalla magistratura francese -che evidentemente considera quella italiana una schifezza nel silenzio, ripeto, assordante del giornale nostrano che generalmente la scambia per la più bella del mondo, come si dice anche della Costituzione sino a fare insorgere di recente Gustavo Zagrebelsky- i dieci che io continuo a chiamare terroristi per il semplice fatto di non poter considerare ex le loro non poche vittime, si troveranno nella condizione descritta nella vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX. Saranno cioè “gli unici, in Francia, che si godranno la pensione” da tanti considerata minacciata mettendo a ferro e a fuoco il Paese. E magari potranno rileggersi ad ogni rateo incassato l’annuncio del loro compagno in Italia Chicco Gelmozz, che ha commentato ieri per i naviganti internettiani così il verdetto giudiziario di Parigi: “Quanto mi fa godere la Cassazione francese…”. Pazienza per “l’indignazione” dei familiari delle vittime registrata con una certa condivisione dalla maggior parte dei giornali.

Riferisce una corrispondenza di Repubblica da Parigi che ieri “nel pomeriggio il ministro della Giustizia francese ha chiamato Nordio”, cioè l’ omologo oltre le Alpi, per “ribadire la sua piena fiducia nella giustizia italiana” smentita e derisa invece dalle toghe cugine, chiamiamole così. Beh, spero che Dupond non si fermi a questa telefonata. In una intervista rilasciata al Corrieredella Sera  alla vigilia del pronunciamento della Cassazione, un pò temendone il contenuto e confermando un giudizio pesante sui dieci terroristi sotto esame, aveva detto: “Quale che sarà la decisione, invierò un messaggio agli italiani”. Lo aspettiamo, signor ministro. 

Ripreso da http://www.startmag.it

L’operazione speciale di Repubblica per defascistizzare l’Italia della Meloni

Alla Repubblica che fu di Eugenio Scalfari ed è ora diretta da un repubblicano storico come Maurizio Molinari  – allevato nel partito omonimo  ormai scomparso che fu di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini- debbono avere pensato sin dal primo momento, con quel titolo di sabato scorso su tutta la prima pagina contro una Meloni che “riscrive la storia”, di dover condurre una  operazione speciale -come Putin chiama quella intrapresa contro l’Ucraina- per denazificare, defascistizzare e via dicendo l’Italia della prima presidente del Consiglio di destra dichiarata, anzi dichiaratissima. La quale ha osato definire come “soli italiani” le 335 vittime dell’eccidio nazista di 79 anni fa nelle Fosse Ardeatine. 

Con l’aria un pò di tirare fuori dai suoi depositi un’arma segreta, Molinari ha pubblicato ieri un’intervista al non più giovane figlio di Ugo La Malfa, l’ormai ultraottantenne Giorgio, per inchiodare la Meloni alle sue responsabilità, cioè ai suoi errori. Fra i quali ci sarebbe quello di avere riportato la destra indietro, agli anni di Giorgio Almirante già capo di gabinetto di un ministro del governo mussoliniano della Repubblica Sociale di Salò. Che era solito ammantare di patriottismo anche il fascismo terminale della guerra civile e dell’asservimento al nazismo, non più alleanza. Eppure -ha ricordato Giorgio La Malfa- la destra post-missina aveva avuto con Gianfranco Fini il coraggio, la sapienza e altro ancora di dichiarare il fascismo “male assoluto”. Ma lo fece quando già Giorgia Meloni faceva parte del suo partito, senza eccepire alcunché, diversamente dalla nipote del Duce, Alessandra Mussolini, e altri che pure avevano collaborato con Fini, come il suo ex portavoce Francesco Storace. Storicamente, diciamo così, La Malfa ex junior non avrebbe quindi ragione di contrapporre la Meloni di oggi a quella dei tempi di Fini con la schiena rivolta al fascismo. Invece è proprio su “Meloni come Almirante” che l’intervista di Giorgio La Malfa si è guadagnato il titolo di Repubblica, con l’aggiunta che “dietro l’italianità nasconde la storia” della democrazia italiana che dal 1945 deve tutto e solo all’antifascismo, attuale oggi come allora.

Ripeterò all’amico Giorgio La Malfa quello che, senza averlo ancora letto su Repubblica, gli ha in pratica risposto già ieri sul Foglio Giuliano Ferrara, da me citato in altra sede per un diverso passaggio del suo articolo attinto nei ricordi della propria famiglia “gappista”. “Gli italiani a disposizione di Kappler, anche secondo le liste che li designavano per il martirio, erano -ha scritto Ferrara- in grandissima parte antifascisti, partigiani, ebrei, ma furono uccisi in quanto le forze di occupazione tedesche volevano far fuori dieci italiani per ciascuno dei morti del battaglione Bozen colpito in un’azione armata in via Rasella. Letteralmente italiani, italiani da fucilare. Nessun antifascista candidato all’eccidio, e nessun ebreo, e nessun partigiano avrebbe eccepito di non essere italiano”. E’ vero.   

Ripreso da http://www.policymakermag.it

L’inedita stabilità italiana targata Meloni fra la sorpresa di un numero crescente di giornali

Per quanto il buon Emilio Giannelli nella vignetta di ieri in prima paginaabbia fatto disotterrare dalla nuova segretaria del Pd travestita da indiana l’ascia di guerra, immaginando “iniziata l’era di Schlein” dentro e oltre il Nazareno, sul Corriere della Sera del giorno prima erano stati allineati, sempre in prima pagina, tre titoli per niente preoccupati e preoccupanti per il governo di Giorgia Meloni. L’Italia era stata rappresentata fra i principali paesi europei come il più stabile, in controtendenza particolare rispetto alla Francia messa a ferro e a fuoco contro la riforma delle pensioni voluta dal presidente Emmanuel Macron e alla coalizione tedesca guidata dal cancelliere Olaf Sholz, paralizzata da “veti, dispetti, leggi bloccate” ed altro. Al di qua delle Alpi -aveva osservato nell’editoriale il direttore in persona Luciano Fontana- non si avverte neppure l’ombra di un governo diverso da quello in carica, probabilmente per tutta la durata di questa legislatura cominciata nell’autunno scorso. 

A supporto della stabilità un pò inedita in un’Italia guidata nella scorsa legislatura da ben tre  governi -di cui uno dichiaratamente e orgogliosamente anomalo voluto dal presidente della Repubblica e affidato a Mario Draghi nella impossibilità pandemica di elezioni anticipate nel 2021- era stata giustamente indicata dal Corriere della Sera, sempre in prima pagina, la svolta impressa da Silvio Berlusconi alla sua Forza Italia rimuovendo o depotenziando i più insofferenti verso la Meloni. Alla quale pure lui, a dire il vero, aveva creato non pochi problemi nei primi mesi, sino a contestarle personalmente e pubblicamente una certa smania di incontrare il presidente ucraino Zelensky -“quel signore”- per accentuare il significato e la portata del sostegno italiano nella guerra mossagli dalla Russia di Putin. Forse anche su questo terreno  l’ex presidente del Consiglio ha deciso di muoversi con più cautela. Si vedrà.

Al Corriere della Sera di domenica si è  aggiunto ieri Il Messaggero con un editoriale del professore Alessandro Campi sulla “forza degli italiani in un mondo in rivolta”. “Proviamo per una volta -ha scritto e chiesto Campi- a capovolgere il noioso cliché che ci accompagna come italiani da decenni, che in parte ci siamo appiccicati addosso da soli e al quale ci siamo talmente assuefatti da considerarlo una verità storica inoppugnabile. E se fossimo, almeno stavolta, un’eccezione positiva e un caso virtuoso?”. In cui è accaduto di recente, fra l’altro, che la Meloni abbia potuto ripristinare dopo 27 anni addirittura la presenza di un capo del governo al congresso del maggiore sindacato, la Cgil, scortata e protetta dal segretario generale Maurizio Landini perché potesse parlare non lisciando per niente il pelo all’assemblea, anzi sfidandola. 

Persino Giuliano Ferrara sul Foglio ha ieri scomodato la “scuola storica” dei suoi “genitori gappisti e comunisti, dei Trombadori, dei Bufalini e degli altri” per dire alla sinistra, scatenatasi contro la Meloni sul ricordo della strage nazista di 79 anni fa alle Fosse Ardeatine, che “non avrebbero eccepito con grida scandalizzate alla frase secondo cui quei martiri furono uccisi per rappresaglia solo perché italiani”.  Qui siamo a quelle che gli avversari più irriducibili della Meloni hanno definito sui giornali del gruppoquasi agnelliano Gedi, cominciando con Repubblica, alle “radici” della storia antifascista dell’Italia uscita dalla seconda guerra mondiale e liberatasi della Monarchia. 

“Basta leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza -ha insistito impietosamente il fondatore del Foglio– per constatare che l’identificazione della guerra di Liberazione con il patriottismo fu pressocchè totale”. E sapete chi e cosa ha citato, in particolare, Ferrara per difendere Meloni dagli assalti subiti su questo terreno? Addirittura “Una scelta di vita”, il colossale memoir di Giorgio Amendola”, in cui si trova tutto il necessario “per capire che la logica del Comitato di liberazione era “nazionale”. Una logica cioè di italiani prima e soprattutto. “Allora -ricorda sarcasticamente l’elefantino rosso- non era vietato dire il paese o alla anglosassone questo paese, this, country, ma non usava”. Si diceva, come oggi Meloni con la maiuscola, Nazione. Spero, personalmente, che ora venga risparmiata a Giuliano qualche lezione di storia antifascista da professori più o meno titolati sparsi un pò dappertutto, anche sotto le cinque stelle. Nessuna delle quali è intestata peraltro a  questo tema oggi ancora così scivoloso, essendo state intestate  da Beppe Grillo all’acqua pubblica, all’ambiente, alla mobilità sostenibile, allo sviluppo e alle connettività, poi meglio precisate come beni comuni, ecologia integrale, giustizia sociale, innovazione. 

Lo stesso Giuseppe Conte -non se l’abbia a male, per favore, l’ex presidente del Consiglio e ora presidente del movimento che lo portò a Palazzo Chigi nella scorsa legislatura- quando si è avventurato sul terreno dell’antifascismo, parlando alla Camera contro “la faccia di bronzo” della Meloni, è incorso nel lapsus del “delitto Andreotti” anziché Matteotti, che fra di loro fanno solo rima, nient’altro. Lo stesso blog  ormai personale di Grillo non mi sembra si sia impegnato in questi giorni nella polemica che ha cercato di rovinare la primavera alla Meloni. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Il ministro francese della Giustizia liquida come “terroristi” gli esuli italiani degli anni di piombo

Sarà un caso -come probabilmente pensano i detrattori della prima presidente italiana del Consiglio per giunta espressa da un partito dichiaratamente di destra per il quale gli esani non finiscono mai, come nell’ultima commedia scritta da Eduardo De Filippo nel 1973. Ma ha la sua rilevanza politica che alla vigilia del pronunciamento della Cassazione a Parigi sull’estradizione dei dieci sanguinari reduci degli anni di piombo rifugiati ancora in Francia, e qualche giorno dopo il lungo incontro svoltosi a Bruxelles fra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia d’oltr’Alpe abbia rilasciata un’intervista al Corriere della Sera per avvertire, ribadire e quant’altro di considerare “terroristi” quanti si ritengono, si proclamano, e vengono difesi dai loro sostenitori “gli esuli italiani” che debbono scontare pesanti pene nel loro paese. Fra questi primeggia per notorietà il quasi ottantenne lottacontinuista Giorgio Pietrostefani,  condannato a 22 anni per il delitto del commissario Luigi Calabresi a Milano nel 1972, ucciso come un cane sotto casa.   

Di cittadinanza italiana per parte di madre, della quale ha voluto conservare anche il cognome abbinandolo a quello francese del padre, il ministro della Giustizia Eric Dupont Moretti non ha certamente parlato, alla vigilia- ripeto- della decisione della Cassazione, senza il preventivo assenso del presidente della Repubblica reduce -ripeto anche questo- di un incontro chiarificatore con la Meloni dopo un certo periodo di gelo provocato dal caso di una nave di soccorso volontario di migranti che la Francia l’anno scorso dovette fare approdare, una volta, tanto in un suo porto, peraltro militare, e non nel solito porto italiano. Acqua ormai passata, con grande sollievo anche o soprattutto del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, spesosi personalmente per superare la crisi, come anche per l’incidente verificatosi all’epoca del primo governo Conte, quando il vice presidente grillino Luigi Di Maio  andò a solidarizzare con i rivoltosi in gilet giallo che avevano messo a ferro e a fuoco Parigi.

Sono d’altronde lontani anche i tempi del presidente francese Nicolas Sarkozy, la cui consorte  italiana Carla Bruni non si si risparmiò parole e gesti di difesa e solidarietà con i connazionali terroristi rifugiatisi oltre’Alpe con lo scudo che portava il nome dell’ex presidente francese Francois Mitterrand. Fra quei terroristi c’era allora anche Cesare Battisti, ora al sicuro, dopo una fuga in Sudamerica, là dove doveva stare da tempo: in un carcere italiano in cui si è appena lamentato di subire dispetti. Che naturalmente non gli sono dovuti, per quanto lui ne abbia fatti ben altri alle sue vittime e ai loro familiari. 

Ripreso da http://www.policynakermag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑