Le “riflessioni” di Giorgia Meloni sul 25 aprile affidate al Corriere della Sera

Tutti lì ad aspettare Giorgia Meloni, la prima donna, e di destra, alla “prova più difficile” nell’”Italia divisa” dei titoli di prima pagina di Repubblica; tutti ponti a fare le pulci a qualche comunicato ufficiale in coincidenza con la sua partecipazione, accanto al capo dello Stato e ai presidenti delle Camere, alla cerimonia abituale del 25 aprile all’Altare della Patria; tutti smaniosi di rinfacciarle la “ritrosia” appena rimproveratale dall’ex amico e leader di partito Gianfranco Fini sulla strada da lui intrapresa tanti anni  fa  del riconoscimento del valore dell’antifascismo; e lei che cosa fa? Prende non più la carta e penna di una volta, che ha fatto in tempo ad usare da ragazza, ma il computer dei nostri giorni per affidare le sue “riflessioni” ad una lettera al Corriere della Sera, scelto per la sua primazia nelle edicole e dintorni ma anche per la moderazione con la quale di solito informa i lettori e partecipa al dibattito politico, cercando più di ragionare che di strillare. 

Il Corriere naturalmente ricambia offrendole l’apertura in questo giorno di festa nazionale, e di gigantesco ponte vacanziero. “Il frutto fondamentale del 25 aprile -ha scritto, fra l’altro, la premier-è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici, che il fascismo aveva conculcato e che ritroviamo scolpiti nella Costituzione repubblicana”. Un fascismo la cui nostalgia -ha precisato la Meloni in un altro passaggio- è “incompatibile” con la destra democratica che lei è convinta di rappresentare alla guida del governo, come le ha appena riconosciuto la Cnn americana facendo un bilancio positivo dei suoi primi sei mesi di esperienza a Palazzo Chigi. 

“Il 25 aprile 1945- ha ancora riflettuto la premier- segna evidentemente uno spartiacque per l’Italia: la fine della seconda guerra mondiale, dell’occupazione nazista, del Ventennio fascista, delle persecuzioni antiebraiche, dei bombardamenti e di molti lutti e privazioni che hanno afflitto per lungo tempo la nostra comunità nazionale”, purtroppo proseguiti per un pò anche dopo quella data, ha ricordato la Meloni. Che deve avere letto anche lei i libri del compianto Giampaolo Pansa guadagnatosi per la sua onestà le contumelie e le minacce di quanti si aspettavano da lui, a sinistra, la loro reticenza o mancanza di memoria, o nessuna voglia di informarsi. 

A conclusione delle sue riflessioni la Meloni ha tenuto a ricordare che oggi la Libertà, cui sarebbe meglio titolare ormai la festa del 25 aprile per il tanto tempo passato dalla Liberazione, sempre con la maiuscola, è minacciata in Europa da Putin con l’aggressione all’Ucraina. E ha dedicato il suo “primo 25 aprile da presidente del Consiglio” alla quasi centenaria Paola Del Din, da Lei incontrata e ricordata domenica sera anche da Carlo Nordio a Rai 3: una partigiana decorata al valor militare – delle brigate Osoppo falcidiate dai comunisti filotitini- che preferisce chiamarsi ed essere chiamata “patriota”.  

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Carlo Nordio, l’uomo giusto al posto giusto anche per disintossicare il 25 aprile

Ospite televisivo, sia pure a distanza, di Fabio Fazio su Rai3, collegato dalla sua abitazione a Treviso fra libri che ritengo abbia tutti letto, e non esposti alle spalle per arredamento, Carlo Nordio si è rivelato “l’uomo giusto al posto giusto” -parole della premier Gorgia Meloni- non solo come ministro della Giustizia. Che è titolare per espressa norma costituzionale -l’articolo 107 dimenticato o ignorato da critici e avversari nei giorni scorsi-  della insindacabile “facoltà di promuovere l’azione disciplinare” verso le toghe. Sulle quali giudizio ed eventuali misure sono affidati, a tutela della loro indipendenza e autonomia, al Consiglio Superiore della Magistratura, non alla piazza come accade a tanti malcapitati dopo un avviso di garanzia. 

Nordio si è rivelato l’uomo giusto al posto giusto anche sul piano culturale e politico, ora che è un parlamentare eletto, prima ancora che Guardasigilli, parlando della festa della Liberazione in questi giorni e in queste ore intossicate dalle solite polemiche, questa volta più rumorose e astiose del solito. E ciò per qualche “sgrammaticatura istituzionale” di certo, come Giorgia Meloni ha definito alcune sortite del suo amico e collega di partito Ignazio La Russa, presidente del Senato e quindi seconda carica dello Stato, ma anche o soprattutto per la prima volta di una destra. e di una donna, alla guida del governo. Una destra che, per quanto svezzata a suo tempo da Gianfranco Fini riconoscendo non a parole ma per iscritto, su tanto di documenti di partito, il valore dell’antifascismo, si trova sottoposta ad esami che non finiscono mai, come da una vecchia e celeberrima commedia di Eduardo De Filippo. 

Persino Fini, uscendo dalla nebbia politica dove sembrava finito mancando il ritorno alla Camera anche come semplice deputato dopo averla presieduta, ha un pò bacchettato la Meloni, parlandone in televisione con Lucia Annunziata, per non averlo sinora seguito esplicitamente sulla strada dell’antifascismo da lui imboccata entrando nell’area di governo dove lo aveva portato, sdoganandolo, Silvio Berlusconi nel 1994. Più ancora di Fini si è mostrato fiducioso o ottimista su Meloni un altro ex presidente della Camera di segno opposto: Luciano Violante parlandone al Corriere della Sera.

Nordio -per tornare a lui- ha risposto ad una domanda di Fazio sulla festa appunto della Liberazione e sulle polemiche che l’hanno accompagnata proponendo sacrosantamente di fare del 25 aprile una ricorrenza non solo italiana ma europea. Fu tutta l’Europa infatti a suo tempo, anche quella destinata poi a cadere sotto la dittatura sovietica, ad essere liberata dal nazifascismo. Nessuno ora la sente decentemente minacciata, per quanto forte sia diventata la destra in Francia e nei paesi nordici nelle ultime elezioni, e non solo in Italia. Nessuno, ripeto, è decentemente allarmato, essendo con tutta evidenza indecente il tentativo di Putin di giustificare la sua sanguinosa aggressione all’Ucraina reclamandone e realizzandone nei territori occupati una presunta “denazificazione”. 

Non vi sono sgrammaticature istituzionali -ripeto- lamentate dalla premier in persona né errori di ignoranza, peraltro confessata, come quello del ministro cognato della stessa Meloni, Francesco Lollobrigida, sulla minaccia incombente di una “sostituzione etnica” cinicamente programmata o teorizzata da nuovi schiavisti, che possano giustificare i muretti, i muri e i fili spinati più o meno costruiti in questi giorni da una politica italiana litigiosa, pronta a strumentalizzare tutto e tutti per dare un contenuto a questo o a quel partito abituato a vivere di slogan e non di programmi, di populismo e non di popolo, di fake news e non di notizie vere. 

Su questa strada temo che la sinistra -secondo me suicida dai tempi che in cui “disconobbe”, come ha detto recentemente Stefania del padre, o espulse Bettino Craxi come un volgare delinquente per avere cercato di modernizzarla- si lascerà scappare anche l’occasione offertale dal ruolo di opposizione, peraltro assegnatosi volontariamente nelle ultime elezioni politiche, per rigenerarsi finalmente e offrire una credibile, realistica alternativa alla destra arrivata alla guida del governo senza alcuna marcia su Roma, semplicemente  per libera scelta dei cittadini non per questo nostalgici del fascismo, non foss’altro per ragioni semplicemente anagrafiche. 

Dico pertanto grazie  anche per questo  a Nordio, ripeto, non solo come ministro della Giustizia. La nostra salvezza è davvero solo o soprattutto in Europa, liberandone i paesi non solo e non tanto dai vecchi e nuovi nazionalismi, o sovranismi, ma da quelli che sono ormai provincialismi. E nulla di più. 

Pubblicato sul Dubbio

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Il 25 aprile di Gianfranco Fini, liberato dalla nebbia dagli avversari della Meloni

Di questa straordinaria edizione della festa del 25 aprile, la prima con un governo guidato da una donna, e di una destra non più semplicemente parte di una coalizione  presieduta e garantita, come nel 1994 e anni successivi, da un uomo di un’altra cultura e provenienza come Silvio Berlusconi, rischia di essere beneficiario soprattutto un ex leader scomparso da qualche tempo dai radar della politica. E’ Gianfranco Fini, che sembrava ormai pensionato per un infortunio, chiamiamolo così, familiare da lui stesso ammesso di recente in un’aula di tribunale. Dove si è sentito tradito da chi, appunto in famiglia, profittò della sua buona fede acquistando a buon mercato a scopo speculativo, praticamente nascosto dietro una società straniera, una casa a Montecarlo donata al suo partito da una generosa elettrice italiana.

Prima ancora di finire  in qualche modo in tribunale, quella vicenda costò moltissimo a Fini, che già aveva fatto una brillante e bruciante carriera politica sfiorando da solo il Campidoglio come candidato sindaco di Roma nel 1993 e poi, “sdoganato” da Berlusconi con la partecipazione al centrodestra uscito vincente dalle urne del 1994, salendo via via alla Farnesina, alla vice presidenza del Consiglio e alla presidenza della Camera, terza carica dello Stato. Dalla quale, con una intemperanza pari all’imprudenza, visti anche i risultati, sfidò Berlusconi per sfilargli in anticipo Palazzo Chigi. E ciò non per succedergli con qualche realistica speranza ma solo per continuare poi a combatterlo in una combinazione improvvisata dal senatore a vita Mario Monti a Palazzo Chigi. La personale perdita di credito politico gli impedì però di tornare a Montecitorio neppure da semplice deputato.

Morto e sepolto, si disse politicamente di lui, con gli amici rapidamente dispersi e neppure tutti tempestivi a rifugiarsi nella nuova casa di destra allestita da Giorgia Meloni. Lo stesso Fini l’aveva liquidata con poche parole. 

Di lui da qualche tempo, da quando la Meloni è a Palazzo Chigi, si parla -vedremo se a torto o a ragione- come di un candidato alle elezioni europee dell’anno prossimo nelle liste del partito della generosa premier, alla quale egli riserva attenzione ogni volta che gliene offre l’occasione qualche salotto politico, o simile, specie quello di Lucia Annunziata. Dove ieri,  amplificato oggi da Repubblica, forte di averla oggettivamente preceduta a suo tempo come leader di Alleanza Nazionale nella scoperta del fascismo come “male assoluto”, ha dichiarato persino con una certa severità di “capire ma non giustificare la ritrosia a pronunciare l’aggettivo” antifascista. Più fiducioso e generoso è stato Luciano Violante, ex presidente della Camera pure lui ma di segno opposto, dicendo al Corriere della Sera che la premier saprà “allontanare gli estremisti” dalla sua area politica e “costruire un futuro privo di nostalgie”. “Ne esistono -ha detto-  le condizioni soggettive e oggettive”. 

La terza carica dello Stato sostituisce la seconda nel rapporto di condivisione con Mattarella

In questi giorni di vigilia della festa di Liberazione del 25 aprile intossicati anche da una certa satira che reclama, come fa oggi Il Fatto Quotidiano, il dovere e il diritto di prendere per “il culo”, letterale, una destra non sufficientemente o per niente antifascista, ritenendosi autorizzato alla parolaccia dall’uso fattone a suo tempo del vecchio Cuore di sinistra, complimenti a Stefano Rolli. Che sulla prima pagina della Stampa ha voluto e saputo rappresentare nella sua vignetta la protesta della premier Giorgia Meloni, di fronte ad un calendario, per questa “maledetta primavera”. Maledetta per le polemiche alle quali non hanno saputo sottrarsi anche amici di partito al vertice delle istituzioni come il presidente del Senato Ignazio La Russa. Che ha addirittura attribuito alla Costituzione della Repubblica il merito, diciamo così, di non contenere l’antifascismo esplicitamente in alcun passaggio, confinando nelle disposizioni “transitorie” – ma anche “finali, gli ha fatto notare il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky- il  divieto di ricostituire “sotto qualsiasi forma il disciolto partito fascista”.  

Peccato che il direttore dello storico giornale torinese, Massimo Giannini, non abbia voluto tenere conto della vignetta di Rolli sfidando praticamente la Meloni, nel suo editoriale, a dire una buona volta che cosa pensi del fascismo e dell’antifascismo. “Giorgia Meloni -ha scritto il direttorenon parla del giorno della Liberazione dal fascismo. Non ne ha mai parlato fino ad oggi, da presidente del Consiglio. Dopodomani sarà all’Altare della Patria con Sergio Mattarella. Aspettiamo il suo comunicato ufficiale”. Al quale, in verità, non l’obbliga nessuno potendo bastare e avanzare la sua presenza, appunto, accanto a Mattarella.

Eppure, prima ancora di vedere e riflettere sulla vignetta di Rolli, il severo e sospettoso Giannini avrebbe potuto rileggersi la prima pagina di ieri del suo stesso giornale. Dove Flavia Perina, già direttrice del Secolo d’Italia, organo ufficiale prima del Movimento Sociale e poi di Alleanza Nazionale, ha riprodotto un passaggio di certo non secondario del documento di svolta della destra italiana approvato a Fiuggi tanti anni fa e che la Meloni non ha mai rinnegato. “E’ giusto chiedere alla destra italiana -diceva e dice quel passaggio- di affermare senza reticenza che l’antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato”. 

Credo che non fosse mancato in quella occasione neppure il voto di Ignazio La Russa, che ora invece a Palazzo Madama sembra averlo dimenticato con le sue sortite culturalmente ma anche politicamente provocatorie. Egli si è appena fatto scavalcare, nel corretto percorso istituzionale col presidente della Repubblica, dalla terza carica dello Stato: il presidente leghista della Camera Lorenzo Fontana, corso ai ripari con una intervista al Corriere della Sera orgogliosamente antifascista. 

Ripreso da http://www.policymakrmag.it

La sconfitta, una volta tanto, dei somari della Costituzione repubblicana

I fatti per fortuna, almeno stavolta, contano più delle parole. Di cui in questi giorni, anche in vista della festa di Liberazione del 25 aprile, si è fatto un certo abuso intossicando i rapporti persino istituzionali. E abbassando ulteriormente il livello culturale della politica, potrebbe dire il Capo dello Stato Sergio Mattarella dopo l’intervista di ieri al Corriere della Sera. Penso, per esempio, alle parole sfuggite al presidente del Senato Ignazio La Russa con quella sortita “cieca”, come l’ha definita  il manifesto, sulla Costituzione priva del termine “antifascista”. La Repubblica, che aveva maggiormente enfatizzato una chiacchierata di La Russa, gli ha generosamente fornito un salvagente, per quanto satirico, con la vignetta di Altan che gli fa dire: “Non si può dire una cazzata, che subito la strumentalizzano!”. 

Tra i fatti, ripeto, per fortuna prevalenti almeno stavolta sulle parole metterei tuttavia al primo posto il silenzio improvvisamente caduto oggi in quasi tutte le prime pagine dei giornali sul ministro della Giustizia crocifisso per più giorni a destra e a manca, da toghe ed avvocati insieme, per  i rilievi ai giudici della Corte d’Appello di Milano che, accordando gli arresti domiciliari, hanno di fatto consentito la fuga d’un faccendiere russo amico di Putin. A carico del quale pendeva un procedimento di estradizione negli Stati Uniti. 

Dell’azione disciplinare promossa dal Guardasigilli verso quei giudici si è detto e scritto che avrebbe violato le sacrali autonomia e indipendenza della magistratura, le cui decisioni potrebbero essere contestate solo ricorrendo al superiore grado di giudizio. Incultura anche questa, da bocciatura in un serio esame universitario, perché ignora l’articolo 107 della Costituzione, che conferisce appunto al ministro della Giustizia -l’unico peraltro ad essere menzionato nella stessa Costituzione fra tutti i colleghi di governo- la promozione dell’azione disciplinare, senza alcuna condizione. in modo secco, assoluto. “Il ministro della Giustizia -dice il secondo comma di quell’articolo- ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare”, appunto. 

Le sacrali- ripeto- autonomia e indipendenza della magistratura restano tutelate dalla sede in cui si svolge l’azione promossa dal Guardasigilli: il Consiglio Superiore, dove non a caso le assoluzioni sommergono le condanne. Di che cosa dunque hanno paura questi somari che, ripeto, non meriterebbero di superare un esame universitario se vi si lasciassero sottoporre di nuovo? 

Ha certamente contribuito a blindare il Guardasigilli, anche sulla strada della riforma della Giustizia contemplata dal programma di governo, quel “Nordio uomo giusto al posto giusto” appena confermato dalla premier Giorgia Meloni in una lunga intervista al Foglio. Ma anche quella “ragione” datagli dal presidente emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato, guarda caso, da New York: cioè dagli Stati Uniti sorpresi e danneggiati dai giudici della Corte milanese d’Appello. 

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L’infelice incultura della politica sferzata dal presidente della Repubblica

Riprendo da una lunga, straordinariamente colta intervista appena rilasciata al quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda dal Presidente della Repubblica  Sergio Mattarella in occasione del festival del libro a Parigi, di cui l’Italia è ospite d’onore: “Il sapere si è affermato come un valore democratico, anzi come condizione della stessa vita democratica. Non a caso l’accesso all’istruzione è divenuto uno dei diritti contemporanei. Un bagaglio di studi limitato è una barriera che, oltre a creare divari, genera incomprensioni e, dunque, conflittualità e, soprattutto, ci impedisce di progettare il futuro con chiavi interpretative adeguate a comprendere la complessità del nostro vivere contemporaneo”. 

Immagino il ministro Francesco Lollobrigida a leggere queste parole e mi viene non so se più da ridere o da impallidire dopo la sua confessione di avere parlato di “sostituzione etnica” senza sapere di essere stato preceduto tanto tempo fa su questa strada dal filosofo austriaco Richard Nicolaus Kalergi. Del cui piano cospirativo si sono alimentate le culture, chiamiamole, così nazista e fascista. Uno, peraltro ministro, che si occupa o si mette a parlare di immigrazione e non conosce un simile precedente dovrebbe sentire quanto meno il dovere di scusarsi: cosa che l’interessato non ha voluto fare davanti a un microfono e una telecamera mentre gli veniva richiesto. 

Non so neppure questa volta se ridere o impallidire di più pensando al soccorso prestato al ministro Lollobrigda dal Fatto Quotidiano con quella vignetta sulla moglie, sorella della premier Giorgia Meloni, a letto con un africano da lei incoraggiato al sesso dall’assenza del marito troppo impegnato a contrastare la sostituzione etnica, appunto. Una vignetta che per la sua evidente volgarità, a dispetto della impunità reclamata dalla satira, ha naturalmente procurato alla famiglia Meloni-Lollobrigida solidarietà bipartisan, lasciando praticamente al ministro una via di fuga.

Mentre la cronaca politica veniva invasa dalle reazioni alla vignetta del Fatto, il presidente leghista della Camera Lorenzo Fontana davanti alla scolaresca di un istituto intestato al povero  Vittorio Bachelet, ucciso nel 1980 dai terroristi rossi nella doppia veste di professore e di vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, chiamava l’interessato Bakelet. E si  è meritato stamane sul Corriere questo epilogo del quotidiano appuntamento di Massimo Gramellini con i lettori: “Pazienza per Fontana, lui ormai i suoi studi li ha fatti (o non li ha fatti). Ma gli studenti del Bachelet, reduci dalla lezioncina di Montecitorio, si staranno domandando: se uno diventa presidente della Camera senza conoscere la storia d’Italia, perché mai dovremmo studiarla noi?”.

Lo stesso discorso merita il presidente del Senato Ignazio La Russa, che in un “colloquio” con Repubblica, derogando alla promessa del silenzio  dopo un’altra uscita infelice, ha detto che “nella Costituzione non c’è l’antifascismo”. 

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Armaroli fa le pulci a 15 senatori a vita nominati per la politica, non per altri meriti

Non lasciatevi scoraggiare, per favore, dalle 450 pagine dell’ultimo libro di  Paolo Armaroli -anzi penultimo, perché probabilmente l’autore ne starà già scrivendo un altro- pubblicato da La Vela e titolato andreottianamente “I senatori a vita visti da vicino”. Lo si legge se non tutto di un fiato, quasi, vista l’oggettiva abbondanza di carta.

Pur legati -lo confesso- da una ormai vecchia amicizia personale e colleganza d’arte, volendo nobilitare immeritatamente il giornalismo, professionale e non, ho preso subito di mira con spirito competitivo la parte del quarto capitolo del libro sui senatori a vita da lui definiti “abusivi”. E ciò perché nominati dai presidenti della Repubblica più per valutazioni politiche che per gli “altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario” prescritti dall’articolo 59 della Costituzione. 

Poiché si tratta di 15 dei complessivi 38 senatori nominati a questo titolo da quasi tutti i presidenti succedutisi al Quirinale, più o meno conosciuti o seguiti anche da me in una lunga attività fra giornali e televisioni, ho voluto verificare quanto di più Paolo abbia saputo vedere e trovare sul loro conto tra consultazioni di atti e confidenze raccolte come professore universitario e poi anche per un pò come parlamentare. Ahimè, tantissimo, a cominciare dal primo della lista stesa in ordine alfabetico, 

Di Giulio Andreotti, per esempio, non sapevo l’autenticità solo presunta di famose battute attribuitegli accreditandolo come il più brillante dei politici. Non sarebbe sua, per esempio, ma di Talleyrand la paternità del potere che “logora chi non ce l’ha”. Non sua, ma neppure di Sant’Agostino richiamato da altri, ma del cardinale Francesco Selvaggini Marchetti, morto nel 1951, è invece il riconoscimento che “a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina”. Sicuramente suo, invece, sarebbe il “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” opposto a Ciriaco De Mita che si era lamentato del modo di guidare almeno uno dei suoi sette governi. Abusivo, ma comunque “di lusso” il suo laticlavio, secondo Armaroli.  

Di Emilio Colombo è sottolineato nel libro più che il contributo dato in un decennio ai lavori del Senato con discorsi e altro, l’imbarazzo procurato a Carlo Azeglio Ciampi, che l’aveva appena nominato, per una penosa vicenda di droga che coinvolse la scorta e che spiegò ai magistrati raccontando di farne uso da un anno e mezzo “a fini terapeutici”. “Una pezza che a mala pena copre il buco”, scrive Armaroli. 

Di Francesco De Martino, già segretario del Psi, prima di Bettino Craxi, e vice presidente del Consiglio col democristiano Mariano Rumor a Palazzo Chigi, Armaroli scrive come di “un fantasma” passato “letteralmente inosservato” a Palazzo Madama. Dove tuttavia ebbe la ventura di presiedere per ragioni anagrafiche all’inizio della legislatura uscita delle urne del 1994 le prime due sedute che portarono sull’orlo dell’infarto il già fisicamente provato Giovanni Spadolini: pure lui senatore a vita ma soprattutto presidente uscente dell’assemblea e candidato dall’opposizione alla conferma. Al terzo scrutinio, in concorrenza col berlusconiano Carlo Scognamiglio, egli fu applaudito in aula come eletto ma per sbaglio. In realtà, rifatti i conti, la vittoria fu assegnata all’altro per un voto di scarto. Neppure quella volta De Martino si scompose nella sua figura sfinge.

Con Spadolini, nella parte dedicata al suo laticlavio, Armaroli è giustamente generoso sul piano culturale e umano riconoscendogli di avere meritato anche come senatore a vita quella sola, semplice e al tempo stesso austera qualifica da lui stesso voluta sulla sua tomba a Firenze: “un italiano”. 

Di Amintore Fanfani, tornando all’ordine alfabetico dell’elenco degli “abusivi”, solo Armaroli poteva fare concorrenza al famoso “Rieccolo” datogli da Montanelli, per la capacità di rialzarsi dopo ogni caduta, facendogli cambiare sesso e paragonandolo alla “Elena del Faust di Goethe  molto lodato e molto vituperato”. Pur provvisto di “un brutto carattere”, come chiunque ne abbia uno davvero, Paolo riconosce che “questo mezzo toscano aveva addolcito il suo” con gli anni diventando “disponibile al dialogo più di quanto lo fosse stato in passato”. Non a caso -mi permetto di ricordare- dopo il sequestro di Aldo Moro, di cui era stato l’antagonista come leader della Dc, Fanfani fu tra i pochi, comunque il più espostosi nel tentativo di salvargli la vita superando la immobilistica e mortale “linea della fermezza” opposta alle brigate rosse. Con le quali poco dopo la Dc avrebbe trattato per liberare l’assessore regionale campano Ciro Cirillo finito nelle loro mani insanguinate.

Di Giovanni Leone, “il tappabuchi balneare”, Armaroli ricorda, anche come capo dello Stato ingiustamente detronizzato “per un inesistente suo coinvolgimento nello scandalo Loockeed”, e pur in certi aspetti “un pò pittoreschi”, la figura di “un galantuomo cresciuto alla severa scuola di De Nicola”.

Cesare Merzagora passa indenne l’esame. Non così Mario Monti, nominato senatore a vita in funzione della quasi contemporanea destinazione a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio, pur essendo stato preceduto alla guida di un governo dall’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, senza che questi ottenesse prima lo scudo o il premio del laticlavio. Di Giorgio Napolitano si ricorda il troppo poco tempo vissuto come senatore a vita, dal settembre 2005 al maggio successivo, quando fu eletto presidente della Repubblica. 

APietro Nenni viene perdonato il “neutrale mai e poi mai” e assegnata la qualifica di “abusivo di classe”. Come di Giuseppe Paratore si ricorda la lodevole lettera  scritta prima di morire per chiedere con discrezione di non essere commemorato.

Dovrei continuare per arrivare alla lettera V con Leo Valiani preceduto da Ferruccio Parri, Camilla Ravera, Meuccio Ruini e Luigi Sturzo, ma ho esaurito lo spazio a disposizione. Il resto, se volete, potrete leggerlo direttamente godendovi anche voi il libro di Armaroli. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 aprile

Un Mattarella a sorpresa dalla Polonia mette a rischio una guida italiana della Nato

Potrebbe compromettere, suo malgrado, l’arrivo di un italiano al vertice della Nato il Mattarella a sorpresa giunto dalla Polonia, per quanto sfuggito ai radar dei giornaloni italiani, intercettato solo dalla Verità di Maurizio Belpietro e dal Dubbio di Davide Varì. Che hanno titolato su una sua sortita alla Macron, contrario ad un’agenda europea “dettata da altri”, cioè dagli americani -si potrebbe presumere- di fronte alla guerra in Ucraina scatenata e condotta con ferocia crescente dalla Russia. Del discorso del presidente della Repubblica in territorio polacco, in una visita pur di sostegno dichiarato alla resistenza ad oltranza degli ucraini con l’aiuto degli occidentali, i giornaloni -ripeto- hanno preferito valorizzare di più, o soltanto, il monito a non considerare l’Unione Europea una semplice “somma di interessi nazionali mutevoli”. Come sono quelli, per esempio, sul fronte sempre più caldo dell’immigrazione clandestina, affidata a regole giustamente definite “preistoriche” dal capo dello Stato. 

Come è già accaduto per le parole di Macron, dopo una sua visita in Cina, contro un presunto “vassallaggio” americano dell’Europa, oltre Oceano potrebbero non gradire neppure quelle pur non così amplificate di Mattarella in Polonia. E ciò mentre- stando ai retroscena e quant’altro di Repubblica, come grida un titolo in prima pagina sulla Nato- un presunto “ no di Draghi apre la strada alla guida militare di Cavo Dragone”. E’ l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in particolare, 66 anni compiuti a febbraio, capo di Stato Maggiore della Difesa italiana dal 2021.

Quel Mattarella un pò macronizzato – fra i due presidenti, del resto, i rapporti sono notoriamente eccellenti, serviti più volte a comporre conflitti o superare equivoci fra i governi di Roma e Parigi- ha finito per trovarsi, con quell’agenda europea dettata da altri, come la nuova segretaria del Pd Elly Schlein nella sua prima conferenza stampa commentata sul Corriere della Sera, servendo il caffè quotidiano, da Massimo Gramellini sotto il titolo: “Elly parallele”. Che su Domani, il giornale della “radicalità” indossata da qualche tempo dall’editore Carlo De Benedetti, è diventato “Schlein, radicale ma prudente”.

Tanto prudente, la segretaria del Pd, sui temi -per esempio- della guerra in Ucraina e della monnezza a Roma, dove il sindaco è deciso a mandarla in un termovalorizzatore osteggiatissimo dai grillini, che Il Fatto Quotidiano le ha dedicato questo titolo di apertura in prima pagina: “Schlein, zero svolte. Conte per conto suo”. E ciò alla faccia della vittoria appena cantata dai due nelle elezioni comunali di Udine. 

“La verità è -ha notato Gramellini- che la politica non è mestiere per opinionisti ma per mediatori, perché il suo compito consiste nel decidere senza sfasciare…..Il colore della politica è il grigio, perciò non ci emoziona…Ogni nuovo leader ci illude e poi sempre ci delude”. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La rondine di Udine nella strana primavera fredda della sinistra italiana

Prima di partecipare anche lui alla campagna fresca di stampa contro il governo all’insegna del razzismo per il piano avvertito dal ministro Francesco Lollobrigida di una “sostituzione etnica” dietro l’aumento esponenziale dell’immigrazione dall’Africa, l’amico Piero Sansonetti ha voluto ieri cantare dalla direzione del suo Riformista, che sta per passare sotto quella di  Matteo Renzi e Andrea Ruggieri, il sollievo della sinistra, rigorosamente in rosso, per l’arrivo della rondine, in una primavera pur fredda, a Udine. Dove il centrodestra ha perso con uno scarto del 5 per cento le elezioni comunali 15 giorni dopo avere stravinto  quelle regionali. 

In questo risultato Piero ha trovato la conferma di una cosa per lui “già chiara ma ora cristallina”. “Il centrosinistra -ha scritto-  dispone della maggioranza degli elettori… Il problema è che non sa fare coalizione e quindi, con l’attuale legge elettorale, vince la destra. Che pure è minoranza. A Udine, per la prima volta, è riuscito a fare un’alleanza larga, dal Terzo polo al Pd, ai radicali, alla sinistra, ai 5 stelle. E’ un dato politico indiscusso e sul quale sarà bene riflettere”.

Questo ragionamento ha due inconvenienti. Il primo è di cronaca, o statistico. Esso ignora che fra il primo e il secondo turno delle elezioni comunali a Udine l’affluenza alle urne è scesa di ben dieci punti: dal 54 per cento, che già non era un granché, al 44. Ciò basterebbe e avanzerebbe a spiegare perché il candidato del centrodestra, il leghista Pietro Fontanini, prevalso di 7 punti nel primo turno sul concorrente candidato dal Pd, Alberto De Toni, ha potuto essere raggiunto e superato. E’ presumibile che fra gli infreddoliti elettori di centrodestra molti abbiano evitato di tornare alle urne dando per scontato il successo del sindaco uscente, e uscito.

L’altro inconveniente, almeno ai fini della soddisfazione espressa da Sansonetti e della “riflessione” proposta ai suoi lettori, che fra qualche giorno continueranno a seguirlo sull’ Unità risorta grazie allo stesso editore del Riformista, è tutto politico. Esso sta nella natura un pò troppo  carnevalesca -e fuori stagione– della coalizione improvvisata dal Pd fra il primo e il secondo turno delle elezioni udinesi. E’ una natura rispetto alla quale la coalizione di centrodestra, pur con tutti i suoi problemi interni di convivenza e concorrenza fra leghisti di varia tendenza, destra meloniana e berlusconiani, sembra un cristallo. Sansonetti plaude, fra gli altri, ai grillini dei quali ha scritto e detto per anni come dei marziani, a dir poco, anche o ancor più sotto la guida di Giuseppe Conte.

Un’ultima, per quanto velenosetta riflessione, per rimanere al linguaggio di Piero. Dubito che Il Riformista sarebbe uscito sulla rondine di Udine con lo stesso titolo di ieri sotto la direzione imminente della coppia Renzi-Ruggieri. Che si riconoscerebbe forse nel più prudente monito del manifesto: “Un errore illudersi”, anche se “è un segnale di vita”.

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Quel sogno craxiano della pacificazione nazionale dopo la lunga stagione dell’odio

Dell’intervista di Stefania Craxi pubblicata domenica, da me trattata in altra sede -sul Dubbio- per la parte riguardante la diaspora socialista, mi ha colpito che la titolazione del Corriere della Sera, in prima pagina e dentro, sia stata dedicata ai fiori che un giorno il leader del Psi volle porre sul posto in cui furono uccisi Benito Mussolini e l’incolpevole amante Claretta Petacci dai partigiani che con intendevano consegnare il  nemico agli americani. E mi sono chiesto con la solita malizia del giornalista- a costo di meritarmi anch’io  il durissimo attacco di Luca Ricolfi, in una bella intervista a Libero, contro il contributo dato quotidianamente dai giornali all’intossicazione del clima politico- se intervistatore e titolista avessero voluto solo attenersi all’ordine cronologico dei ricordi di Stefania o non appannare l’antifascismo  della buonanima di Bettino alla vigilia della festa del 25 aprile. Che anche quest’anno potrebbe replicare la vecchia gara a chi parla peggio degli eredi, presunti o reali, di quella destra.   “Per il 25 aprile -ha detto non a caso, e giustamente, Ricolfi nella già ricordata intervista- temo più gli antifascisti estremi”.

Curiosamente l’intervistatore di Stefania ha fatto seguire al racconto dei fiori sul posto dell’esecuzione di Mussolini questa osservazione sul padre: “Con Almirante aveva un buon rapporto”. Come se anche quei fiori appartenessero alla storia di quei rapporti col leader missino spintisi nel 1985 ad un incontro ufficiale, sia pure non menzionato, che Craxi, presidente del Consiglio, volle per verificare la disponibilità della destra a sostenere la candidatura dell’allora vice presidente democristiano del Consiglio Arnaldo Forlani  al Quirinale. Dove finì per andare invece Francesco Cossiga all’insegna del famoso “patto costituzionale” di conio demitiano. 

Stefania Craxi, che dal padre ha preso evidentemente anche la prontezza dei riflessi, non è caduta nella trappola parlando di quell’incontro. Che a suo tempo procurò al leader socialista l’accusa di volere isolare i comunisti, contrari a Forlani, mettendoli in minoranza con i voti “fascisti” garantiti dall’ex capo d gabinetto di non ricordo più quale ministro della Repubblica Sociale di Salò. Stefania ha semplicemente risposto e raccontato “il sogno” del padre “che un fascista e un socialista andassero insieme a Piazzale Loreto, dove si era consumata quella che riteneva un’infame barbarie”, con i cadaveri del Duce e della Petacci appesi con atri ai ganci di un distributore di benzina, “e rendessero omaggio sia alla memoria di Mussolini, sia a quella dei partigiani socialisti che lì erano stati fucilati”. E poi vendicati con quell’osceno spettacolo fatto cessare da Sandro Pertini con un ordine secco. 

L’antifascismo non impediva insomma a Craxi, come invece impedisce ancora a tanti  gestori titolati della festa del 25 aprile, di volere far seguire finalmente la stagione della pacificazione nazionale a quella dell’odio.

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