Quante giustificazioni ancora per quell’ignobile linciaggio di Bettino Craxi

Per quanto fuori corso ormai dal 2002, quelle centinaia di monete da 50 e 100 lire, ben più pesanti delle monetine- esse sì- dei centesimi di euro che ne hanno preso il posto, sono tornate a rimbalzare se non a Largo Febo, davanti all’albergo romano dove abitava Bettino Craxi, nelle redazioni dei giornali che hanno voluto evocarle a 30 anni di distanza dal loro lancio contro il leader socialista. Ma ancor più, sia pure figurativamente, contro la Camera che il giorno prima, 29 aprile 1993, aveva osato negare a scrutinio segreto alcune delle “autorizzazioni a procedere” chieste nei suoi riguardi dalla magistratura per il finanziamento illegale dei partiti. E per i reati presuntivamente connessi, secondo gli inquirenti,  di corruzione, concussione e simili. 

Alcuni hanno evocato quella specie di riedizione dello spettacolo milanese di Piazzale Loreto del 1945 per dolersene e al tempo stesso storicizzarla come “l’antipolitica del Raphael che indebolì le istituzioni”, ha scritto Alessandro Campi, per esempio, sul Messaggero. Altri, senza neppure spendersi tanto nel rammarico, e di fatto replicando, hanno voluto ancora riconoscere a quegli squadristi rossi e neri -come li definì Craxi- l’attenuante di essere stati provocati. Da lui direttamente, come ha scritto Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano, con quel modo “arrogante” che aveva di rappresentare il potere e persino di muoversi fisicamente. Quel metro e novanta di altezza gli faceva vedere il prossimo dall’alto in basso. Enrico Berlinguer invece -suggerisco ai tifosi- aveva ispirato  ai suoi tempi tenerezza con quel fisico tanto striminzito da essere svolazzato affettuosamente in aria da un altro striminzito come Roberto Benigni. 

Ma oltre o ancor più che da Craxi, quegli squadristi furono provocati -secondo Gianni Barbacetto, sempre sul Fatto Quotidiano, e dove sennò? – dalla politica e dal Parlamento nel suo insieme, così guadagnandosi anche il trattamento nero di Giorgia Meloni ora a Palazzo Chigi, par di capire. 

“La Camera-ha raccontato al presente Barbacetto dopo avere ricordato il giuramento al Quirinale dei ministri anche del Pds-ex Pci del governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi- deve decidere se concedere alla Procura di Milano l’autorizzazione a indagare su Craxi per le tangenti scoperte dal pool di Mani pulite. Ha già detto si la Giunta per le autorizzazioni a procedere escludendo che le accuse di Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo siano viziate da fumus persecutionis. Tutti d’accordo, anche il democristiano Roberto Pinza, che invita maggioranza e opposizione a dire sì”.

Ma chi era Roberto Pinza? Un avvocato civilista approdato a Montecitorio l’anno prima, eletto in Emilia-Romagna: un quasi sconosciuto per i più fra gli stessi suoi colleghi, oltre che fra noi giornalisti. Ma la ricostruzione politica di Barbacetto è semplicemente falsa. La verità su quei giorni e quelle ore l’ha racconta più volte, senza essere mai smentito, quel galantuomo di Gerardo Bianco, allora capogruppo democristiano alla Camera. Al quale, adesso che è morto, sarebbe rivoltante se i superstiti dell’incontro da lui riferito opponessero una smentita. 

L’allora segretario della Dc Mino Martinazzoli scelse proprio l’ufficio di Bianco per ricevere, come gli avevano chiesto, il segretario del Pds-ex Pci Achille Occhetto e il capogruppo e compagno di partito Massimo D’Alema. I quali gli chiesero, come atto di buona volontà e di testimonianza della svolta costituita dal governo Ciampi appena nato, l’annuncio del voto della Dc nell’aula di Montecitorio contro Craxi per le autorizzazioni a procedere, messe curiosamente all’ordine del giorno della Camera nello stesso giorno della presentazione del nuovo esecutivo. Martinazzoli, peraltro  avvocato penalista, spiegò che i parlamentari democristiani avrebbero votato secondo coscienza, non su direttiva del partito. 

Infatti in aula -come lo stesso Barbacetto, del resto, racconta più avanti, sempre al presente- “intervengono in difesa di Craxi il capogruppo democristiano Gerardo Bianco e Vittorio Sgarbi allora eletto nelle liste liberali. Si schierano invece a favore dell’autorizzazione a procedere Rifondazione comunista, Pds, Rete, verdi, radicali, repubblicani, leghisti, missini. La Camera vota a scrutinio segreto: e per quattro volte su sei respinge le richieste dei magistrati.  L’aula di Montecitorio si trasforma in un’arena. Agli applausi di soddisfazione si sommano quelli beffardi. Poi urla, strepiti, ingiurie, lanci di volantini, scontri fisici, cori “Ladri! Ladri! “Elezioni Elezioni”.

Spettacolo e invettive vennero ripetute il giorno dopo alla folla in Piazza Navona da Occhetto, che ancora oggi nega di aver voluto con ciò spingere i suoi ascoltatori a spostarsi nell’attiguo Largo Febo. Dove il deputato missino Teodoro Buontempo, pace all’anima sua, distribuiva monete raccolte fra i tabaccai cambiando diecimila lire per lanciarle contro Craxi all’uscita dall’albergo, reclamandone peraltro l’arresto e il suicidio. Sì, anche il  suicidio. 

Largo Febo da elegante piazzetta divenne quella sera una fogna, della quale ancora oggi sento personalmente una puzza  che domenica mi ha tenuto lontano, anzi lontanissimo da chi vi si è raccolto con i garofani in mano per ricordare l’accaduto, sia pure in difesa della memoria del mio amico Bettino. 

Pubblicato sul Dubbio

La…meritata pioggia del 1° maggio sull’assalto della sinistra sindacale alle misure per il lavoro

Scriveva già ieri Luciano Capone nel suo “processo al sindacato” sul Foglio, non immaginando la pioggia che avrebbe fatto prevalere gli ombrelli sugli striscioni e quant’altro, che “una volta arrotolate le bandiera e tornati in sede dalla piazza”, anzi dalle piazze di Potenza e di Roma scelte per comizi e concerti, “sarebbe il caso di aprire una riflessione critica e magari adottare un approccio più pragmatico” ai problemi del lavoro. “Anche perché -osservava sempre Capone, che si definisce liberista per formazione e giornalista per deformazione- la politicizzazione non è qualcosa che faccia bene al sindacato, soprattutto in una fase storica ormai lunga e consolidata in cui gli operai votano in larga parte per la destra”, essendo diventato quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni “il primo partito tra gli operai”, seguito dalla Lega. E giù a ricordare impietosamente “un sondaggio Ipsos commissionato l’anno scorso dalla Cgil di Bergamo, proprio alla vigilia del Primo maggio” in cui emerse che “il 78 per cento degli intervistati era critico del legame storico tra sindacato e sinistra, il 79 tra i lavoratori, il 56 persino tra gli iscritti alla stessa Cgil”. 

Le misure adottate dal governo col decreto chiamato lavoro appositamente nel giorno della omonima festa, e illustrate sommariamente dalla premier davanti ad una telecamera camminando per i corridoi di Palazzo Chigi per non farsi forse accusare da Maurizio Landini di avere abusato anche dei giornalisti con una conferenza stampa, non sono certamente del tutto risolutive dei problemi sul tappeto. Non eliminano di certo la precarietà di tante occupazioni. Non sconfiggono la povertà, come si vantò comicamente di aver fatto nel 2018 dal balcone di Palazzo Chigi l’allora vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio per via di quel 2,4 per cento di sforamento del bilancio rispetto ai vincoli europei, sceso poi in pochi giorni al 2,04. Non faranno finalmente passare l’ex presidente, sempre grillino, del Consiglio Giuseppe Conte dalle proteste per le sorti del “suo” reddito di cittadinanza al sollievo o alla speranza suscitata invece in lui dalla lettera della Meloni al Corriere della Sera in occasione della festa della liberazione del 25 aprile, anch’essa minacciata secondo altri da una permanente e neppure tanto nascosta marcia della destra su Roma. Non sarà né farà tutto questo, per carità, ma il decreto legge appena varato dal governo violando, secondo Landini, la sacralità di una festa alla quale potrebbero derogare solo i sindacati con i loro raduni, costituisce di sicuro un passo avanti, non indietro. E’ il massimo consentito dalle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che grazie a Dio, tuttavia, sono un pò migliori di quanto non le descrivano, avvertano e quant’altro agenzie internazionali e, a casa nostra, sognatori di chissà quali disgrazie e speculazioni di mercato capaci di spazzare via un governo da essi indesiderato.  

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Oggi, 1° maggio, festa del o al lavoro? E’ scontro fra il governo e la Cgil di Landini

A proposito del “lavoro sporco dei media” lamentato dal Fatto Quotidiano per il discredito che i giornali avrebbero procurato al cosiddetto reddito di cittadinanza, voluto dagli amatissimi grillini e mazzolato anche con le misure oggi all’esame del Consiglio dei Ministri, vorrei offrirvi un campionario di questo lavoro appena offerto dagli stessi giornali su un piano più generale.

Meloni sfida il Primo Maggio, ha titolato  senza virgolette la Repubblica facendo quindi proprio il senso della protesta del pur sorridente Maurizio Landini, segretario generale della Cgil,  sulla soglia di Palazzo Chigi andando all’incontro col governo e strafregandosene dell’invito, con tanto di virgolette, attribuito dal Corriere della Sera al segretario generale della Cisl Luigi Sbarra:“Non buttiamola in rissa”. 

Landini ha finto, a dir poco, di non saper nulla delle misure predisposte dal governo per una  seduta del Consiglio dei Ministri “provocatoriamente” voluta il 1° maggio  non per onorarlo ma per fargli la festa. Come se, peraltro, il cammino parlamentare del decreto legge in arrivo fosse blindato, anzi blindatissimo, in un Parlamento dove la maggioranza è così bene organizzata da essere scivolata sul documento di economia e finanza.

In sintonia con la “sfida” gridata da Repubblica l’altro grande giornale – La Stampa- del gruppo guidato dal nipote del compianto Gianni Agnelli, che probabilmente non avrebbe per niente condiviso, l’ha buttata sull’amarcord titolando su una foto in bianco e nero: “Quando il lavoro era una festa”. E non invece, secondo Ezio Mauro su Repubblica, per tornare alla corazzata del gruppo, l’occasione di una “battaglia per l’egemonia sociale”. 

Questo titolo assegnato al commento dell’ex direttore di Repubblica avrebbero potuto  curiosamente usarlo pure al Corriere della Sera per l’editoriale di Dario Di Vico. Che ha scritto di misure del governo assai modeste nel loro contenuto, anche per la modestia dei fondi a disposizione, ma fortemente simboliche per una Meloni decisa a far capire che “in termini di consenso politico la grande platea dei lavoratori italiani avrà in tasca la tessera delle confederazioni del Novecento ma costituisce uno dei retroterra del suo partito e del progetto di costruire una destra conservatrice e tendenzialmente centrista”. 

Pure lo storico Ernesto Galli della Loggia,  intervistato da Libero, ha detto che ormai, e finalmente, “c’è spazio per il primo partito conservatore” in Italia. Chissà come si sarà sentito, a leggerlo, monsignor Giancarlo Maria Bregantini, “responsabile Welfare della Cei”, come l’ha presentato Il Fatto Quotidiano, dopo avere sposato in pieno la linea di sinistra di Landini. Il Consiglio dei Ministri oggi -ha detto l’arcivescovo al compiaciuto giornale di Travaglio- un errore: il governo delude, serve il lavoro degno”, non quello indegno evidentemente perseguito o proposto dalla premier pur elogiata, apprezzata e quant’altro dal Papa ogni volta che ne ha l’occasione. 

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Celebrare Craxi nella fogna romana di Largo Febo 30 anni dopo? Non ci penso proprio

Andare oggi in Largo Febo per protestare dopo 30 anni contro le monetine lanciate su Bettino Craxi da squadristi, come lui li definì, che ne reclamavano il suicidio, l’arresto e quant’altro dopo che la Camera a scrutinio segreto aveva negato alcune delle “autorizzazioni a procedere” chieste dalla magistratura per il finanziamento illegale della politica? Non ci penso proprio, per quanto apprezzi lo spirito dell’iniziativa assunta in difesa della memoria del leader socialista disconosciuto dalla sinistra, se mai essa lo avesse davvero considerato della sua parte. 

Largo Febo rimane per me la fogna del 30 aprile 1993. Mi sono sempre tenuto lontano dalla sua puzza, non avendola mai voluta bonificare soprattutto quelli che, standosene più o meno lontani, avevamo incitato le loro squadracce a farvi i loro bisogni. Ancora nei giorni scorsi ho letto o sentito, secondo i casi, Achille Occhetto ancora convinto di non avere aizzato quel giorno gli ascoltatori del suo comizio nell’attigua Piazza Navona e Francesco Storace, allora capo ufficio stampa di Gianfranco Fini e del suo Movimento Sociale, cadere dalle nuvole alla notizia arcinota del suo amico, deputato e collega di partito Teodoro Buontempo che aveva distribuito monete da 50 e 100 lire a chi le volesse lanciare contro Craxi. E, finite le monete raccolte fra i tabaccai della zona cambiando diecimila lire, cominciò a distribuire anche le mille lire di carta perché qualcuno potesse mostrarle al leader socialista e chiedergli se volesse “anche” quelle. 

Ma quando mai? ha detto in tv Italo Bocchino, già fintano, all’idea che ci fosse stato lo zampino del partito della fiamma nell’iniziativa di Buontempo. E lì a ricordare l’interesse, se non le simpatie guadagnatesi da Craxi a destra col “socialismo tricolore” e con la schiena dritta opposta al pur potente alleato americano nella famosa notte di Sigonella. 

Ora gli amici del compianto Buontempo, Storace, Bocchino e via elencando a destra, per niente imbarazzati di essersi mescolati ai comunisti 30 anni fa contro i socialisti, andandoli anche ad insultare da soli davanti alla sede nazionale del Psi, o davanti alla Camera, prima ancora di correre nella fogna di Largo Febo, sono al governo con una parte di ciò che è rimasto dei socialisti e si è accasato nel centrodestra. Ma la puzza di quella fogna non se la sentono un pò addosso? Non parlo poi dei post-comunisti, che da quegli atti osceni in luogo pubblico non hanno saputo ricavare neppure il vantaggio di stare oggi al governo perché, come dice un vecchio proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. “A 30 anni dalle monetine su papà la sinistra è ancora giustizialista”. ha detto oggi al Giornale Stefania Craxi. “Vorrei chiedere -ha scritto Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano, come per giustificare quelle monetine- se la fine politica di Craxi non sia avvenuta anche per un protagonismo esasperato…un decisionista percepito come insopportabile arroganza”.

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Miracoli fra Camera e Senato dopo il giovedì nero del Def a Montecitorio

Pur in forma ridotta, anzi ridottissima, e in un clima non di  festa ma di rissa, con i commessi impegnati a contenere gli smaniosi di darsele e non solo di dirsele di tutti i colori, si è assistito alla Camera al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci raccontato dai vangeli. I presenti alla votazione su una risoluzione riveduta e corretta della risoluzione sul documento di economia e finanza bocciata il giorno prima per le assenze  sono passati da 319 a 337, sempre una sessantina in meno del pieno, i sì da 195 a 221, venti in più del minimo necessario, i voti contrari da 19 a 116, essendo gli astenuti scesi da 105 a zero.

La maggioranza si è scusata in aula con vari interventi per la sciatteria, a dir poco, del giorno prima: scusata, in verità, più che con gli italiani, distratti dal ponte del primo maggio come tanti parlamentari, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le cui urla di protesta levatesi dalla lontana Londra, ora per giunta fuori dall’Unione Europea, si sono sentite anche a Roma. Dove non è detto che, a incidente pur rientrato, non si abbiano nei prossimi giorni effetti di qualche significato, anticipati dal resto dalle polemiche esplose un pò in tutti i gruppi parlamentari della coalizione di governo per il modo in cui sono diretti e organizzati, si fa per dire.

Un altro miracolo verificatosi dopo la scivolata, la figuraccia, l’incidente del giovedì subito chiamato “nero”, come le giornate negative delle Borse, è stato quello dei tempi. Della capacità, cioè, di correre che si riesce a trovare, pur fra i lacci del cosiddetto bicameralismo, quando se ne hanno le occasioni e la voglia. In un solo giorno, restituendo peraltro agli interessati almeno un pò del ponte del primo maggio compromesso dagli imprevisti, la risoluzione aggiornata sul documento di economia e finanza è stata approvata tanto dalla Camera quanto dal Senato. Come accadde il lontano, lontanissimo 16 marzo del 1978 per la discussione e il voto di fiducia ad un rinnovato governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti negoziato con i comunisti per ottenerne il completo appoggio esterno, e non più la sola, striminzita astensione. La cui sofferenza era stata immortalata da Giorgio Forattini su Repubblica  in una vignetta su Enrico Berlinguer in vestaglia con i capelli borghesamente impomatati e infastidito dalle grida dei metalmeccanici che sfilavano sotto la finestra di casa per protestare contro il governo non osteggiato dal Pci.  

  A smuovere le Camere, e a fare rientrare gli ultimi mal di pancia nel partito comunista  per la conferma di qualche ministro sgradito, soprattutto Carlo Donat-Cattin, fu allora il tragico sequestro brigata di Aldo Moro. Adesso sono bastate per fortuna le proteste della Meloni contro i “tafazzi” che le avevano rovinato da Roma la festa inglese per una economia italiana che “va bene”, nonostante tutto, come da titolo odierno costruito con le  parole  della premier in prima pagina dal Corriere della Sera. 

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A ciascuno le sue figuracce: dal governo alle Procure di Palermo e di Milano

A ciascuno le sue figuracce. Se il governo e la relativa maggioranza hanno rimediato alla Camera per assenze da ponte festivo del 1° maggio la clamorosa bocciatura della risoluzione sul Def, il documento di economia e finanza peraltro propedeutico alle misure sul lavoro attese dal Consiglio dei Ministri, Le Procure della Repubblica, rispettivamente, di Palermo e di Milano hanno miseramente chiuso le loro partite sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi e sui  presunti -pure loro- finanziamenti russi alla Lega. 

Sulla “trattativa”, le cui indagini e processi sono costati un’enormità allo Stato e agli imputati assolti, la parola fine è stata pronunciata dalla Corte di Cassazione. Che, correggendo la formula dell’assoluzione già decisa in Corte d’Appello, ha stabilito che gli ufficiali dei Carabinieri del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe Di Donno, oltre all’ex senatore forzista Marcello Dell’Utri, “non hanno commesso il fatto” loro contestato. La partecipazione cioè alla “minaccia allo Stato” condotta dalla mafia stragista.  “La trattativa non c’è stata”, ha gridato in rosso su tutta la prima pagina Il Riformista aggiungendo che “gli imputati sono innocenti, i PM forse no”. Più misurato il Corriere della Sera col titolo, sempre di prima pagina,”Stato-mafia, assolti anche in Cassazione gli ex Ros e Dell’Utri”.

Più misurato ancora sulla prima pagina della Stampa l’annuncio dell’archiviazione della lunga indagine ambrosiana su “Lega e fondi russi” e del commento di Matteo Salvini. Che ha detto: “Adesso aspettiamo le scuse di tanti”. Ma ha anche aggiunto che i suoi legali preparano un pò di querele per ricavare da critici ed avversari i fondi che lui era stato sospettato di avere cercato o fatto cercare a Mosca per il suo partito. 

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La maggioranza cade dal ponte del 1° maggio. Meloni furiosa a Londra per il Def bocciato alla Camera

Mentre Giorgia Meloni lavorava a Londra per l’Italia, incontrando il premier inglese e definendo intese e iniziative congiunte su difesa, migranti, ambiente, energia ed economia,  almeno 25 deputati della sua maggioranza preferivano ai lavori della Camera il ponte vacanziero del primo maggio, non essendo bastato quello del 25 aprile. E provocavano la clamorosa bocciatura della risoluzione sul documento di economia e finanza. Le opposizioni non credevano ai loro occhi guardando il tabellone elettronico ed hanno esitato ad applaudire il loro involontario successo. Per un pò, sempre in ritardo, hanno anche accarezzato l’idea, reclamandola, della “salita al Colle” della presidente del Consiglio per dimettersi e provocare una crisi alla quale peraltro esse non sono in grado di proporre una soluzione alternativa alla conferma o alla prosecuzione del governo. Cosa di cui è perfettamente consapevole il presidente della Repubblica, che si è subito reso disponibile  in  frenetiche e riservatissime consultazioni telefoniche ad una rapida rimodulazione del documento bocciato, da fare approvare dal Parlamento a tamburo battente, in una corsa contro il tempo, consentendo al Consiglio dei Ministri  di riunirsi il   primo maggio per il varo di misure destinate a favorire il lavoro che viene festeggiato quel giorno. 

Da Londra la presidente del Consiglio, pur non nascondendo la sua irritazione ai collaboratori, che l’hanno sentita gridare “vergogna”, ha parlato di un “brutto scivolone” , “figuraccia” ed altro, ma non di “un segnale politico” di chissà quali divisioni o manovre nella coalizione di governo.“Una sciatteria”, diceva a Roma il ministro  leghista dell’Economia Gìancarlo Giorgetti imprecando pure lui contro gli assenti, specie i suoi colleghi di partito, che “non sanno o non si rendono conto” delle loro responsabilità. E ciò peraltro in un momento in cui l’Italia è tornata nel mirino di certe agenzie e di certi ambienti dove la speculazione finanziaria si pratica quasi per professione. 

Si potrebbe ripetere col compianto Ennio Flaiano che “la situazione politica è molto grave ma pur tuttavia non seria”. E persino chiedere che cosa avrà mai potuto capire la gente semplice vedendo in televisione il tabellone della Camera dove risulta respinto un documento contro il quale hanno votato soltanto in 19 e 195 invece a favore, mentre 105 si sono astenuti. Vai poi a spiegare agli ignari che per quel documento occorrevano almeno 201 voti, equivalenti alla maggioranza assoluta dell’assemblea composta di 400 deputati. Dei quali erano presenti solo in 319, essendo gli altri 81, fra maggioranza ed opposizioni, festosamente sul ponte del primo maggio, come dicevo. 

Visto che non siamo su “Scherzi a parte”, sarebbe forse il caso che la Meloni, oltre ad arrabbiarsi e cercare di correre subito ai ripari, chiedesse a qualcuno di mettersi da parte e passare la mano ad altri più attenti, quanto meno, ad organizzare le sue truppe parlamentari: per esempio, i capigruppo.

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La sinistra glamour di Elly Schlein sbertucciata da Paolo Mieli

Sarà per l’età o per lo stordimento procuratomi dalla edizione numero 78 della festa della Liberazione, obbligatoriamente con la maiuscola e da non confondere con la Libertà preferita dal centrodestra, o dalla destra-centro, ho dovuto rileggere due volte l’editoriale odierno del mio caro amico Paolo Mieli sul Corriere della Sera. 

Due volte, ripeto: prima per capire  se, scrivendo di “dialogo e piroette a sinistra”, Paolo avesse voluto più ragionare che scherzare, con una ironia da storico disincantato, e poi per capire se, accertato l’aspetto più sarcastico che serio del suo lungo articolo, avesse voluto prendere per i fondelli, diciamo così, più il Pd che lui abitualmente vota o il MoVimento 5 Stelle del camaleontico Giuseppe Conte. Di cui anche Piero Sansonetti ha avvertito o denunciato oggi sul Riformista un nuovo approccio a Giorgia Meloni, pur nel dissenso sugli aiuti all’Ucraina aggredita dalla Russia. 

“A due mesi dalle primarie che elevarono Elly Schlein al vertice del Pd -è l’incipit dell’editoriale di  Mieli- si può tracciare un bilancio più che positivo….Nei sondaggi il partito è tornato a collocarsi stabilmente sopra il 20 per cento e ha lasciato il M5S dietro di cinque punti. La nuova segretaria si mostra assai abile nel rintuzzare la maggioranza, producendo ogni giorno polemiche nuove di zecca. Talvolta anche due o tre in un’unica soluzione”. Effetto finale: “L’attuale sinistra appare destrutturata come mai lo è stata nella sua lunga storia. Ed è probabilmente questa circostanza che -nelle rare occasioni in cui è costretta a rispondere alle domande in pubblico- fa scivolare Schlein nei gorghi di nebbiose fumisterie che le consentono di affrontare in qualche modo l’imbarazzante situazione in cui viene a trovarsi chi deve pronunciare dei chiari sì o dei netti no. Cosa per lei al momento impossibile”. 

Non a caso, del resto, la Schlein ha preferito  rilasciare una delle sue prime interviste, se non la prima in assoluto vantata da chi l’ha ospitata, alla rivista glamour “Vogue”, con tanto di servizio fotografico appropriato. Ma pur in quella posa glamour, ripeto, la Schlein non potrà fingere ancora a lungo di ignorare le partenze dal suo Pd: prima Giuseppe Fioroni, poi Andrea Marcucci, l’altro ieri il senatore Enrico Borghi. Che è passato, o è tornato, a Matteo Renzi lasciando il Pd senza rappresentanza nel Copasir, l’importante comitato parlamentare che vigila sui servizi segreti, e riducendo in braghe di tela in quel che resta del cosiddetto terzo polo Carlo Calenda. Il quale, se la rottura con Renzi dovesse consumarsi del tutto, con i suoi quattro senatori soltanto sarebbe costretto dal regolamento di Palazzo Madama a confluire nel gruppo misto a parole ma di fatto della sinistra verde e rossa da lui considerata come il diavolo nell’acqua santa.

Renzi invece con i suoi sei senatori, grazie appunto a Borghi, potrebbe disporre “sadicamente”di un suo gruppo parlamentare, come ha infierito sul Foglio Salvatore Merlo.  

L’avarizia politica di Fini con la Meloni: bene nella sostanza, male nel lessico

Incalzato da Roberto Gressi sul Corriere della Sera dopo le “riflessioni” affidate da Gorgia Meloni allo stesso giornale per spiegare la posizione sua personale e del proprio partito dopo le accuse di reticenza, quanto meno, rivoltele in vista della festa di Liberazione del 25 aprile, Gianfranco Fini non ha mai avvertito il bisogno di sbottare, come umanamente forse si aspettava la presidente del Consiglio, per il tentativo di contrapporlo  ancora alla sua ex enfant prodige. Ch’egli ai tempi d’oro volle vice presidente della Camera e poi ministra con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. 

Non solo Fini non è sbottato ma, quasi stressato,  ha finito -nomen omen- per accogliere o soddisfare l’attesa, l’interesse, chiamatelo come volete, dell’intervistatore di marcare una differenza dalla premier sul terreno di un antifascismo da chiamare per nome, magari rafforzato da qualche aggettivo. “Di certo -ha detto riferendosi a ciò che aveva dichiarato a Lucia Anunziata in televisione, a Rai 3, procurandosi critiche e anche improperi da quelle che una volta erano le sue parti- il mio invito a Molti a definirsi antifascista non è stato accolto alla lettera: nel lessico non cita l’antifascismo”. 

Questa risposta- che Fini ha voluto dare pur conoscendone la possibile strumentalizzazione da politico e da giornalista per quanto ormai in pensione, dove peraltro l’uno e l’altro non finiscono mai davvero quando accettano di parlare e di scrivere dell’attualità- ha un pò ridotto, depotenziato tutto il resto dell’intervista. In cui l’ex leader della destra italiana ha detto che il suo invito alla Meloni “è stato accolto nella sostanza, nei valori richiamati e nei riferimenti alla destra del dopoguerra”. “Al riguardo non avevo, per la considerazione che ho del presidente del Consiglio, alcun dubbio”, ha aggiunto l’intervistato smentendosi -nella sostanza, direi per rimanere al suo fraseggio- rispetto alle parole usate con l’Annunziata. Alla quale aveva detto, in particolare, di “comprendere” ma non condividere la ritrosia della premier a dichiararsi antifascista. 

Il suo vecchio maestro Giorgio Almirante, che lo preferì nella successione nonostante il parere diverso poi rivelato da “donna Assunta”, come veniva chiamata la consorte del leader missino, avrebbe detto meglio e più di Fini con quell’astuzia e prontezza di riflessi che lo distinguevano. E che giornalisti anche famosi schierati politicamente su fronti opposti o comunque diversi dal suo temevano disertandone le tribune televisive -o mandandovi altri di grado minore a rappresentare le loro testate- col pretesto di non volere deflettere da un antifascismo intransigente, sino alla discriminazione. Che sulle piazze diventava anche licenza alle aggressioni e persino alla morte. E’ stato appena celebrato in Parlamento il famoso eccidio di Primavalle,  a Roma, dove due figli del segretario di quartiere del Movimento Sociale arsero vivi nella loro abitazione per un incendio appiccato da militanti di sinistra riusciti a farla franca, non certo da soli. 

Fra i meriti riconosciuti alla Meloni nelle riflessioni affidate al Corriere della Sera Fini ha ricordato come un inedito nella storia della destra anche il richiamo al leader storico del comunismo italiano, Palmiro Togliatti, per l’amnistia voluta come ministro della Giustizia a favore dei fascisti dopo la Liberazione. Che per lui doveva fare rima il più rapidamente possibile con pacificazione. 

Giuliano Ferrara, che Bettino Craxi amichevolmente mi diceva “cresciuto sulle ginocchia di Togliatti”, del quale la madre era stata segretaria, ha colto bene, e più esplicitamente di Fini, sul Foglio l’importanza del richiamo della Meloni. “E’ una notazione storica significativa e intelligente, in armonia con quanto ho appreso nella mia formazione in una famiglia di resistenti comunisti e togliattiani, in conflitto con la vulgata resistenziale degli epigoni dell’azionismo politico e culturale, una componente minoritaria ma nobile e tenace della Resistenza convinta che la guerra di Liberazione dovesse mettere capo a una svolta radicale e moralmente rigeneratrice, dalle fondamenta, della storia italiana”, ha scritto Giuliano. 

Politicamente ancora più incisiva, e soprattutto attuale, mi sembra la conclusione del ragionamento del fondatore del Foglio. “Con l’aiuto -egli ha scritto- di un testimone a sorpresa nella sua penna, Togliatti, e della sua posizione resistenziale sulla guerra oggi in Ucraina, il capo della prima maggioranza e del primo governo di destra democratica della Repubblica argomenta le sue tesi a favore della riconciliazione nel segno inclusivo per tutti della libertà. Non è poco come risultato ultimo e come vittoria nazionale di un 25 aprile privato della sua componente retorica, restituito al suo vero significato politico a quasi ottant’anni da quel giorno fatale”. 

Resta ora da vedere se a Fini, per tornare a lui, con quel pur riduttivamente  “sostanziale” riconoscimento fatto alla Meloni di avere risposto alle sue sollecitazioni antifasciste alla vigilia del 25 aprile, riuscirà di  sottrarsi alla nebbia politica in cui si infilò nel 2010 rompendo con Berlusconi pur col piombo nelle ali costituito dalla famosa vicenda, ora anche giudiziaria, di una casa del suo partito, a Montecarlo, lasciata inconsapevolmente nelle mani speculative della sua nuova famiglia. Lui ha assicurato nell’intervista al Corriere di non avere ambizioni o progetti politici, declassati a “sciocchezze” attribuitegli da altri. Ma la carne, si sa, è umanamente debole. 

Pubblicato sul Dubbio

Finalmente il 26 aprile, dicono….con liberazione a Palazzo Chigi e dintorni

Finalmente il 26 aprile, come dicono a Palazzo Chigi. Dove la festa della Liberazione sarebbe stata vissuta “con fastidio”, ha detto Massimo Cacciari alla Stampa. O addirittura “il fascismo è ancora vivo”, come ha titolato Piero Sansonetti su tutta la prima pagina del Riformista che dirigerà ancora per qualche giorno. Poi passerà   la mano a Matteo Renzi e Andrea Ruggieri per guidare il ritorno della storica Unità nelle edicole grazie allo stesso editore del giornale dove ha deciso, chissà perché, di finire per gareggiare col Fatto Quotidiano, da lui stesso definito “fascista” molto di recente. 

Anche il quotidiano di Marco Travaglio, a costo di non seguire una volta tanto l’ex presidente grillino del Consiglio Giuseppe Conte, soddisfatto della lettera di Giorgia Meloni al Corriere della Sera sul 25 aprile, fatta eccezione per il passaggio a sostegno degli aiuti all’Ucraina aggredita dalla Russia; anche il quotidiano di Marco Travaglio, dicevo, ha sentito e sente puzza di fascismo a Palazzo Chigi per “la reticenza” della premier, denunciata in una vignetta, sull’antifascismo. La “incompatibilità con la nostalgia” del Ventennio mussoliniano proclamata dalla Meloni nelle “riflessioni” affidate al Corriere e tradotta da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, nel titolo di apertura “Libertà senza nostalgie”, non è stata sufficiente né a Travaglio, né a Sansonetti, né ad altri per sentisi e tanto meno dichiararsi  sollevati.

No. La Meloni è e deve restare da quelle parti una fascista praticamente truccata, descritta dal pur bravo Stefano Rolli, con la sua vignetta sul Secolo XIX, in un ’inseguimento” scomodo e affannoso del presidente della Repubblica festeggiando la Liberazione di 78 anni fa dall’occupazione tedesca e da quel che rimaneva del fascismo ormai non più alleato ma succube del nazismo. Una Meloni, quindi, meritevole con i suoi ministri selezionati da specialisti della materia di finire nei manifesti con la testa in giù a Napoli, come  accadde realmente a Mussolimi, all’amante e ad altri nel 1945 a Milano, in Piazzale Loreto. 

Il sollievo a Palazzo Chigi per la festa e il relativo ponte vacanziero alle spalle nasce, più che dal “fastidio” avvertito o denunciato da Cacciari, dal superamento di un’altra curva cosparsa d’olio dagli avversari della premier, e persino dal suo ex leader e amico Gianfranco Fini. Il governo   può ora procedere col programma che gli ha procurato la fiducia delle Camere. Esso riguarda prioritariamente i problemi del lavoro, riportati all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei Ministri del primo giorno di maggio, festa appunto del Lavoro. 

La Repubblica, come ha ricordato il quirinalista Marzio Breda sul Corriere ripetendo le parole del Capo dello Stato, sarà pure “fondata sulla Costituzione, figlia della lotta antifascista”, ma i Costituenti la vollero fondata “sul lavoro” indicato da solo nel primo dei 139 articoli della Carta e delle 18 disposizioni transitorie e finali. 

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